{"id":33326,"date":"2017-07-29T09:54:39","date_gmt":"2017-07-29T07:54:39","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33326"},"modified":"2017-07-30T00:34:12","modified_gmt":"2017-07-29T22:34:12","slug":"perche-non-e-riuscita-la-rivoluzione-in-occidente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=33326","title":{"rendered":"Perch\u00e9 non \u00e8 riuscita la rivoluzione in occidente"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>ALDOGIANNULI.IT (Martino Iniziato)<\/strong><\/p>\n<p>Sul piano storico cento anni non sono un tempo troppo lungo, ma sono pi\u00f9 che sufficienti per valutare l\u2019efficacia di una strategia di lungo periodo. Il leninismo fu una strategia che puntava alla rivoluzione mondiale e, anche se credeva ad una rapida espansione nei paesi avanzati dell\u2019Europa continentale, scontava l\u2019idea che per compiersi in tutto il mondo (o quasi) richiedesse un periodo ben pi\u00f9 lungo. E, nella strategia leninista, il progetto rivoluzionario coincideva con la vittoria di un moto insurrezionale o, comunque, con un abbattimento violento del regime capitalistico. Lenin aveva come modello di rivoluzione quelle borghesi di Olanda, Inghilterra, America e, soprattutto. Francia. E per i Pc prima e la sinistra radicale di marca leninista dopo, la rivoluzione ha continuato ad essere il miraggio di una qualche forma insurrezionale, magari passando per forma di guerriglia urbana o per un intreccio di essa con le lotte sociali.<\/p>\n<p><span id=\"more-9086\"><\/span><br \/>\nIl risultato paradossale \u00e8 stato che questo progetto di rivoluzione mondiale ha avuto successo nei paesi che si immaginavano pi\u00f9 lontani dall\u2019obiettivo (Cina, Vietnam, Cuba, Corea), ma in nessuno dei paesi che si immaginavano pi\u00f9 pronti. E cento anni sono sufficienti a stabilire che quella strategia \u00e8 stata perdente e senza appello. Anzi, ogni ondata successiva alla congiuntura del \u201cbiennio rosso\u201d \u00e8 stata pi\u00f9 debole, sotto il profilo rivoluzionario. Anzi, va detto che dal 1848 in poi, nessuna insurrezione ha mai vinto nei paesi di Europa, America del Nord , Giappone ed Australia.<\/p>\n<p>Dunque, una visione prospettica di lungo periodo si impone per cercare di comprendere il perch\u00e9 di questo esito.<br \/>\nPartiamo da un dato storico inoppugnabile: in nessuno dei 4 paesi di modernizzazione classica (Olanda, Inghilterra, Francia, Usa) si \u00e8 verificata alcuna rivoluzione vincente dopo quella di fondazione. Per cui non ci sono state n\u00e9 rivoluzioni socialiste n\u00e9 regimi fascisti. Peraltro, anche nel biennio rosso, la spinta rivoluzionaria in questi paesi \u00e8 stata molto pi\u00f9 debole di quella di altri paesi (Ungheria, Italia, Germania, dove, dopo la sconfitta dei movimenti socialisti, si sono imposti regimi fascisti). Il che fa pensare ad una particolare stabilit\u00e0 dei sistemi politici di \u201cmodernizzazione classica\u201d. E la cosa \u00e8 confermata anche dall\u2019esito delle due successive ondate della Resistenza e del sessantotto cui dedichiamo qualche rapida riflessione.<\/p>\n<p>La Resistenza ebbe una intensit\u00e0 molto differente nei vari paesi occupati dai nazisti. Sul piano della partecipazione popolare (e di conseguenza dell\u2019efficacia militare) essa ebbe forte peso in Russia, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Albania, Grecia, ebbe dimensioni ragguardevoli in Italia, fu minoritaria e militarmente inconsistente in Francia, ma ebbe peso poco pi\u00f9 che simbolico in Olanda, Belgio, Norvegia, Danimarca e quasi inesistente in Germania ed in Austria. Il che significa sostanzialmente che ebbe peso notevole nei paesi dell\u2019Europa orientale che (con l\u2019eccezione della Cecoslovacchia e, in parte, della Polonia) non erano affatto paesi industrializzati o modernizzati. In ogni caso, non erano affatto fra i paesi pi\u00f9 avanzati. La vittoria di regimi \u201cpopolari\u201d in quei paesi (salvo che in Grecia, dove non giunse l\u2019Armata Rossa e ci fu una repressione sanguinosissima da parte monarchica appoggiata dagli inglesi) fu determinata dall\u2019arrivo della Armata Rossa. Unici paesi in cui la rivoluzione vinse da sola e produsse regimi di tipo \u201csocialista\u201d furono Jugoslavia ed Albania cio\u00e8 paesi a dominante contadina fra i pi\u00f9 arretrati d\u2019Europa.