{"id":35177,"date":"2017-10-08T13:16:47","date_gmt":"2017-10-08T11:16:47","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35177"},"modified":"2017-10-08T13:16:47","modified_gmt":"2017-10-08T11:16:47","slug":"i-fondamenti-teorici-del-neoliberismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35177","title":{"rendered":"I fondamenti teorici del neoliberismo"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>JACQUES SAPIR<\/strong><\/p>\n<p><em>Ci siamo spesso occupati in questo blog degli effetti delle politiche neo-liberiste sulla vita quotidiana dei cittadini e sui rapporti di forza tra Stati. Il questo articolo piuttosto \u201ctecnico\u201d, Jacques\u00a0Sapir ci offre una <a href=\"https:\/\/russeurope.hypotheses.org\/6157\">trattazione rigorosa e densa<\/a> delle origini e delle incongruenze teoriche della teoria economica alla base del neoliberismo dal punto di vista puramente teorico. Il prestigioso economista, pi\u00f9 volte ospitato sul nostro sito, smonta con assoluta lucidit\u00e0 e rigore scientifico i dogmi rigidi ed irrealistici su cui si basa la teoria economica dominante, rivelandone tutti i paradossi e le debolezze. Viene da chiedersi come sia stato possibile che una tale teoria, che sistematicamente contraddice ogni requisito di scientificit\u00e0, intrisa di vizi ideologici, sia\u00a0riuscita ad affermarsi con una forza quasi-religiosa, e continui ad essere brandita come il modello di pi\u00f9 alta perfezione scientifica raggiunto dalla scienza economica, quando invece \u00e8 proprio l\u2019opposto.<\/em><\/p>\n<p>La teoria classica, o teoria dell\u2019equilibrio generale, continua a dominare gran parte degli studi ed interpretazioni economiche, in particolare quelli riguardanti il \u201cmercato\u201d del lavoro, e la volont\u00e0 dell\u2019attuale governo di far passare, se necessario \u201ccon la forza\u201d, tutta una serie di misure che costringano i lavoratori ad una situazione d\u2019isolamento, esattamente come auspicato dalla teoria neoclassica. Essa infatti non prende in considerazione le istituzioni, o cerca di ridurle a dei semplici accordi, quando invece sono ben altra cosa.<\/p>\n<p>Sembra dunque utile ritornare su questo paradigma di equilibrio, e pi\u00f9 in particolare su quella che viene definita coma la Teoria dell\u2019Equilibrio Generale o TEG. Chiaramente non \u00e8 una teoria facilmente confutabile, o comunque non \u00e8 generalmente ritenuta tale dalla professione. Eppure la sua mancanza di realismo ontologico \u00e8 un problema reale. Pur essendo stata basata sulla descrizione di un mondo immaginario, \u00e8 vista comunque da molti come una guida per comprendere la realt\u00e0. In tal modo si rivela essere nient\u2019altro che un\u2019ideologia (una \u201crappresentazione del mondo\u201d), e oltre tutto un\u2019ideologia al servizio di interessi particolari, e non una teoria scientifica.<\/p>\n<p><strong>Origini della teoria neoclassica<\/strong><\/p>\n<p>Vale la pena ricordare che la TEG nasce da una forzatura teorica di L\u00e9on Walras, che decise di considerare l\u2019economia come un insieme di mercati interdipendenti ad esclusione di qualsiasi altra ipotesi.[1] Questa forzatura si mascherava inoltre dietro un formalismo matematico che le conferiva un\u2019apparente solidit\u00e0 teorica.[2] Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 di ogni altra cosa ha convinto un numero sempre maggiore di economisti ad adottare questo approccio, nonostante le evidenti incongruenze e la mancanza di concretezza, \u00e8 il suo carattere rivoluzionario. Per la prima volta esisteva un sistema in grado di fornire una spiegazione esauriente e coerente dell\u2019economia che non facesse riferimento a nessun fattore estraneo a s\u00e9.[3] Mentre il marxismo, pur presentandosi come una critica all\u2019economia politica classica, conserva legami importanti con la tradizione emersa nel XVIII secolo, la TEG rappresenta in questo senso una cesura radicale. Questo spiega il suo fascino per gli economisti, un potere che si \u00e8 rafforzato grazie all\u2019elaborazione della formulazione moderna della sua assiomatica da parte di Arrow e Debreu.[4]<\/p>\n<p>Tuttavia il suo\u00a0fascino non \u00e8 mai riuscito a conquistare tutti.[5] Non sono mancate controversie, ed \u00e8 stato messo in discussione persino il \u201cnocciolo duro\u201d della TEG, ossia l\u2019ipotesi che esistano preferenze individuali indipendenti di ciascun agente. Per reggere sempre nuove sfide, tra cui ad esempio quella delle istituzioni, la TEG ha finito con il diversificarsi al punto di correre il rischio di perdere in coerenza.[6] Entrando pi\u00f9 nello specifico, sono i dubbi circa la sua capacit\u00e0 di spiegare l\u2019autonomia degli agenti e delle decisioni a minare oggi le fondamenta del suo predominio. Questo processo accelera la sua\u00a0tendenza latente a trasformarsi in puro sistema normativo a scapito delle sue caratteristiche descrittive, predittive o investigative; si assiste dunque all\u2019affermazione di una TEG ortodossa, con tutto l\u2019irrigidimento ideologico e politico che ci\u00f2 comporta.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che poi colpisce non \u00e8 tanto il suo fascino pi\u00f9 o meno generalizzato, quanto piuttosto la sua presenza stabile nel tempo. Nonostante le molteplici critiche, di diversa provenienza, la TEG sembra sempre emergere nei dibattiti come la posizione naturale della maggior parte degli economisti. Che in tutto ci\u00f2 vi siano motivazioni politiche \u00e8 abbastanza evidente. Per rendersene conto basta considerare quali autori abbiano ricevuto il premio Nobel per l\u2019economia. A ci\u00f2 C. Johnson, uno dei maggiori specialisti dell\u2019economia giapponese, ha perfidamente aggiunto che la percentuale di economisti americani insigniti di tale riconoscimento \u00e8 direttamente proporzionale al declino dell\u2019economia americana.[7] Dietro questo spunto polemico si nasconde un innegabile problema. L\u2019importanza della TEG si basa ormai pi\u00f9\u00a0sulla sua capacit\u00e0 socialmente prescrittiva data dalla sua preponderanza nelle istituzioni accademiche che\u00a0sulla sua capacit\u00e0 di rispondere o di integrare le critiche ad essa mosse.<\/p>\n<p><strong>Una teoria dei mercati senza il mercato<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019approccio di Walras consiste nell\u2019equilibrare un sistema di mercati interdipendenti. Per ottenere ci\u00f2, si doveva sacrificare una teorizzazione del mercato stesso. \u00c8 facile rendersene conto cercando una definizione di \u201cmercato\u201d nelle opere moderne ispirate dalla TEG. Sicuramente si troveranno molte definizioni a sostegno di quello che si suppone che il mercato realizzi, ossia l\u2019equilibrio tra domanda e offerta. Ma dire ci\u00f2 che un sistema produce non ci dice nulla sulle modalit\u00e0,[8] n\u00e9 sulla sua natura.[9]<\/p>\n<p>La TEG offre soltanto un metodo empirico per raggiungere l\u2019equilibrio. Si tratta di un processo di confronto tra domanda e offerta che dovrebbe portare all\u2019equilibrio, e che sta al centro della teoria dell\u2019equilibrio.[10] In effetti, si pu\u00f2 considerare come un \u201cgioco\u201d, nel senso di un\u2019attivit\u00e0 disciplinata da norme rigide e formali. Ci\u00f2 finisce con l\u2019eliminare la nozione di rapporti di forza tra i partecipanti in uno scambio, che \u00e8 la prima deviazione della TEG dalla realt\u00e0.<\/p>\n<p>Nel caso del modello Walrasiano, la regola di base \u00e8 che nessuno scambio dovrebbe avvenire prima che i prezzi di equilibrio siano stati stabiliti. Ora, se \u00e8 possibile stabilire a quali condizioni si raggiunge l\u2019equilibrio, non \u00e8 chiaro come questa condizione, una matrice certa dei prezzi relativi, possa emergere. Possiamo quindi fare l\u2019ipotesi di un esempio empirico non walrasiano, nella misura in cui si accetta l\u2019ipotesi che gli scambi possano avvenire prima che tali prezzi siano stati determinati.[11] Ma in questo caso bisognerebbe esplicitare quali istituzioni portino gli agenti ad avvicinarsi ai prezzi \u201cgiusti\u201d e dimostrare che il processo converge naturalmente. Oppure bisognerebbe spiegare quali configurazioni dei rapporti di forza possono incoraggiare le parti di\u00a0uno scambio ad accettare tale scambio, se alcuni ne derivano maggiori profitti rispetto ad altri. E in questo modo, si ricade subito sulla spiegazione marxiana del monopolio sociale dei mezzi di produzione di una classe\u2026<\/p>\n<p>Se poi si considerano le condizioni empiriche walrasiane, si nota come si tratti di: [12]<\/p>\n<p>\u2013 una struttura di comunicazione tra agenti (con l\u2019importante presupposto che ogni segnale osservabile sia vero e intelligibile senza trattamento).