{"id":33287,"date":"2017-07-28T09:00:04","date_gmt":"2017-07-28T07:00:04","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33287"},"modified":"2017-07-28T01:19:18","modified_gmt":"2017-07-27T23:19:18","slug":"non-chiamatela-crisi-e-una-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33287","title":{"rendered":"Non chiamatela crisi: \u00e8 una guerra"},"content":{"rendered":"<p><strong>di THOMAS FAZI<\/strong><\/p>\n<p><em>[di Thomas Fazi] Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranit\u00e0 popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione pi\u00f9 radicale.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<br \/>\n<strong>La crisi \u2013 economica, politica, sociale e istituzionale<\/strong> \u2013 che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, <strong>non inizia nel<\/strong> <strong>2008<\/strong>, e neppure nei primi anni duemila, con l\u2019introduzione dell\u2019euro, come recita la vulgata. <strong>\u00c8 una crisi che ha origini molto pi\u00f9 lontane, che risalgono almeno alla met\u00e0 degli anni Settanta<\/strong>. \u00c8 a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi.<\/p>\n<p>Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una <strong>forte presenza dello Stato nell\u2019economia<\/strong> (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un <strong>welfare<\/strong> molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (pi\u00f9 o meno in linea con la crescita della produttivit\u00e0) e l\u2019istituzionalizzazione dei <strong>sindacati<\/strong> e della <strong>concertazione<\/strong> come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.<\/p>\n<p>A livello internazionale si basava su un regime di <strong>cambi fissi<\/strong> (il cosiddetto \u201c<strong>regime di Bretton Woods<\/strong>\u201d) \u2013 sistema che ruotava sostanzialmente intorno al <strong>dollaro<\/strong> come valuta di riserva internazionale, convertibile in oro a un tasso di cambio fisso \u2013 e su un ferreo controllo dei movimenti di capitale. In base alla maggior parte dei criteri economici e sociali, il periodo keynesiano \u2013 che non a caso \u00e8 noto come il \u201c<strong>trentennio glorioso<\/strong>\u201d \u2013 pu\u00f2 essere definito un successo, avendo garantito per diversi decenni <strong>crescita economica sostenuta<\/strong>, <strong>piena occupazione<\/strong> (o quasi), <strong>salari e profitti crescenti<\/strong>, <strong>estensioni di diritti<\/strong> sociali ed economici a un numero di cittadini senza precedenti nella storia, e <strong>stabilit\u00e0 economico-finanziaria<\/strong> a livello internazionale.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, per\u00f2, come rilev\u00f2 <strong>Joan Robinson<\/strong>, fu anche un periodo caratterizzato dal <strong>mito del produttivismo<\/strong> e della <strong>crescita sfrenata<\/strong>, da <strong>uno<\/strong> <strong>sfruttamento del lavoro<\/strong> senza precedenti, dall\u2019inizio della crisi ambientale (di cui oggi subiamo le conseguenze) e da un keynesismo \u201crealmente esistente\u201d che \u2013 con poche eccezioni \u2013 si guard\u00f2 bene dal passare dal livello della produzione (quanto viene prodotto) al contenuto della stessa (cosa viene prodotto e con quali finalit\u00e0). Scriveva Robinson nel 1972:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><em>Ora che siamo tutti d\u2019accordo che la spesa pubblica pu\u00f2 mantenere l\u2019occupazione\u2026 ci siamo dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l\u2019occupazione<\/em> \u00bb\u00a0<strong>[1]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>A tal proposito, quando parliamo delle magnifiche sorti e progressive del keynesismo, val sempre la pena ricordare che esse riguardarono unicamente i paesi del \u201ccentro\u201d dell\u2019economia capitalistica; <strong>l\u2019esperienza dei paesi \u201cperiferici\u201d<\/strong> fu assai diversa, caratterizzata da <strong>guerre<\/strong>, <strong>povert\u00e0<\/strong> estrema, <strong>colpi di Stato<\/strong> e nefandezze di ogni sorta, spesso ad opera proprio dei paesi del centro, Stati Uniti in primis (basti pensare al Sud-Est asiatico o al Medio Oriente).<strong>[2]<\/strong><\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9, dunque, il modello keynesiano entra in crisi negli anni Settanta?<\/strong><\/p>\n<p>Le ragioni sono molteplici: economiche, politiche, strutturali. Dal punto di vista economico, l\u2019alta inflazione che caratterizz\u00f2 quegli anni ma soprattutto le <strong>lotte sindacali per il salario<\/strong> e per il miglioramento delle condizioni di lavoro avevano cominciato ad esercitare una crescente pressione sulle rendite e sui profitti. <strong>L\u2019Italia<\/strong> \u00e8 un caso esemplare: <strong>il ciclo di lotte<\/strong> che si apr\u00ec nell\u2019autunno del <strong>1969<\/strong> e che prosegu\u00ec, pi\u00f9 o meno ininterrottamente, sino al <strong>1973<\/strong>, fu senza eguali per intensit\u00e0 e durata dell\u2019opposizione. Questo determin\u00f2, in tutti i paesi avanzati, una riduzione senza precedenti nella storia dei redditi e dei patrimoni dell\u20191 per cento pi\u00f9 ricco della societ\u00e0 (ossia di quella che potremmo chiamare la classe dominante).