{"id":34130,"date":"2017-09-11T10:30:16","date_gmt":"2017-09-11T08:30:16","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34130"},"modified":"2017-09-10T12:50:55","modified_gmt":"2017-09-10T10:50:55","slug":"perche-i-mercati-spingono-leuro-minando-la-strategia-della-bce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34130","title":{"rendered":"Perch\u00e9 i mercati spingono l\u2019euro minando la strategia della Bce"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>FORMICHE.NET (Guido Salerno Aletta)<\/strong><\/p>\n<p>Visto il consolidarsi e l\u2019omogeneizzarsi della crescita economica nell\u2019intera eurozona, l\u2019andamento dell\u2019inflazione ed il tasso di cambio dell\u2019euro verso il dollaro sono diventati gli unici argomenti del dibattito corrente, in vista di una normalizzazione della politica monetaria da parte della Bce. Ci sono invece altri, e ben pi\u00f9 rilevanti dati economici e finanziari di cui si dovrebbe tener conto per comprendere le attese dei mercati, che continuano a sospingere l\u2019euro verso l\u2019alto e l\u2019inflazione verso il basso, minando la strategia della Bce.<\/p>\n<p>Il primo elemento \u00e8 rappresentato dal saldo delle partite correnti dell\u2019eurozona, strutturalmente attivo dalla fine del 2011, con ben 373 miliardi di euro conseguiti nel 2016 e 143 miliardi accumulati nel solo primo semestre di quest\u2019anno. Il cambio sul dollaro \u00e8 in continua ascesa da gennaio scorso, quando era arrivato ad un passo dalla parit\u00e0, a quota 1,03. Da allora, si \u00e8 rivalutato del 20%, con il duplice effetto di ridurre le potenzialit\u00e0 dell\u2019export e dunque del contributo di questo alla crescita, e dell\u2019effetto inflattivo determinato dai prezzi all\u2019importazione. Occorre domandarsi se ha davvero senso, anche alla luce degli squilibri internazionali che si determinano soprattutto nei confronti degli Usa, insistere ancora sull\u2019obiettivo di una svalutazione dell\u2019euro in una tale situazione. Gli Usa, infatti, accusano un deficit commerciale strutturale nei confronti della intera Unione europea, che \u00e8 stato pari a 147 miliardi di dollari nel 2016, rispetto ai 156 miliardi dell\u2019anno precedente. Nel primo semestre di quest\u2019anno, il saldo in questione \u00e8 stato negativo per 70 miliardi di dollari, di cui ben 30 miliardi nei confronti della sola Germania. Nel 2016, il passivo commerciale americano verso la Germania era stato di 65 miliardi di dollari, rispetto ai 75 miliardi del 2015: \u00e8 una quota dunque costantemente pari al 50% del passivo complessivo verso l\u2019intera Europa.<\/p>\n<p>Insistere sull\u2019export, anche per quanto riguarda l\u2019Italia, sembra di scarsa utilit\u00e0: non solo il suo contributo alla crescita \u00e8 pari a zero, ma da anni si registra un deflusso netto di risorse finanziarie, con un aumento degli investimenti di portafoglio italiani all\u2019estero e dei disinvestimenti dall\u2019estero che supera per dimensione lo stesso attivo commerciale: la politica dei bassi tassi di interesse induce ad investire su altri mercati. La crescita ne soffre pesantemente.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte, non si \u00e8 neppure conseguita la dinamica inflazionistica tanto attesa dalla Bce, tutta fondata sulla svalutazione dell\u2019euro e sul conseguente aumento dei costi all\u2019importazione. Si assiste invece al paradosso di un\u2019area monetaria, gi\u00e0 strutturalmente in attivo sul piano del commercio internazionale, che tenta di risolvere i suoi problemi interni di crescita e di stabilit\u00e0 dei prezzi attraverso una politica monetaria volta ancora a svalutare la propria divisa. Anzich\u00e9 concorrere alla eliminazione degli squilibri internazionali, esportiamo le contraddizioni interne all\u2019area: il tasso di cambio dell\u2019euro che pareggerebbe i conti esteri della Germania \u00e8 incompatibile con quello che servirebbe al resto dell\u2019Eurozona. Anzich\u00e9 puntare ad una inflazione interna da domanda nei Paesi eccedentari, da anni si ricerca invano quella che verrebbe determinata da un aumento generalizzato dei costi all\u2019importazione, aggravando i problemi dei nostri principali partner commerciali.<\/p>\n<p>Il secondo aspetto critico dell\u2019eurozona \u00e8 rappresentato dalle politiche fiscali recessive adottate in questi anni: nel complesso, il tentativo di pervenire al pareggio strutturale, l\u2019obiettivo fondamentale del Fiscal Compact insieme alla riduzione del rapporto debito\/Pil, \u00e8 stato perseguito aumentando la pressione fiscale, che \u00e8 passata infatti dal 44,3% del 2010 al 46,7% del 2013, cifra ridimensionata al 46,2% di quest\u2019anno, e tagliando le spese per gli investimenti pubblici, che sono passati dal 3,6% del Pil nel 2009 al 2,5% di quest\u2019anno.<\/p>\n<p>La politica monetaria accomodante della Bce ha invece avuto l\u2019effetto di ridurre il peso degli interessi sui debiti pubblici: \u00e8 calato dal 3% del Pil, registrato nel secondo trimestre del 2012, al 2,2% di fine 2016. Il suo contributo positivo, pari allo 0,8% del Pil, \u00e8 stato quindi nettamente inferiore a quello restrittivo determinato dalle politiche fiscali, pari nel complesso al 3% del Pil.