{"id":34610,"date":"2017-09-21T08:00:52","date_gmt":"2017-09-21T06:00:52","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34610"},"modified":"2017-09-20T19:33:08","modified_gmt":"2017-09-20T17:33:08","slug":"lillusione-di-essere-elite","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34610","title":{"rendered":"L\u2019illusione di essere \u00e9lite"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA RETE (Anna Momigliano)<\/strong><\/p>\n<p>Ritratto della classe aspirazionale, tra meccanismi di compensazione, negazione e lotta di classe anagrafica<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories5\/London_Pekam_01.jpg\" alt=\"London Pekam 01\" width=\"300\" height=\"310\" \/><\/p>\n<p>Quando mia figlia ha finito la prima elementare, un genitore della classe ha proposto di fare la cena di fine anno in un all you can eat: che bella idea, ho risposto, non avendo io mai messo piedi in un all you can eat. Poi, per\u00f2, giunta al ristorante, mi sono bastati pochi minuti per sentirmi fuori posto: tutto mi sembrava triste e pacchiano e insensato. Abbiamo mangiato del pessimo sushi e ogni adulto ha sborsato trenta euro, pi\u00f9 o meno la stessa cifra che spendo per mangiare decentemente.<\/p>\n<p>Prima, quando uscivamo con qualche compagno di classe, andavamo in qualche hamburgheria nobilitata (nella nostra zona ce ne sono tre, di cui due in aree pedonali dove si possono sguinzagliare i bambini) oppure a farci un brunch domenicale, tutte operazioni altrettanto economiche e meno alienanti. Il fatto \u00e8 che nell\u2019ultimo anno abbiamo cambiato scuola, spostandoci molto pi\u00f9 lontano dal centro di Milano, ed \u00e8 stato un cambiamento antropologico prima ancora che geografico.<\/p>\n<p>Nella materna all\u2019interno della cerchia dei navigli che frequentavamo, le mamme giovani vestivano Muji e Petit Bateau, le tate dispensavano gallette di riso e frutta biologica, e all\u2019uscita si affollavano curatissime nonne in bicicletta. Nella nuova scuola il tasso di babysitter \u00e8 calato, i bambini fanno merenda con le Camille del Mulino Bianco, le mamme pi\u00f9 curate sfoggiano fondotinta opachi e bauletti firmati. \u00c8 cambiato il contesto socio-economico, ma non \u00e8 soltanto una questione di reddito: certo, le famiglie del centro tendono a essere pi\u00f9 benestanti, per\u00f2 non \u00e8 sempre cos\u00ec.<\/p>\n<p>Le case, per cominciare, si ereditano, oppure si acquistano prima che un quartiere diventi gentrificato, e infatti tra i genitori della vecchia scuola c\u2019erano anche un\u2019altra coppia di giornalisti spiantati, una docente a contratto della Statale e due professori del liceo; davanti alla nuova scuola, poi, vedo parcheggiato pi\u00f9 di un Suv. \u00c8 una differenza di etologia, prima ancora che di classe.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 o meno nello stesso periodo, m\u2019\u00e8 capitato di leggere un libro di cui si diceva un gran bene sulla stampa americana (quello di leggere soprattutto giornali stranieri \u00e8 un altro vizio di un certo ceto urbano cosmopolita, che talvolta si traduce nel ritrovarsi fuori sincrono rispetto ai media nostrani, raccontava Francesco Guglieri in un gran bel <a href=\"http:\/\/www.pagina99.it\/2017\/02\/19\/il-web-ha-creato-lelite-dei-lettori-cosmopoliti\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">pezzo su <em>Pagina99<\/em><\/a>). In <em>The Sum of Small Things: A Theory of the Aspirational Class<\/em>, pubblicato dalla Princeton University Press a fine maggio, la sociologa e urbanista Elizabeth Currid-Halkett teorizza l\u2019avvento di una nuova categoria sociale unita pi\u00f9 da una sensibilit\u00e0 etica ed estetica che da parametri economici: una \u00abnuova \u00e9lite culturale\u00bb che si concentra nelle grandi citt\u00e0 globali e che rivela la propria posizione \u00abattraverso significanti culturali che trasmettono l\u2019acquisizione di una conoscenza e di un sistema di valori\u00bb.