<\/p>\n<p>\u2013 una struttura di regolazione dei segnali, che avvenga gratuitamente e altruisticamente.<\/p>\n<p>\u2013 l\u2019impossibilit\u00e0 di qualsiasi operazione se un risultato non sia empiricamente dimostrabile.<\/p>\n<p>\u2013 diverse ipotesi molto importanti circa le relazioni di prezzo degli agenti (poich\u00e9 essi sono dei price-taker), sul loro comportamento e sulla semplicit\u00e0 delle informazioni necessarie.<\/p>\n<p>\u2013 una struttura di supervisione e sanzione, in grado di eliminare le devianze e prevenire che consumo e produzione avvengano prima della determinazione dell\u2019equilibrio.<\/p>\n<p>Per poter funzionare, infatti, il meccanismo empirico necessita che nessuna delle parti interessate sia in grado di influenzare i prezzi, che ogni agente abbia una perfetta conoscenza delle offerte e domande di altri agenti, che il processo avvenga simultaneamente, e infine che sia assolutamente vietato a chiunque di interagire prima che il\u00a0\u201cprezzo reale\u201d sia stabilito empiricamente, il che implica un controllo centralizzato di tutti i flussi. Tutto questo, in realt\u00e0, somiglia molto ad un\u2019Unione Sovietica ideale, completa di un alto livello di coercizione.<\/p>\n<p>Molti autori che si richiamano alla TEG erano coscienti di questo paradosso. Hanno quindi cercato stratagemmi per aggirare il problema, che permettessero di ottenere gli stessi risultati in termini di equilibrio, ma senza dover presupporre una pesante struttura implicita che garantisca l\u2019equilibrio ex ante. Esiste dunque tutta una scuola che ha cercato di riformulare l\u2019assunto centrale walrasiano all\u2019interno della realt\u00e0. La questione \u00e8 quindi dimostrare che esistono delle condizioni capaci di garantire automaticamente il risultato che, nel mercato azionario, richiederebbero un\u2019azione diretta e ben visibile.<\/p>\n<p><strong>Una teoria che nega il ruolo della moneta<\/strong><\/p>\n<p>Alla base stessa del ragionamento neoclassico vi \u00e8 la possibilit\u00e0 per gli agenti (che siano imprenditori, investitori o lavoratori) di assegnare valori monetari all\u2019intero ambiente circostante. Nel contempo, per\u00f2, la moneta \u00e8 ritenuta dall\u2019economia neoclassica perfettamente neutrale, e viene dunque esclusa dalla discussione in base alla legge di Walras.<\/p>\n<p>Ma uno scambio monetario non \u00e8 paragonabile al baratto per un motivo fondamentale: l\u2019esistenza di asimmetrie d\u2019informazione tra il produttore-venditore e l\u2019acquirente. Si ritiene che la valutazione in termini monetari del valore di un bene risolva almeno in parte questo problema di asimmetria. [13] Poich\u00e9 esiste una differenziazione delle merci, e non \u00e8 possibile pensare che tutti gli agenti abbiano precedente conoscenza di tutti i beni e servizi disponibili, \u00e8 ragionevole considerare che la moneta sia indispensabile. Secondo Max Weber, la moneta \u00e8 un\u2019importante causa dei conflitti che caratterizzano le nostre societ\u00e0:<\/p>\n<p><em>\u201cI prezzi derivano da compromessi e conflitti di interessi; sotto\u00a0questo aspetto sono accomunati alla distribuzione del potere. Il denaro non \u00e8 un mero \u201cdiritto su beni non specificati\u201d da poter essere utilizzato a piacimento, senza che ci\u00f2 abbia conseguenze fondamentali sulle caratteristiche del sistema dei prezzi percepito come una lotta tra uomini. Il denaro \u00e8 principalmente un\u2019arma in questa lotta; si tratta di uno strumento di calcolo solo se si considerano le opportunit\u00e0 di successo in questa lotta.\u201d<\/em>[14]<\/p>\n<p>Prima di scrivere la sua <em>Teoria Generale<\/em>, anche Keynes la pensava allo stesso modo. In un testo nel quale faceva il punto della tempesta monetaria successiva alla fine della prima guerra mondiale, scrisse queste righe che ancora oggi risultano di grande attualit\u00e0: \u201c<em>Dal 1920, i paesi che hanno rimesso in sesto la condizione delle loro finanze, non soddisfatti di fermare l\u2019inflazione, hanno contratto la massa monetaria\u00a0e hanno sperimentato gli effetti della deflazione. Altri hanno seguito traiettorie inflazionistiche ancora pi\u00f9 anarchiche di prima. Entrambi gli approcci hanno avuto come effetto una redistribuzione della ricchezza tra le diverse classi sociali, ma l\u2019inflazione sotto\u00a0questo aspetto \u00e8 il peggiore dei mali. Ognuno ha anche l\u2019effetto di inibire o frenare la produzione di ricchezza, anche se, in questo caso, la deflazione \u00e8 la pi\u00f9 nociva.<\/em>[15] Keynes non si ferma qui, e collega esplicitamente l\u2019inflazione, vale a dire la perdita di valore\u00a0della moneta, al\u00a0movimento storico che vede nuovi gruppi sociali affrancarsi dal controllo dei dominatori: \u201c<em>Tali movimenti secolari, che in passato hanno sempre coinciso con una svalutazione della moneta, hanno quindi aiutato degli \u201cuomini nuovi\u201d a liberarsi della mano morta; hanno favorito i nuovi ricchi a scapito dei vecchi e hanno armato\u00a0lo spirito imprenditoriale contro l\u2019accumulo di privilegi acquisiti.<\/em>[16]<\/p>\n<p>La moneta presenta dunque due opposte caratteristiche, analiticamente distinte e collegate in modo sistemico. \u00c8 il mezzo essenziale di calcolo intertemporale che permette di superare gli ostacoli posti al commercio dall\u2019eterogeneit\u00e0. Quest\u2019ultimo punto sottolinea la necessit\u00e0 di uno strumento specifico che funzioni come standard di omogeneizzazione di una realt\u00e0 disomogenea. Non \u00e8 sorprendente che la TEG, postulando l\u2019omogeneit\u00e0, possa fare a meno della moneta.<\/p>\n<p><strong>TEG e moneta, continuazione\u2026<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019introduzione della moneta in questo scenario non \u00e8 tuttavia priva di rischi.<br \/>\nJ.M. Grandmont solleva seri dubbi su questa interpretazione.[17] In particolare, sottolinea che il rifiuto di prendere in considerazione la possibilit\u00e0 di stati di squilibrio stabili, rifiuto giustificato in base all\u2019effetto ricchezza,[18] implica una forma di stabilit\u00e0 diretta o una regolazione immediata e completamente prevedibile, che porta ad escludere qualsiasi incertezza nel campo dell\u2019economia.[19] Questa \u00e8 la direzione presa da Robert Lucas nel dichiarare che l\u2019incertezza porta pi\u00f9 risparmio, introducendo cos\u00ec una seconda deviazione tra teoria neoclassica e realismo. L\u2019introduzione di meccanismi di apprendimento fra i potenziali partecipanti ad uno scambio dimostra che l\u2019equilibrio non si raggiunge neanche in una situazione di prezzi perfettamente flessibili. Grandmont, tuttavia, rimane saldamente situato all\u2019interno della TEG e ipotizza sempre un ambiente in cui gli agenti agiscono in modo completamente probabilistico. [20]<\/p>\n<p>La neutralit\u00e0 della moneta, ipotesi centrale del TEG, \u00e8 tutt\u2019altro che coerente. \u00c8 incompatibile con il principio di dicotomia (ossia, i prezzi relativi sono stabiliti nel settore reale e sono immuni alle fluttuazioni valutarie) nell\u2019ambito di un ragionamento di introiti reali e sotto la legge di Walras [21]. La neutralit\u00e0 della moneta, nel senso dato a questo concetto dalla scuola delle aspettative razionali, non tiene neanche davanti ad ipotesi moderatamente realistiche di comportamento degli agenti.<\/p>\n<p>Gli equilibri, anche subottimali, possono essere controllati solo mediante un sistema inter-temporale di redistribuzione delle risorse. Ma qui ci si trova di fronte a un nuovo ostacolo, ossia fino a che punto questa ipotesi sia realistica.<br \/>\nL\u2019esistenza di mercati completi \u00e8 teoricamente impossibile dal punto di vista logico, salvo presupporre un universo stazionario. Inoltre Grandmont, per dimostrare una soluzione di equilibrio, \u00e8 obbligato ad ipotizzare che le aspettative siano sempre costanti (esclusi gli effetti a sorpresa e cambi di preferenze) e che gli agenti credano nella neutralit\u00e0 della moneta.