{"id":34410,"date":"2017-09-18T09:00:01","date_gmt":"2017-09-18T07:00:01","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34410"},"modified":"2017-09-16T21:32:29","modified_gmt":"2017-09-16T19:32:29","slug":"la-ragione-neoliberista-e-i-suoi-critici-al-tempo-della-globalizzazione-2a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34410","title":{"rendered":"La ragione neoliberista e i suoi critici Al tempo della Globalizzazione (2a parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Giorgio Mele)<\/strong><\/p>\n<p><strong>per la 1a parte, vedi QUI:\u00a0<a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34408\">http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34408\u00a0<\/a><\/strong><\/p>\n<p>Tuttavia non possiamo non segnalare come in questi anni, nonostante il mugugno, la diseguaglianza abbia goduto di un consenso diffuso; la sete di giustizia non ha messo in discussione il carattere oggettivo delle disuguaglianze, che vengono ritenute inevitabili nella dinamica economica e sociale. Si condannano le diseguaglianze di fatto mentre si riconoscono come legittime le cause della diseguaglianza che le condizionano. Questo paradosso \u00e8 l&#8217;involucro vischioso da cui occorre uscire se si vuole ricreare una prospettiva di giustizia e se si vuole invertire un corso che sta impoverendo milioni di uomini e di donne.<\/p>\n<p>Guardiamo meglio i caratteri di questo paradosso che \u00e8 la coltre ideologica neoliberista che ha conquistato il mondo e ha reso l&#8217;eguaglianza una &#8220;divinit\u00e0 lontana&#8221; e impossibile.\u00a0Il centro di questo disegno potente \u00e8 stato ed \u00e8 la ridefinizione della condizione umana, quella che Dardot e Laval chiamano &#8220;la costituzione del soggetto neoliberista&#8221;, come unica e insuperabile dimensione esistenziale.<\/p>\n<p>La politica di contenimento e smantellamento delle protezioni sociali si accompagnava ad una grande offensiva culturale che aveva l&#8217;obiettivo di conquistare il consenso ad essa orientando la &#8220;condotta&#8221; simbolico\/pratica degli uomini. Lo stato sociale o previdenziale non veniva attaccato solo perch\u00e9 produceva deficit, ma anche e soprattutto perch\u00e9 era causa della &#8220;demoralizzazione&#8221; degli uomini, frustrava la loro dinamicit\u00e0. I sussidi per la disoccupazione venivano indicati come una delle cause della disoccupazione, perch\u00e9 disincentivano a cercare lavoro, la gratuit\u00e0 degli studi distruggeva la seriet\u00e0 degli studi, le politiche redistributive reprimevano gli sforzi delle persone a cercare altri sbocchi e svalorizzavano la loro personalit\u00e0.<\/p>\n<p>Lo stato sociale o &#8220;burocratico distrugge le virt\u00f9 della societ\u00e0 civile, l&#8217;onest\u00e0, il senso del lavoro ben fatto, l&#8217;impegno personale, la civilt\u00e0, il patriottismo&#8221;[11]. Il mercato al contrario favorendo l&#8217;avidit\u00e0 del guadagno non distrugge la societ\u00e0 civile. Mentre lo stato con le sue provvidenze &#8220;smorza le spinte della moralit\u00e0 e della dignit\u00e0 individuale&#8221;.[12] Il neoliberista \u00e8 quindi il contrario del degradante uomo assistito e rid\u00e0 vigore al processo sociale con la sua volont\u00e0 di autoaffermazione individuale competitiva.\u00a0La societ\u00e0 neoliberista \u00e8 la societ\u00e0 del rischio in cui l&#8217;individuo \u00e8 il solo responsabile della sua sorte, &#8220;la societ\u00e0 non gli deve nulla, e anzi deve sostenere prove continue per meritare le condizioni della propria esistenza&#8221;.