{"id":33198,"date":"2017-07-26T09:00:10","date_gmt":"2017-07-26T07:00:10","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33198"},"modified":"2017-07-25T18:41:20","modified_gmt":"2017-07-25T16:41:20","slug":"la-ue-e-il-megadirettore-galattico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33198","title":{"rendered":"La UE e il Megadirettore Galattico"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SENSO COMUNE (Luca Timponelli)<\/strong><\/p>\n<p>Senso Comune \u00e8 un movimento che crede nella giustizia sociale e nella collaborazione tra le nazioni per il raggiungimento di una prosperit\u00e0 comune. Ed \u00e8 proprio per questo che la nostra posizione non pu\u00f2 che essere radicalmente critica dell\u2019Unione europea e delle sue istituzioni. Ci hanno raccontato che l\u2019Unione europea sarebbe stato un sogno di pace e prosperit\u00e0; esso si \u00e8 rivelato un incubo che fomenta la competizione al ribasso nei diritti e l\u2019ostilit\u00e0 tra i paesi. Questo perch\u00e9 la sua architettura istituzionale rende costitutivamente impossibile qualsiasi politica finalizzata al miglioramento delle condizioni di lavoro e dell\u2019occupazione, al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini mediante l\u2019erogazione di servizi pubblici, a una politica industriale che promuova lo sviluppo e colmi i gravissimi squilibri regionali che, ora come ora, si stanno soltanto accrescendo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vediamo bene perch\u00e9:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>1) I vincoli alla politica fiscale: lo Stato deve poter spendere per poter assicurare servizi che siano\u00a0 alla portata di tutti (istruzione, sanit\u00e0, alloggio, mobilit\u00e0, accesso ai beni comuni, ecc.), realizzare opere a vantaggio della collettivit\u00e0 che altrimenti resterebbero appannaggio di poche aree gi\u00e0 ben inserite nel commercio internazionale (un\u2019efficiente rete infrastrutturale, una ricerca ad alto livello,\u00a0 ecc.), creare posti di lavoro quando i privati \u2013 come oggi \u2013 si mostrano maldisposti a farlo, intervenire in situazioni di emergenza come i terremoti che hanno martoriato recentemente il nostro paese e mettere in sicurezza il territorio. Poich\u00e9 il settore privato difficilmente fa pieno uso delle risorse disponibili (men che meno in una situazione come la presente, in cui la disoccupazione in Italia supera l\u201911%, il 22% in Grecia, il 17% in Spagna, il 9% in Francia, cifra quest\u2019ultima corrispondente alla media europea), non solo la spesa pubblica non rischia di generare derive inflazionistiche, ma, mobilitando risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate e creando domanda che altrimenti non vi sarebbe, pu\u00f2 stimolare la crescita. A questa condizione il ricorso alla spesa a deficit non deve costituire un elemento di preoccupazione, e anzi rappresenta uno strumento necessario per la realizzazione di una societ\u00e0 pi\u00f9 equa e prospera, tanto mobilitando capacit\u00e0 produttiva non adoperata ed estirpando il flagello della disoccupazione, quanto indirizzandone l\u2019uso verso scopi socialmente utili.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gi\u00e0 il trattato di Maastricht prevedeva un tetto al 3% al rapporto deficit\/PIL. Il Fiscal Compact, in vigore dal 2013, ha poi portato allo 0,5% il rapporto deficit\/PIL strutturale, al netto delle situazioni di emergenza, e disposto l\u2019inserimento del pareggio di bilancio nelle Costituzioni degli Stati aderenti, snaturando cos\u00ec la marcata impostazione sociale di molte di esse. \u00c8 questo il caso anche della nostra, in cui la realizzazione di alcuni princ\u00ecpi fondamentali, il diritto al lavoro e l\u2019obbligo di colmare le diseguaglianze materiali tra i cittadini, \u00e8 contraddetta dal nuovo articolo 81. Lo Stato ha cos\u00ec, come orgogliosamente proclamavano due sostenitori dell\u2019unione economica e monetaria, <a href=\"http:\/\/www.nber.org\/chapters\/c11684.pdf\">Francesco Giavazzi e Marco Pagano<\/a>, \u201cle mani legate\u201d davanti all\u2019ingiustizia lacerante che sommerge sempre pi\u00f9 i paesi europei, anche quelli sbandierati come modello di pubblica virt\u00f9.