<\/p>\n<p>Questo caus\u00f2 una crescente insofferenza da parte delle classi elevate nei confronti del modello keynesiano: diversi documenti, riservati e non, cominciarono a parlare apertamente della <strong>necessit\u00e0 di una reazione da parte dell\u2019establishment capitalistico<\/strong>, onde evitare di vedere annichilito il proprio potere economico e politico (si pensi per esempio al \u201c<strong>memorandum<\/strong>\u201d di <strong>Lewis Powell<\/strong> del <strong>1971<\/strong>, in cui l\u2019allora giudice della Corte Suprema statunitense invitava i capitalisti americani ad assumere un atteggiamento \u00abmolto pi\u00f9 aggressivo\u00bb in difesa del sistema della libera impresa). Reazione che, come vedremo, si manifester\u00e0 poi in quella che i due economisti francesi <strong>G\u00e9rard Dum\u00e9nil<\/strong> e <strong>Dominique L\u00e9vy<\/strong> hanno definito la \u00ab<strong>controrivoluzione neoliberista<\/strong>\u00bb.<strong>[3]<\/strong><\/p>\n<p>Sarebbe riduttivo, per\u00f2, vedere la crisi del modello keynesiano semplicemente nei termini di un processo politico di \u201c<strong>restaurazione<\/strong>\u201d \u2013 per cos\u00ec dire \u201csoggettivamente determinato\u201d \u2013 da parte delle classi dominanti; n\u00e9 si pu\u00f2 ridurre tale crisi a una semplice conseguenza dell\u2019offensiva ideologica sferrata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall\u2019\u00ab<strong>intellettuale collettivo<\/strong>\u00bb neoliberista, come sosteneva Luciano Gallino.<strong>[4]<\/strong> \u00c8 importante comprendere, anche ai fini dell\u2019analisi delle possibili vie d\u2019uscita dalla crisi attuale, che il sistema keynesiano\/socialdemocratico in quegli anni cominci\u00f2 a mostrare dei limiti strutturali oggettivi: esso si basava, infatti, su un \u201c<strong>compromesso di classe<\/strong>\u201d imperniato intorno all\u2019idea che una crescita stabile dei salari poteva coniugarsi con una crescita stabile dei profitti, e anzi ne era il presupposto necessario (secondo l\u2019assioma keynesiano secondo cui i profitti dipendono in primo luogo dalla domanda aggregata).<strong>[5] <\/strong><\/p>\n<p>E per qualche decennio cos\u00ec \u00e8 stato. Negli anni Settanta, per\u00f2, le basi di questo compromesso cominciarono a venire meno, a causa di diversi fattori: <strong>l\u2019aumento del prezzo delle materie prime<\/strong>, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttivit\u00e0 eccetera, ma soprattutto, come detto, il diffondersi di <strong>richieste sindacali sempre pi\u00f9 radicali<\/strong>.<\/p>\n<p>Come ricorda <strong>Riccardo Bellofiore<\/strong>, economista all\u2019Universit\u00e0 di Bergamo:<\/p>\n<blockquote><p><em>Le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non si limitavano alla richiesta di maggiore salario, orari pi\u00f9 corti, minore pressione sul lavoro. Ad essere messi in questione erano <strong>l\u2019insieme del comando padronale sulla produzione<\/strong>, <strong>le forme dell\u2019organizzazione del lavoro<\/strong> e della <strong>struttura tecnica della produzione, la stessa \u201cdisciplina di fabbrica<\/strong><\/em>\u201d\u00bb.<strong>[6] <\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Tutto ci\u00f2 minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (in primis, ovviamente, <strong>la possibilit\u00e0 dell\u2019accumulazione capitalistica<\/strong>); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.<\/p>\n<p>Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, esso non poteva che risolversi a favore dell\u2019una o dell\u2019altra parte: <em>a favore del capitale<\/em> (per mezzo di una <strong>riduzione dei salari<\/strong> e pi\u00f9 in generale del potere dei sindacati) o <em>a favore dei lavoratori<\/em>, per mezzo di quella graduale \u201c<strong>socializzazione degli investimenti<\/strong>\u201d \u2013 finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell\u2019investimento alla logica del profitto, all\u2019interno di una regolamentazione complessiva dell\u2019investimento privato \u2013 che lo stesso <strong>Keynes<\/strong> indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come \u201cvia lenta\u201d alla societ\u00e0 ideale (postcapitalistica?) immaginata dall\u2019economista britannico nel suo celebre saggio \u201c<em>Prospettive economiche per i nostri nipoti<\/em>\u201d, idea poi ripresa in chiave pi\u00f9 radicale da <strong>Hyman Minsky<\/strong> negli anni Settanta.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista <strong><em>o non cap\u00ec<\/em> <\/strong>ci\u00f2 che stava avvenendo \u2013 diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo<strong>[7]<\/strong> piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che invest\u00ec il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico \u2013 <strong><em>o non ebbe il coraggio<\/em> <\/strong>di mettere seriamente in discussione i \u201cfondamentali\u201d del sistema.