[13]<\/p>\n<p>L&#8217;uomo immerso nella competizione globale neoliberista quindi non \u00e8 pi\u00f9 un soggetto titolare di diritti, ma semplicemente un soggetto proprietario del proprio capitale umano da spendere nelle diverse offerte che la societ\u00e0 privatizzata gli offre e che rischia mettendosi in gioco giorno. Egli deve far conto solo su stesso, sul suo corpo e la sua famiglia, come un capitale da valorizzare; scegliere la migliore scuola, i migliori servizi &#8211; tutto privato naturalmente &#8211; ne va della propria dignit\u00e0 e considerazione nell&#8217;ambito della propria comunit\u00e0.\u00a0Occorre dire che il capolavoro del neoliberismo \u00e8 stato quello di inglobare e valorizzare la spinta all&#8217;autonomia individuale che emerse negli anni 60\/70, anche a partire dalla rivolta antiautoritaria del 68, ricollocandola, da un quadro solidale proprio di quegli anni, all&#8217;interno di una dimensione ipercompetitiva.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo neoliberista \u00e8 l&#8217;esito di una doppia operazione politico-culturale-sociale, da un lato la retorica del fattore umano tesa a far identificare il lavoratore completamente con la logica d&#8217;impresa e con il suo destino e dall&#8217; altro la contemporanea trasformazione del lavoratore in semplice mercanzia con l&#8217;erosione progressiva dei suoi diritti, la precarizzazione di tutte \u00abnuove forme di occupazione\u00bb, la maggiore facilit\u00e0 del licenziamento, l&#8217;indebolimento del potere d&#8217;acquisto fino all&#8217;impoverimento di interi settori delle classi popolari.<\/p>\n<p>La mancanza di un&#8217;alternativa culturale a questa visione ha determinato la oggettiva introiezione nel soggetto neoliberista della naturalit\u00e0 della diseguaglianza propria della logica d&#8217;impresa, dei rapporti di subordinazione vigenti che essa impone, ed \u00e8 spinto a ci\u00f2 dalla convinzione, che in fin dei conti non c&#8217;\u00e8 niente da fare, che il mondo va cos\u00ec e per questo si deve adattare e se non riesce \u00e8 solo colpa sua.\u00a0La condizione umana del soggetto neoliberista sembra essere, quindi, una &#8220;normalit\u00e0&#8221; unidimensionale senza alternativa: un soggetto imprenditoriale, ontologicamente diseguale, individualisticamente antiegualitario, competitivo, aggressivo, hobbesianamente immerso nella competizione mondiale.<\/p>\n<p>Questa mutazione della condizione umana ridefinisce le categorie sia della cittadinanza sociale che della cittadinanza politica, cambia il senso della politica e della funzione dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Il neoliberismo non \u00e8 antistatalista, non rappresenta un semplice ritorno al passato, non richiede una ritirata dello stato; il suo obiettivo \u00e8 quello di trasformare la funzione dell&#8217;azione pubblica. Le parole d&#8217;ordine della dottrina liberista sono &#8220;economia, efficienza, efficacia&#8221; come strumenti d&#8217;azione nella concorrenza generalizzata. Il neohobbesianesimo liberista ha da un lato l&#8217;esigenza di destrutturare la funzione sociale dello stato denunciando l&#8217;insostenibilit\u00e0 dei suoi costi, ma dall&#8217;altro costruire un nuovo Leviatano che usi tutti i mezzi per costringere gli uomini ad accettare il nuovo ordine.