{"id":34094,"date":"2017-09-10T08:00:15","date_gmt":"2017-09-10T06:00:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34094"},"modified":"2017-09-09T22:23:34","modified_gmt":"2017-09-09T20:23:34","slug":"home-articoli-blog-il-rasoio-di-occam-la-mela-di-newton-la-rivista-in-edicola-ebook-newsletter-abbonamenti-e-arretrati-redazione-cerca-nel-sito-micromega-52017-europa-e-usa-democrazia-a","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34094","title":{"rendered":"&#8220;Meglio in italiano!&#8221;. Salviamo la nostra lingua dagli anglicismi"},"content":{"rendered":"<p><strong>di MICRO MEGA<\/strong><\/p>\n<p>Da \u201cJobs act\u201d a \u201cspending review\u201d, da \u201cmobbing\u201d a \u201clow cost\u201d. Le parole inglesi si insinuano sempre pi\u00f9 nella nostra lingua senza adattamenti e senza alternative. E il rischio di parlare l\u2019itanglese \u00e8 sempre pi\u00f9 concreto. Un saggio di Antonio Zoppetti \u2013 <a href=\"http:\/\/www.hoeplieditore.it\/scheda-libro\/zoppetti-antonio\/diciamolo-in-italiano-9788820380335-5507.html\">\u201cDiciamolo in italiano. Gli abusi dell\u2019inglese nel lessico dell\u2019Italia e incolla\u201d<\/a>, appena pubblicato da Hoepli \u2013 fa il punto sulla situazione<br \/>\ne spiega come e perch\u00e9 \u00e8 cruciale difendere il nostro patrimonio linguistico. Per gentile concessione dell&#8217;editore ne anticipiamo la prefazione.<br \/>\n<em><br \/>\ndi <strong>Annamaria Testa<\/strong><br \/>\n<\/em><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.hoeplieditore.it\/scheda-libro\/zoppetti-antonio\/diciamolo-in-italiano-9788820380335-5507.html\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2017\/09\/diciamolo-in-italiano-copertina-200.jpg\" alt=\"\" \/><\/a>Che cos\u2019\u00e8 l\u2019itanglese? Una moda? Un segno di provincialismo? Un fatto di pigrizia? Di superficialit\u00e0? Un espediente per pavoneggiarsi davanti agli interlocutori? Per intimidirli? Per ingannarli? \u00c8 il <em>latinorum<\/em> contemporaneo? Un effetto collaterale dell\u2019importare pratiche, discipline e tecnologie nate e sviluppate altrove, senza riuscire a farle davvero nostre? O si tratta del segno che l\u2019italiano di molti italiani \u00e8, come afferma in questo libro Antonio Zoppetti, <em>fragile?<\/em><\/p>\n<p>Sta di fatto che continuo a chiedermi che cos\u2019ha in mente il redattore che scrive \u201cgli influencer sono trend setter by definition: per questo il loro outfit \u00e8 sempre cool.\u201d O la societ\u00e0 di telefonia mobile che mi invia il messaggio: \u201cIl report con le tue performance di aprile \u00e8 online\u201d, per dirmi che in Rete trovo i consumi del cellulare.<\/p>\n<p>E cos\u00ec, nel nostro Paese, sempre pi\u00f9 spesso le persone si informano, viaggiano, pagano pedaggi, bollette e tasse, lavorano, si tengono in forma, giocano e mangiano in itanglese.<\/p>\n<p>In itanglese si legifera, si delibera e si diffondono precetti. Perfino il Miur, redigendo il recente<em> Piano per la formazione dei docenti, <\/em>sguazza felice in un mare di<em> peer teaching, mentoring e learning by doing, flipped classroom e job shadowing, counseling e workshop, panel, feedback e fall-out, expertise e soft skills.<\/em><\/p>\n<p>Scegliendo l\u2019itanglese, ci stiamo perdendo per strada molte parole italiane utili a nominare concetti, oggetti e azioni della quotidianit\u00e0 (perch\u00e9 mai, raccontando e promuovendo i prodotti del territorio, scriviamo sempre pi\u00f9 spesso <em>food<\/em> e <em>wine<\/em> invece di <em>cibo<\/em> e <em>vino<\/em>? Perch\u00e9 un pranzo leggero \u00e8 un <em>light lunch?