{"id":34789,"date":"2017-09-30T00:30:17","date_gmt":"2017-09-29T22:30:17","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34789"},"modified":"2017-09-29T15:29:35","modified_gmt":"2017-09-29T13:29:35","slug":"la-quinta-colonna-del-liberalismo-french-theory-e-potere-come-flusso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34789","title":{"rendered":"La quinta colonna del liberalismo: \u201cFrench Theory\u201d e potere come flusso"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SIMONE GARILLI (FSI Mantova, Lombardia)<\/strong><\/p>\n<p>Negli ultimi decenni la teoria del potere ha vissuto una sorta di rivoluzione, con effetti pratici certamente regressivi per le classi popolari.<\/p>\n<p>Ha prevalso un filone teorico che vede nel potere un flusso invece che un insieme coordinato di istituzioni politiche ed amministrative. Questo potere liquido attraverserebbe le istituzioni indagate tradizionalmente dalla filosofia politica e condizionerebbe minuziosamente il comportamento degli individui attraverso metodi ben pi\u00f9 subdoli ed efficaci del combinato lineare legge-repressione.<\/p>\n<p>Insieme ad una produzione intellettuale in alcuni casi molto raffinata si \u00e8 cos\u00ec imposto un nuovo immaginario collettivo che vede nella finanza trans-nazionale e acefala il <em>dominus<\/em> dei popoli inermi e degli stessi Stati nazionali. I centri di potere tradizionali, di natura immediatamente politica, sarebbero stati rimpiazzati dai poteri diffusi della globalizzazione finanziaria.<\/p>\n<p><strong>Il contributo francese<\/strong><\/p>\n<p>Centro teorico di questa rivoluzione \u00e8 stata la Francia degli anni Sessanta e Settanta, nella quale hanno inciso autori di sicuro valore e di varia estrazione disciplinare; il pi\u00f9 importante fra essi mi sembra essere stato Michel Foucault.<\/p>\n<p>L&#8217;assioma degli studi foucaultiani \u00e8 piuttosto semplice: il potere \u00e8 per sua natura oppressivo. Ne deriva un corollario pratico: chi voglia davvero spendersi per la libert\u00e0 deve battersi contro <em>ogni forma<\/em> di potere.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 nel dettaglio, il potere agisce come agente e produttore di verit\u00e0 che legittimano le varie e diffuse pratiche oppressive. \u00c8 cio\u00e8 attraverso un regime di veridizione (il \u2018discorso\u2019, nel lessico foucaultiano) che ogni sistema di potere decide cosa \u00e8 vero e cosa \u00e8 falso, cosa si pu\u00f2 dire e cosa no e finanche cosa \u00e8 pensabile e cosa non lo \u00e8, influenzando in modo diretto ma soprattutto indiretto il comportamento degli individui. Compito dell&#8217;intellettuale \u00e8 mostrare come agisce il sistema di veridizione del proprio tempo per offrire a chi voglia resistergli una serie di strumenti analitici. L&#8217;intero lavoro di ricerca del filosofo francese si svolge cos\u00ec intorno ad alcuni dispositivi sociali (la prigione<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, le strutture ospedaliere e psichiatriche<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, la sessualit\u00e0<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>, lo Stato<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>) al fine di metterne a nudo i discorsi veritativi che ne informano la razionalit\u00e0 operativa e che producono oppressione.<\/p>\n<p>Se la verit\u00e0 \u00e8 potere e il potere \u00e8 oppressione, come Foucault sembra suggerire, se ne dovr\u00e0 dedurre che la verit\u00e0 intesa in senso ontologico non esiste. La storia foucaultiana procede per &#8220;rotture epistemologiche&#8221; che sostituiscono regimi di veridizione con altri. Cambia il discorso sulla follia, sulla sessualit\u00e0, sullo Stato &#8211; e di questi cambiamenti Foucault costruisce pregevolissime genealogie &#8211; mentre l&#8217;unica costante \u00e8 il potere, che non \u00e8 istituzione bens\u00ec flusso capace di riformularsi secondo pratiche discorsive diverse di epoca in epoca e di ridisegnare cos\u00ec ogni volta i confini del vero e del falso, cio\u00e8 la sua razionalit\u00e0 pratica.