<\/p>\n<p>Questa situazione si \u00e8 fatta ancora pi\u00f9 complessa con l&#8217;esplodere della crisi del 2008 che ha sconvolto la vita di milioni di uomini e ha aperto un conflitto politico strategico che non si \u00e8 ancora concluso, perch\u00e9 la crisi non \u00e8 finita ed \u00e8 destinata a durare ancora a lungo a segnare di s\u00e9 varie generazioni future. Le forze neoliberiste, nonostante il fallimento evidente delle loro ricette, tentano di regolare i conti a loro favore e comunque di imporre le loro regole e le loro politiche. In questi anni l&#8217;epicentro di questo conflitto \u00e8 stata l&#8217;Europa, il continente del compromesso socialdemocratico, che conserva sacche di resistenza alla deriva liberista a cui \u00e8 stata imposta quella che \u00c9tienne Balibar definisce, una \u00abdittatura commissaria\u00bb.<\/p>\n<p>La costruzione dell&#8217;unit\u00e0 europea nasce infatti con il sigillo della dottrina liberista e cio\u00e8 con l&#8217;imposizione della unit\u00e0 monetaria e con il primato delle politiche di bilancio, al di fuori di qualsiasi controllo democratico. Questa scissione tra politica ed economia ha elevato ad unico governo il sistema finanziario e la Bce, mentre l&#8217;unione europea \u00e8 diventato una sorta di super stato internazionale anch&#8217;esso di fatto estraneo alla democrazia dei governi degli stati.\u00a0Questo predominio della tecnica sulla politica sta alla radice della crisi democratica esplosa a partire dal 2008, e della modalit\u00e0 autoritaria con cui si sono imposte le politiche dette dell&#8217;austerit\u00e0, o delle &#8220;riforme strutturali&#8221;: deregulation, privatizzazione, riduzione delle spese sociali, tendenzialedistruzione del sistema pensionistico pubblico, liberalizzazione del mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Seguendo una rigida interpretazione della disciplina di bilancio, come impone la scuola monetarista e la moneta unica, le economie pi\u00f9 deboli, hanno proceduto ad una sorta di &#8220;svalutazione interna&#8221;, ovvero tagli salariali, tagli alle prestazioni sociali, crescente flessibilit\u00e0 del mercato del lavoro. Ma il processo non ha risparmiato gli strati pi\u00f9 deboli delle economie pi\u00f9 forti.\u00a0Il risultato \u00e8 sotto gli occhi di tutti: la distruzione del modello sociale europeo, la mortificazione di popoli, la desertificazione dell&#8217;origine dell&#8217;Occidente. E in questa desertificazione, sotto la pressione delle tensioni internazionali, si sono pericolosamente affermate le tendenze reazionarie, xenofobe e nazionaliste.<\/p>\n<p>Il punto critico di questa situazione \u00e8 che non vi \u00e8 un&#8217;altra <em>Weltanschaung,<\/em> che sappia opporsi con la forza di un punto di vista, un disegno alternativo allo stato di cose presente e all&#8217;origine di questa mancanza c&#8217;\u00e8, come ha sottolineato recentemente Habermas, la volatilit\u00e0 della sinistra che, per la sua maggior parte, ha fatto propria quella che venne chiamata nel 1989 la &#8220;verit\u00e0 interna&#8221; del pensiero conservatore e neoliberista e cio\u00e8 l&#8217;impossibilit\u00e0 dell&#8217;eguaglianza e la centralit\u00e0 non pi\u00f9 del lavoro, ma dell&#8217;impresa. Ci\u00f2 che residua della sinistra novecentesca \u00e8 oggi per lo pi\u00f9 parte integrante della ragione liberista.<\/p>\n<p>Nei discorsi della sinistra la parola eguaglianza trova ancora posto, ma &#8220;risuona solo come una conchiglia vuota&#8221;, come un termine fra gli altri per evocare una maggiore equit\u00e0,\u00a0&#8220;<em>ma senza pi\u00f9 disegnare l&#8217;immagine di un mondo desiderabile. Non ha pi\u00f9 una portata universale&#8221;<\/em>, sembra una rivendicazione generica, &#8220;spesso associata solo all&#8217;idea riduttiva di una lotta contro la povert\u00e0 pi\u00f9 evidente, per questo la sinistra ha perso ci\u00f2 che storicamente aveva costituito la sua forza e la sua legittimit\u00e0&#8221;[14].