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>2) L\u2019indipendenza della banca centrale e i vincoli di mandato: per poter praticare politiche fiscali espansive come quelle di cui abbiamo appena parlato, lo Stato necessita di finanziarsi a un tasso di interesse sostenibile. Il controllo del tasso di interesse \u00e8 in mano alla banca centrale, che pu\u00f2 regolarlo attraverso l\u2019acquisto (o la vendita) dei titoli di Stato. La decisione di rendere indipendente la banca centrale dal governo fa venir meno questa garanzia di finanziamento a un tasso sostenibile. Lo Stato \u00e8 cos\u00ec costretto a doversi finanziare ai tassi di interesse praticati sui mercati internazionali e vede messa a rischio la sostenibilit\u00e0 dei propri programmi di spesa (e, dunque, delle tutele accordate ai suoi cittadini), che si trova alla merc\u00e9 dei capricci del capitale finanziario. L\u2019indipendenza della banca centrale fu decisa in Italia nel 1981 per accordo tra l\u2019allora ministro del tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d\u2019Italia Carlo Azeglio Ciampi. Questa mossa fu vista come necessaria per assicurare alla Banca d\u2019Italia la capacit\u00e0 di mantenere il cambio nei margini stabiliti dagli accordi del 1979 sullo SME, il sistema di cambi semi-rigidi istituito dall\u2019allora Comunit\u00e0 economica europea. Dietro la volont\u00e0 tanto sbandierata dall\u2019allora governatore di contenere l\u2019inflazione ancorando il valore della propria moneta a un paniere di valute di paesi stranieri, uno dei quali \u2013 la Germania \u2013 perseguiva gi\u00e0 storicamente un orientamento restrittivo di politica monetaria, si nascondeva a stento la finalit\u00e0 \u2013 confessata esplicitamente dallo lo stesso ministro a proposito del divorzio \u2013\u00a0 di moderare le rivendicazioni salariali dei lavoratori attraverso una contrazione del credito che, facendo aumentare la disoccupazione, ne avrebbe minato il potere contrattuale. Vediamo gi\u00e0 all\u2019opera la perniciosa ideologia del vincolo esterno: si invoca un\u2019istanza moralizzatrice superiore alla quale dovremmo cedere la sovranit\u00e0 che noi, popolo minorenne e incivile, saremmo incapaci di gestire da soli. Si progetta un\u2019architettura insostenibile senza politiche restrittive e, giustificando queste ultime in nome dei sacrifici per restare nel club dei paesi civili e rispettabili, si procede alla macelleria sociale. Il risultato principale del divorzio, sia detto per inciso, fu un sostanziale incremento della spesa per interessi che ha contribuito non poco all\u2019accumulo del nostro stock di debito pubblico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lo Statuto della Banca centrale europea, istituita dal Trattato di Maastricht, ha confermato questa impostazione per il nuovo istituto e per tutte le banche centrali facenti parte dell\u2019Eurosistema (art. 7 del Protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea), proibendo l\u2019acquisto diretto di titoli di Stato dei paesi membri e qualsiasi altra facilitazione creditizia nei confronti di enti pubblici (art. 21). Si aggiunga a questo che l\u2019obiettivo principale della politica monetaria della BCE \u00e8 dichiaratamente la stabilit\u00e0 dei prezzi, alla quale ogni eventuale obiettivo occupazionale \u00e8 esplicitamente subordinato (art. 2). Considerazioni sul contenimento dell\u2019inflazione hanno priorit\u00e0 sul mantenimento di un basso tasso di disoccupazione. L\u2019agenda della BCE \u00e8 dunque smaccatamente conservatrice, favorendo un clima deflattivo dichiaratamente ostile all\u2019erogazione dei