<\/p>\n<p>La sfida politica consisterebbe, cos\u00ec stando le cose, nello sdoppiamento di s\u00e9: ad un io sociale che deve giocoforza nuotare nell&#8217;acquario politico e sociale del suo tempo, andrebbe affiancato un io trans-storico capace di astrarsi dal sistema di verit\u00e0 e potere in cui si \u00e8 trovato a vivere, relativizzandolo. La resistenza si giocherebbe sul terreno della veridizione e dovrebbe essere solo negativa, perch\u00e9 ogni pretesa di conquistare il potere per usarlo a fin di bene produrrebbe un esito scontato: ricadere in una nuova forma di oppressione, posto che potere e verit\u00e0 <em>sono<\/em> oppressione.<\/p>\n<p><strong>Decostruzione senza ricostruzione: il potere a briglia sciolta nel \u201cTrentennio Pietoso\u201d<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 subito evidente la carica individualistica e anti-statalista di una filosofia politica di questo tipo. Ad una fase decostruttiva del potere che si viene configurando secondo linee di fuga strettamente individuali &#8211; e che non sarebbe saggio condannare di per s\u00e9 &#8211; Foucault non accompagna una fase ricostruttiva della lotta di classe intorno al potere, rinunciando cos\u00ec a condizionare il sistema di oppressione complessivo; sistema che pertanto sar\u00e0 ancor pi\u00f9 libero di agire, perch\u00e9 alla sua forza oppressiva si aggiungerebbe il supporto incosciente degli stessi individui nella misura in cui decidessero di sottrarsi ai corpi intermedi che ne rappresentano principi e interessi (partiti e sindacati su tutti).<\/p>\n<p>\u00c8 la storia degli ultimi trent&#8217;anni abbondanti.<\/p>\n<p>Secondo Paolo Leon, compianto studioso della dinamica strutturale del capitalismo, alla radice dei movimenti libertarti e anti-statalisti che tra gli anni Sessanta e Settanta si prendono la scena politica c&#8217;\u00e8 un&#8217;illusione ottica di natura microeconomica che coinvolge non solo i capitalisti, ma anche i sindacati e i lavoratori. Se \u00e8 infatti assodato, a partire da Smith, che il singolo capitalista produce effetti macroeconomici involontari mentre tende alla ricerca del massimo profitto individuale, un meccanismo simile \u00e8 valido anche per le altre categorie socio-economiche inserite, che lo vogliano o meno, nella dinamica riproduttiva del modo capitalistico. La natura macroeconomica della microeconomia non \u00e8 per\u00f2 &#8220;visibile&#8221; al singolo individuo. Il singolo, sia esso un imprenditore, un lavoratore o un rappresentante politico-sindacale, tende a sottovalutare le funzioni e gli effetti della politica economica dello Stato. In particolare, nelle condizioni di piena occupazione, alti salari e stato sociale tipiche del Trentennio Glorioso<\/p>\n<p>[&#8230;] <em>il sindacato assegna a se stesso il merito per gli aumenti salariali e il miglioramento dei diritti nello stato sociale, e ignora il ruolo della politica economica, dell&#8217;obbiettivo della piena occupazione, e soprattutto del tasso di cambio fluttuante. Cos\u00ec, sindacato e imprese, nelle circostanze, si rivelano attori microeconomici e, salvo rare eccezioni, diffidano dell&#8217;intervento pubblico, vuoi perch\u00e9 interferisce nelle vertenze sindacato-impresa, vuoi perch\u00e9 il ceto politico si ritiene in concorrenza con questa stessa contrattazione, vuoi perch\u00e9 temono il riflesso inflazionistico sui loro crediti, vuoi perch\u00e9 temono le conseguenze delle politiche antinflazionistiche. In tutto ci\u00f2, \u00e8 possibile che si alteri anche la soggettivit\u00e0 dei lavoratori, perch\u00e9 anch&#8217;essi ciechi all&#8217;economia nel suo complesso (altri direbbero che la classe operaia non era realmente diventata una classe dirigente). Se, infatti, attribuiscono alle proprie capacit\u00e0 il merito dei maggiori salari (della riduzione delle ore lavorative, dello stato sociale, ecc.) e acquistano i modi di essere individualistici dei capitalisti (consumi, status, ecc.), allora il sindacato e l&#8217;intervento pubblico appariranno loro (alla nuova classe media) meno necessari<\/em><a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>.