\u00a0Questo inaridirsi della sinistra, la sua resa culturale, ha impedito e impedisce di creare gli anticorpi contro il modello sociale liberista e il connesso degrado della vita democratica risucchiata sempre pi\u00f9 dai demoni dell&#8217;identit\u00e0, dell&#8217;omogeneit\u00e0, della xenofobia, della guerra e da una evidente deriva di destra.<\/p>\n<p>A fronte di questa situazione \u00e8 interessante vedere, anche se a grandi linee, le proposte di intervento degli studiosi gi\u00e0 citati e di alcuni altri come Joseph Stiglitz e Wolfgang Streek.\u00a0In quasi tutti non vi \u00e8 un disegno alternativo o la proiezione di un modello altro da quello capitalistico. Per lo pi\u00f9 si tratta di interventi che mirano alla ricostituzione in forma <em>rinnovata<\/em> di un compromesso socialdemocratico e alla salvezza dello stato sociale. In questa direzione, ma con proposte molto diverse, vanno gli studi di Joseph Stiglitz, di Thomas Piketty e Wolfgang Streek, Pierre Rosanvallon. Altri propongono pratiche rivoluzionarie e sociali che alludono a un modello sociale alternativo come Toni Negri o Dardot e Laval.<\/p>\n<p>Nel suo ultimo libro &#8220;Le nuove regole dell&#8217;economia&#8221;, Stiglitz ripropone la analisi che \u00e8 andato svolgendo in questi anni indicando soluzioni che possano correggere le distorsioni della economia globalizzata. Il punto di partenza dello studioso americano \u00e8 la denuncia del livello insopportabile raggiunto dalla disuguaglianza sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Per Stiglitz la disuguaglianza non \u00e8 stata l&#8217;evoluzione naturale del sistema capitalistico ma una scelta che come abbiamo visto si \u00e8 andata affermando a partire dagli anni 70 con precise regole economiche che hanno ampliato a dismisura il potere del mercato e fatto crescere il potere finanziario.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 ha comportato la creazione di una ristretta elite di dirigenti le cui retribuzioni sono arrivate alle stelle. Questo processo \u00e8 stato accompagnato dalla fine della politica monetaria finalizzata allo sviluppo della piena occupazione, la riduzione dei diritti dei lavoratori con il crollo &#8220;alle fondamenta delle norme di lavoro&#8221;. A questo, sostiene Stiglitz, con particolare sguardo al suo paese, si deve aggiungere la crescita della discriminazione razziale e di quella di genere.<\/p>\n<p>A fronte di questa situazione il nostro propone di voltare pagina e riscrivere le regole al fine di &#8220;ridurre la disuguaglianza e a migliorare la performance dell&#8217;economia&#8221;[15]. Le proposte contenute nel suo ultimo libro fanno riferimento alla situazione degli Usa e agiscono fondamentalmente su due fronti di intervento. Il primo intervento &#8220;consiste nel contrastare quelle forme di rendita he avvantaggiano indebitamente i pi\u00f9 ricchi accrescendo i costi per il resto della societ\u00e0 riducendo l&#8217;efficienza e la stabilit\u00e0 della nostra economia&#8221;[16]. A tal fine si propone di varare regole per ridurre il potere smodato dei mercati e ridurre la autonomia e la tracotanza del potere finanziario che \u00e8 alla base della crisi del 2008.