servizi pubblici e a una piena occupazione capace di rafforzare eccessivamente, a giudizio di chi ha redatto i Trattati, le rivendicazioni dei lavoratori. Ben vengano piuttosto la stagnazione e la disoccupazione, noialtri, pensano a Bruxelles e a Francoforte, certo non morremo di fame nel frattempo! Si noti tra l\u2019altro che la BCE si \u00e8 rivelata incapace di garantire finanche la stabilit\u00e0 dei prezzi, visto che sono anni che cerca \u2013 inutilmente \u2013 di alzare il tasso di inflazione medio dell\u2019eurozona per arrivare almeno al livello \u201cvicino ma inferiore al 2%\u201d che sarebbe tenuta a rispettare per mandato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi un altro punto da sottolineare: \u201cl\u2019indipendenza\u201d delle altre banche centrali dai loro rispettivi governi \u00e8 ben diversa dalla\u2019\u201cindipendenza\u201d della BCE dai rispettivi Stati membri. Prendiamo l\u2019esempio della Fed: pur essendo formalmente indipendente, la banca centrale statunitense non si sognerebbe mai di\u00a0 mettersi di traverso alle politiche del governo, dimostrando che negli USA \u2013 a differenza che nell\u2019eurozona \u2013 la banca centrale non considera le decisioni del governo in materia di politica fiscale come un fatto di sua competenza. D\u2019altronde, Bernanke ha messo bene in chiaro quale sia il grado di \u201cindipendenza\u201d della Fed quando ha dichiarato che \u201c\u00e8 ovvio che faremo quello che il Congresso ci dice di fare\u201d.\u00a0 Nell\u2019eurozona, invece, la BCE si comporta come un vero e proprio governo, utilizzando il proprio monopolio della moneta per imporre politiche agli Stati membri. Lo abbiamo visto in maniera eclatante in Grecia nel corso dell\u2019estate del 2015, quando \u201cla BCE ha effettivamente interrotto il supporto di liquidit\u00e0 deliberatamente allo scopo di destabilizzare ulteriormente il sistema dei pagamenti greci e costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerit\u00e0\u201d volute dalla troika, come ha scritto Mario Seccareccia. Insomma, in Europea non \u00e8 la banca centrale ad essere indipendente dai governi ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale: una bella differenza!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3) La libera circolazione dei capitali e delle merci: se lo Stato \u00e8 impossibilitato a spendere, gran parte della domanda dovr\u00e0 inevitabilmente provenire dal molto pi\u00f9 instabile settore privato. Tale domanda, complice anche la pesante finanziarizzazione dell\u2019economia a cui si \u00e8 assistito negli anni \u201980 e \u201990, si espander\u00e0 rapidamente nelle fasi di euforia, per poi collassare a seguito di investimenti mal diretti e rischiosi, come quelli in titoli coperti da mutui subprime che hanno fatto esplodere la grande crisi del 2008. Nel frattempo, l\u2019apertura dei singoli paesi al commercio internazionale mette a repentaglio le industrie nazionali il cui costo del lavoro per unit\u00e0 di prodotto \u00e8 pi\u00f9 alto a vantaggio dei paesi in cui \u00e8 pi\u00f9 basso. \u00c8 il caso, quest\u2019ultimo, della Germania, in cui a una produttivit\u00e0 del lavoro storicamente superiore si aggiunge nel frattempo una politica di contenimento del costo del lavoro (= taglio dei salari) con le riforme Hartz. Gli effetti per\u00f2 non vengono percepiti immediatamente: il credito erogato dai paesi del centro viene adoperato per consumi privati e permette cos\u00ec il mantenimento di un invariato tenore di vita, mentre in nome del principio del vantaggio comparato gli economisti invitano a non preoccuparsi troppo della deindustrializzazione in corso nei paesi periferici, che possono \u201cspecializzarsi\u201d nella loro \u201cvocazione naturale\u201d: il turismo, l\u2019agricoltura e altri settori a basso valore aggiunto. Nasce in questo modo una nuova divisione internazionale del lavoro in cui alcune aree assumono necessariamente una posizione subordinata. Le norme sulla concorrenza costringono inoltre lo Stato a liberalizzare tutti quei settori, monopoli naturali conclusi, in cui esercitava precedentemente un controllo e ne assicurava l\u2019accesso a basso prezzo alla popolazione: elettricit\u00e0, gas, servizio ferroviario.