{"id":33153,"date":"2017-07-24T09:00:06","date_gmt":"2017-07-24T07:00:06","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33153"},"modified":"2017-07-23T23:40:10","modified_gmt":"2017-07-23T21:40:10","slug":"laltra-europa-e-le-illusioni-riformiste","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33153","title":{"rendered":"L&#8217;altra Europa e le illusioni riformiste"},"content":{"rendered":"<p><strong>di CARLO FORMENTI<\/strong><\/p>\n<p>Il numero di maggio-giugno della rivista \u201c<strong>Il Ponte<\/strong>\u201d \u00e8 intitolato \u201c<strong>Un\u2019altra Europa<\/strong>\u201d, per cui il lettore si aspetta le consuete argomentazioni delle sinistre radicali che auspicano un\u2019evoluzione democratica delle istituzioni comunitarie e\/o una svolta di centottanta gradi nella politica economica dell\u2019Unione. Ma gli oltre dieci articoli raccolti nel fascicolo vanno in tutt\u2019altra direzione: queste illusioni riformiste vengono infatti criticate da vari punti di vista; in particolare a partire:<\/p>\n<p><strong>1<\/strong>) dall\u2019analisi della natura costitutivamente oligarchica della Ue e dei principi e valori dell\u2019ordoliberalismo tedesco che ne ispirano il progetto;<\/p>\n<p><strong>2)<\/strong> dalla messa a fuoco delle contraddizioni del processo di globalizzazione e del conseguente acuirsi del conflitto interimperialistico fra grandi potenze;<\/p>\n<p><strong>3)<\/strong> dalla presa d\u2019atto della natura neocoloniale della relazione fra Germania e Paesi della area mediterranea e dell\u2019Est europeo;<\/p>\n<p><strong>4)<\/strong> dall\u2019affermazione della necessit\u00e0 di rompere con la Ue e di dare avvio a processi alternativi di aggregazione fra Paesi periferici.<\/p>\n<p>Per ragioni di spazio, non posso dare conto di tutti gli articoli e delle argomentazioni dei rispettivi autori, per cui mi concentrer\u00f2 in particolare sui temi trattati negli interventi di <strong>Ernesto Screpanti<\/strong>, <strong>Luciano Vasapollo<\/strong> e <strong>Giorgio Cremaschi<\/strong>, nonch\u00e9 in quello firmato congiuntamente da <strong>Marco Baldassari<\/strong>, <strong>Diego Melegari<\/strong> e <strong>Stefano Zai<\/strong>.\u00a0Mi pare opportuno partire dal ruolo che l\u2019ossatura ordoliberale dell\u2019architettura comunitaria attribuisce allo Stato (vedi Melegari, Baldassari e Zai).<\/p>\n<p>Contrariamente alla tesi di chi ritiene di cogliere l\u2019\u201derrore\u201d della politica economica europea nel ritorno al dogma dello stato minimo, tipico del liberismo classico, e pensa che tale errore sia correggibile attraverso il ritorno a politiche neokeynesiane, si insiste giustamente (sulle tracce di autori come Dardot e Laval) sul fatto che la visione ordoliberale, adottata fin dalle origini dalla Germania postbellica, nega al contrario la capacit\u00e0 del mercato di autoregolarsi e affida allo Stato &#8211; uno Stato forte dunque! \u2013 il ruolo di definire un quadro giuridico istituzionale, una vera e propria \u201ccostituzione economica\u201d, nel quale i fattori economici possano esplicarsi correttamente (stabilit\u00e0 dei prezzi, protezione della concorrenza da sostegni pubblici e interventi \u201clobbistici\u201d dei corpi intermedi come i sindacati).<\/p>\n<p><strong>La politica non deve dunque compensare gli effetti del mercato (<\/strong>di qui l\u2019obiettivo di smantellare il welfare) ma garantire il libero sviluppo di un\u2019economia che \u2013 in quanto \u201ceconomia sociale di mercato\u201d \u2013 si presenta come un vera e propri utopia, una economia \u201cmorale\u201d fondata su un mix di spirito imprenditoriale, valore comunitario e ordine sociale armonico.