<\/p>\n<p>Ci si pu\u00f2 chiedere, continua Leon<\/p>\n<p><em>[&#8230;] se i movimenti popolari degli anni Sessanta e Settanta, suscitati dalla libert\u00e0 economica fornita dalla piena occupazione, non abbiano ritenuto inutile fardello le forme tradizionali di rappresentanza sociale e politica, e non si siano trasformati in domande libertarie e individualistiche, e se ci\u00f2, alla fine, non abbia creato il consenso alle successive politiche antistatali e antisindacali del Primo Ministro Tatcher e del Presidente Reagan<\/em><a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p>La distorsione microeconomica che inganna i lavoratori non deve tuttavia essere intesa come caratteristica ontologica e quindi irreversibile dell\u2019essere sociale, poich\u00e9 deriva proprio dai rapporti di produzione tipici del capitalismo, i quali poggiano le loro fondamenta sul terreno filosofico utilitarista. L&#8217;imprenditore che taglia il costo del lavoro durante una crisi economica, cos\u00ec pensando di ampliare i margini di profitto o quantomeno ripristinare quelli precedenti alla crisi, spesso non si rende conto che in tal modo sta tagliando i redditi di coloro che dovrebbero comprare il suo prodotto, destinato perci\u00f2 a rimanere invenduto e a sollecitare altri tagli e una nuova contrazione della produzione. Ma il punto decisivo \u00e8 che, anche rendendosene conto, il singolo imprenditore non potrebbe fare altrimenti perch\u00e9 da solo non ha la forza di invertire la composizione utilitaristica complessiva. Paradossalmente, anche se <em>tutti<\/em> gli imprenditori &#8220;vedessero&#8221; gli effetti macroeconomici delle loro azioni l&#8217;esito sarebbe lo stesso, essendo i loro investimenti basati sulle aspettative di vendita e regnando l&#8217;incertezza circa il comportamento degli altri imprenditori. Solo lo Stato pu\u00f2 invertire il ciclo negativo, visto che in linea teorica pu\u00f2 fare a meno del vincolo agli investimenti derivante dalla domanda in calo decidendo di non rispondere alla logica utilitaristica della massimizzazione del profitto. Perch\u00e9 ci riesca, naturalmente, ha bisogno di muoversi all&#8217;interno di un impianto economico sovranista che consenta di finanziare la maggiore spesa con nuovi &#8220;segni monetari&#8221; e di controllare il sistema finanziario nazionale, piegandolo ai suoi fini.<\/p>\n<p>I lavoratori che rinunciano a farsi Stato attraverso i corpi intermedi (partiti e sindacati) stanno in realt\u00e0 rinunciando a \u201cprendere per la collottola il capitalismo\u201d e a piegarlo ad una logica macroeconomica non utilitaristica, e gli stessi corpi intermedi, quando si convincono di poter prosperare senza le regia dello Stato, stanno gettando le basi per la loro irrilevanza futura; questa inconsapevolezza, infatti, \u00e8 all\u2019origine della postura corporativa che vanno assumendo perlomeno i suoi vertici nazionali.<\/p>\n<p>Leon ci fa notare che ci\u00f2 \u00e8 accaduto proprio quando i corpi intermedi erano all&#8217;apice della loro forza, perch\u00e9 il benessere relativo delle classi lavoratrici ha fatto loro dimenticare qual \u00e8 l&#8217;attore che in ultima istanza lo garantiva: appunto lo Stato.<\/p>\n<p>Barba e Pivetti vanno ancora pi\u00f9 a fondo e ne <em>La scomparsa della sinistra in Europa<\/em> ci dicono che se ci\u00f2 \u00e8 potuto accadere \u00e8 perch\u00e9 i partiti popolari dei lavoratori non hanno mai governato il Trentennio Glorioso, ma si sono limitati a cavalcare l&#8217;onda prodotta dalle stesse forze politiche del capitalismo, consce che senza riconoscere la legittimit\u00e0 delle rappresentanze popolari &#8211;\u00a0 in un contesto potenzialmente rivoluzionario come era quello che aveva portato alla Resistenza prima e ad una Costituzione anti-fascista e anti-liberale poi &#8211; il rischio di uno scivolamento italiano ad Est sarebbe stato troppo alto.<\/p>\n<p>Dal punto di vista della cultura socialista accadde perci\u00f2 che<\/p>\n<p><em>La natura conflittuale del sistema fu progressivamente persa di vista, cos\u00ec come fin\u00ec per essere perso di vista il ruolo dell&#8217;azione collettiva come determinante del progresso sociale all&#8217;interno del capitalismo.