[22] La convergenza delle aspettative necessarie per ottenere l\u2019equilibrio non deriverebbe dunque dal mercato, ma da un\u2019istituzione legislativa in grado di produrre effetti cognitivi prevedibili e coerenti.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 significa che la moneta non \u00e8 solo un mezzo di scambio e di investimento, ma \u00e8 anche \u2013 e forse soprattutto \u2013 uno strumento chiave di governo. Questo punto \u00e8 ben dimostrato dall\u2019Euro, che costringe gli agenti dei paesi in cui \u00e8 stato adottato in una camicia di forza cognitiva che impedisce loro di vedere la realt\u00e0 \u2013 tragica \u2013 dello stato delle loro societ\u00e0 e delle loro economie.<\/p>\n<p><strong>Moneta, baratto, e TEG<\/strong><\/p>\n<p>Ci si trova quindi di fronte alla seguente alternativa. Se si postula un\u2019economia con un\u2019offerta di prodotti e servizi semplice e non progressiva, \u00e8 possibile fare a meno della moneta. Se invece si introduce una dinamica di trasformazione perpetua dell\u2019approvvigionamento, la moneta diventa indispensabile. Ma in questo caso, le condizioni di equilibrio walrasiano non possono pi\u00f9 essere soddisfatte.<\/p>\n<p>Aggiungiamo adesso un nuovo paradosso. Se la maggior parte degli scambi sono di natura monetaria per via del problema della summenzionata asimmetria di informazioni, la moneta\u00a0diviene un bene detenuto da tutti gli agenti. Tuttavia, a meno di supporre che l\u2019entit\u00e0 del patrimonio di tutti gli agenti sia esattamente lo stesso, alcuni disporranno di pi\u00f9 moneta rispetto ad altri. Questi potranno quindi pi\u00f9 facilmente ritirarsi dagli scambi, considerando ora che l\u2019economia non \u00e8 una sequenza produzione-scambio-consumo, ma una successione di sequenze nel tempo. La moneta intesa come mezzo per ridurre l\u2019asimmetria delle informazioni sulla natura di un bene scambiato si manifesta dunque come elemento di una nuova asimmetria, quella della maggiore o minore capacit\u00e0 degli agenti di ritardare le loro transazioni nel tempo. E, a meno di non postulare che gli agenti siano identici, poich\u00e9 non possono a priori sapere che cosa pensa la controparte, l\u2019agente pi\u00f9 vulnerabile a una potenziale defezione del suo partner sar\u00e0 portato a temerla maggiormente. Sar\u00e0 quindi spinto richiedere una garanzia per la transazione, che pu\u00f2 essere ridotta se gli agenti decidono di tornare al baratto. Joseph Stiglitz giunge ad un risultato simile quando muove critiche alle ipotesi di efficienza informativa e la completezza dei mercati.[23] Egli giunge dunque alla conclusione che i prezzi sono solo una delle informazioni come le altre che agenti devono ottenere. Ma il relativismo del ruolo dei prezzi implica anche quello della moneta. perch\u00e9 queste informazioni passano necessariamente da una personalizzazione dei rapporti di scambio che la monetizzazione avrebbe dovuto evitare.<\/p>\n<p>Ne consegue allora che n\u00e9 l\u2019assimilazione dell\u2019economia ad un baratto monetizzato n\u00e9 la sua assimilazione ad un\u2019attivit\u00e0 tendente alla monetizzazione perfetta sono sostenibili, per motivi paralleli. Portata alle estreme conseguenze, la monetizzazione crea le condizioni per la rinascita del baratto, e il baratto, se diffuso, porta alla consapevolezza della necessit\u00e0 della moneta. L\u2019irriducibile diversit\u00e0 dei rapporti di scambio annulla la possibilit\u00e0 dell\u2019esistenza di meccanismi di equilibrio walrasiano.<\/p>\n<p><strong>Realismo del primo e del secondo tipo<\/strong><\/p>\n<p>La contemporanea assenza di mercato e di moneta in una teoria economica che si prefigge di stabilire le leggi di funzionamento di un\u2019economia di mercato monetarizzata provoca perplessit\u00e0 riguardo il realismo dei fondamenti dell\u2019economia dominante. Le perplessit\u00e0 hanno molteplici aspetti e le risposte fornite dagli autori negli ultimi quarant\u2019anni sono spesso state differenti. Bisogna infatti notare il fatto che esistono due distinti livelli di irrealismo nella TEG, anche se i loro effetti nella produzione di un\u2019auto-giustificazione sono complementari. In primo luogo, vi \u00e8 il rifiuto dichiarato e argomentato del realismo, che ha origine nel strumentalismo di Friedman.[24] Questo si traduce in un dogmatismo tanto pi\u00f9 rigoroso quanto pi\u00f9 rifugga consapevolmente qualsiasi tentativo di rapportare i propri presupposti con la realt\u00e0. Ma esiste anche un\u2019altra forma di realismo che semplicemente deriva dal desiderio di presentare come fatti verificabili concreti ipotesi metafisiche. L\u2019irrealismo qui scaturisce da una confusione tra livelli di ragionamento.<\/p>\n<p>\u00c8 facile portare in questa fase alcuni esempi delle conseguenze della mancanza di realismo del primo tipo. Il pi\u00f9 conosciuto, perch\u00e9 ha portato a faide memorabili tra gli allievi di Keynes e gli economisti pi\u00f9 fedeli tradizione neoclassica, riguarda la funzione della produzione come postulata nella TEG. Quest\u2019ultima si basa fondamentalmente sulla duplice ipotesi di omogeneit\u00e0 del capitale e dei rendimenti decrescenti, come dimostrata dall\u2019aspra critica di Joan Robinson e le diverse risposte di Robert Solow.[25]<\/p>\n<p>Gli economisti fedeli alla TEG sono, in ultima analisi, costretti ad ammettere che le funzioni di produzione impiegate nei loro modelli non rappresentano l\u2019effettivo processo di produzione, e non possono essere utilizzate per analizzarlo. Ma, dice Samuelson, ci\u00f2 non \u00e8 importante: queste funzioni consentono di stabilire un rapporto diretto e statisticamente misurabile tra mezzi di produzione e il risultato della stessa. Sono quindi approssimazioni accettabili, che sostituiscono una conoscenza accettata come mancante. [26] Il problema che allora si pone \u00e8 che, al fine di ipotizzare l\u2019efficacia di tale approssimazione, dobbiamo immaginare l\u2019economia come un sistema deterministico che obbedisce a leggi non determinabili. Da qui scaturisce l\u2019ipotesi ergodica. \u00c8 sufficiente notare, di passaggio, che l\u2019uso di questa metafora presa in prestito dalla fisica \u00e8 metodologicamente molto discutibile, e tradisce una vera debolezza concettuale.[27]<\/p>\n<p>Un secondo esempio pu\u00f2 essere trovato nella teoria dell\u2019utilit\u00e0 e del comportamento dei consumatori. La TEG ipotizza che i consumi siano sostituibili e non complementari, con conseguenze significative per la forma delle curve di indifferenza del consumatore.[28] Da tali curve si deduce poi un modello di comportamento degli agenti economici, sulla base delle variazioni dei prezzi relativi di ciascun bene. Lo stesso modello di comportamento, inizialmente costruito per rappresentare un consumatore, viene poi applicato a tutti i comportamenti economici. Si arriva cos\u00ec al dogma per cui le variazioni dei prezzi relativi costituiscono il segnale fondamentale per tutte le decisioni. Questo dogma ha conseguenze significative non tanto sul piano teorico, ma su quello prescrittivo. Se infatti si accetta che i prezzi relativi abbiano effettivamente questo potere, allora adottare una politica dei prezzi sbagliata pu\u00f2 portare a conseguenze economiche catastrofiche. Ne consegue che la strategia pi\u00f9 efficace per ridurre il rischio un\u2019iniqua distribuzione delle risorse sia l\u2019adozione di prezzi relativi a livello mondiale, anche se questi non dovessero essere i pi\u00f9 giusti. Bisogna quindi abolire tutti gli ostacoli che impediscano ai prezzi relativi nazionali di allinearsi a quelli globali, il che giustifica l\u2019abolizione di tutti i dazi doganali, tecnici, sociali e norme sanitarie che possano ostacolare questo allineamento. Il problema \u00e8 che gli economisti neoclassici non sono mai stati in grado di dimostrare l\u2019esistenza di una tale funzione di utilit\u00e0 [29], n\u00e9 se le condizioni di una tale verifica esistano davvero. [30] Tutte le ipotesi sottostanti la teoria neoclassica dell\u2019utilit\u00e0 e delle preferenze individuali possono essere ritenute falsificate sperimentalmente. \u00c8 il caso, in particolare, per la teoria delle preferenze individuali.