<\/p>\n<p>I<strong>l caso del Partito Comunista Italiano (PCI) \u00e8 emblematico<\/strong>. Come scrive <strong>Sergio Cesaratto<\/strong> nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era<\/p>\n<blockquote><p><em>costantemente ossessionato dall\u2019esistenza di \u201c<strong>interessi generali<\/strong>\u201d (<strong>inter-classisti<\/strong> per cos\u00ec dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio sovversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale\u2026 L\u2019ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale<\/em>\u00bb.<strong>[8] <\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull\u2019Italia (come su altri paesi) affinch\u00e9 non uscisse dai binari del patto atlantico.<\/p>\n<p>Il risultato \u2013 drammatico \u2013 fu che <strong>la sinistra europea<\/strong>, avendo accettato l\u2019impossibilit\u00e0 di una svolta nella direzione di un \u201criformismo radicale\u201d, nell\u2019accezione minskyana del termine, <strong>fin\u00ec di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo<\/strong>. Non a caso in numerosi paesi la sinistra anticip\u00f2 la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare \u201cmorto\u201d il keynesismo fu quello laburista inglese di <strong>James Callaghan<\/strong>, che nel <strong>1976<\/strong> \u2013 ben tre anni prima dell\u2019elezione di Margaret Thatcher \u2013 giustific\u00f2 nella seguente maniera la scelta di accettare <strong>un prestito<\/strong> molto oneroso da parte del <strong>Fondo monetario internazionale<\/strong> in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare <strong>un rigido programma di austerit\u00e0<\/strong>:<\/p>\n<blockquote><p><em>Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, <strong>ecco<\/strong>: <strong>quel mondo accogliente se n\u2019\u00e8 andato per sempre<\/strong>\u2026 Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste pi\u00f9, e che nella misura in cui \u00e8 mai esistita, ha avuto solo l\u2019effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell\u2019economia<\/em>\u00bb.<strong>[9]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Un altro esempio clamoroso \u00e8 ovviamente quello di <strong>Fran\u00e7ois Mitterrand<\/strong>, che nel <strong>1983<\/strong> \u2013 due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista \u2013 fece <strong>inversione a U<\/strong> e adott\u00f2 <strong>un drastico programma neoliberista <\/strong>di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale. \u00c8 interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro \u201c<strong>svolta neoliberista<\/strong>\u201d a grandi linee allo stesso modo: facendo appello alla <strong>logica del vincolo esterno<\/strong>. Ossia, affermando che la \u201c<strong>logica inesorabile<\/strong>\u201d <strong>della mondializzazione<\/strong> (in particolare la natura sempre pi\u00f9 globale dei flussi finanziari) rendeva pressoch\u00e9 impossibile qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista\/redistributivo), poich\u00e9 in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, e via dicendo.<\/p>\n<p>In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la met\u00e0 degli anni Settanta e l\u2019inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo <strong>globalizzazione<\/strong>, e il contestuale <strong>svuotamento delle sovranit\u00e0 nazionali<\/strong> in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernit\u00e0. Come dichiar\u00f2 Mitterrand all\u2019epoca:<\/p>\n<blockquote><p><em>La sovranit\u00e0 nazionale non significa pi\u00f9 granch\u00e9 e non ha pi\u00f9 molto spazio nell\u2019economia mondiale moderna<\/em>\u00bb.<strong>[10]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come notano <strong>Aldo Barba<\/strong> e <strong>Massimo Pivetti<\/strong>, per\u00f2, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente sub\u00ecto l\u2019accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell\u2019ultimo trentennio; al contrario, <strong>la sinistra <\/strong><\/p>\n<blockquote><p><em><strong>ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito\u00bb questa transizione<\/strong>, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi\u00bb\u00a0<\/em><strong>[11]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Ma la crisi del modello keynesiano non riguard\u00f2 solo la sfera economica e distributiva; essa invest\u00ec appieno anche <strong>la sfera politico-istituzionale<\/strong>. La piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici avevano infatti determinato una progressiva fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo (studenti, femministe, minoranze eccetera), e una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico: gruppi sempre pi\u00f9 numerosi di persone iniziarono a rivendicare