<\/em><\/p>\n<p>In effetti,<\/p>\n<p><em>negli scritti dei maggiori intellettuali di quel ventennio di fatto sparirono, insieme alle classi e alla questione generale dei rapporti di forza tra salariati e percettori di redditi da capitale e impresa, le questioni connesse con la capacit\u00e0 dello Stato di influire su tali rapporti di forza e sull&#8217;esito del conflitto distributivo<\/em><a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>.<\/p>\n<p>Si tratt\u00f2, detto in altri termini, della sostanziale subalternit\u00e0 dei rappresentanti dei lavoratori alla filosofia utilitaristica, la quale imped\u00ec a queste forze di elaborare idealmente una struttura sociale alternativa da realizzarsi quando i presupposti del capitalismo dal volto (relativamente) buono andavano scomparendo alla fine degli anni Settanta. Al Trentennio Glorioso ideato e nel complesso gestito dalle forze del capitalismo andava fatto seguire, con le buone o con le cattive, un Trentennio socialista e sovranista, ma per farlo era necessaria una egemonia indiscussa tra le classi dirigenti e popolari che rendesse pensabili e politicamente legittime norme e politiche illiberali, nel senso letterale del termine. Tra esse, in prima istanza, un rigoroso controllo delle importazioni per allentare il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti. Non erano, a quei tempi, velleit\u00e0 settarie, dato che il Partito Comunista Italiano raggiunse a met\u00e0 degli anni Settanta il suo massimo risultato storico sia alle amministrative che alle politiche (intorno al 35%) e nel 1980 il fronte composto da socialisti e comunisti vinse in Francia le elezioni andando al governo.<\/p>\n<p>Ma nulla di tutto ci\u00f2 accadde, e le forze di sinistra col passare degli anni iniziarono addirittura a gestire in prima persona la transizione al Trentennio Pietoso facendosi avanguardia non delle istanze popolari, ma dei simulacri ideologici del grande capitale: la &#8220;modernizzazione&#8221;, &#8220;il libero commercio internazionale&#8221;, &#8220;la libera concorrenza&#8221;, &#8220;gli Stati Uniti d&#8217;Europa&#8221;.<\/p>\n<p>La graduale espulsione dell\u2019elemento socialista dal corpo politico della Sinistra apr\u00ec praterie per la cosiddetta French Theory, che pi\u00f9 di ogni altra cosa fu, appunto, una rivoluzione della teoria del potere, non a caso prodotta da intellettuali critici post-marxisti, spesso rabbiosamente anti-comunisti; rivoluzione teorica anti-dialettica e perci\u00f2 predisposta a superare, senza conservarla, la teoria classica del potere, accettando come condizione irreversibile il potere-flusso che il liberalismo nella sua fase controrivoluzionaria andava costruendo e ancor pi\u00f9 propagandando come nuovo ed esclusivo orizzonte della filosofia e dell\u2019analisi politica.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Si veda in particolare <em>Sorvegliare e punire<\/em>, 1976.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Si vedano in particolare <em>Storia della follia nell\u2019et\u00e0 classica<\/em>, 1963, e <em>Nascita della clinica<\/em>, 1967.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Si veda in particolare la trilogia intitolata <em>Storia della sessualit\u00e0<\/em>, comprendente <em>La volont\u00e0 di sapere<\/em>, 1978, <em>L\u2019uso dei piaceri<\/em>, 1984, e <em>La cura di s\u00e9<\/em>, 1985.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Si vedano in particolare <em>Sicurezza, territorio, popolazione<\/em>, 1977-78, e <em>Nascita della biopolitica<\/em>, 1978-79.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> P. Leon, <em>Il capitalismo e lo Stato<\/em>, Castelvecchi, Roma, 2014.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Ivi.<\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> A. Barba, M. Pivetti, <em>La scomparsa della sinistra in Europa<\/em>, Imprimatur editore, Roma, 2016.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SIMONE GARILLI (FSI Mantova, Lombardia) Negli ultimi decenni la teoria del potere ha vissuto una sorta di rivoluzione, con effetti pratici certamente regressivi per le classi popolari. Ha prevalso un filone teorico che vede nel potere un flusso invece che un insieme coordinato di istituzioni politiche ed amministrative. 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