<\/p>\n<p>Il secondo campo di interventi \u00e8 quello dedicato, possiamo dire, alla <em>re-istituzione<\/em> dello stato sociale che in America \u00e8 stato praticamente azzerato. Sotto questo rispetto Stiglitz propone per il suo paese un programma volto a &#8220;ristabilire regole e istituzioni che garantiscano sicurezza e opportunit\u00e0 alla classe media&#8221;[17]. E i passi, come sottolinea l&#8217;economista americano, sono piuttosto semplici. &#8220;Occorre ripristinare la piena occupazione e investire in infrastrutture pubbliche, aggiornare e applicare le norme che tutelano i lavoratori per fare in modo che i salari tengano il passo della produttivit\u00e0, ridurre gli ostacoli della partecipazione al mercato del lavoro specie per le donne, le persone di colore e per gli immigrati&#8221;[18]. Infine assicurare ad ogni cittadino &#8220;istruzione, cure sanitarie, assistenza all&#8217;infanzia, prestazioni finanziarie accessibili e prestazioni pensionistiche adeguate e sicure&#8221;. Insomma un programma di ripristino delle precondizioni di base della democrazia che specialmente negli States, ma non solo, sono fortemente deteriorate e in gravissima crisi.<\/p>\n<p>Piketty partendo da un punto di vista simile a Stiglitz e dalla insostenibilit\u00e0 del livello di disuguaglianza raggiunto, propone quella che chiama &#8220;un&#8217;utopia utile&#8221; e cio\u00e8 <em>una imposta mondiale sul capitale <\/em>per regolamentare il capitalismo patrimoniale globalizzato.<em> &#8220;<\/em>Perch\u00e9 la democrazia possa riprendere il controllo del capitalismo finanziario globalizzato del nuovo secolo vanno creati strumenti del tutto nuovi adatti alle sfide attuali. Lo strumento ideale sarebbe un&#8217;imposta mondiale progressiva sul capitale, accompagnata da un altissimo grado di trasparenza finanziaria.&#8221; Secondo lo studioso francese una tale misura sarebbe in grado di arrestare la spirale della disuguaglianza e arginerebbe &#8220;l&#8217;inquietante&#8221; concentrazione mondiale dei patrimoni.<\/p>\n<p>Wolfgang Streek, guardando all&#8217;Europa, propone di superare la crisi del vecchio continente attraverso la riacquisizione da parte dei singoli stati della sovranit\u00e0 monetaria, ora appannaggio della carattere sovranazionale dello Stato europeo. La svalutazione \u00e8 stata lo strumento con cui i singoli stati hanno potuto bilanciare nei decenni passati democrazia e competitivit\u00e0. L&#8217;euro \u00e8 stato un&#8221; esperimento frivolo&#8221;, che ha impoverito gli stati, per cui per salvaguardare democrazia e stato sociale occorre uscire dalla moneta unica, perch\u00e9 significherebbe avviare una politica che definisca e limiti i confini della cosiddetta globalizzazione. Se la globalizzazione significa sottomissione ad una legge di mercato, allora la soluzione \u00e8 quella di andar oltre l&#8217;euro che &#8220;impone proprio questo modello all&#8217;Europa&#8221;.[19]<\/p>\n<p>Una posizione pi\u00f9 radicale e geneticamente diversa \u00e8 quella esposta da Dardot e Laval nei loro ultimi due libri. I due studiosi francesi, pur sottolineando il carattere pervasivo e vincente del neoliberismo, ricordano a se stessi e al mondo che esso, in quanto costruzione storica, &#8220;non \u00e8 un destino necessario che incatena l&#8217;umanit\u00e0&#8221; e che occorre consentire che un nuovo senso del possibile si faccia strada. E che alla ragione neoliberista si opponga un&#8217;altra ragione del mondo, la ragione del <em>comune<\/em>.