non solo un ampliamento della democrazia ma addirittura un superamento dell\u2019ordine capitalistico costituito. In un certo senso, si stava realizzando quello che il noto economista polacco <strong>Michal Kalecki<\/strong> aveva preconizzato negli anni Quaranta nel suo famoso saggio intitolato \u201c<em>Aspetti politici del pieno impiego<\/em>\u201d:<\/p>\n<p><strong>I<\/strong>l mantenimento del pieno impiego porterebbe a trasformazioni politiche e sociali che darebbero nuova forza all\u2019opposizione dei \u201c<strong>capitani d\u2019industria<\/strong>\u201d. Infatti, <strong>in un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare<\/strong>. La posizione sociale del \u201cprincipale\u201d sarebbe scossa, si accrescerebbe la sicurezza di s\u00e9 e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario pi\u00f9 alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. \u00c8 vero che i profitti sarebbero pi\u00f9 elevati in un regime di pieno impiego [e qui Kalecki si sbagliava]\u2026<\/p>\n<p>Ma la \u201cdisciplina nelle fabbriche\u201d e la \u201cstabilit\u00e0 politica\u201d sono pi\u00f9 importanti per i capitalisti dei profitti correnti.<strong>[12]<\/strong>\u00a0In sostanza, le classi politiche dell\u2019epoca, vista la situazione, si trovarono di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringere la concessione di tali diritti attraverso \u00abuna graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi\u00bb, <strong>e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici da mediatori del conflitto di classe a \u201cdisciplinatori\u201d delle classi subalterne.[13]<\/strong><\/p>\n<p>Tutto questo fu ulteriormente complicato dalla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, nel 1971. A quel punto, dopo una serie di tentativi fallimentari di resuscitare il vecchio regime di cambi fissi, si pass\u00f2 ad un sistema di \u201c<strong>fluttuazione sporca<\/strong>\u201d: sarebbe a dire, un sistema in cui i governi continuarono ad intervenire sul mercato dei cambi per sostenere le loro valute.<\/p>\n<p>La fine del regime di Bretton Woods fu di grande importanza anche perch\u00e9 inaugur\u00f2 il passaggio da un regime monetario in cui la quantit\u00e0 di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantit\u00e0 di riserve auree possedute dallo Stato in questione a un regime monetario cosiddetto \u201c<strong>fiat<\/strong>\u201d (dal latino \u00abcos\u00ec sia\u00bb) \u2013 tuttora in vigore \u2013 in cui le valute non sono pi\u00f9 coperte da riserve di altri materiali (come l\u2019oro) e dunque non hanno pi\u00f9 un limite teorico di emissione. Se da un lato la fine dell\u2019aggancio con l\u2019oro e con il dollaro offriva teoricamente ai governi maggiore libert\u00e0 nel gestire le politiche monetarie e fiscali, dall\u2019altro, anche <strong>a causa della contestuale liberalizzazione dei movimenti di capitale<\/strong>, gener\u00f2 una notevole <strong>instabilit\u00e0 sul mercato dei cambi<\/strong>.<\/p>\n<p>Tale instabilit\u00e0 fu ulteriormente esacerbata dalla <strong>crisi petrolifera del 1973<\/strong>, che fece schizzare alle stelle <strong>l\u2019inflazione<\/strong> in tutti i paesi occidentali. Per le \u00e9lite si rivel\u00f2 una manna dal cielo: gli alti livelli di inflazione di quegli anni, infatti, e la concomitante stagnazione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva \u2013 da cui il termine stagflazione \u2013 fornirono loro il pretesto ideale per sferrare <strong>il primo attacco decisivo al modello macroeconomico keynesiano<\/strong>, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l\u2019inizio degli anni Ottanta.<\/p>\n<p>Fu un attacco che si dipan\u00f2 su pi\u00f9 fronti: sul fronte economico-distributivo si caratterizz\u00f2 per una progressiva <strong>riduzione dei salari<\/strong> e pi\u00f9 in generale del potere di contrattazione dei sindacati, operazione che politicamente fu \u201clegittimata\u201d da un lato addossando interamente ai sindacati (e all\u2019\u201ceccesiva\u201d spesa pubblica)<strong> la<\/strong> <strong>responsabilit\u00e0 della spirale prezzi-salari<\/strong> (e minimizzando il contributo del rincaro dei prezzi delle materie prime e del petrolio alla spirale inflazionistica); dall\u2019altro evocando ossessivamente il cosiddetto \u201c<strong>vincolo esterno<\/strong>\u201d, ossia l\u2019idea che i salari eccessivi impedissero il necessario aggiustamento delle partite correnti dei paesi in deficit (come era per esempio l\u2019Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento passasse necessariamente per una riduzione del salario reale; solo cos\u00ec si sarebbe sconfitta l\u2019inflazione e si sarebbe ottenuta nuovamente la piena occupazione.