{"id":34844,"date":"2017-09-29T11:15:07","date_gmt":"2017-09-29T09:15:07","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34844"},"modified":"2017-09-28T19:57:43","modified_gmt":"2017-09-28T17:57:43","slug":"le-elezioni-tedesche-nel-contesto-europeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=34844","title":{"rendered":"Le elezioni tedesche nel contesto europeo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE (Tommaso Nencioni)<\/strong><\/p>\n<p>Sarebbe difficile spiegare i 16 anni di guida Merkel in Germania senza considerare l\u2019egemonia che in Europa la cancelliera ha saputo consolidare nel corso della crisi \u2013 e, per certi versi, proprio grazie alla crisi. <strong>Questione tedesca e questione europea sono legate<\/strong>. Lo sono fin dal consolidarsi in Stato-nazione di quell\u2019area che dalla met\u00e0 del XIX secolo conosciamo come \u00abGermania\u00bb. Probabilmente, anzi, non esisterebbe una questione europea se non esistesse, incardinata al centro del vecchio continente, una questione tedesca.<\/p>\n<p>La Germania nasce come Stato unificato in uno spazio geopolitico gi\u00e0 saturo. E <strong>nasce come Stato-nazione gi\u00e0 con potenziale imperiale<\/strong> \u2013 per capacit\u00e0 militari e di attrazione di capitali e di manodopera qualificata. Il trentennio di guerre mondiali si chiuse con la doppia sconfitta del disegno imperiale tedesco, e la guerra fredda si present\u00f2 \u2013 prima che la decolonizzazione ne spostasse nel Terzo Mondo il baricentro \u2013 come un tentativo di stabilizzare la questione della Germania.<\/p>\n<p>Il crollo dell\u2019URSS mise fine a quel tentativo. I gruppi dirigenti europei avvertirono il pericolo, e accelerano il processo di integrazione europea come via per imbrigliare in una trama di relazioni multilaterali, se non federali, la Germania riunificata. Uno schema che tuttavia Berlino \u00e8 riuscita a capovolgere a proprio pressoch\u00e9 esclusivo vantaggio. \u00ab<strong>Rafforzare l\u2019Europa significa rafforzare la Germania<\/strong>\u00bb, recitava un ambivalente slogan della Cdu in quest\u2019ultima campagna elettorale.<\/p>\n<p>L\u2019egemonia tedesca sul continente europeo si basa su un\u2019economia che, da il \u00abmalato della zona euro\u00bb, \u00e8 divenuta la \u00ab<strong>locomotiva d\u2019Europa<\/strong>\u00bb. Tale successo \u00e8 di solito spiegato con il riferimento alle riforme Hartz, implementate tra il 2003 ed il 2005 con lo scopo di rendere pi\u00f9 flessibile il mercato del lavoro, prima irrigidito dalla presenza capillare dei sindacati in gran parte dei settori economici. Da allora, si \u00e8 assistito ad un fenomeno che taluni esaltano come aumento della competitivit\u00e0, altri additano come deflazione salariale, definendola scorretta in quanto gli altri paesi dell\u2019area euro non possono pi\u00f9 contare sulla svalutazione monetaria per tentare di strappare alla Germania il record di esportazioni verso l\u2019eurozona.<\/p>\n<p>Entrambe le analisi, o accuse che dir si voglia, appaiono <strong>fuorvianti<\/strong>. L\u2019idea che la competitivit\u00e0 di merci e servizi destinati al commercio internazionale dipenda in larga parte dal salario corrisposto ai lavoratori \u00e8 stata di recente relativizzata da stime empiriche che rilevano come solo il 22% del costo finale per unit\u00e0 di prodotto sia composto dal costo del lavoro. Il tessuto produttivo tedesco \u00e8 molto diverso da quello degli altri Stati europei: <strong>la manifattura continua a ricoprire un ruolo preponderante<\/strong>, anche dopo il calo subito a causa della crisi. Nel 2016, il 22% del totale del valore aggiunto deriva dalla produzione di beni manifatturieri, contro il 14% di Spagna, 16% di Italia e l\u201911% di Francia. Molti di questi beni sono il risultato di un processo produttivo che si svolge in buona parte al di fuori dei confini tedeschi, dal momento che i componenti a pi\u00f9 basso valore aggiunto sono prodotti in paesi quali Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.