<\/p>\n<p>Vice versa in nessuno dei paesi occidentali, con l\u2019eccezione dell\u2019Italia, la Resistenza ebbe un peso politico-militare significativo. Il che ha fatto nascere il mito della Resistenza come rivoluzione tradita che non ha riscontro in tutti gli altri paesi dell\u2019Europa occidentale. Ma \u00e8 un mito fondato? Come tutti i miti, anche questo si \u00e8 formato intorno ad un nucleo di verit\u00e0, per poi evolvere in un immaginario complessivamente suggestivo ed ingannevole. Di vero c\u2019\u00e8 che la Resistenza ebbe un consenso di massa (anche se non maggioritario) nelle regioni settentrionali e che le formazioni pi\u00f9 numerose furono le Garibaldi che erano a maggioranza comunista per cui avrebbero visto come sbocco naturale una rivoluzione di classe, e adesse potremmo aggiungere alcune brigate Matteotti (socialiste o anarchiche) ed altre di Giustizia e Libert\u00e0 (ma spesso orientate verso altro tipo di rivoluzione).<\/p>\n<p>Di contro, dobbiamo considerare che nel sud la Resistenza non c\u2019\u00e8 stata (anche se non mancarono isolati movimenti di rivolta) ed anche nel nord c\u2019\u00e8 stata una massiccia \u201czona grigia\u201d estranea alla Resistenza e gli stessi ranghi della Resistenza ce ne erano di non orientati ad una rivoluzione socialista (militari, fiamme verdi, parte dello stesso partito socialista e delle brigate Gl).<\/p>\n<p>La componente \u201cdi classe \u201cera maggioritaria nella Reistenza ma non esclusiva, ma la Resistenza tutta era minoranza nel nord e con limitate simpatie nel sud.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 queste considerazioni dovrebbero avvertire circa la debole eventualit\u00e0 che la Resistenza potesse evolvere in rivoluzione socialista, anche se \u00e8 vero che \u00e8 proprio delle rivoluzioni espandere rapidamente la loro base di consenso, conquistando in breve tempo indifferenti, tiepidi e persino avversari. Ma, a rendere assai poco probabile una dinamica del genere era la situazione specifica seguita alla fine della guerra: la stanchezza popolare -dopo cinque anni di bombardamenti, battaglie e stragi- non lasciava presagire un\u2019ampia partecipazione ad un moto insurrezionale che, per di pi\u00f9, avrebbe dovuto vedersela con i massicci eserciti di invasione potentemente armati, oltre che con i residui eserciti regio e di Sal\u00f2. Una vittoria militare in quelle condizioni non sarebbe parsa molto credibile e questo agiva come potente depressore degli umori rivoluzionari. Anche se il Pci concesse troppo ai partner moderati ed avrebbe potuto ottenere di pi\u00f9 di quel che ottenne, aver evitato un esito di tipo greco fu una scelta politicamente realistica che torna a merito soprattutto di Togliatti.<br \/>\nPer quanto riguarda il sessantotto, va detto subito che, in realt\u00e0, l\u2019idea che si trattasse di un secondo \u201cBiennio rosso\u201d ha a che fare pi\u00f9 con l\u2019immaginario del movimento degli studenti, che con una realistica analisi politica. E\u2019 vero che in Italia (ed in misura inferiore in Francia) ci furono forti movimenti operai non riducibili solo alla dimensione rivendicativa, che avanzavano una richiesta di maggior partecipazione, ma, nel complesso, la stragrande maggioranza del movimento operaio non si orient\u00f2 in senso rivoluzionario e, per la verit\u00e0, non ci fu alcun credibile episodio insurrezionale. N\u00e9 le cose migliorarono con la scia del \u201cpartito armato\u201d che sogn\u00f2 si poter suscitare