<\/p>\n<p><strong>Inutile dire che si trattava di un\u2019interpretazione dei fatti estremamente ideologica<\/strong> e piuttosto infondata sul piano teorico ma che tuttavia ebbe una forte presa sulla societ\u00e0 e sulle classi politiche e intellettuali dell\u2019epoca, ivi incluse quelle di sinistra, che \u2013 ree anche la crisi della teoria economica neokeynesiana (che poco o nulla aveva a che vedere con le teorie originarie di Keynes) e l\u2019emergere dell\u2019ideologia monetarista, la quale affermava che l\u2019unica maniera per rompere la spirale inflazionistica consisteva per lo Stato nel rinunciare all\u2019obiettivo della piena occupazione e all\u2019uso di politiche monetarie, fiscali e salariali finalizzate a tale scopo, lasciando che il mercato si adagiasse verso il \u201ctasso naturale di disoccupazione\u201d \u2013 marginalizzarono qualunque strategia di gestione eterodossa del vincolo esterno, come quella avanzata da <strong>Tony Benn<\/strong> nel Regno Unito, dalla sinistra del Partito Socialista in Francia e da economisti quali <strong>Federico Caff\u00e8<\/strong> in Italia.<\/p>\n<p>A tal proposito, uno dei dibattiti pi\u00f9 influenti ebbe luogo verso la fine degli anni Settanta proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel per l\u2019economia <strong>Franco Modigliani<\/strong> \u2013 che proponeva <strong>la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all\u2019inflazione<\/strong> (conosciuto come \u201c<strong>scala mobile<\/strong>\u201d) e una <strong>riduzione generalizzata dei salari<\/strong> \u2013 e diversi economisti eterodossi vicini al PCI.<strong>[14]<\/strong> In quell\u2019occasione il <strong>PCI<\/strong>, per mezzo del suo Centro Studi di Politica Economica (<strong>CESPE<\/strong>), fin\u00ec per sposare in toto le tesi monetariste\/neoliberiste di Modigliani.\u00a0Come scrive lo storico <strong>Guido Liguori<\/strong>, a iniziare dagli anni Settanta parti importanti del partito<\/p>\n<blockquote><p><em>erano andate mutando molecolarmente la propria cultura politica e abbracciavano ormai punti di vista e culture politiche diverse. Erano divenuti parte (subalterna) di un diverso sistema egemonico<\/em>\u00bb.<strong>[15] <\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Il risultato \u2013 scrive <strong>Francesco Cattabrini<\/strong>, autore di un ottimo studio sul tema \u2013<\/p>\n<blockquote><p>f<em>u di attribuire al costo del lavoro la principale responsabilit\u00e0 in termini di crescita dell\u2019inflazione e compressione dei profitti, permettendo politiche di compressione del salario e di miglioramento della profittabilit\u00e0<\/em>\u00bb.<strong>[16] <\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta \u201ceconomica\u201d il primo passo verso la svolta \u201cpolitica\u201d che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.<strong>[17]<\/strong><\/p>\n<p>Ovviamente questo processo di compressione salariale si intensific\u00f2 poi \u2013 in Italia e altrove \u2013 negli anni Ottanta e Novanta con la globalizzazione dei processi di produzione (corso che, \u00e8 bene ricordarlo, non fu \u201csub\u00ecto\u201d dagli Stati ma al contrario fu attivamente sostenuto da questi ultimi, proprio al fine di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori). \u00c8 sempre in questo periodo che si posero le basi per <strong>la crisi finanziaria<\/strong> del <strong>2007-2009<\/strong>: l<em>a crescente erosione dei salari e del potere d\u2019acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali, infatti, fu \u201c<strong>compensata<\/strong>\u201d dall\u2019aumento esponenziale dell\u2019<strong>indebitamento privato<\/strong><\/em>, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di \u00ab<strong>keynesismo privatizzato<\/strong>\u00bb.<strong>[18]<\/strong> In sostanza le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito\/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni Settanta in poi. Questo \u00e8 avvenuto in maniera particolarmente evidente negli USA ma anche in diversi paesi europei.<\/p>\n<p>L\u2019altro fronte della guerra al \u201c<strong>contratto sociale<\/strong>\u201d keynesiano fu quello <strong>politico-istituzionale<\/strong>: sostanzialmente fu attuato quello che un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato <strong>The Crisis of Democracy<\/strong>, redatto dalla Trilateral Commission \u2013 uno dei think tank allora pi\u00f9 influenti in ambito euro-atlantico \u2013 aveva indicato come soluzione alla \u201ccrisi della rappresentanza\u201d. Soluzione che passava non solo attraverso la riduzione del potere sindacale, come gi\u00e0 detto, ma anche attraverso <strong>una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica<\/strong>. I due livelli \u2013 quello economico e quello politico \u2013 sono ovviamente strettamente collegati.<\/p>\n<p>Come scrive <strong>Alessandro Somma,<\/strong> professore di diritto all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Ferrara, infatti, \u00e8 chiaro<\/p>\n<blockquote><p><em>come la restrizione del perimetro affidato alla democrazia sia una funzione dell\u2019estensione di quello rivendicato, o meglio invaso, dal <strong>mercato<\/strong>\u2026 <strong>La politica, oltre alla democrazia, deve evaporare per lasciare spazio alla tecnocrazia<\/strong>, alla mera amministrazione di un esistente indiscutibile e immobile, come \u00e8 l\u2019orizzonte del mercato concorrenziale<\/em>\u00bb.