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mentre l\u2019indebitamento pubblico si riduce a causa della crescita indotta dall\u2019euforia degli investitori, quello privato si espande fino al momento in cui si scopre che investimenti intelligenti e razionali come la speculazione su mutui concessi a disoccupati o il finanziamento al consumo delle famiglie non daranno alcun rendimento. Si ha allora il tracollo, e il flusso di credito (che dalle banche tedesche si dirigeva abbondantemente verso le periferie) si interrompe. Lo Stato \u00e8 costretto a intervenire per socializzare le perdite delle banche, moltiplicando cos\u00ec, nonostante i tagli ai servizi fatti per restare conformi ai parametri di Maastricht, il proprio stock di debito pubblico.\u00a0 Privo degli strumenti di politica monetaria e fiscale che gli permetterebbero di generare crescita e occupazione lui stesso, lo Stato non ha altra scelta, ci dicono, che sperare di far ripartire gli investimenti privati cercando di \u201criconquistare la fiducia\u201d degli investitori attraverso le famose \u201criforme strutturali\u201d. Si cercher\u00e0 dunque di aumentare i loro margini di profitto comprimendo il costo del lavoro (leggasi: tagliando i salari, oppure le imposte sui redditi che finanziano pensioni e stato sociale) e l\u2019imposizione fiscale (attaccando inoltre il principio della sua progressivit\u00e0). Da un lato si indeboliscono le tutele dei lavoratori (come successo in Italia con il Jobs Act), dall\u2019altro, riducendo la tassazione, si mina l\u2019altra fonte di finanziamento dei servizi pubblici. I risultati tardano ad arrivare, e intanto il grande capitale pu\u00f2 comunque trarre vantaggio dalla ridefinizione dei rapporti di forza nei confronti dei lavoratori. Contemporaneamente il venir meno del credito privato, dal quale dipende anche la sostenibilit\u00e0 del debito pubblico, condanna a continue \u201ccure dimagranti\u201d, praticate sulla nostra pelle per ridurre lo stock di debito accumulato. Tali \u201ccure\u201d hanno per\u00f2 l\u2019effetto contrario: comprimendo la domanda aggregata e rallentando la crescita, aggravano ulteriormente la situazione: nasce in questo modo un circolo vizioso in cui lo stock di debito cresce, i liberisti invocano un\u2019altra dose di tagli, e cos\u00ec via\u2026 Va da s\u00e9 che i singoli Stati dovranno fare a gara per assicurare agli investitori condizioni per loro sempre pi\u00f9 vantaggiose, generando una competizione al ribasso mediante il dumping sia salariale che fiscale, competizione in cui la stessa BCE ha giocato un ruolo non da poco condizionando l\u2019erogazione del quantitative easing alla messa in pratica di riforme strutturali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se la fiducia dei mercati \u00e8 assicurata (almeno cos\u00ec ci dicono) dalla compressione della domanda interna praticata tagliando il settore pubblico e comprimendo i salari, diventa allora necessario puntare sulla domanda estera. La domanda generale dell\u2019eurozona (con riflessi non di poca importanza sulla domanda globale) \u00e8 cos\u00ec destabilizzata da un modello di sviluppo che punta sulla competitivit\u00e0 di prezzo (tanto mediante la compressione dei salari quanto, particolare non trascurabile, una svalutazione dell\u2019euro). Si compromettono allo stesso modo anche le buone relazioni con il resto del mondo, che legittimamente non vede di buon occhio una politica mercantilista cos\u00ec aggressiva. Un quadro simile non permette se non ai paesi pi\u00f9 prosperi investimenti in innovazione, che risultano comunque scoraggiati quando si preferisce e risulta pi\u00f9 facile tagliare i salari.