<\/p>\n<p><strong>Questa funzione di governance (pi\u00f9 che di governo in senso classico) non necessita di legittimazione<\/strong>, per cui le critiche alla scarsa democraticit\u00e0 delle istituzioni europee, o alla presunta incompletezza del processo di unificazione politica cadono letteralmente nel vuoto: l\u2019Unione non \u00e8 uno stato federale \u201cincompiuto\u201d, bens\u00ec una superstruttura parastatale che ha il compito di gestire una governance multilivello, una superstruttura rispetto alla quale <strong>i trattati assumono valore costituzionale, funzionano come \u201cuna costituzione senza stato e senza popolo<\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Di fronte a tale realt\u00e0 l\u2019unico argomento che consente alle sinistre radicali di coltivare l\u2019illusione riformista di poter democratizzare questa Europa \u00e8 il dogma (fedele a una sorta di internazionalismo astratto che sconfina nel cosmopolitismo borghese) secondo cui il piano sovranazionale sarebbe l\u2019unico sul quale \u00e8 possibile rappresentare gli interessi delle classi subalterne.<br \/>\nUn secondo punto che ricorre in diversi articoli riguarda <strong>la relazione semicoloniale fra la Germania e gli altri Paesi, mediterranei e dell\u2019Est<\/strong>, dell\u2019Unione e la \u201cnecessit\u00e0\u201d di tale relazione, imposta dai rapporti di forza fra grandi potenze in conflitto reciproco sul mercato globale. Il processo di globalizzazione \u00e8 stato a lungo trainato (cfr. l\u2019articolo di Screpanti) dalla sostanziale convergenza di interessi fra Stati Uniti e Cina: da un lato, la politica americana di espansione della domanda aggregata che alimentava la crescita di consumi, investimenti e importazioni gonfiando il debito pubblico e privato (e facendolo pagare agli altri Paesi grazie all\u2019egemonia del dollaro), dall\u2019altro, il mercantislismo cinese che sfruttava la politica americana per alimentare i vertiginosi tassi di crescita del proprio surplus commerciale.<\/p>\n<p>La crisi, argomenta Screpanti, ha rotto questi equilibri, inducendo quasi tutti i Paesi ad adottare forme di mercantilismo difensivo che tendono a rallentare lo sviluppo, nella misura in cui rallentano la domanda mondiale di importazioni. Secondo Screpanti, non \u00e8 tuttavia corretto parlare di fine della globalizzazione, in quanto <strong>il processo di internazionalizzazione delle grandi imprese prosegue, anche se entra in contraddizione con il nazionalismo dei grandi stati.<\/strong><\/p>\n<p>In questo contesto la Germania, il cui modello di sviluppo \u00e8 stato fin dall\u2019inizio basto sulle esportazioni, tende ad accentuare ulteriormente la pressione sugli altri Paesi dell\u2019Unione imponendo (Cfr. Luciano Vasapollo) una divisione del lavoro che assegna ai Paesi mediterranei il ruolo di importatori, mentre trasferisce all\u2019Est Il sistema industriale per ridurre ulteriormente il costo del lavoro. <strong>Del resto il mito della convergenza delle economie nazionali dell\u2019area Ue \u00e8 tramontato da tempo<\/strong>, di fronte alla forbice che vede un Nord che cresce rapidamente grazie ai surplus commerciali opposto un Sud che cresce lentamente, ha elevati tassi di disoccupazione, debiti pubblici in aumento, bilanci commerciali in deficit e subisce un processo di deindustrializzazione.<\/p>\n<p><em><strong>Ormai \u00e8 evidente che l\u2019euro \u00e8 lo strumento che ha consentito alla Germania di imporre ai soci di finanziare i suoi squilibri di bilancio<\/strong> (soprattutto dopo l\u2019unificazione con l\u2019Est), di costruire un nuovo proletariato industriale per le sue multinazionali e di esercitare un inedito colonialismo interno al polo europeo per sostenere le proprie ambizioni di potenza emergente a livello globale.