<\/p>\n<p>A tal fine i due sociologi propongono una rivolta etico-politica di resistenza alla governamentalit\u00e0 neoliberista, che non ha come obiettivo primario il governo delle istituzioni rappresentative, che esercitano una costrizione esterna degli individui, ma quello di costruire una &#8220;contro-condotta&#8221; umana fondata sul rifiuto della condotta neoliberista e cio\u00e8 il rifiuto di comportarsi verso se stessi come un&#8217;impresa e verso gli altri secondo la modalit\u00e0 competitiva della concorrenza e rifiuto del lavoro come dettato da queste norme. Tale pratica del rifiuto non si fonda su un soggetto collettivo come aveva individuato Marx, n\u00e9 pu\u00f2 rimandare alla costituzione di un partito o come di diceva una volta a farsi Stato. Il rifiuto \u00e8, in quanto tale, fatto soggettivante che attiva una diversa condotta.<\/p>\n<p>\u00c8 l&#8217;atto di rottura che si determina secondo un &#8220;desiderio senza scopo e senza causa&#8221;. La sua causa \u00e8 la rottura della causalit\u00e0 (della produzione, della divisione del lavoro) e gli scopi &#8220;non preesistono alla rottura.&#8221; Di qui si pu\u00f2 ampliare la soggettivazione &#8220;secondo le pratiche della comunizzazione del sapere, di mutua assistenza, e di lavoro cooperativo&#8221;[20] e disegnare le linee della nuova ragione e governamentalit\u00e0 del comune. Questa pratica, come indicava la riflessione dell&#8217;ultimo Foucault, deve contribuire a creare una dissimmetria tra potere e contropotere. Il legame del desiderio con la realt\u00e0 non deve fuggire o rifugiarsi nelle &#8220;forme della rappresentazione&#8221;, o dare alla pratica politica valore di verit\u00e0.<\/p>\n<p>La soggettivazione \u00e8 moltitudine in movimento non cristallizzabile n\u00e9 temporalmente, n\u00e9 formalmente, \u00e8 pratica spontanea del comune. Pura distanza dal presente. In questo quadro Dardot e Laval, sembrano riprendere molte delle tesi contenute nelle opere di Toni Negri e Michael Hart, <em>Empire<\/em> e <em>Moltitude<\/em>, ma ne contestano radicalmente la tesi principale, ovvero che la moltitudine, i lavoratori cognitivi, la figura sociale di massa del nuovo capitalismo siano pensabili come il nuovo &#8220;soggetto&#8221; forte e alternativo al capitalismo contemporaneo, ovvero come gli uomini nuovi del comunismo. Una tale idea \u00e8 un&#8217;illusione per Dardot e Laval perch\u00e9 &#8220;fondata, (come accadeva anche in Marx per la classe operaia) su un privilegio ontologico di esteriorit\u00e0 che collocherebbe la moltitudine in un al di fuori radicale rispetto ai rapporti di potere in cui gli attori di una societ\u00e0 dono da sempre inviluppati&#8221;[21].<\/p>\n<p>Non sfugge il fatto che la pratica soggettivante e non soggettiva della politica \u00e8 conseguente ad una visione non molto convincente del capitale descritto come a-soggettivo, inafferrabile, n\u00e9 precisamente identificabile, per cui la rivoluzione \u00e8 una modalit\u00e0 di distanziamento critico che agisce sul bordo dell&#8217;essere sociale, teso a corrodere la sua struttura come forma concorrente della pratica sociale sulla base di una spinta etica, che si struttura al momento e che non deve costruire sovrastrutture che possano ingabbiare l&#8217;individuo.\u00a0E&#8217; questa, dicono gli autori, &#8220;la lezione da trarre a modo nostro dal neoliberismo: il soggetto \u00e8 sempre da costruire. Il punto \u00e8 come combinare la soggettivazione con la resistenza al potere&#8221;[22]. Il rifiuto etico delle modalit\u00e0 neoliberiste \u00e8 gi\u00e0 di per s\u00e9 attivazione di politica come affermazione di una contro condotta sociale alternativa che sar\u00e0 positiva se diventa &#8220;un&#8217;invenzione collettiva&#8221;, prodotta dalla moltiplicazione e dall&#8217;intensificazione delle contro-dedotte di cooperazione&#8221;.