[31]<\/p>\n<p><strong>La teoria delle preferenze<\/strong><\/p>\n<p>La teoria delle preferenze riguarda solo apparentemente un ambito molto limitato. Si tratta in effetti di una teoria pi\u00f9 complessa di quanto sembri. Generalmente viene spiegata solo attraverso una serie di ipotesi che giustificano il comportamento dei singoli agenti. Sarebbe quindi perfettamente comprensibile considerarla un elemento secondario. Eppure, l\u2019ipotesi di razionalit\u00e0 degli agenti economici, che \u00e8 pi\u00f9 di una razionalit\u00e0 definita come la massimizzazione del profitto, di un\u2019utilit\u00e0 o di un godimento, \u00e8 centrale. Questa ipotesi di razionalit\u00e0 \u00e8 la spina dorsale non solo della teoria, ma anche della divulgazione dei suoi apologeti.<\/p>\n<p>Essa si basa su una precisa teoria delle preferenze individuali. Al di l\u00e0 delle ovviet\u00e0 e dei luoghi comuni si scorgono costruzioni teoriche, pi\u00f9 o meno coerenti, ma tutte ancorate a questa definizione di razionalit\u00e0 e, di conseguenza, su questa teoria delle preferenze.<\/p>\n<p>Come si spiega allora che gli economisti mainstream o ortodossi[32] tendano a preferire procedure in cui le scelte individuali sono determinate in maniera involontaria (come il mercato e la concorrenza), piuttosto che procedure deliberate e organizzazioni senza cadere subito nel processo alle intenzioni? Questa questione illustra il contrasto tra gli approcci teorico, normativo e prescrittivo che si ritrovano in economia. Nonostante la sua formulazione astratta, essa ha conseguenze dirette nella vita di tutti i giorni.<\/p>\n<p>Al cuore del problema \u00e8 il postulato della razionalit\u00e0 degli agenti. Come sottolineato da Herbert Simon, gli economisti hanno in realt\u00e0 una definizione molto pi\u00f9 restrittiva della razionalit\u00e0, come ricerca della massimizzazione dell\u2019utilit\u00e0 o del profitto.[33] Adottare questo concetto comporta una serie di ipotesi sul comportamento umano. Queste speculazioni teoriche si basano sul principi fondante dell\u2019economia dominante dalla fine del XVIII secolo, ovvero la teoria delle preferenze individuali. Questa teoria \u00e8 alla base non solo della teoria neoclassica nella sua forma tradizionale,[34], ma anche le sue varianti pi\u00f9 realistiche, o \u2013 per utilizzare una tipologia ideata da Olivier Favereau \u2013 della Teoria Standard e della Teoria Standard Allargata.[35 ]<\/p>\n<p>Nei testi di riferimento come i manuali si trova una serie di assiomi che stabiliscono la funzione di utilit\u00e0 e di garantire le condizioni della sua massimizzazione. Secondo G\u00e9rard Debreu [36], per determinare una funzione di utilit\u00e0 si ipotizza che preferenze soddisfino i seguenti assiomi:<\/p>\n<p>Le preferenze soddisfano un ordine preliminare completo delle scelte possibili, il che implica una relazione transitiva (se preferisco z a y e y a z allora preferisco x a z) e riflessiva. L\u2019agente pu\u00f2 quindi classificare i diversi elementi tra i quali scegliere.<\/p>\n<p>Le preferenze sono continuative (cio\u00e8 se x&gt; y&gt; z, allora\u00a0esiste un insieme di possibilit\u00e0 tra x z che \u00e8 indifferente rispetto a y).<\/p>\n<p>Tali preferenze sono caratterizzate dall\u2019assioma della non saturazione (se il consumo di una quantit\u00e0 di X1 x genera un utilit\u00e0 u1, allora se X2&gt; X1, il valore u2&gt; u1).<\/p>\n<p>Si ritiene generalmente che la curva della funzione di utilit\u00e0 sia convessa, una generalizzazione dell\u2019ipotesi dei rendimenti decrescenti mutuati in economia da Ricardo dalla produzione agricola come dimostrazione della teoria della rendita. Questa ipotesi \u00e8 tecnicamente importante perch\u00e9 giustifica perch\u00e9 le curve di indifferenza, tradizionalmente usate per rappresentare le preferenze, sono convesse.[37] In mancanza di corrispondenze realistiche, la convessit\u00e0 svolge un ruolo importante nelle spiegazioni. Per passare dall\u2019utilit\u00e0 al concetto di utilit\u00e0 attesa, concetto coniato da Bernoulli e i suoi lavori del XVIII secolo sulle lotterie e che costituisce un passaggio cruciale tra un universo di certezze ad uno probabilistico[38], \u00e8 necessario, secondo i lavori di von Neumann e Morgenstern[39], ipotizzare l\u2019assioma di indipendenza delle preferenze. Le preferenze sono indipendenti se, essendo le possibilit\u00e0 x, y e z dove x&gt; y, una combinazione di x e z sar\u00e0 preferita alla stessa combinazione di y e z. Spesso si aggiunge anche che le preferenze sono monotone nel tempo (la qualit\u00e0 di un ulteriore periodo determina se l\u2019esperienza pi\u00f9 lunga \u00e8 pi\u00f9 o meno utile della pi\u00f9 breve). Questa monotonia deve essere unita, dal punto di vista dell\u2019agente, ad un\u2019integrazione temporale (l\u2019utilit\u00e0 tratta dall\u2019esperienza corrisponde all\u2019insieme di utilit\u00e0 di ciascun momento di tale esperienza). La monotonia temporale e l\u2019integrazione temporale hanno un ruolo se si cerca di espandere la teoria standard ad inclusione del tempo, ma non sono prese considerate nella sua forma originale \u00e8 a-temporale. Tuttavia, volendo passare da una serie di osservazioni o di scelte ad una proposizione generale, l\u2019integrazione temporale e monotonia temporale diventano necessarie.<\/p>\n<p>Questa assiomatica della struttura delle preferenze \u00e8 alla base della definizione di comportamento razionale concepito come massimizzazione dell\u2019utilit\u00e0 (in un universo stabile o certo) o dell\u2019utilit\u00e0 attesa (in un universo probabilistico). Il concetto \u00e8 stato rigorosamente dimostrato per la prima volta da Vilfredo Pareto[40], anche se \u00e8 implicito negli scritti di autori precedenti come Jevons o Cournot. Ha passato il vaglio matematico poi divenuto standard con von Neumann e Morgenstern oltre che con Arrow.[41]<\/p>\n<p><strong>Assiomi e ipotesi confutate<\/strong><\/p>\n<p>Alcuni assiomi ed ipotesi sono chiaramente discutibili. La presunta convessit\u00e0 delle curve di indifferenza porta alla conclusione, apparentemente intuitiva, che la domanda di un bene sia inversamente proporzionale al suo prezzo. Ma in realt\u00e0 studi recenti hanno dimostrato che tale convessit\u00e0 rappresenta piuttosto un caso speciale, certamente possibile, ma non obbligatorio n\u00e9 generale.[42] Come sottolinea da Bernard Guerrien, diventa allora impossibile dedurre \u201cleggi\u201d da comportamenti individuali, come proposto da Arrow e Debreu.[43]<br \/>\nL\u2019ipotesi della convessit\u00e0 \u00e8 necessaria per dimostrare che sia possibile ottenere un equilibrio al tempo stesso univoco e stabile. Se per\u00f2 \u00e8 applicabile soltanto a un caso particolare, allora la forza normativa e prescrittiva della teoria standard \u00e8 seriamente compromessa. Ma critiche altrettanto radicali sono state indirizzate ad una delle ipotesi pi\u00f9 centrali, quella dell\u2019indipendenza. Questa ipotesi, necessaria per passare dal concetto di utilit\u00e0 a quello utilit\u00e0 attesa \u00e8 stata infatti contestata fin dagli inizi, soprattutto da Maurice Allais.[44]<\/p>\n<p>Due dei principali sostenitori dell\u2019ipotesi di utilit\u00e0 attesa, Savage e Ellsberg, sono addirittura stati tentati di seguire Maurice Allais ed accettare la confutazione di questa teoria.[45] Ma si sono subito affrettati a recuperare le loro posizioni, optando per considerare l\u2019ipotesi di indipendenza come un\u2019ipotesi inevitabile.[46] Nonostante ci\u00f2, sia il paradosso di Allais che le prove empiriche suffraganti la sistematica falsificazione dell\u2019assioma di indipendenza hanno prodotto importanti ricerche. Alcuni economisti della scuola neoclassica hanno progressivamente preso le distanze dalle formulazioni originali.<\/p>\n<p>Gli economisti neoclassici sono stati quindi consapevoli fin dagli inizi dei problemi sollevati dalla teoria classica delle preferenze. L\u2019elaborazione di formulazioni classiche tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta non ha fatto altro che accelerare questa realizzazione. Ne \u00e8 scaturito un dibattito che avrebbe potuto portare ad una generale evoluzione di questa teoria. Ma questa \u00e8 rimasta ancorata al suo punto di partenza.<\/p>\n<p>Un primo indizio riguardo i problemi che si riscontrano con le ipotesi comunemente in discussione \u00e8 dato da un fenomeno divenuto noto in letteratura con il nome di effetto Hawtorne. [47] Successive ricerche in contesti molto diversi offrono altre prospettive, e aiutano a isolare quello che si potrebbe definire come effetto Pigmalione.