<strong>[19]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo obiettivo fu raggiunto attraverso una progressiva \u201c<strong>depoliticizzazione<\/strong>\u201d del processo decisionale: ossia attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, e una contestuale riduzione degli strumenti di intervento di carattere monetario e fiscale dei singoli Stati nazionali. In particolare, questo fu ottenuto:<\/p>\n<p><strong>(a)<\/strong> riducendo sensibilmente il potere dei parlamenti rispetto a quello degli esecutivi (per esempio attraverso il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari) in nome di una non meglio definita &#8216;<strong>governabilit\u00e0&#8217;<\/strong>;<\/p>\n<p><strong> (b)<\/strong> recidendo il legame tra autorit\u00e0 monetarie e autorit\u00e0 politiche, attraverso l\u2019istituzionalizzazione del <strong>principio dell\u2019indipendenza della banca centrale<\/strong>, al fine (neanche troppo nascosto) di asservire gli Stati alla cosiddetta \u201c<strong>disciplina dei mercati<\/strong>\u201d (giacch\u00e9, per dirla brevemente, uno Stato che non controlla la propria banca centrale non \u00e8 in grado di controllare i tassi di interesse); nel caso dell\u2019Italia, come \u00e8 noto, questo avvenne col famoso \u201c<strong>divorzio<\/strong>\u201d tra Banca d\u2019Italia e Tesoro del 1981;<strong>[20]<\/strong><\/p>\n<p><strong> (c)<\/strong> formalizzando<strong> il vincolo esterno<\/strong> attraverso la ri-adozione di <strong>cambi fissi<\/strong> (<strong>in Europa<\/strong>);<\/p>\n<p><strong>(d)<\/strong> infine, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra Stati portatori di istanze politiche differenti, <strong>trasferendo sempre pi\u00f9 prerogative a istituzioni e organismi sovranazionali (come per esempio l\u2019Organizzazione mondiale del commercio a livello internazionale<\/strong>). Tra le diverse finalit\u00e0 di questo processo di depoliticizzazione possiamo annoverare anche \u2013 e forse soprattutto \u2013 quella di offrire alle autorit\u00e0 politiche nazionali organismi o presunti \u201cfattori oggettivi\u201d \u2013 o vincoli esterni, appunto \u2013 su cui scaricare la responsabilit\u00e0 di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.<\/p>\n<p>Di conseguenza <strong>i regimi di democrazia partecipativa<\/strong> nati dalle ceneri della seconda guerra mondiale hanno progressivamente lasciato il posto a regimi di <strong>democrazia deliberativa<\/strong>. La differenza tra i due \u00e8 ben spiegata da <strong>Alessandro Somma<\/strong>:<\/p>\n<blockquote><p><em><strong>La democrazia partecipativa<\/strong>, tipicamente intrecciata con la <strong>sovranit\u00e0 statuale<\/strong>, indica la possibilit\u00e0 degli individui di incidere sulle decisioni collettive: possibilit\u00e0 effettiva, assicurata dal funzionamento del principio di parit\u00e0 in senso sostanziale, che la Costituzione italiana reputa non a caso un presupposto fondamentale per \u201cl\u2019effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all\u2019organizzazione politica, economica e sociale del paese\u201d (art. 3). Diverso \u00e8 il caso della <strong>democrazia deliberativa<\/strong>, che coinvolge tutti i potenziali interessati dalla decisione da assumere, i cosiddetti stakeholders, offrendo per\u00f2 loro solo la mera possibilit\u00e0 formale di prendere parte alle decisioni: senza considerazione per l\u2019effettiva possibilit\u00e0 di incidere sul loro contenuto<\/em>\u00bb.[<strong>21]<\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>L\u2019Europa \u00e8 ovviamente il continente in cui questo processo si \u00e8 esplicitato in maniera pi\u00f9 radicale. Come afferma <strong>Peter Mair<\/strong> in <em>Governare il vuoto<\/em>. La fine della democrazia dei partiti,<strong>[22]<\/strong> il ridimensionamento della democrazia popolare, condizione necessaria per il ridimensionamento del movimento operaio, pu\u00f2 essere considerata la raison d\u2019\u00eatre di tutto l\u2019esperimento europeo, il cui ultimo stadio inizia con la creazione del sistema di \u201c<strong>cambi convergenti<\/strong>\u201d del Sistema monetario europeo (<strong>SME<\/strong>), nel <strong>1979<\/strong>, fino ad arrivare all\u2019introduzione dell\u2019<strong>euro<\/strong> nei primi anni <strong>2000<\/strong>. L\u2019Italia \u00e8 la perfetta cartina di tornasole di questo processo. Come ha ricordato di recente <strong>Joseph Halevi<\/strong>, l\u2019Italia fu il paese pi\u00f9 danneggiato dall\u2019adesione allo SME, che comport\u00f2 una rivalutazione del tasso di cambio reale molto significativa, che ebbe tutta una serie di conseguenze estremamente deleterie per il paese: in primis, l\u2019apparizione di un deficit estero strutturale.