<\/p>\n<p>Devo dire che in questa visione teorica-politica si intrecciano lucidit\u00e0 analitica della contemporaneit\u00e0 e arcaismo politico. Un&#8217;attitudine non nuova alla sinistra. Che il neoliberismo si presenti come la ragione del mondo dovrebbe condurre a pensare ad un&#8217;altra ragione che per\u00f2 non emerge, non si va oltre la petizione del Comune e delle forme di associazione cooperativistica.<\/p>\n<p>La pratica soggettivante che dovrebbe abbattere il neoliberismo si concretizza simbolicamente in forme, luoghi fisici e politici dove praticare la contro-dedotta antiliberista come esempi da moltiplicare. Un&#8217;idea che alla fine scinde politica e struttura sociale e si rinchiude, come \u00e8 avvenuto in altri momenti, in enclaves di forte alternativit\u00e0 simbolica e di bassa intensit\u00e0 di incidenza strutturale nei meccanismi sociali. In pi\u00f9 questa visione antistatuale contraddice uno degli aspetti pi\u00f9 importanti della analisi dei nostri autori, i quali diversamente dalla vulgata corrente, spiegano con chiarezza che nel mondo neoliberista non viene meno il ruolo dello stato, che muta, ma rimane l&#8217;asse fondamentale della struttura politico sociale e quindi risulta ancor pi\u00f9 stupefacente la mancanza di una riflessione strategica su questo punto decisivo o la considerazione della sua inutilit\u00e0 rispetto alla prospettiva rivoluzionaria.<\/p>\n<p>Il nodo attorno a cui si struttura questa visone \u00e8 il concetto di moltitudine che sia per Dardot e Laval che per Negri e Hardt \u00e8 la nuova figura sociale indotta dal neoliberismo, che deriva dal carattere globale del capitalismo e dalla conseguente crisi della forma democratica che mette fine alle soggettivit\u00e0 novecentesche, a partire dalla nozione di classe operaia. La moltitudine come soggettivit\u00e0 non ingabbiabile mette fine all&#8217;idea di popolo come riduzione dei molti all&#8217;uno e quindi a ci\u00f2 che ruota attorno ad esso e cio\u00e8 lo Stato, il sovrano, la volont\u00e0 generale. La moltitudine si coniuga come risorsa pubblica interpsichica che strutturerebbe una nuova modalit\u00e0 della pratica collettiva esterna ai confini statuali e tendente verso una diversa universalit\u00e0 intesa come preliminare e non come fine. \u00c8 importante sottolineare che in questa concezione <em>la crisi della democrazia viene assunta come data e non revocabile <\/em>e si tenta una strutturazione sociale in termini speculari al neoliberismo fuori dagli schemi della democrazia nei termini di uno scontro tra &#8220;condotte&#8221; concorrenti.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 complessa, diversa e in generale pi\u00f9 convincente la posizione di Rosanvallon che nel suo libro la <em>Societ\u00e0 dell&#8217;eguaglianza<\/em> vuole contribuire a ricostruire una prospettiva socialista del XXI secolo e a tal fine indica la necessit\u00e0 di recuperare e rielaborare una nuova e aggiornata concezione dell&#8217;eguaglianza, fondata sui concetti di singolarit\u00e0, reciprocit\u00e0 e comunalit\u00e0, su cui regolare una nuova politica redistributrice e l&#8217;idea di un nuovo modello di sviluppo ispirato alla sobriet\u00e0, la quale afferma Rosanvallon, \u00e8 diventata una condizione perch\u00e9 la specie umana sopravviva. Un nuovo modello di sviluppo \u00e8 invocato &#8220;dal fatto che, sul lungo termine, la crescita si stabilizzer\u00e0 meccanicamente sull&#8217;1 e il 2 %&#8221; e sul fatto che la riduzione delle disuguaglianze deve essere associata &#8220;ad una impresa di de-mercificazione del mondo, che metta l&#8217;accento sullo sviluppo e sulla suddivisione dei beni comuni&#8221;.