[48] L\u2019analisi dell\u2019effetto Hawtorne e dell\u2019effetto Pigmalione fornisce interessanti spunti analitici e prescrittivi. Il ruolo del contesto \u00e8 essenziale per comprendere la dinamica di gerarchizzazione delle preferenze. La gerarchia non \u00e8 dunque una variabile preesistente alla scelta. Questi effetti sono stati confermati da ricerche pi\u00f9 recenti.<\/p>\n<p><strong>Il contributo della psicologia sperimentale<\/strong><\/p>\n<p>Alla fine degli anni Sessanta Paul Slovic e Sarah Lichtenstein, psicologi ed economisti, condussero uno studio rigoroso sulla stabilit\u00e0 delle preferenze. Slovic e Lichtenstein riscontrarono delle inversioni di preferenza e cambiamenti da una strategia ad un\u2019altra.[49] Questi risultati si sono riprodotti in diversi contesti, inclusi quelli in cui i partecipanti erano giocatori d\u2019azzardo, che facevano puntate con i propri soldi in un casin\u00f2 di Las Vegas.[50] Sono risultati coerenti con l\u2019ipotesi sviluppata da Slovic e Lichtenstein, secondo la quale i processi cognitivi variano in base alle nostre valutazioni (di un\u2019utilit\u00e0 o un prezzo) e scelte.[51] La stabilit\u00e0 di questi risultati, il fatto che esperimenti ripetuti non producono una diminuzione significativa dei cambi di preferenza, provano che sitratta di una vera e propria struttura comportamentale. Ci\u00f2 \u00e8 in contrasto con una serie di assiomi fondamentali, in particolare quelli della transitivit\u00e0 e continuit\u00e0. L\u2019interpretazione di questi risultati suggerisce che si debba tener conto di effetti pi\u00f9 ampi, come gli effetti Hawtorne e Pigmalione. Una rigorosa presentazione di questi effetti \u00e8 stata fornita da Amos Tversky, Daniel Kahneman ed alcuni loro collaboratori.<\/p>\n<p>Si possono distinguere due effetti principali. Il primo, chiamato da Amos Tversky \u201ceffetto framing\u201d, indica che il modo in cui i termini di una scelta sono presentati determina i risultati.[52] Questo effetto dato dal contesto \u00e8 chiaramente una violazione dell\u2019ipotesi di indipendenza delle preferenze dalle condizioni di scelta. Ancora pi\u00f9 problematica per la teoria prevalente \u00e8 che la manifestazione esplicita delle preferenze dipenda anch\u2019essa dal modo in cui sono posti i problemi. Siamo cos\u00ec in grado di spiegare il fenomeno, oramai ben noto, delle variazioni di preferenze in base alle condizioni di presentazione di scelta.[53] Si scopre che \u00e8 possibile dimostrare sperimentalmente che le preferenze dipendono direttamente dal contesto, e che le gerarchie di preferenza sono costruite attraverso il processo di scelta, piuttosto che essere pre-esistenti come sostenuto dalla Teoria Standard.[54]<\/p>\n<p>Questo risultato conferma le conclusioni tratte dall\u2019effetto Hawtorne e dall\u2019effetto Pigmalione.<\/p>\n<p>Il secondo effetto \u00e8 denominato da Daniel Kahneman come <em>endowment effect<\/em> o effetto dotazione.[55] In base a questo effetto, si manifesta una variazione di preferenze sulla base del fatto che i soggetti dello studio si reputino o meno in grado di possedere un determinato bene. Cos\u00ec, a seconda se ad un gruppo campione venga proposto di scegliere tra una somma di denaro e una tazza di caff\u00e8, o di dire per quale somma sarebbero disposti alla stessa tazza di caff\u00e8 che era sta loro precedentemente offerta, il prezzo implicito della stessa tazza varia fino a raddoppiare.[56] Eppure sostanzialmente si tratta della stella scelta, quella tra una somma di denaro e un bene. Pi\u00f9 in generale, risulta apparente che gli agenti individuali reagiscono in modo diverso alla stessa scelta a seconda se si sentano o meno in possesso di un potere decisionale o di influenza sul loro futuro. Ancora una volta, questo sembra concordare con i risultati osservati a seguito dell\u2019effetto Hawtorne o Pigmalione. Ma le ipotesi di coerenza sono centrali. In mancanza, la teoria standard delle scelte non pu\u00f2 pi\u00f9 essere generalizzata dal livello individuale a quello della collettivit\u00e0 semplicemente come aggregazione dalle preferenze o delle funzioni di utilit\u00e0. Questi esperimenti confermano peraltro come sia enormemente difficile per gli agenti predire la futura struttura delle loro preferenze.[57] Ci\u00f2 pu\u00f2 potenzialmente minare le basi di qualsiasi teoria che postuli modalit\u00e0 spontanee di accordo o convergenza di vedute sulla base di esperimenti ripetuti.<\/p>\n<p>Questi risultati smentiscono le ipotesi utilizzate per generalizzare la teoria della razionale massimizzazione e che costituiscono le fondamenta della teoria utilitaristica moderna. Analogamente, gli assunti dell\u2019integrazione e della monotonia temporale delle preferenze, necessari per una generalizzazione dinamica, non vengono confermati.[58]<\/p>\n<p>Questi studi mostrano anche che le ipotesi che devono necessariamente essere poste per garantire perfetta spontaneit\u00e0 di comprensione, cos\u00ec come quelle che presuppongono una natura individuale di questo processo, sono infondate. In questo senso gli studi di psicologia sperimentali sopracitati hanno un impatto che va oltre la semplice critica del modello neoclassico della razionalit\u00e0 di massimizzazione. Viene infatti rimessa in discussione l\u2019intera teoria utilitaristica basata sul presupposto che esista una transizione lineare tra comportamenti individuali e comportamenti collettivi. Al di l\u00e0 degli assiomi neoclassici, vengono cos\u00ec sollevati dubbi sugli stessi assiomi dell\u2019individualismo metodologico, imprescindibili per qualsiasi teoria che coinvolga un qualche tipo di mano invisibile.<\/p>\n<p><strong>Strategia di elusione e negazione del mondo reale<\/strong><\/p>\n<p>Gli economisti fedeli alla TEG cercheranno allora di eludere il problema ipotizzando che non sia necessario un metaforico banditore di mercato, n\u00e9 un\u2019istituzione iper-centralizzata che ne faccia le veci, perch\u00e9 tutti gli agenti sono in realt\u00e0 razionali e agiscono \u201ccome se\u201d il banditore o istituzione fosse presente. [59] Siamo quindi in presenza di ci\u00f2 che O. Favereau chiama Teoria Standard Sperimentale [60]. Resta quindi il problema di capire quale sia l\u2019origine di questo comportamento razionale. Se fosse innata, ci sarebbe bisogno di ipotizzare una conoscenza immanente il funzionamento della TEG da parte di tutti gli agenti. Se acquisita, il che \u00e8 ovviamente pi\u00f9 realistico, ci\u00f2 richiederebbe una mano di ferro in grado di controllare strettamente tutti gli individui oppure di un processo di selezione permanente che assicuri la censura o correzione di comportamenti devianti. Si arriva cos\u00ec al problema degli incentivi, al ruolo dell\u2019informazione, in particolare delle asimmetrie di informazione. Questa \u00e8, in base alla nomenclatura di O. Favereau, la Teoria Standard Estesa. [61] Eccetto che, in questo contesto, l\u2019ipotesi di una selezione non consegue altro che moltiplicare i problemi. Non vi \u00e8 nulla che spieghi come funzioni, n\u00e9 quali sono i suoi principi. Per capire una tale selezione, sarebbe in realt\u00e0 necessaria una teoria delle istituzioni, che \u00e8 proprio ci\u00f2 che manca alla TEG.<\/p>\n<p>Un tale tentativo \u00e8 stato fatto dalla corrente che viene descritta come neo-istituzionalista, ben rappresentata dai lavori di Oliver Williamson. [62] Gli agenti decidono di ricorrere al mercato, o alle istituzioni, in funzione dei costi di transazione che gravano ogni volta che i conclude un contratto. Nel primo caso i contratti conclusi sono immediati e infinitamente ripetibili, nell\u2019altro si tratta di contratti validi durante un determinato periodo, con i quali si accetta la potenziale perdita di utilit\u00e0 che si potrebbe eventualmente subire nel caso si presenti un contratto migliore contro la garanzia data dal non dover ripeterlo. Si riconosce quindi la necessit\u00e0 di un sistema istituzionale per il funzionamento del mercato, ma nel primo caso esso viene scomposto in una serie di contratti individuali. Questo approccio, tuttavia, si scontra con diversi problemi. Innanzi tutto, l\u2019ipotesi che un contratto si applichi per le istituzioni equivale a ritenere che le difficolt\u00e0 di contrattazione che hanno spinto gli agenti a scostarsi dal mercato siano improvvisamente scomparse. Se il futuro \u00e8 incerto, come si pu\u00f2 essere sicuri che un contratto concluso nel quadro di un\u2019istituzione non diverr\u00e0 obsoleto domani? Si dovrebbe essere sicuri che nulla domani possa mai invalidare il contratto di oggi. Ma questo tipo di conoscenza \u00e8 la stessa di quella di cui avrebbe bisogno un pianificatore.