<\/p>\n<p>Proprio queste economie risultano <strong>subordinate al modello produttivo tedesco<\/strong>, al quale forniscono una forza lavoro disciplinata e relativamente poco costosa. L\u2019assemblaggio finale, cos\u00ec come i laboratori di ricerca e sviluppo, rimangono per\u00f2 entro i confini tedeschi e rappresentano le fasi di produzione a pi\u00f9 alto valore aggiunto. Non a caso, il settore manifatturiero rimane uno dei baluardi dei sindacati, i quali hanno impedito l\u2019abbassamento dei salari che si \u00e8 verificato invece nel settore dei servizi, nel quale una quota rilevante di occupati subisce <strong>gli effetti della precariet\u00e0 e povert\u00e0 dei minijob<\/strong>.<\/p>\n<p>Gioca un ruolo importante la dimensione media delle imprese, che nel manifatturiero tedesco risulta di 35 dipendenti, contro i 14 in Francia, i 10 in Spagna ed i 9 in Italia. Le aziende pi\u00f9 grandi sono infatti le stesse in cui \u00e8 presente un laboratorio di ricerca e sviluppo ed in cui la produttivit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 elevata, sia grazie alle economie di scala sia grazie alle maggiori risorse finanziarie impiegate. Sono proprio queste\u00a0ultime a rappresentare uno dei fattori chiave del modello tedesco. La Germania \u00e8 infatti uno dei pochi Paesi membri che ha mantenuto una <strong>banca pubblica, dotata di mezzi finanziari formidabili<\/strong>, che le permettono di intervenire nel mercato del credito e indirizzare le risorse nei settori ad alto potenziale innovativo. Si tratta della Kreditanstalt fur Wiederaufbau (KfW), controllata per l\u201980% da Berlino e per il 20% dai Lander.<\/p>\n<p>La KfW eroga attualmente pi\u00f9 del 10% del totale del credito a tassi agevolati e con scadenze medio-lunghe, favorendo processi di innovazione che richiedono tempo e risorse per dare i propri frutti. Per contro, agli stati periferici dell\u2019eurozona \u00e8 stata imposta una cura austeritaria che ha<strong> distrutto gran parte della capacit\u00e0 di poli produttivi<\/strong>potenzialmente concorrenti con quello tedesco.<\/p>\n<p>Questa panoramica spiega in gran parte l\u2019inerzia del quadro politico che ha condotto alla (stentata) riconferma della cancelliera Merkel. La grande coalizione tra Cdu e Spd che ha governato negli ultimi anni rappresentando quasi plasticamente il <strong>compromesso tra l\u2019oligarchia, la rendita piccola e grande goduta dalla classe media e l\u2019aristocrazia operaia<\/strong> impiegata nelle punte pi\u00f9 avanzate della manifattura. Ma spiega anche l\u2019impiantazione di un dualismo sia nel mercato del lavoro che nello sviluppo tra Ovest ed Est che potrebbe minare la stabilit\u00e0 tedesca.<\/p>\n<p>Se ne \u00e8 avvantaggiata, come in altri casi europei, l\u2019estrema destra, che <strong>soffia sul fuoco della marginalit\u00e0 sociale<\/strong> e che non perdona alla cancelliera le aperture in tema di immigrazione (aperture pi\u00f9 immaginarie che reali, se fu proprio la Merkel nel febbraio del 2016 a convincere Erdogan e chiudere la rotta balcanica e ad assegnare alla Turchia il ruolo di bastione contro l\u2019ondata di profughi). La SPD si vedr\u00e0\u00a0costretta, pi\u00f9 per tattica parlamentare che per convinzione, ad abbandonare la coalizione; ma un\u2019alleanza \u00abGiamaica\u00bb tra le forze europeiste parrebbe restituire l\u2019immagine di partiti sistemici asserragliati a difesa di uno schema che, se non regge pi\u00f9 nella metropoli, apre a maggior ragione scenari sconvolgenti in tutto il continente.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/tommaso-gabellini\/le-elezioni-tedesche-nel-contesto-europeo\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/tommaso-gabellini\/le-elezioni-tedesche-nel-contesto-europeo\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Tommaso Nencioni) Sarebbe difficile spiegare i 16 anni di guida Merkel in Germania senza considerare l\u2019egemonia che in Europa la cancelliera ha saputo consolidare nel corso della crisi \u2013 e, per certi versi, proprio grazie alla crisi. Questione tedesca e questione europea sono legate. 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