<strong>[23]<\/strong><\/p>\n<p>Alla luce di ci\u00f2, verrebbe da chiedersi perch\u00e9 i nostri dirigenti insistettero tanto per entrare nello SME. Una possibile spiegazione ce la fornisce nientedimeno che <strong>Giorgio Napolitano<\/strong>, che al tempo, in veste di deputato del <strong>PCI<\/strong>, cap\u00ec bene che:<\/p>\n<blockquote><p><em>l<strong>a disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo<\/strong>\u00bb <\/em><\/p><\/blockquote>\n<p><em>significava non accomodare pi\u00f9 il conflitto distributivo e addossare alle richieste salariali la responsabilit\u00e0 della perdita di competitivit\u00e0 del paese<\/em>.<strong>[24]<\/strong><\/p>\n<p>La creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semi-fisso, avrebbe insomma facilitato una maggiore flessibilit\u00e0 verso il basso dei salari. E cos\u00ec \u00e8 stato.<\/p>\n<p>Questa chiave interpretativa \u00e8 applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell\u2019Eurosistema: dall\u2019<strong>Atto unico<\/strong> del <strong>1986<\/strong> \u2013 in cui furono formalizzate <em>le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali<\/em>, attraverso la normativa sugli aiuti di Stato \u2013 fino al <strong>Trattato di Maastricht<\/strong> del <strong>1992<\/strong>, che fiss\u00f2 i termini cui subordinare la fase finale dell\u2019unione monetaria, dall\u2019<em>indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali<\/em>, alla <em>flessibilizzazione del lavoro<\/em>, ai <em>limiti al deficit e al debito pubblico<\/em>. Limiti che sono stati successivamente inaspriti, prima col patto di stabilit\u00e0 e crescita del 1997 e poi col <strong>fiscal compact<\/strong> del <strong>2012<\/strong>, che prevedeva addirittura l\u2019integrazione di una norma sull\u2019obbligo del pareggio\/surplus di bilancio negli ordinamenti nazionali (o ancor meglio nelle Costituzioni) degli Stati membri.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio sul fronte dell\u2019integrazione economica e valutaria europea che la subalternit\u00e0 della sinistra al neoliberismo si \u00e8 manifestata nella maniera pi\u00f9 dirompente. Come \u00e8 noto, il principale fautore dell\u2019euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: <strong>Jacques Delors<\/strong>. E non poteva essere altrimenti:<em> avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra \u2013 anche per continuare a giustificare la propria esistenza \u2013 introiett\u00f2 l\u2019idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo<\/em>. Cambiamento che per\u00f2 non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.<\/p>\n<p>La stessa chiave interpretativa permette infine di capire anche ci\u00f2 che \u00e8 successo in seguito al 2010, quando ad una crisi di domanda di portata enorme si \u00e8 scelto di rispondere \u2013 in barba ai pi\u00f9 elementari princ\u00ecpi macroeconomici \u2013 con una \u201c<strong>cura letale\u201d a base di austerit\u00e0 fiscale<\/strong>, <strong>deflazione salariale<\/strong> e <strong>riforme strutturali<\/strong>, i cui devastanti effetti economici e sociali erano facilmente prevedibili (ed erano infatti stati ampiamente previsti e preannunciati). Secondo la chiave di lettura qui suggerita possiamo dunque ipotizzare che l\u2019obiettivo principale di tali politiche non fosse (e non sia) realmente il \u201cconsolidamento fiscale\u201d o una maggiore \u201ccompetitivit\u00e0\u201d, <strong>ma piuttosto il definitivo rovesciamento del compromesso keynesiano, portando cos\u00ec a compimento quel processo iniziato all\u2019incirca quarant\u2019anni fa<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><strong>[1]<\/strong> L\u2019articolo di <strong>J. Robinson<\/strong>, \u201cThe Second Crisis of Economic Theory\u201d (1972), \u00e8 citato in R. Bellofiore, \u201cLa socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes\u201d, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl\/5wx46J.<\/p>\n<p><strong>[2]<\/strong> Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all\u2019estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di <strong>W. Blum<\/strong>, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.<\/p>\n<p><strong>[3]<\/strong> <strong>G. Dum\u00e9nil e D. L\u00e9vy<\/strong>, \u201cThe Neoliberal (Counter-)Revolution\u201d, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.<\/p>\n<p><strong>[4]<\/strong> <strong>L. Gallino<\/strong>, \u201cLa lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo\u201d, la Repubblica, 27\/7\/2015.<\/p>\n<p><strong>[5]<\/strong> Su questo punto si veda <strong>A. Przeworski e M. Wallerstein,<\/strong> \u201cDemocratic Capitalism at the Crossroads\u201d, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl\/icoH68.<\/p>\n<p><strong>[6]<\/strong> <strong>R. Bellofiore<\/strong>, \u201cI lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale\u201d, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L\u2019Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.