<\/p>\n<p>La \u00abclasse aspirazionale\u00bb, come la definisce, si distingue per linguaggio, per i consumi culturali (l\u2019abbonamento al <em>New Yorker<\/em>, sostiene l\u2019autrice, \u00e8 uno dei segni distintivi) e per la ricerca di prodotti \u00abda intenditore\u00bb accompagnata da una certa ossessione per l\u2019autenticit\u00e0 e la trasparenza: che si tratti di formaggi da gourmand o di birra artigianale, di scrub biodegradabili o di t-shirt prodotte in Europa, ogni acquisto deve rifuggire la massificazione e \u00abraccontare una storia\u00bb.<\/p>\n<p>Un altro tratto ricorrente \u00e8 una notevole cura della persona, incarnata in corsi di yoga, pilates e crossfit, che, nelle donne, si somma a una ritrovata vocazione a una genitorialit\u00e0 tradizionale: allattamento al seno prolungato, pappe fatte in casa, e via dicendo. \u00c8 una categoria che si sovrappone soltanto in parte alla \u201cclasse creativa\u201d teorizzata un decennio fa da Richard Florida e a quella dei cosiddetti \u201cknowledge workers\u201d, i professionisti altamente qualificati, perch\u00e9 implica il possesso di conoscenza, ma non necessariamente di quelle conoscenze richieste sul mercato.<\/p>\n<p>La teoria di Currid-Halkett pu\u00f2 essere riassunta in due punti. Primo, le nuove \u00e9lite culturali, se paragonate con quelle che le hanno precedute, tendono a dedicare molte pi\u00f9 risorse ai beni immateriali rispetto a quelle che dedicano ai beni materiali, dunque istruzione, viaggi, corsi e abbonamenti a Netflix hanno la precedenza rispetto a tappeti ed elettrodomestici; per\u00f2 quando si dedicano ai beni materiali, lo fanno con un\u2019attenzione al dettaglio quasi maniacale.<\/p>\n<p>Sono due facce della stessa medaglia: viviamo nell\u2019era dell\u2019abbondanza, in cui tutti possono accumulare oggetti, dunque chi desidera distinguersi dalle masse non ha che da consumare meno e consumare meglio (uno dei capitoli pi\u00f9 interessanti \u00e8 dedicato alla \u201cvoluntary simplicity\u201d, la semplicit\u00e0 volontaria che non \u00e8 anticonsumismo, e nemmeno decrescita felice, ma una dichiarazione di sapere apprezzare le cose giuste; la parola \u201corganic\u201d, biologico, \u00e8 ripetuta quaranta volte nel libro; \u201cartigianale\u201d quattordici e \u201cautentico\u201d dodici).<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019opposto, e insieme la conferma, di quello che Thorstein Veblen diceva della classe agiata alla fine dell\u2019Ottocento, quando sosteneva che la funzione principale dei loro \u00abconsumi vistosi\u00bb era differenziarsi dai pi\u00f9: in un\u2019epoca in cui i consumi vistosi sono alla portata di molti, se non proprio di tutti, l\u2019\u00e9litismo si rifugia in quelli che Currid-Halkett definisce i \u00abconsumi non vistosi\u00bb. Il suo secondo punto \u00e8 che la classe aspirazionale \u00e8 una classe, anche se include individui di reddito assai diverso tra loro: \u00abCi sono membri della classe aspirazionale che sono ricchi, avvocati di grandi studi che spendono fortune in rette universitarie dell\u2019Ivy League e in fragole biologiche. Altri, come gli sceneggiatori disoccupati e i laureati in design, possono a malapena partecipare economicamente a questo mondo, ma trovano altri mezzi per affermare l\u2019appartenenza a esso\u00bb.<\/p>\n<p>Per promuovere il libro, Currid-Halkett ha messo a punto un test in cinque punti. Fai parte della classe aspirazionale se, uno, \u00abcompri cose che ti fanno sentire una persona migliore\u00bb e, due, \u00abi \u201cconsumi non vistosi\u201d rappresentano una fetta importante della tua spesa\u00bb; se, tre, fare il genitore per te \u00e8 un \u00abnuovo status symbol\u00bb e se, quattro, \u00abparli di idee e non di cose\u00bb, insomma se ti muovi a tuo agio nelle cene dove si chiacchiera dell\u2019ultimo podcast; infine, se disponi del tuo tempo con una discreta flessibilit\u00e0, perch\u00e9 <a href=\"http:\/\/www.rivistastudio.com\/cose-che-succedono\/lavorare-da-casa-cosa-da-ricchi\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">lavorare da casa fa molto \u00e9lite<\/a>. Stando a questo inventario, rientro in pieno nella categoria.