<\/p>\n<p>In un mondo in cui \u00e8 impossibile abolire le disuguaglianze di reddito e di patrimonio, il mantenimento del posto dedicato ai beni pubblici e allo spazio pubblico rappresenta infatti un elemento decisivo per correggere gli effetti distorsivi delle disuguaglianze. Ma perch\u00e9 questo possa aver luogo occorre, secondo Rosanvallon, anche un progetto di rilegittimazione della democrazia, attraversata da fenomeni di contro-democrazia, intesi sia come necessit\u00e0 di controllo dei cittadini nei confronti dei comportamenti della politica, sia come atteggiamenti di antipolitica.<\/p>\n<p>Occorre una riappropriazione della democrazia attraverso un pi\u00f9 complessa e trasparente raccordo\/confronto tra potere e societ\u00e0 e in questo quadro egli propone anche la ri-nazionalizzazione della democrazia, intesa come recupero roussoviano di un ambito geopolitico compatibile, in cui poter sviluppare la coesione e la solidariet\u00e0 sociale.<\/p>\n<h5>Note<\/h5>\n<h5>[1] Avvertenza: in alcuni casi utilizzer\u00f2 per le citazioni riferimenti di ebook on line che, specie nel caso del Kindle Amazon, non corrispondono alle pagine cartacee. Per questo non citer\u00f2 il numero delle pagine ma la posizione digitale, ad esempio: pos. 250.<\/h5>\n<h5>[2]Cfr. Pierre Dardot e Christian Laval , La nuova ragione del mondo. Roma. Derive e approdi 2013.<\/h5>\n<h5>[3] Karl Marx L&#8217;ideologia tedesca Editori Riuniti, Roma, 1967, pag. 27-28.<\/h5>\n<h5>[4]Cfr. Jean-Luc Nancy La creazione del mondo, Einaudi, Torino, 2003<\/h5>\n<h5>[5] Economia e Politica Sociale 2009-10 Terzo modulo: welfare e modelli di welfare, Carmela D&#8217;Apice 1<em>Welfare e modelli di welfare, <\/em>pag.4<\/h5>\n<h5>[6] Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, versione KIndle Amazon 2016<\/h5>\n<h5>[7] Ivi pos. 735<\/h5>\n<h5>[8] Ivi pos. 781<\/h5>\n<h5>[9]Carmela D&#8217;Apice op. cit. Ivi pag.4-5<\/h5>\n<h5>[10]Pierre Rosanvallon &#8220;La Societ\u00e0 dell&#8217;Uguaglianza&#8221;, Castelvecchi, Roma, 2013 versione KIndle, pos. 208<\/h5>\n<h5>[11][11]Dardot-Laval op. cit. pag. 308<\/h5>\n<h5>[12] ibidem<\/h5>\n<h5>[13] Ivi pag. 311<\/h5>\n<h5>[14] P. Rosanvallon op. cit KIndle pos 277.<\/h5>\n<h5>[15] Joseph E. Stiglitz Le nuove regole dell&#8217;economia&#8221;, IL Saggiatore, Milano, 2016, pag. 93.<\/h5>\n<h5>[16] Ivi, pag 94<\/h5>\n<h5>[17] Ivi, pag 94<\/h5>\n<h5>[18] Ivi ppg 94.<\/h5>\n<h5>[19] Wolfgang Streek, Tempo Guadagnato, Feltrinelli, Milano, 2015, versione KIndle pos. 2941.<\/h5>\n<h5>[20] Dardot- Laval op. cit. pag 492<\/h5>\n<h5>[21] Ivi pag 487.<\/h5>\n<h5>[22] Ivi pag. 488<\/h5>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/10556-giorgio-mele-la-ragione-neoliberista-e-i-suoi-critici.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/10556-giorgio-mele-la-ragione-neoliberista-e-i-suoi-critici.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Giorgio Mele) per la 1a parte, vedi QUI:\u00a0http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34408\u00a0 Tuttavia non possiamo non segnalare come in questi anni, nonostante il mugugno, la diseguaglianza abbia goduto di un consenso diffuso; la sete di giustizia non ha messo in discussione il carattere oggettivo delle disuguaglianze, che vengono ritenute inevitabili nella dinamica economica e sociale. Si condannano le diseguaglianze di fatto mentre si riconoscono come legittime le cause della diseguaglianza che le condizionano. 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