<\/p>\n<p><strong>[7]<\/strong> Si pensi per esempio ad <strong>Anthony Crosland<\/strong>, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.<\/p>\n<p><strong>[8]<\/strong> <strong>S. Cesaratto<\/strong>, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi pi\u00f9 lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.<\/p>\n<p><strong>[9]<\/strong> Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.<\/p>\n<p><strong>[10]<\/strong> <strong>J. Ardagh<\/strong>, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.<\/p>\n<p><strong>[11]<\/strong> <strong>A. Barba e M. Pivetti<\/strong>, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.<\/p>\n<p><strong>[12]<\/strong> <strong>M. Kalecki<\/strong>, \u201cAspetti politici del pieno impiego\u201d, Sulla dinamica dell\u2019economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.<\/p>\n<p><strong>[13] G. Bracci<\/strong>, \u201cUn \u2018no\u2019 contro la post-democrazia\u201d, Eunews, 10\/12\/2016, goo.gl\/wAlrnn.<\/p>\n<p><strong>[14]<\/strong> Si veda il paper di <strong>F. Cattabrini<\/strong>, \u201cFranco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)\u201d, History of Economic Thought and Policy, n. 1\/2012.<\/p>\n<p><strong>[15] G. Liguori<\/strong>, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.<\/p>\n<p><strong>[16] F. Cattabrini<\/strong>, op. cit.<\/p>\n<p><strong>[17]<\/strong> Tra questi <strong>Augusto Graziani<\/strong>, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI \u00e8 ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, \u201cConflittualismo versus compatibilismo\u201d, Il pensiero economico italiano, n. 2\/2008.<\/p>\n<p><strong>[18] R. Bellofiore e J. Halevi,<\/strong> \u201cLa Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica\u201d, relazione al convegno \u201cLa crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica\u201d, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl\/6PFQJm.<\/p>\n<p><strong>[19] A. Somma<\/strong>, \u201cGovernare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della societ\u00e0\u201d, MicroMega, 29\/7\/2016.<\/p>\n<p><strong>[20]<\/strong> Il cosiddetto \u201cdivorzio\u201d fra Tesoro e Banca d\u2019Italia si consum\u00f2 nel 1981, quando l\u2019allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d\u2019Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all\u2019obbligo da parte della Banca d\u2019Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.<\/p>\n<p><strong>[21]<\/strong> <strong>A. Somma,<\/strong> op. cit.<\/p>\n<p><strong>[22] P. Mair<\/strong>, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.<\/p>\n<p><strong>[23] J. Halevi<\/strong>, \u201cEuropa e \u2018mezzogiorni\u2019\u201d\u00bb, PalermoGrad, 21\/4\/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl\/TfHmJa.<\/p>\n<p><strong>[24]<\/strong> Il discorso di <strong>G. Napolitano<\/strong> \u00e8 consultabile al seguente indirizzo:<strong> goo.gl\/ioaMJy<\/strong>. Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individu\u00f2 con sorprendente lucidit\u00e0 i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: \u00ab<em>Quest\u2019area monetaria rischia oggi di configurarsi come un\u2019area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilit\u00e0 del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell\u2019occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l\u2019obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo pi\u00f9 rapido della domanda interna<\/em>\u00bb. L\u2019intervento di <strong>L. Spaventa<\/strong> \u00e8 consultabile al seguente indirizzo: <strong>goo.gl\/CLHFL6.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.eunews.it\/2017\/07\/26\/non-chiamatela-crisi-e-una-guerra\/90929\">http:\/\/www.eunews.it\/2017\/07\/26\/non-chiamatela-crisi-e-una-guerra\/90929<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di THOMAS FAZI [di Thomas Fazi] Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranit\u00e0 popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione pi\u00f9 radicale. &nbsp; La crisi \u2013 economica, politica, sociale e istituzionale \u2013 che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l\u2019introduzione dell\u2019euro, come recita la vulgata. \u00c8 una&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":17946,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/thomas-fazi-1.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-8ET","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/33287"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=33287"}],"version-history":[{"count":17,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/33287\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":33313,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/33287\/revisions\/33313"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/17946"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=33287"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=33287"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=33287"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}