<\/p>\n<p>Eppure. Eppure qualcosa mi dice che \u00e8 sbagliato pensare a me stessa come \u00e9lite, e non \u00e8 falsa modestia, e neppure un cedimento allo Zeitgeist populista; pi\u00f9 banalmente, i documenti che ho consegnato al commercialista per la dichiarazione dei redditi raccontano che non c\u2019\u00e8 nulla che mi separi dalle masse. E pensare che nel malandato ambiente delle professioni culturali sono quasi una privilegiata, perch\u00e9 ho un posto fisso cui si somma qualche buona collaborazione: non sono la \u00ab<a href=\"http:\/\/www.ilfoglio.it\/articoli\/2014\/11\/10\/news\/stampa-precaria-78268\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">fascia alta dei morti di fame<\/a>\u00bb, come Michele Masneri ribattezz\u00f2 sul <em>Foglio,<\/em>\u00a0citando Walter Siti, i freelance pagati ottanta euro a pezzo; sono quell\u2019insipida classe media che, incidentalmente, condivide la sensibilit\u00e0 e i titoli di studio con una certa \u00e9lite. Non credo di essere un caso isolato, ma se la figura dell\u2019intellettuale povero si presta bene a essere romanticizzata, quella dell\u2019intellettuale borghese piccolo piccolo innesca una dissonanza cognitiva che \u00e8 difficile da mandare gi\u00f9.<\/p>\n<p>L\u2019elemento meno convincente di <em>The Sum of Small Things<\/em> consiste proprio nel mettere sullo stesso piano \u00e9lite culturale ed \u00e9lite economica, quasi a dire che sono la stessa cosa e che, anche quando non lo sono, poco importa: \u00abGli hipster disoccupati frequentano gli stessi caff\u00e8 degli sceneggiatori che hanno successo a Hollywood\u00bb, scrive a un certo punto l\u2019autrice, come se bastasse un frappuccino a chiudere la questione. Che senso ha parlare di \u00e9lite, come fa Currid-Halkett, ignorando le divisioni di reddito?<\/p>\n<p>E la sua teoria della classe aspirazionale pu\u00f2 essere applicata al contesto italiano, dove la disparit\u00e0 tra istruzione e reddito \u00e8 forse ancora pi\u00f9 marcata? Per chiarirmi le idee, ho fatto due chiacchiere con Massimo Zanetti, un sociologo che si occupa proprio di classi sociali e che insegna all\u2019universit\u00e0 della Valle d\u2019Aosta. Prima di tutto, dice Zanetti, bisogna distinguere tra \u00abclasse\u00bb e \u00abceto\u00bb: la classe, specie nella concezione di Max Weber, dipende dalla posizione in relazione al mercato del lavoro, mentre il ceto \u00e8 una forma di distinzione sociale legata agli stili di vita e ai consumi culturali. In tempi recenti, puntualizza, \u00ablo squilibrio tra condizione reddituale e ceto si sta verificando pi\u00f9 frequentemente\u00bb.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 particolarmente vero in Italia, prosegue il sociologo, \u00abdove le differenze di classe corrono soprattutto sulle linee generazionali\u00bb: in altre parole, pi\u00f9 siamo vecchi, migliore \u00e8 la nostra posizione in relazione al mercato del lavoro; o, parafrasando una vecchia battaglia di <em>Studio<\/em>, in Italia l<a href=\"http:\/\/www.rivistastudio.com\/standard\/lotta-di-classe-anagrafica\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">a vera lotta di classe \u00e8 quella anagrafica<\/a>, e questo si traduce in una sovrapposizione ancora minore tra \u00e9lite culturale ed \u00e9lite finanziaria. Zanetti qui introduce una chiave di lettura interessante per capire certe dinamiche di consumo delle \u00e9lite culturali: \u00abI consumi hanno sempre un aspetto simbolico.<\/p>\n<p>Se voglio mantenere una distinzione, ma ho pochi mezzi per farlo, allora una buona strategia \u00e8 accentuare questo aspetto simbolico. Creo nuovi segni distintivi, in alcuni casi, magari, facendo di necessit\u00e0 virt\u00f9: basti pensare a come l\u2019uso della bicicletta in citt\u00e0 non sia pi\u00f9 vissuto come una diminutio ma come un segno di distinzione\u00bb.