<\/em> Perch\u00e9 dobbiamo compilare un <em>form<\/em> e non un modulo?). Stiamo rinunciando a dotarci di parole utili a nominare concetti, oggetti e azioni della modernit\u00e0: perch\u00e9 mai il ministero non esplicita che le <em>soft skills,<\/em> cos\u00ec importanti per il futuro dei nostri ragazzi, non sono altro che <em>competenze trasversali<\/em> (capacit\u00e0 di capire e risolvere problemi, di entrare in relazione, di guidare le persone, di lavorare in gruppo)?<\/p>\n<p>Ci perdiamo parole utili a trasmettere sfumature importanti per la comprensione. Chi, per esempio, parla di <em>location,<\/em> intende indicare una localit\u00e0, un sito, una posizione, un indirizzo, una sede, un edificio, un ambiente, una sala? La cosa certa \u00e8 che raramente user\u00e0 il termine nella sua accezione originale: gli esterni scelti per effettuare una ripresa cinematografica o televisiva.<\/p>\n<p>Qualche tempo fa, un collega mi ha scritto: \u201cHo appena spedito un messaggio a un cliente. Quando l\u2019ho riletto prima di inviarlo, mi sono accorto che di italiano c\u2019erano solo le congiunzioni.\u201d<\/p>\n<p>Nelle pagine di questo libro, Antonio Zoppetti ha raccolto con ammirevole puntiglio una quantit\u00e0 di casi ed esempi. Ma, dopotutto, le lingue vive cambiano, si evolvono e si contaminano. L\u2019inglese \u00e8 svelto, comodo e cosmopolita. Allora dov\u2019\u00e8 il problema? E in che modo la questione dell\u2019itanglese riguarda tutti noi?<\/p>\n<p>Casi ed esempi dicono poco, se non vengono accostati ai dati raccolti da Zoppetti. Sono questi a dar conto dell\u2019attuale pervasivit\u00e0 dell\u2019itanglese. Vi faccio una singola anticipazione: la societ\u00e0 di traduzioni aziendali Agostini Associati rileva un aumento degli anglicismi del 773% tra il 2000 e il 2009, e ulteriori incrementi del 223% nel 2010, del 343% nel 2011, del 440% nel 2014.<\/p>\n<p>Ma proviamo ad accostare, a questo, un altro dato: secondo il <em>Rapporto EF EPI (English Proficiency Index)<\/em> del 2016, l\u2019Italia \u00e8 solo ventunesima su ventisei Paesi europei per conoscenza dell\u2019inglese.<\/p>\n<p>Ed eccoci a un punto rilevante: se ad alcuni, e forse a molti, per pura incompetenza dell\u2019inglese molte parole dell\u2019itanglese risultano sfuocate, o del tutto oscure e indecifrabili, vuol dire che, oltre a dimenticarci (o a non inventare) utili parole italiane, scegliendo l\u2019itanglese ci perdiamo il vantaggio del capirci bene quando comunichiamo. E questo \u00e8 grave.<\/p>\n<p>Lo affermavano Shannon e Weaver, gi\u00e0 a met\u00e0 del secolo scorso: va considerato <em>rumore<\/em>(cio\u00e8: un puro disturbo della comunicazione) tutto ci\u00f2 che, all\u2019interno di un messaggio, il destinatario non \u00e8 in grado di decodificare in modo corretto.<\/p>\n<p>\u00c8 ancora il rapporto EF EPI del 2016 a dirci che non solo in Italia ma in tutto il mondo il settore dell\u2019istruzione \u00e8 ampiamente sotto media per conoscenza dell\u2019inglese. \u00c8 assai probabile, dunque, che quando scrive <em>soft skills<\/em> il nostro Miur scelga un termine che risulta opaco a molti, ostacolando, e non promuovendo, la propensione dei docenti a sviluppare le indispensabili competenze trasversali nei ragazzi.