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, \u00e8 nell\u2019interesse della collettivit\u00e0 e delle istituzioni che queste tipologie siano qualcosa di pi\u00f9 che dei semplici insiemi di contratti. Sono condivisioni di conoscenze, esperienze, di reciprocit\u00e0. Solo cos\u00ec diventa possibile formulare una teoria dell\u2019apprendimento di \u201cbuoni\u201d comportamenti, ma questi sono sempre contingenti alle istituzioni e alla natura dell\u2019ambiente. Scopriamo che non esistono comportamenti \u201cbuoni\u201d in s\u00e9, ma solo comportamenti coerenti in un determinato contesto. Nulla garantisce dunque che tali comportamenti siano quelli che bisogna concordare perch\u00e9 l\u2019ipotesi del \u201ccome se\u201d sia vera, e perch\u00e9 si possa raggiungere un equilibrio senza bisogno di coercizione o di un\u2019ingombrante istituzione pre-esistente. Si inciampa quindi sulle ipotesi di individualismo che sono alla base di questi approcci.<\/p>\n<p>Il \u201critorno\u201d al realismo \u00e8 caratterizzato dalle contraddizioni che la realt\u00e0 genera all\u2019interno del paradigma neoclassico.<\/p>\n<p>Inoltre, riconoscere che esista una selezione di comportamenti acquisiti implicherebbe che lo stato iniziale non \u00e8 perfetto. In questo caso non \u00e8 chiaro come funzioni l\u2019economia prima di raggiungere il \u201cparadiso\u201d promesso dal meccanismo di selezione. Per capire come funziona un\u2019economia basata su comportamenti acquisiti, \u00e8 necessario essere in grado di dire come si comportava l\u2019economia prima che questi comportamenti lo siano, altrimenti l\u2019idea di acquisizione \u00e8 priva di significato.<\/p>\n<p>Infine, dobbiamo aggiungere che il cosiddetto approccio realistico, apparentemente perseguito dagli economisti che hanno preso coscienza della situazione di stallo della TEG nella sua versione originale, non fornisce neanche alcuna spiegazione sul meccanismo che consentirebbe agli agenti di capire se l\u2019equilibrio \u00e8 raggiunto o meno. Dal momento in cui si ammette, per realismo, che gli agenti sono diversi l\u2019un l\u2019altro e non sono soggetti ad una struttura dispotica di omogeneizzazione, si pone il problema di come percepire con certezza il raggiungimento dell\u2019equilibrio. [63] La teoria neoclassica offre indicatori oggettivi, come i prezzi o le quantit\u00e0 nel processo non walrasiana per tentativi, ma questi devono essere valutati a livello soggettivo, in base alle preferenze e al confronto tra le aspettative e la percezione della realt\u00e0. Ci\u00f2 pone il problema del profitto come segnale rilevante per l\u2019interpretazione \u201crealistica\u201d dei tentativi. I capitalisti fanno pi\u00f9 attenzione alla differenza tra il tasso di profitto di ogni settore o alla differenza tra il tasso di profitto effettivo e il tasso di profitto naturale? Se si accettiamo il primo criterio, e si suppone che gli agenti reagiscano alle apparenze, l\u2019economia pu\u00f2 giungere ad equilibri multipli. Se si opta per il secondo, ossia che gli agenti reagiscono alle differenze tra \u201capparenze\u201d e \u201crealt\u00e0\u201d, si pu\u00f2 ottenere un unico equilibrio. Ma si dovrebbe presumere la conoscenza da parte di agenti delle leggi segrete del sistema a cui appartengono, oltre che delle conseguenti capacit\u00e0 di gestione delle informazioni. Questo \u00e8 il significato della critica di Ellis Hayek nel 1934 esposta nel primo capitolo. Ipotizzare che il prezzo di lungo periodo sia uguale al prezzo naturale implica un\u2019ulteriore forzatura teorica, perch\u00e9 si dovrebbe innanzi tutto dimostrare la fattibilit\u00e0 e la stabilit\u00e0 di un equilibrio per poter concludere che i movimenti ciclici sono solo fluttuazioni di un trend naturale.[64]<\/p>\n<p>Questa contraddizione tra criteri soggettivi e oggettivi pu\u00f2 portare a scivolare verso il soggettivismo. Pertanto, non sono i prezzi o le quantit\u00e0 ad essere indicativi, ma piuttosto la maggiore o minore convergenza tra percezioni e rappresentazioni. Il problema allora \u00e8 che questi possono perfettamente convergere verso risultati aberranti, come nei casi di panico dei mercati.[65] Inoltre, la scelta tra mercato o istituzione, scelta fondamentale per la teoria neo-istituzionalista (make or buy), non \u00e8 indifferente alle rappresentazioni, perch\u00e9 ogni istituzione \u00e8 un sistema collettivo che implica una trasformazione, per quanto minima o inconsapevole, delle rappresentazioni di ogni singolo individuo una volta che questi decida di aderirvi.<\/p>\n<p>Il cosiddetto realismo del Neo-Istituzionalismo \u00e8 quindi una forma ancora pi\u00f9 grossolana dell\u2019irrealismo standard. Invece di rifugiarsi esplicitamente negli assiomi, si finisce col simulare una sorta di realismo sulla base di ipotesi non verificabili e non verificabile, che altro non sono se non visioni metafisiche del singolo. Per completezza bisogna aggiungere che O.E. Williamson aveva, in un certo senso, vuotato il sacco, adottando in una delle suoi prime opere una prospettiva esplicitamente strumentista, molto vicina a quella di M. Friedman.[66]<\/p>\n<p><strong>L\u2019ipotesi ergodica o la fuga nella metafora<\/strong><\/p>\n<p>Sembrerebbe dunque che gli economisti tradizionali abbiano non solo violato l\u2019 obbligo del realismo, ma anche quello della coerenza. Poich\u00e9 una posizione esplicitamente non realistica \u00e8 sempre pi\u00f9 difficile da mantenere nei confronti del mondo reale, che si aspetta dagli economisti qualcosa di pi\u00f9 di modelli matematicamente eleganti, si sono illusi che con delle modifiche marginali al loro programma di ricerca si sarebbero potuti conciliare il rispetto degli assiomi iniziali con una capacit\u00e0 descrittiva ed esplicativa. Il risultato, in realt\u00e0, \u00e8 un corpus teorico sempre pi\u00f9 incoerente. A queste condizioni, si comprende perch\u00e9 solo una minoranza della professione abbia preferito attenersi all\u2019irrealismo formale, pur sostenendo il potere esplicativo dei suoi modelli. Per fare ci\u00f2, \u00e8 stato necessario invocare l\u2019ipotesi di ergodicit\u00e0.<\/p>\n<p>Di fronte a varie obiezioni sia dalla scuola istituzionalista, i sostenitori della TEG hanno tentato una nuova forzatura per concepire l\u2019economia come scienza dello stregua delle scienze naturali. Per rompere il collegamento con le scienze sociali, si \u00e8 fatto ricorso all\u2019ipotesi ergodica.[67]<\/p>\n<p>L\u2019impiego di una metafora presa in prestito dalla meccanica e della fisica \u00e8 stato perfettamente consapevole. Si trattava di rafforzare la dimensione meccanicistica della rappresentazione dell\u2019economia. L\u2019ipotesi ergodica \u00e8 stata formulata alla fine del XX secolo come soluzione ai problemi attinenti alla fisica dei gas. Nel senso della definizione data H. Poincar\u00e9, essa implica che, in un dato sistema, si sia in presenza di uno perfettamente ripetitivo. Viene dunque postulata l\u2019eguaglianza delle medie di distribuzione laddove non sia possibile misurare un numero sufficiente di micro-fenomeni. Nella definizione di von Neumann, implica una forte convergenza di risultati. [68] In economia, quest\u2019ipotesi permette di presupporre che, se le osservazioni statistiche disponibili provengono da processi stocastici, ci\u00f2 implica una convergenza verso l\u2019infinito. Questo d\u00e0 un\u2019elegante giustificazione matematica all\u2019ipotesi delle aspettative razionali. [69] In un ambiente ergodico, \u00e8 possibile prevedere il futuro sulla base della proiezione di statistiche raccolte in passato. [70] Si presume pertanto che esistano leggi economiche, nel senso che si d\u00e0 al termine legge in fisica. Nonostante queste non siano direttamente accessibili, \u00e8 possibile dedurne l\u2019andamento mediante osservazioni statistiche, per quanto imperfette.