<\/p>\n<p><span class=\"long-form-quote-right\"><strong>46300<\/strong> euro il reddito mediano di una famiglia negli Stati Uniti<\/span><\/p>\n<p><span class=\"long-form-quote-right\"><strong>35900<\/strong> euro in Francia e Germania<\/span><\/p>\n<p><span class=\"long-form-quote-right\"><strong>33120<\/strong> euro in Gran Bretagna<\/span><\/p>\n<p><span class=\"long-form-quote-right\"><strong>28300<\/strong> euro in Italia<\/span><\/p>\n<p><span class=\"long-form-quote-right\"><strong>27900<\/strong>\u00a0euro\u00a0in Spagna<\/span><\/p>\n<p>E se fosse questo il punto dei \u00abconsumi non vistosi\u00bb, una scorciatoia per differenziarci a basso costo? Certo, comprare cibo da <em>connoisseur<\/em> costa pi\u00f9 che comprare cibo standard da supermercato, ma non poi cos\u00ec tanto di pi\u00f9. Vestirsi da American Apparel costa pi\u00f9 che vestirsi da Zara, ma \u00e8 una differenza facilmente affrontabile. Lo stesso vale per un abbonamento a <em>Internazionale<\/em> o a un centro yoga fighetto, tutte cose che ci permettono di esorcizzare la nostra ansia di essere uguali alla massa, pur senza avere grandi risorse per farlo.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 qualche anno fa Mark Greif, il cofondatore di <em>N+1<\/em>, <a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/2010\/11\/14\/books\/review\/Greif-t.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">teorizzava<\/a> che, dietro a quelli che definiremmo consumi evoluti si nasconde una forma di compensazione per \u00abi giovani di classe medio-bassa che sanno muoversi con stile\u00bb ma non godono di grandi mezzi: \u00abSoltanto in base alla coolness dei loro vestiti possono essere \u201csuperiori\u201d: la sapienza hipster compensa l\u2019immobilit\u00e0 economica\u00bb, ha scritto sul <em>New York Times<\/em> in tempi non sospetti, quando si poteva ancora utilizzare la parola \u201chipster\u201d senza il rischio di sembrare ridicoli. \u00c8 pi\u00f9 o meno la stessa cosa che, pi\u00f9 recentemente, ha scritto <a href=\"http:\/\/24ilmagazine.ilsole24ore.com\/2016\/08\/noi-classe-disagiata\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Raffaele Ventura su <em>IL<\/em><\/a>: \u00abLa verit\u00e0 \u00e8 che gli status symbol sono in fin dei conti molto pi\u00f9 preziosi dei beni normali: sono il nostro appiglio per \u201crestare nel club\u201d, ovvero tentare di resistere al declassamento e alle sue concretissime conseguenze\u00bb.<\/p>\n<p>Se uno ci pensa, \u00e8 molto vebliana questa cosa e le esigenze che si nascondono dietro i \u00abconsumi non vistosi\u00bb negli anni Dieci sono le stesse che si nascondevano dietro i \u00abconsumi vistosi\u00bb dell\u2019Ottocento: devo separarmi della massa, per\u00f2 la distanza economica tra me e la massa si sta assottigliando \u2013 quando c\u2019\u00e8 ancora \u2013 e il risultato \u00e8 che non solo devo elaborare nuovi modi, meno vistosi, per distinguermi dai pi\u00f9, ma, addirittura, avverto un\u2019esigenza maggiore di distanziarmi da loro, proprio per esorcizzare questo ravvicinamento indesiderato.<\/p>\n<p>Forse per\u00f2, oltre alla compensazione, c\u2019\u00e8 anche un altro meccanismo freudiano in atto. Nel suo besteller del 2011, <em>Chavs: The Demonization of the Working Class<\/em>, il giornalista inglese Owen Jones si domandava come mai nessuno pi\u00f9 volesse pi\u00f9 definirsi classe lavoratrice. Riportava, tra le altre cose, un dialogo surreale con un amico economicamente malmesso, che per\u00f2 si ostinava a sostenere: \u00abOk, per la casa dove vivo e per quello che guadagno sono <em>working class<\/em>, ma per tutto il resto, per esempio l\u2019istruzione, mi sento classe media\u00bb. Questo, suppongo, si chiama diniego. La mia impressione \u00e8 che sta accadendo qualcosa di simile con le cosiddette \u00e9lite che sono \u00e9lite soltanto per i loro consumi culturali: a pochi piace pensarsi povero, ma ancora a meno piace pensarsi borghese piccoli piccoli, e cos\u00ec ci ritroviamo in una fase di negazione collettiva.