quella fiammata insurrezionale, che era mancata, con le tecniche della guerriglia urbana mutuate dal Sud America. Per inciso: esse non ebbero successo neppure in quei paesi dove, piuttosto, favorirono l\u2019insediamento di sanguinari regimi militari. Per fare una rivoluzione non basta volerla, occorrono anche condizioni oggettive che non si possono inventare. Di fatto, dell\u2019originario progetto leninista restava solo un insensato soggettivismo che ripeteva gli errori del blanquismo e che aveva perso per strada il forte realismo proprio di Lenin. In fondo, fare un errore nel 1920 o 1923 non \u00e8 sta sessa cosa che continuare a ripeterlo per un altro mezzo secolo e dopo ina valanga di sconfitte.<\/p>\n<p>Si tratt\u00f2 solo di impazienza rivoluzionaria? Si tratt\u00f2 di fughe in avanti che precedevano, compromettendolo, il \u201cmomento buono\u201d quando le condizioni oggettive si fossero date? Gi\u00e0, ma \u00e8 sicuro che un simile momento dovesse (o debba ancora) necessariamente darsi? La convinzione sull\u2019inevitabilit\u00e0 storica della rivoluzione fu il prodotto dello storicismo marxista, per il quale la storia \u00e8 un succedersi inevitabile di diversi sistemi di produzione, determinati dall\u2019evolversi delle capacit\u00e0 produttive: quando un sistema non \u00e8 pi\u00f9 compatibile con l\u2019evoluzione dei mezzi di produzione, si rende necessario sostituirlo con un altro pi\u00f9 adatto e, siccome questo comporta un avvicendarsi di classi dominanti, e quelle al potere non sono disposte a farsi da parte, ecco che il cambiamento deve avvenire in modo violento. Cos\u00ec come avvenne per l\u2019andata al potere della borghesia che sostitu\u00ec le classi feudali o gentilizie con le rivoluzioni di Olanda, Inghilterra, America e Francia (e un ruolo simile lo ebbero anche le rivoluzioni anticoloniali bolivariane dell\u2019America Latina). La storia degli ultimi due secoli, tuttavia, non ha confermato molti degli assunti di base di questa teoria del mutamento sociale. In primo luogo, il capitalismo, sempre dato alla sua \u201cfase suprema\u201d e non in grado di governare lo sviluppo delle forze produttive si \u00e8 rivelato molto pi\u00f9 vitale di quanto non si pensasse. L\u2019dea di un capitalismo agonizzante \u00e8 stata clamorosamente smentita dalla capacit\u00e0 del capitalismo di adattarsi alle varie rivoluzioni tecnologiche succedutesi in questi ultimi 150 ed \u00e8 ormai un luogo comune quello per cui \u201cil capitalismo ha i secoli contati\u201d. In secondo luogo, l\u2019esperimento socialista sovietico non ha affatto promosso lo sviluppo tecnologico e, pur registrando successi parziali o in singoli settori, complessivamente \u00e8 restato costantemente indietro rispetto agli sviluppi tecnologico dell\u2019occidente. E tutto questo, se da un lato porta a rileggere la stessa opera marxiana e la sua analisi del capitalismo, dall\u2019altro spiega il progressivo indebolimento dell\u2019attrattiva per il modello socialista. Sino agli anni sessanta fu possibile sostenere che l\u2019Urss era indietro rispetto agli Usa ed all\u2019Europa, per le sue arretrate condizioni di partenza, ma che stesse crescendo a ritmi ben pi\u00f9 veloci di quelli dell\u2019Occidente e la gara spaziale offriva di che nutrire questo immaginario. Ma dai tardi anni settanta, anche questa giustificazione cadde: l\u2019economia sovietica stagnava, il peso del complesso militar industriale era sempre maggiore, i salari crescevano, pur se lentamente, ma i negozi erano vuoti per la costante debolezza dell\u2019industria leggera e orientata al consumo ecc. e fu chiaro che l\u2019economia sovietica si era fermata. La breve stagione gorbacioviana produsse una effimera ripresa di speranze, ma ormai era troppo tardi ed il sistema sera fatalmente avviato al suo crollo finale.