<\/p>\n<p>Nella sua forma originale, l\u2019ipotesi ergodica in economia porta a postulare un completo determinismo. Per la TEG, per di pi\u00f9, le leggi di determinazione sono, in definitiva, direttamente intelligibili. Ne consegue una particolare interpretazione dello stesso concetto di incertezza. Infatti, se esiste una determinazione degli andamenti dell\u2019economia in base a leggi di portata e natura generale, esiste allora nella natura stessa dell\u2019economia un ordine oggettivo delle probabilit\u00e0 di futuri diversi. L\u2019incertezza circa il futuro \u00e8 quindi sempre una questione di probabilit\u00e0, che \u00e8 nella sostanza la stessa prospettiva dei teorici dell\u2019informazione imperfetta.[71] Quest\u2019idea si \u00e8 subito scontrata con un\u2019altra concezione, sviluppata da F. Knight[72], per il quale c\u2019\u00e8 sempre una parte, talvolta marginale ma altre volte pi\u00f9 consistente, di eventi il cui sopravvenire non pu\u00f2 essere considerato in senso probabilistico. Questa nozione di incertezza, in contrasto a quella di rischio (che pu\u00f2 essere misurato in forma probabilistica) rappresenta una rottura fondamentale con la TEG.<\/p>\n<p>La TEG era considerata, e lo \u00e8 ancora dai suoi difensori, una teoria dell\u2019interesse comune per il tramite di azioni individuali, e un approccio materialista, basato sull\u2019interessi materiale degli agenti, della produzione e della distribuzione di ricchezza . Nei fatti, la TEG si rivela essere o troppo idealistica, con ipotesi forzate circa l\u2019immanenza di certi comportamenti e l\u2019irrilevanza del fattore temporale, oppure totalmente centralistica. Essa implica quindi intervento divino, o quello di uno stato dispotico. Le critiche mosse alla pianificazione centralizzata, che si tratti di accuse di una presunta onniscienza del pianificatore o della sua dittatura, si applicano allora direttamente al modello dominante di economia di mercato. Un certo numero di economisti, particolarmente legati principi della TEG, pur riconoscendo che \u00e8 di scarsa utilit\u00e0 in quanto modello descrittivo del mondo reale, obietteranno che ha il vantaggio di fornire un quadro teorico coerente, permettendo programmi di ricerca in grado di avvicinarsi gradualmente ad un maggiore realismo.[73] Ma non \u00e8 affatto cos\u00ec che questa tendenza si \u00e8 effettivamente manifestata. Oggi si potremmo invece affermare che la TEG sia affondata nel dogmatismo e nella rigidit\u00e0.[74] Questo \u00e8 stato riconosciuto anche dallo stesso F. Hahn, che in un articolo del 1991 sottolinea il peso degli irrigidimenti dogmatici nelle religioni in declino, rapportato all\u2019evoluzione della TEG.[75]<\/p>\n<p>Il modello dominante di economia di mercato, cui si appoggiano esplicitamente il lavoro teorico e, implicitamente come modello di riferimento, gli studi empirici di gran parte degli economisti contemporanei, \u00e8 quindi un fallimento sul piano scientifico, e rivela essere una frode ideologica nelle sue varianti \u201cesplicative\u201d dell\u2019economia reale. In sostanza, non \u00e8 in grado di spiegare come e perch\u00e9 le azioni avviate separatamente da singoli o da agenti isolati possano portare ad un risultato complessivo pi\u00f9 o meno soddisfacente. La TEG non riesce a fornire un modello del mondo reale. Non pu\u00f2 dunque aver alcun valore normativo all\u2019interno di una disciplina, n\u00e9 ambire a giustificare un corso prescrittivo pratico in materia di politica economica.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p>[1] L. Walras, \u00c9l\u00e9m\u00e9nts d\u2019\u00e9conomie politique pure ou th\u00e9orie de la richesse sociale, Pichon et Durand-Auzias, Paris, 1900.<\/p>\n<p>[2] M. Morishima, \u201cThe Good and Bad Use of Mathematics\u201d in P. Viles &amp; G. Routh, (edits.), Economics in Disarray , Basil Blackwell, Oxford, 1984<\/p>\n<p>[3] A. Insel, \u201cUne rigueur pour la forme: Pourquoi la th\u00e9orie n\u00e9oclassique fascine-t-elle tant les \u00e9conomistes et comment s\u2019en d\u00e9prendre?\u201d, in Revue Semestrielle du MAUSS, n\u00b03, \u00e9ditions la D\u00e9couverte, Paris, 1994, pp. 77-94. Si veda anche G. Berthoud, \u201cL\u2019\u00e9conomie: Un ordre g\u00e9n\u00e9ralis\u00e9?\u201d, in Revue Semestrielle du MAUSS, n\u00b03, op.cit., pp. 42-58.<\/p>\n<p>[4] La migliore presentazione \u00e8 ad opera di G. Debreu, Theory of Value: an axiomatic analysis of economic equilibrium, Yale University Press, New Haven, 1959.<\/p>\n<p>[5] Per una critica del meccanismo e del riduzionismo della teoria neoclassica e della TEG si vedano li seguenti opere ed articoli: N. Georgescu-Roegen, \u00ab Mechanistic Dogma in Economics \u00bb, in Brittish Review of Economic Issues, n\u00b02, 1978, maggio, pp.1-10; dello stesso auteur, Analytical economics, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1966. G. Seba, \u00ab The Development of the Concept of mechanism and Model in Physical Science and Economic Thought \u00bb, in American Economic Review \u2013 Papers and Proceedings , vol.43, 1953, n\u00b02, maggio, pp.259-268. G.L.S. Shackle, Epistemics and Economics : a Critique of Economic Doctrines, Cambridge University Press, Cambridge, 1972.<\/p>\n<p>[6] O. Favereau, \u201cMarch\u00e9s internes, march\u00e9s externes\u201d, in Revue \u00c9conomique, vol. 40, n\u00b02, marzo 1989, pp. 273-328.<\/p>\n<p>[7] C. Johnson, Japan, Who Governs?, Norton, New York, 1995.<\/p>\n<p>[8] B. Guerrien, \u201cL\u2019introuvable th\u00e9orie du march\u00e9\u201d, in Revue Semestrielle du MAUSS, n\u00b03, op.cit., pp. 32-41.<\/p>\n<p>[9] Si veda anche, M. de Vroey, \u201cS\u2019il te pla\u00eet, dessine moi\u2026un march\u00e9\u201d, in \u00c9conomie Appliqu\u00e9e, tomo XLIII, 1990, n\u00b03, pp. 67-87.<\/p>\n<p>[10] A. D\u2019Autume, Croissance, Monnaie et D\u00e9s\u00e9quilibre, Economica, Paris, 1985.<\/p>\n<p>[11] F. Hahn &amp; T. Negishi, \u201c A theorem of non-tatonnement stability\u201d, in F. Hahn, Money, Growth and Stability, Basil Blackwell, Oxford, 1985.<\/p>\n<p>[12] M. de Vroey, \u201cla possibilit\u00e9 d\u2019une \u00e9conomie d\u00e9centralis\u00e9e: esquisse d\u2019une alternative \u00e0 la th\u00e9orie de l\u2019\u00e9quilibre g\u00e9n\u00e9ral\u201d, in Revue \u00c9conomique, vol. 38, n\u00b03, maggio 1987, pp. 773-805.<\/p>\n<p>[13] A.V. Banerjee et E.S. Maskin, \u00ab A walrasian theory of money and barter \u00bb, in Quarterly Journal of Economics , vol. CXI, n\u00b04, 1996, novembre, pp. 955-1005. Voir aussi A. Alchian, \u00ab Why Money? \u00bb, in Journal of Money, Credit and Banking, Vol. IX, n\u00b01, 1977, pp. 133-140.<\/p>\n<p>[14] M .Weber, Economy and Society: An Outline of Interpretative Sociology, University of California Press, Berkeley, 1948, p.108.<\/p>\n<p>[15] J.M. Keynes, \u00ab A tract on Monetary reform \u00bb, in J.M. Keynes, Essays in Persuasion, Rupert Hart-Davis, London, 1931. Citazione ripresa dalla traduzione francese, Essais sur la monnaie et l\u2019\u00e9conomie, Payot, coll \u00ab Pettite Biblioth\u00e8que Payot \u00bb, Paris, 1971, pp.16-17.<\/p>\n<p>[16] Idem, p.21.<\/p>\n<p>[17] J.M. Grandmont, Money and Value , Cambridge University Press et \u00c9ditions de la MSH, London-Paris, 1983.<\/p>\n<p>[18] Su questo punto l\u2019articolo principale \u00e8 A.C. Pigou, \u201cThe Classical Stationary State\u201d in Economic Journal , vol. 53, 1943, pp. 343-351. Una versione moderna della tesi si trova in D. Patinkin, Money, Interests and Prices, Harper &amp; Row, New York, 1965, 2a edizione.<\/p>\n<p>[19] Il pi\u00f9 radicale difensore di questa tesi \u00e8 R. Lucas, \u201cAn Equilibrium Model of Business cycle\u201d, in Journal of Political Economy , vol. 83, 1975, pp. 1113-1124.<\/p>\n<p>[20] J.M. Grandmont, \u201cTemporary General Equilibrium Theory\u201d, in Econometrica, vol. 45, 1977, pp. 535-572.<\/p>\n<p>[21] J.M. Grandmont, Money and Value , op.cit., pp. 10-13.<\/p>\n<p>[22] J.M. Grandmont, Money and Value , op.cit., pp. 38-45.<\/p>\n<p>[23] J.E. Stiglitz, Wither Socialism ?, MIT Press, Cambridge, Mass., 1994.<\/p>\n<p>[24] M. Friedman, \u00ab The Methodology of Positive Economics \u00bb, in M. Friedman, Essays in Positive Economics, University of Chicago Press, Chicago, 1953, pp. 3-43.<\/p>\n<p>[25] Si veda, J. Robinson, \u00ab The production function and the theory of capital \u00bb, in Review of Economic Studies, vol. XXI, (1953-1954), pp. 81-106. R.M. Solow, \u00ab The production function and the theory of capital \u00bb, in Review of Economic Studies, vol. XXIII, (1955-1956), pp. 101-108; Idem, \u00ab Substitution and Fixed Proportions in the theory of capital \u00bb, in Review of Economic Studies, vol. XXX, (giugno 1962), pp. 207-218.