<\/p>\n<p>Ho esposto i miei dubbi a Currid-Halkett, l\u2019autrice di <em>The Sum of Small<\/em>, che mi ha risposto in una email: \u00abCredo che il concetto di una classe aspirazionale legata da una valuta pi\u00f9 culturale che economica diventi ancora pi\u00f9 interessante da osservare, in una situazione dove il capitale culturale non conferisce automaticamente una stabilit\u00e0 economica e dove esiste una sovrapposizione minore tra livello culturale e reddito\u00bb.<\/p>\n<p>Quello che intendeva dire \u00e8 che la sua analisi si riferisce a un contesto, quello americano, dove l\u2019\u00e9lite culturale coincide spesso (seppure non sempre) con l\u2019\u00e9lite economica; ma che potrebbe essere applicata, e a maggior ragione, a un contesto come quello italiano, che \u00abpermette di vedere la vera espressione di questa nuova \u00e9lite per quello che \u00e8 veramente, cio\u00e8 persone che danno la priorit\u00e0 a particolari significanti culturali indipendentemente dal prezzo e che a volte fanno scelte culturali che non sono allineate con la loro posizione economica\u00bb. \u00c8 un\u2019analisi interessante, che per\u00f2 contiene anche qualche elemento consolatorio. Non riesco a togliermi l\u2019idea che, dietro a questo modo di vedere le cose, si nascondano meccanismi di compensazione e di diniego.<\/p>\n<p>Qualche giorno fa ero a una festa sulla terrazza di un piccolo appartamento milanese pieno di libri e di persone interessanti, uno di quei dinner party estivi frequentati da giornalisti, editor e scrittori, dove capita spesso di sentire parlare altre lingue e, pi\u00f9 raramente, d\u2019incontrare persino qualche nome noto. Seduta vicino a me c\u2019era un\u2019autrice nigeriana di discreta fama internazionale: abbiamo parlato di quello di cui ci si aspettava avremmo parlato in una situazione del genere. Io le ho detto che avevo letto un paio di suoi editoriali sul<em> New York Times <\/em>e che mi erano piaciuti e lei mi ha detto, azzeccandoci, che \u00abmi sembra di riconoscere un po\u2019 di Ivy League in te\u00bb.<\/p>\n<p>Immagino volesse essere un complimento. Per\u00f2 \u00e8 stato come un pugno nello stomaco, perch\u00e9 la prima cosa che ho pensato \u00e8 stata che, difficilmente, un giorno potr\u00f2 pagare una retta all\u2019Ivy League per mia figlia. In un passaggio particolarmente lucido del suo saggio, Currid-Halkett nota come molti dei membri meno economicamente affermati della classe aspirazionale abbiano pur sempre ricevuto un\u2019educazione costosa: \u00abIl <em>New York Times<\/em> costa solo due dollari e cinquanta, ma la capacit\u00e0 di capire tutte le parole che contiene e le sue allusioni culturali implica un\u2019istruzione pagata profumatamente\u00bb.<\/p>\n<p>Se tutto quello che sono, che cosa leggo, come consumo e le parole che scelgo, \u00e8 il prodotto del fatto che i miei genitori hanno potuto mandarmi a studiare all\u2019estero, allora cosa potr\u00f2 lasciare di me? Forse una \u00e9lite culturale che non \u00e8 ricca esiste davvero, come dice Currid-Halkett, per\u00f2 \u00e8 destinata a estinguersi nel giro d\u2019una generazione.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10575-anna-momigliano-l-illusione-di-essere-elite.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10575-anna-momigliano-l-illusione-di-essere-elite.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA RETE (Anna Momigliano) Ritratto della classe aspirazionale, tra meccanismi di compensazione, negazione e lotta di classe anagrafica Quando mia figlia ha finito la prima elementare, un genitore della classe ha proposto di fare la cena di fine anno in un all you can eat: che bella idea, ho risposto, non avendo io mai messo piedi in un all you can eat. 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