<\/p>\n<p>I due fenomeni (la pervasivit\u00e0 dell\u2019itanglese e la modesta conoscenza della lingua inglese) sembrerebbero contrastanti, ma in realt\u00e0 non lo sono. \u201cA chi conosce a fondo una lingua straniera non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva l\u2019<em>Americano<\/em> di Sordi e di Carosone e come fanno troppi ignoranti&#8221;, scrive Tullio De Mauro. E aggiunge che \u201ccorreggere il grave, persistente analfabetismo nazionale in materia di lingue straniere, inglese compreso, \u00e8 una via pi\u00f9 lunga, ma forse pi\u00f9 produttiva di qualche <em>ukaz<\/em> contro i mali anglismi.\u201d<\/p>\n<p>\u00c8 una visione saggia e del tutto condivisibile. Ma, appunto, riguarda una via pi\u00f9 lunga, e ci vorranno decenni per percorrerla tutta dato che, secondo i dati Eurobarometro 2012, solo il 40% degli italiani conosce l\u2019inglese, e solo il 34% si ritiene in grado di sostenere una conversazione in quella lingua. Dubito che negli ultimissimi anni la situazione sia migliorata in modo sostanziale.<\/p>\n<p>Preoccuparsi delle questioni della lingua con cui ci si parla non \u00e8 un fatto di purismo, di estetica o di nostalgia del passato. \u00c8 una questione cruciale. E non \u00e8 un problema marginale, ma un tema che riguarda il presente e il futuro, a livello sia individuale sia collettivo.<\/p>\n<p>Il motivo \u00e8 semplice: tra parole e potere esistono molti legami.<\/p>\n<p>Parole e potere hanno un legame per gli individui: essere padroni delle parole \u00e8, ce lo diceva gi\u00e0 don Milani, una condizione per essere padroni del proprio pensiero e del proprio destino. Ma l\u2019abuso dell\u2019itanglese pu\u00f2 espropriare molte persone (ricordiamoci i dati Eurobarometro) del senso compiuto dei discorsi, rendendole un po\u2019 meno consapevoli e capaci di esercitare le proprie scelte anche in ambiti fondamentali come la politica, l\u2019economia e la finanza, la salute.<\/p>\n<p>Parole e potere hanno un legame forte anche per la collettivit\u00e0: \u00e8 il nostro Ministero degli affari esteri a ricordarci che la lingua italiana, che gli stranieri giudicano tanto attraente da farne la quarta (o quinta) pi\u00f9 studiata al mondo, \u00e8 uno straordinario strumento di <em>soft power<\/em> (a oggi non abbiamo una traduzione accreditata per questo concetto, ma potremmo dire \u201cpotere morbido\u201d).<\/p>\n<p>Il concetto di potere morbido, formulato alla fine del secolo scorso dal politologo Joseph Nye, dell\u2019universit\u00e0 di Harvard, riguarda la capacit\u00e0 di influenzare gli interlocutori suscitandone il consenso attraverso la seduzione e la desiderabilit\u00e0. \u00c8 un tipo di influenza che una nazione riesce a esercitare anche senza essere una grande potenza economica o militare. C\u2019\u00e8 una classifica internazionale del potere morbido: nel 2016 l\u2019Italia \u00e8 undicesima, prima della Spagna e dopo l\u2019Olanda, e sta guadagnando posizioni. Tutelare e promuovere la lingua italiana, gi\u00e0 cos\u00ec desiderabile e seduttiva, pu\u00f2 aiutare il nostro Paese a rafforzare il proprio prestigio nel mondo.<\/p>\n<p>Ma non solo. Promuovere l\u2019italiano (e usarlo per i marchi, i nomi dei prodotti, la pubblicit\u00e0\u2026) pu\u00f2 aiutare anche le nostre imprese a tutelare le esportazioni, contrastando il fenomeno dei prodotti contraffatti: quelli che si fingono italiani proprio dotandosi di nomi e marchi che \u201csuonano\u201d italiani.<\/p>\n<p>\u00c8 un fenomeno imponente, che vale 60 miliardi di euro e oltre 300.000 posti di lavoro nel solo settore agroalimentare. Non a caso Fondazione Altagamma, l\u2019associazione che raccoglie le imprese d\u2019eccellenza nel nostro Paese, ha di recente scelto di dotarsi di una definizione istituzionale <em>in italiano.<\/em> Sarebbe un esempio da seguire.