<\/p>\n<p>La terza questione si riferisce all\u2019andamento dello stock di debito pubblico dell\u2019eurozona, passato dal 65% del Pil nel 2007 all\u201989% di fine 2016, dopo aver toccato il picco del 92% a fine 2014. Questa recente contrazione, purtroppo, \u00e8 ascrivibile unicamente alla Germania, ed \u00e8 stata determinata dai tassi negativi che paga sul suo debito. Rimborsa infatti un debito inferiore per ammontare a quello contratto inizialmente. Una normalizzazione dei tassi di interesse sui debiti pubblici, visto l\u2019aumento straordinario della loro entit\u00e0 a partire dal 2008, sarebbe esiziale per la crescita economica dell\u2019eurozona. Inoltre, va considerato che sul rapporto debito\/Pil influisce in modo determinante l\u2019andamento dell\u2019inflazione, la componente nominale del Pil posto al denominatore della frazione, che rimane ancora molto distante dagli obiettivi del 2%. Si \u00e8 passati, in termini di variazione annua, dal picco deflattivo del -0,6% registrato nel gennaio 2015 al +1,3% dello scorso luglio, in contrazione rispetto al picco inflattivo del +1,7% registrato nel precedente mese di giugno. L\u2019indice dei prezzi, fatto 100 come media del 2015, a luglio scorso era ancora a quota 101: solo +1% in 18 mesi.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019ulteriore considerazione da fare, sull\u2019andamento del credito nell\u2019eurozona. Nel complesso, il totale \u00e8 passato dai 15.256 miliardi di euro del luglio 2008 ai 17.480 miliardi di luglio scorso, con un incremento di 2.224 miliardi. Nella sua composizione, quello verso le Pubbliche amministrazioni \u00e8 arrivato a luglio scorso al picco di 4.492 miliardi di euro, mentre era di appena 2.460 miliardi nel luglio del 2008 e di 3.676 miliardi di marzo 2015. Le banche europee detengono quindi circa 2 mila miliardi di debito pubblico in pi\u00f9 rispetto alla vigilia della crisi, e quasi 800 miliardi di euro in pi\u00f9 rispetto alla data di inizio del Qe. La Bce, ad agosto scorso, era invece arrivata a detenere titoli pubblici per 1.704 miliardi di euro.<\/p>\n<p>Il settore privato dell\u2019economia non ha beneficiato in alcun modo dei 2mila miliardi di espansione complessiva del credito, che \u00e8 stata tutta assorbita dalle Pubbliche amministrazioni: a luglio scorso, infatti, il credito bancario ai privati escluso quello interbancario ammontava a 12.988 miliardi di euro, rispetto ai 12.772 miliardi del luglio 2008 (+216 miliardi) ed al picco di 13.346 miliardi registrato a settembre 2011 (-358 miliardi), pur se in ripresa rispetto al minimo di 12.506 miliardi toccato nel dicembre 2014.<\/p>\n<p>Le pi\u00f9 severe regole prudenziali adottate nel settore bancario europeo, mantenendo ferme quelle che favoriscono la sottoscrizione dei debiti pubblici in quanto non assorbono capitale di rischio, hanno dunque drenato l\u2019aumento complessivo del credito totale (+2.224 miliardi) a favore dei soli debiti pubblici (circa 2 mila miliardi in pi\u00f9), spiazzando completamente il credito ai privati (+216 miliardi). Neppure il consistente acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario da parte della Bce, nell\u2019ambito del Qe, ha determinato un beneficio in termini di maggiori erogazioni di credito all\u2019economia privata.<\/p>\n<p>Non basta dunque guardare solo al dato dell\u2019inflazione e, strumentalmente, al tasso di cambio con il dollaro in quanto influisce da un lato sull\u2019export e dall\u2019altro sui costi dell\u2019import: occorre un visione complessiva, che valuti il contributo negativo alla crescita determinato dalle dinamiche delle finanze pubbliche, per via dell\u2019aumento della pressione fiscale e della riduzione delle spese per investimenti, e non solo in termini di riduzione del deficit; che eviti distorsioni ulteriori nei rapporti internazionali, oltre quelle gi\u00e0 determinate dall\u2019attivo commerciale strutturale dell\u2019Eurozona sulla base di un tasso di cambio sul dollaro troppo favorevole all\u2019economia tedesca; che ponga rimedio alla stretta creditizia cui \u00e8 sottoposto il settore privato dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Il mercato sa bene che un nuovo scivolamento dell\u2019euro sul dollaro sarebbe foriero di gravi rischi internazionali, e che i tassi negativi sui debiti rappresentano una soluzione non pi\u00f9 praticabile a lungo.<\/p>\n<p>Servono politiche monetarie e fiscali asimmetriche, in un\u2019area in cui le economie hanno problemi diversi e velocit\u00e0 incomparabili: la moneta unica \u00e8 di per s\u00e9 un elemento che cela le diversit\u00e0, senza eliminarle. Non si possono adottare le stesse politiche monetarie e fiscali in Grecia ed in Germania, quando si tratta di economie e di Stati agli antipodi su tutto.<\/p>\n<p>Otto anni di incubazione della crisi, a partire dall\u2019adozione dell\u2019euro, non hanno insegnato niente. Neppure gli ulteriori otto anni, trascorsi da allora, sono serviti a molto. Davvero difficile fare peggio.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>: http:\/\/formiche.net\/blog\/2017\/09\/10\/mercati-spingono-euro-bce\/<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FORMICHE.NET (Guido Salerno Aletta) Visto il consolidarsi e l\u2019omogeneizzarsi della crescita economica nell\u2019intera eurozona, l\u2019andamento dell\u2019inflazione ed il tasso di cambio dell\u2019euro verso il dollaro sono diventati gli unici argomenti del dibattito corrente, in vista di una normalizzazione della politica monetaria da parte della Bce. 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