\u00a0 Nel frattempo, i singoli governi nazionali giustificano le politiche liberiste invocando l\u2019Unione europea come istanza superiore (\u201cce lo chiede l\u2019Europa!\u201d) o facendo del paese vicino il capro espiatorio del contesto generale (\u201cse siamo ridotti cos\u00ec \u00e8 colpa del tedesco cattivo \/ dell\u2019italiano pigro!\u201d), rafforzando pericolose tendenze nazionaliste e spegnendo ogni possibile sentimento di solidariet\u00e0. L\u2019euro, <a href=\"https:\/\/newleftreview.org\/II\/95\/wolfgang-streeck-why-the-euro-divides-europe\">come ha molto correttamente notato Wolfgang Streeck<\/a>, divide l\u2019Europa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019architettura dell\u2019eurozona \u00e8 perci\u00f2 costitutivamente incapace a reagire a crisi sistemiche che inevitabilmente, in un capitalismo non regolato, si ripetono, se non accelerando il processo gi\u00e0 in atto di compressione dello stato sociale, i cui servizi passano via via alla gestione privata, e di destrutturazione del diritto del lavoro. Non solo, ma tale architettura era stata voluta con l\u2019esplicita finalit\u00e0 di destrutturare l\u2019unica modalit\u00e0 possibile di controllare i processi economici sottoponendoli a istanze democratiche: lo Stato sovrano moderno. Ci sono a questo proposito le dichiarazioni, ad esempio, di Jacques Delors, di Tommaso Padoa Schioppa e di Mario Monti. Per tale motivo, storicamente, i partiti socialisti e comunisti guardavano all\u2019integrazione economica europea con sospetto, da Tony Benn in Inghilterra a Georges Marchais in Francia, senza dimenticare Giancarlo Pajetta in Italia e lo stesso Giorgio Napolitano prima di essere folgorato sulla via per Bruxelles. Dovrebbe ora essere chiaro a tutti perch\u00e9 per Senso Comune l\u2019integrazione europea per come si \u00e8 svolta e per come la si intende proseguire, come ebbe a riconoscere anche l\u2019ex presidente francese Fran\u00e7ois Mitterand, <a href=\"https:\/\/www.jacobinmag.com\/2015\/08\/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity\/\">\u00e8 incompatibile con la giustizia sociale<\/a>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di una costruzione incompleta, che i trattati si possono riformare, che basta cambiare il mandato della BCE affinch\u00e9 diventi simile alla Fed perch\u00e9 tutto si risolva, che tutti questi ostacoli saranno superati quando un bel giorno (oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente!) avremo un\u2019Europa federale. Bisogna anzitutto sottolineare che l\u2019Unione europea non \u00e8 una struttura incompleta, ma un meccanismo di governance multilivello in cui la frammentazione delle competenze e l\u2019allontanamento delle decisioni dalle istituzioni di rappresentanza parlamentare \u00e8 funzionale a impedire l\u2019aggregazione al centro di istanze sociali. Un\u2019integrazione in senso \u201cstatalista\u201d \u00e8 peraltro osteggiata da tutte le principali forze europeiste. La soluzione federale, pi\u00f9 che sovvertire questo impianto, lo rafforzerebbe, eliminando ogni ambiguit\u00e0 residua di competenze tra i diversi livelli. Fautori dell\u2019opzione federale erano pensatori liberali come <a href=\"https:\/\/fee.org\/articles\/the-economic-conditions-of-interstate-federalism\/\">von Hayek<\/a> e <a href=\"http:\/\/www.hoepli.it\/libro\/i-problemi-economici-della-federazione-europea-\/9788884630049.html\">Einaudi<\/a>, lucidamente consapevoli del fatto che una federazione europea avrebbe reso impossibile politiche sociali a causa degli inevitabili conflitti tra le diverse regioni del continente per la distribuzione delle risorse, in concomitanza all\u2019impossibilit\u00e0 per i singoli Stati di far uso di politiche monetarie e fiscali espansive. <a href=\"http:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/commenti-e-idee\/2017-05-03\/-urgenti-stati-uniti-d-europa-194811.shtml?uuid=AEVGteFB\">Non