<\/p>\n<p>Nel 2015 ho lanciato in Rete una iniziativa intitolata <em>#dilloinitaliano<\/em>, con l\u2019obiettivo di sensibilizzare le persone sul tema dell\u2019itanglese. Non mi aspettavo di ottenere un\u2019attenzione cos\u00ec ampia e trasversale, in Italia e all\u2019estero: quasi 70 mila firme raccolte in venti giorni, oltre 14 mila messaggi spediti da tutto il mondo.<\/p>\n<p>Hanno firmato giovani e anziani, docenti e studenti, traduttori, professionisti, poliglotti, scrittori, giornalisti, pensionati. Hanno firmato italiani residenti all\u2019estero e stranieri residenti in Italia. Hanno firmato da Lima e da Gerusalemme, da Shanghai, dall\u2019Australia, dal Canada, dalla Svezia e dalla Serbia, dalla Tunisia, dagli Stati Uniti, dal Brasile\u2026 sono usciti (e sono continuati a uscire negli anni successivi) oltre 200 articoli sui giornali. \u00c8 significativo che Antonio Zoppetti abbia pensato di riprendere l\u2019esortazione a <em>dirlo in italiano<\/em> anche nel titolo di questo libro.<\/p>\n<p>Ovviamente, ciascuno resta libero di usare le parole che meglio crede, con l\u2019unico limite del rispetto e della decenza.<\/p>\n<p>Ma un viaggio tra le pagine di questo libro pu\u00f2, forse, convincere qualche lettore a interrogarsi sulle parole che usa e a sceglierle con consapevolezza, ricordando che parlare pi\u00f9 di una lingua \u00e8 un grandissimo vantaggio, ma che conoscere davvero le lingue, a cominciare dalla propria, significa usarle in modo adeguato a comunicare efficacemente.<\/p>\n<p>Dunque, quando si tratta di parlarci e capirci fra noi, che condividiamo l\u2019italiano come lingua madre, la scelta dovrebbe essere ovvia: meglio in italiano.<\/p>\n<p>Un viaggio tra le pagine di questo libro ci ricorda un\u2019altra cosa importante: la nostra lingua \u00e8 un bene comune. \u00c8 un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica e che ci aiuta a esprimerci pienamente come individui, come cittadini e come Paese. Dovremmo averne cura.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/meglio-in-italiano-salviamo-la-nostra-lingua-dagli-anglicismi\/\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/meglio-in-italiano-salviamo-la-nostra-lingua-dagli-anglicismi\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICRO MEGA Da \u201cJobs act\u201d a \u201cspending review\u201d, da \u201cmobbing\u201d a \u201clow cost\u201d. Le parole inglesi si insinuano sempre pi\u00f9 nella nostra lingua senza adattamenti e senza alternative. E il rischio di parlare l\u2019itanglese \u00e8 sempre pi\u00f9 concreto. Un saggio di Antonio Zoppetti \u2013 \u201cDiciamolo in italiano. Gli abusi dell\u2019inglese nel lessico dell\u2019Italia e incolla\u201d, appena pubblicato da Hoepli \u2013 fa il punto sulla situazione e spiega come e perch\u00e9 \u00e8 cruciale difendere il&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":17621,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/micromega.gif","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-8RU","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/34094"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=34094"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/34094\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":34106,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/34094\/revisions\/34106"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/17621"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=34094"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=34094"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=34094"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}