<\/p>\n<p>Ovviamente, il progressivo affievolirsi della credibilit\u00e0 del modello sovietico si tradusse in una parallela legittimazione del modello liberoscambista (o preteso tale).<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, la guerra contro il nazifascismo e la resistenza europea ebbero l\u2019effetto di una ri-legittimazione delle democrazie liberali, perch\u00e9 il nuovo modello di democrazia, ispirato dalle politiche newdealiste e keinesiane, si basava su un welfarestate che accoglieva molte istanze delle classi popolari, istituendo meccanismi di mediazione che riequilibrarono fortemente il sistema sociale. E tutto questo restitu\u00ec una verginit\u00e0 al sistema capitalistico-liberale rispetto al suo recente passato.<\/p>\n<p>Ma potremmo citare anche altre cause del persistere del modello liberal-capitalistico come lo scambio ineguale con i paesi del terzomondo che consentiva una redistribuzione di ricchezza al suo interno, la conseguente nascita di una robusta fascia di ceti medi ostili ad ogni mutamento radicale, gli sviluppi del movimento operaio nel quale prese piede una massiccia burocrazia sindacale e politica, parimenti ostile ad ogni evoluzione radicale. Le stesse lezioni di Gramsci e di Rosa Luxemburg (cui potremmo aggiungere pensatori \u201ceretici\u201d meno celebri come Carlos Mariategui, Maximilien Rubel, Cornelius Castoriadis ed altri ancora) che proponevano una visione pi\u00f9 complessa ed articolata della rivoluzione in occidente diversa da quella leninista ma sempre radicale, restarono sostanzialmente fuori dall\u2019orizzonte della cultura politica delle organizzazioni del movimento operaio. Anzi, nel caso di Gramsci, venne data una lettura forzatamente moderata, funzionale al corso riformista del Pci (e qualcuno ha provato ad usarlo anche a supporto del renzismo). Dunque, nel complesso, il movimento operaio ha seguito una linea di totale integrazione nel sistema, sino alla piena omologazione nel processo neo liberista (salvo piccole minoranze leniniste o anarco sindacaliste) ma non si pu\u00f2 essere nello stesso tempo rivoluzionari ed integrati nel sistema \u201cper la contraddizioni che nol consente\u201d. E con questo, venivano meno le precondizioni soggettive per un progetto di ogni \u201crivoluzione in Occidente\u201d ed un complesso intreccio di fattori oggettivi e soggettivi poneva fine a quella prospettiva.<\/p>\n<p>Il Pci, aveva rinunciato ad ogni mutamento si sistema gi\u00e0 dagli anni cinquanta, anche se dietro il paravento del suo richiamo all\u2019Urss ha potuto nasconderlo per qualche decennio.<\/p>\n<p>Non \u00e8 affatto detto che questa prospettiva di mutamento di sistema debba essere definitivamente abbandonata ed, anzi, \u00e8 possibile che il tema si riproponga, ma questo non \u00e8 un discorso di natura storica e riguarda il dibattito puramente politico sul futuro, quel che esula da queste considerazioni. Su un piano storico, possiamo concludere che ad essere definitivamente superata \u00e8 la formula leninista e se il discorso sulla rivoluzione in Occidente debba riproporsi, esige forme, strategie, modelli organizzativi ecc. totalmente diversi e da inventare. E la riflessione sulla traiettoria secolare della vicenda comunista non sar\u00e0 affatto inutile a questo scopo.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.aldogiannuli.it\/rivoluzione-in-occidente\/\">http:\/\/www.aldogiannuli.it\/rivoluzione-in-occidente\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALDOGIANNULI.IT (Martino Iniziato) Sul piano storico cento anni non sono un tempo troppo lungo, ma sono pi\u00f9 che sufficienti per valutare l\u2019efficacia di una strategia di lungo periodo. Il leninismo fu una strategia che puntava alla rivoluzione mondiale e, anche se credeva ad una rapida espansione nei paesi avanzati dell\u2019Europa continentale, scontava l\u2019idea che per compiersi in tutto il mondo (o quasi) richiedesse un periodo ben pi\u00f9 lungo. 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