manca anche oggi chi, <\/a><a href=\"http:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/commenti-e-idee\/2017-05-03\/-urgenti-stati-uniti-d-europa-194811.shtml?uuid=AEVGteFB\">vagheggiando il sogno europeo, ci ricorda che questo sar\u00e0 possibile soltanto con una percentuale di spesa pubblica in rapporto al PIL<\/a><a href=\"http:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/commenti-e-idee\/2017-05-03\/-urgenti-stati-uniti-d-europa-194811.shtml?uuid=AEVGteFB\"> inferiore a quella degli Stati Uniti<\/a>, i quali a loro volta, non sono esattamente un luogo in cui sia facile portare avanti rivendicazioni sociali. Ma anche immaginando che una soluzione di raffinata ingegneria costituzionale permetta di superare questi ostacoli, un cambiamento dei trattati richiederebbe l\u2019accordo di tutti i paesi membri. 27 governi con posizioni radicali in materia di politica economica dovrebbero essere contemporaneamente al potere. Che si crei un consenso tale nello stato attuale delle cose \u00e8 impossibile anche a voler essere ottimisti, e chi ancora invita a confidarci, sembra farlo con la stessa simpatia verso le istanze sociali del Megadirettore di fantozziana memoria, che invita a discuterne finch\u00e9 non saremo tutti d\u2019accordo. Lui, comunque, pu\u00f2 permettersi di aspettare\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La linea di Senso Comune non ha dunque nulla a che vedere con le prese di posizione euroscettiche della destra, n\u00e9 ritiene auspicabile una rottura degli attuali equilibri se questo non si accompagni all\u2019adozione di quelle politiche economiche espansive che l\u2019ordinamento dell\u2019Unione europea proibisce. Siamo inoltre ben lungi dal credere che la riconquista della libert\u00e0 del tasso di cambio costituisca la panacea dei problemi di produttivit\u00e0 del sistema paese, che necessitano di una politica industriale volta alla riqualificazione del tessuto produttivo verso settori pi\u00f9 innovativi e al recupero del Mezzogiorno. Politica industriale che, \u00e8 superfluo ribadirlo, la normativa europea valuterebbe come interferenza nel meccanismo concorrenziale. Nulla abbiamo da spartire con i Salvini che attaccano l\u2019euro per poi ribadire che a creare il lavoro sono i privati e mai lo Stato, n\u00e9 con chi coltiva miti di autarchia: forme di collaborazione con i nostri vicini diverse dall\u2019Unione europea e che producono risultati positivi ce ne sono tante, senza che queste comportino cessioni di sovranit\u00e0 ad autorit\u00e0 lontane dalla legittimazione democratica. Pensiamo ad esempio all\u2019ESA, l\u2019Agenzia Spaziale Europea, o alla Corte europea dei diritti dell\u2019uomo. Allo stesso modo appoggiamo tutti i movimenti e partiti democratici che in Europa\u00a0 perseguono il nostro stesso ideale di una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta e prospera. Con loro vogliamo costruire una nuova Europa, di paesi sovrani che insieme possono collaborare allo sviluppo della propria casa comune e a un avvenire migliore per le nuove generazioni rispetto a quello che Maastricht ha consegnato alla nostra.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>fonte: <\/strong><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/luca-timponelli\/la-ue-megadirettore-galattico\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><em>http:\/\/www.senso-comune.it\/luca-timponelli\/la-ue-megadirettore-galattico\/<\/em><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Luca Timponelli) Senso Comune \u00e8 un movimento che crede nella giustizia sociale e nella collaborazione tra le nazioni per il raggiungimento di una prosperit\u00e0 comune. Ed \u00e8 proprio per questo che la nostra posizione non pu\u00f2 che essere radicalmente critica dell\u2019Unione europea e delle sue istituzioni. 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