<\/em><br \/>\nDi fronte a tale scenario, che rende irrealistico qualsiasi progetto di riforma di questa Europa, tutti gli articoli sostengono l\u2019inevitabilit\u00e0, per quelle forze politiche che intendano realmente rappresentare gli interessi delle classi subalterne, di <strong>lavorare per la rottura della Ue anche prendendo in considerazione l\u2019ipotesi di un\u2019uscita unilaterale (Italexit)<\/strong> <strong>del nostro Paese<\/strong> \u2013 uscita che, scrive Screpanti, mentre rappresenterebbe un processo dirompente per tutta l\u2019Unione, non deve farci dimenticare che implicherebbe un prezzo elevato da pagare.<\/p>\n<p>Nel suo articolo Screpanti spiega con quali strumenti, a suo parere, sarebbe possibile ridurre entro limiti accettabili il costo della inevitabile crisi successiva a una rottura. Non ho qui lo spazio per sintetizzarne le complesse argomentazioni sul tema. Tema che Vasapollo affronta da un altro punto di vista, sviluppando la prospettiva della costruzione di un\u2019Europa dei popoli mediterranei in analogia all\u2019alleanza politico-economica messa in atto alle rivoluzioni bolivariane in America Latina.<br \/>\nPi\u00f9 breve, di taglio pi\u00f9 politico, forse meno ricco di argomentazioni tecnico giuridiche e tecnico economiche ma decisamente efficace l\u2019articolo di Cremaschi. Qui il tema della crisi della globalizzazione viene \u2013 a mio parere giustamente \u2013 affrontato meno dal punto di vista delle contraddizioni \u201coggettive\u201d del sistema, e pi\u00f9 da quello della perdita di consenso delle masse popolari nei confronti delle \u00e9lite che hanno governato il processo negli ultimi decenni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A causa della crisi, gli avanzi della ricchezza accumulata non hanno pi\u00f9 potuto essere ridistribuiti, aggravando ulteriormente gli effetti di una guerra di classe dall\u2019alto che gi\u00e0 aveva falcidiato occupazione, salari e welfare, per cui non \u00e8 un caso se la rivolta \u00e8 partita proprio in quei Paesi \u2013 Stati Uniti e Inghilterra, dove quasi mezzo secolo fa \u00e8 iniziata la controrivoluzione liberista. Che poi questa rivolta abbia assunto connotati di destra (senza dimenticare tuttavia il caso Sanders!), sia stata cio\u00e8 egemonizzata da forze che affidano ogni soluzione a un leader, si concentrano esclusivamente sulla lotta alle caste corrotte, dirottano la rabbia popolare sui migranti ecc. non toglie nulla al fatto che questo dissenso politico di massa sia il punto da cui \u00e8 necessario partire per produrre qualsiasi cambiamento reale.<\/p>\n<p>Le sinistre radicali che continuano ad allearsi alle socialdemocrazie in via di estinzione, o pienamente convertite al liberismo, si autocondannano alla ininfluenza pi\u00f9 assoluta, viceversa, chi desidera veramente cambiare le cose deve necessariamente misurarsi con \u201c<strong>l\u2019onda populista<\/strong>\u201d. Perch\u00e9 il vero problema ormai non \u00e8 se ma come usciremo dalla globalizzazione.<\/p>\n<p>Infine, per quanto riguarda l\u2019Italexit, Cremaschi invita a non avere paura di affermare che la rottura con la Ue deve puntare alla sovranit\u00e0 popolare e democratica del nostro Paese, e ribadisce (punto sul quale mi pare che tutti gli autori del numero concordino) che la rottura dev\u2019essere concepita come un momento di transizione verso un nuovo sistema economico e politico \u201cche non \u00e8 ancora socialista ma non \u00e8 pi\u00f9 neoliberista\u201d.<br \/>\nCarlo Formenti<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=22839\">http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=22839<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI Il numero di maggio-giugno della rivista \u201cIl Ponte\u201d \u00e8 intitolato \u201cUn\u2019altra Europa\u201d, per cui il lettore si aspetta le consuete argomentazioni delle sinistre radicali che auspicano un\u2019evoluzione democratica delle istituzioni comunitarie e\/o una svolta di centottanta gradi nella politica economica dell\u2019Unione. 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