<\/p>\n<p>[26] P.A. Samuelson, \u00ab Parable and Realism in Capital Theory: The Surrogate Production Function \u00bb, in Review of Economic Studies, vol. XXX, (giugno 1962), pp. 193-206.<\/p>\n<p>[27] P. Mirowski, \u00ab How not to do things with metaphors: Paul Samuelson and the science of Neoclassical Economics \u00bb, in Studies in the History and Philosophy of Science, vol. 20, n\u00b01\/1989, pp. 175-191.<\/p>\n<p>[28] Per l\u2019esposizione pi\u00f9 classica e pi\u00f9 utilizzata accademicament, si veda P.A. Samuelson, Foundations of Economic Analysis, Harvard University Press, Cambridge, mass., 1948.<\/p>\n<p>[29] A. Eichner, \u00ab Why Economics is not yet a Science \u00bb, in A. Eichner, (ed.), Why Economics is not yet a Science, M.E. Sharpe, Armonk, NY., 1983, pp. 205-241. D.M. Hausman, The Inexact and separate science of Economics, Cambridge University Press, Cambridge, 1992, cap. 1.<\/p>\n<p>[30] M. Blaug, The Methodology of Economics, Cambridge University Press, Cambridge, 1980, pp. 159-169.<\/p>\n<p>[31] J. Sapir, Quelle \u00e9conomie pour le XXI\u00e8me si\u00e9cle, Paris, Odile Jacob, 2005, cap. 1.<\/p>\n<p>[32] Olivier Favereau offre un\u2019ottima analisi dell\u2019interpretazione teorica e storica del termine ortodossia economica. O. Favereau, \u00ab L\u2019\u00e9conomie du sociologue ou : penser (l\u2019orthodoxie) \u00e0 partir de Pierre Bourdieu \u00bb, in B. Lahire (edit.), Opera sociologica di Pierre Bourdieu, La D\u00e9couverte, Paris, 2001, pp. 255-314.<\/p>\n<p>[33] H.A. Simon, \u00ab Rationality as Process and as Product of Thought \u00bb, in American Economic Review, vol. 68, n\u00b02\/1978, pp. 1-16.<\/p>\n<p>[34] Per una discussione su questo punto: J. Sapir, Les trous noirs de la science \u00e9conomique, Albin Michel, Paris, 2000.<\/p>\n<p>[35] Si veda O. Favereau, \u00ab March\u00e9s internes, March\u00e9s externes \u00bb, in Revue \u00c9conomique, vol.40, n\u00b02\/1989, marzo, pp. 273-328.<\/p>\n<p>[36] G. Debreu, Th\u00e9orie de la Valeur, Dunod, Paris, 1959.<\/p>\n<p>[37] B. Guerrien, L\u2019\u00e9conomie n\u00e9o-classique, La D\u00e9couverte, coll. Rep\u00e8res, Paris, 1989.<\/p>\n<p>[38] La teoria dell\u2019Utilit\u00e0 Attesa \u00e8 collegata al \u00ab Paradoxe de Saint-Petersbourg \u00bb, D. Bernoulli, \u00ab Specimen Theoria Novae de Mensura Sortis \u00bb in Commentarii Academiae Scientarum Imperiales Petrapolitane, 1738, vol. 5, pp. 175-192, San Pietroburgo.<\/p>\n<p>[39] J. von Neumann et O. Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton, NJ, 1947 (2a edizione).<\/p>\n<p>[40] V. Pareto, Manuel d\u2019\u00e9conomie politique, M. Giard, Paris, 1927.<\/p>\n<p>[41] J. Von Neuman et O. Morgenstern, Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton, NJ, 1947, 1953; K. Arrow Social Choice and Individual Values, op.cit.<\/p>\n<p>[42] H. Sonnenscheim, \u00ab Do Walras Identity and Continuity Characterize the Class of Excess Demand Fonctions \u00bb in Journal of Economic Theory, vol. 6, n\u00b02\/1973, pp. 345-354.<\/p>\n<p>[43] B. Guerrien, L\u2019\u00e9conomie n\u00e9o-classique, op.cit., pp. 42-45.<\/p>\n<p>[44] M. Allais, \u00ab Le comportement de l\u2019homme rationnel devant le risque. Critique des postulats de l\u2019\u00e9cole am\u00e9ricaine \u00bb in Econom\u00e9trica, vol. 21, 1953, pp. 503-546. Si veda anche M. Allais et O. Hagen (edit.) Expected Utility Hypotheses and the Allais Paradox, Reidel, Dordrecht, 1979.<\/p>\n<p>[45] Si veda P. Slovic et A. Tversky, \u00ab Who Accept\u2019s Savage Axioms? \u00bb in Behavioural Science, vol. 19\/1974, pp. 368-373.<\/p>\n<p>[46] Si veda L. Savage, The Foundations of Statistics, Wiley, New York, 1954; D. Ellsberg, \u00ab Risk, Ambiguity and the Savage Axioms \u00bb in Quarterly Journal of Economics, vol. 75, n\u00b03\/1961, pp. 643-669.<\/p>\n<p>[47] F.J. Roethlisberger et W.J. Dickson, Management and the Worker, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1939.<\/p>\n<p>[48] R. Rosenthal et L. Jakobson, Pygmalion \u00e0 l\u2019\u00e9cole \u2013 L\u2019attente du ma\u00eetre et le d\u00e9veloppement intellectuel des \u00e9l\u00e8ves, trad. di S. Audebert et Y. Rickards, Casterman, Paris, 1971 (Pygmalion in the Classroom, Holt, Rinehart and Winston, NY, 1968).<\/p>\n<p>[49] S. Lichtenstein et P. Slovic, \u00ab Reversals of Preference Between Bids and Choices in Gambling Decisions \u00bb in Journal of Experimental Psychology, n\u00b086, 1971, pp. 46-55.<\/p>\n<p>[50] S. Lichtenstein et P. Slovic, \u00ab Reponse induced reversals of Preference in Gambling: An Extended Replications in Las Vegas \u00bb in Journal of Experimental Psychology, n\u00b0101,\/1973, pp. 16-20.<\/p>\n<p>[51] P. Slovic et S. Lichtenstein, \u00ab Preference Reversals : A Broader Perspective \u00bb, in American Economic Review, vol. 73, n\u00b03\/1983, pp. 596-605.<\/p>\n<p>[52] A. Tversky, \u00ab Rational Theory and Constructive Choice \u00bb, in K.J. Arrow, E. Colombatto, M. Perlman et C. Schmidt (edits.), The Rational Foundations of Economic Behaviour, Macmillan et St. Martin\u2019s Press, Basingstoke \u2013 New York, 1996, pp. 185-197, p. 187.<\/p>\n<p>[53] S. Lichtenstein et P. Slovic, \u00ab Reversals of Preference Between Bids and Choices in Gambling Decisions \u00bb in Journal of Experimental Psychology, vol. 89\/ 1971, pp. 46-55. Idem, \u00ab Reponse-Induced Reversals of Preference in Gambling and Extendes Replication in Las Vegas \u00bb, in Journal of Experimental Psychology, vol. 101\/1973, pp. 16-20.<\/p>\n<p>[54] Idem et A. Tversky, \u00ab Rational Theory and Constructive Choice \u00bb, op.cit., p. 195.<\/p>\n<p>[55] D. Kahneman, \u00ab New Challenges to the Rationality Assumption \u00bb op.cit..<\/p>\n<p>[56] D. Kahneman, J. Knetsch et R. Thaler, \u00ab The Endowment Effect, Loss Aversion and StatuQuo Bias \u00bb in Journal of Economic Perspectives , vol. 5\/1991, n\u00b01, pp. 193-206.<\/p>\n<p>[57] D. Kahneman et J. Snell, \u00ab Predicting a Changing Taste \u00bb in Journal of Behavioral Decision Making , vol. 5\/1995, pp. 187-200. I Simonson, \u00ab The Effect of Purchase Quantity and Timing on Variety-Seeking Behavior \u00bb in Journal of Marketing Research, vol. 27, n\u00b02\/1990, pp. 150-162.<\/p>\n<p>[58] D. Kahneman, D.L. Frederickson, C.A. Schreiber, D.A. Redelmeier, \u00ab When More Pain is Preferred to Less: Adding a Better End \u00bb, in Psychological Review , n\u00b04\/1993, pp. 401-405.<\/p>\n<p>[59] Un esempio di questo genere \u00e8: P.A. Chiappori, \u201cS\u00e9lection naturelle et rationalit\u00e9 absolue des entreprises\u201d, in Revue \u00c9conomique, vol. 35, n\u00b01\/1984, pp. 87-106.<\/p>\n<p>[60] O. Favereau, \u201cMarch\u00e9s internes, march\u00e9s externes..\u201d op. cit., pp. 281-282.<\/p>\n<p>[61] O. Favereau, \u201cMarch\u00e9s internes, march\u00e9s externes..\u201d op. cit., p.280.<\/p>\n<p>[62] O.E. Williamson, The Economics Institution of Capitalis: firms, markets, relational contracting, Macmillan &amp; The Free Press, New York, 1975.<\/p>\n<p>[63] M. de Vroey, \u201cla possibilit\u00e9 d\u2019une \u00e9conomie d\u00e9centralis\u00e9e: esquisse d\u2019une alternative \u00e0 la th\u00e9orie de l\u2019\u00e9quilibre g\u00e9n\u00e9ral\u201d, in Revue \u00c9conomique, vol. 38, n\u00b03, maggio 1987, pp. 773-805.<\/p>\n<p>[64] M. de Vroey, \u201cS\u2019il te pla\u00eet, dessine moi\u2026un march\u00e9\u201d, in \u00c9conomie Appliqu\u00e9e, tome XLIII, 1990, n\u00b03, pp. 67-87, p. 75.<\/p>\n<p>[65] C.P. Kindleberger, Manias, Panics and Krashes, Basic Books, New York, 1989, \u00e9dition r\u00e9vis\u00e9e.<\/p>\n<p>[66] O.E. Williamson, The Economic Institutions of Capitalism, Firms, Market, Relational Contracting, Free Press, New York, 1985, pp. 391-2.<\/p>\n<p>[67] P.A. Samuelson, \u201cClassical and Neoclassical theory\u201d, in R.W. Clower, (ed.), Monetary Theory, Penguin, Londra, 1969.<\/p>\n<p>[68] Per von Neuman, se F \u00e8 una funzione complessa su W di quadrato integrabile, il seguito delle funzioni:<\/p>\n<p>n-1<\/p>\n<p>1\/n S f. qk converge in media quadratica verso una funzione F di quadrato integrabile e q-invariante.<\/p>\n<p>k=0<\/p>\n<p>Si veda, P.A. Meyer, \u201cTh\u00e9orie ergodique et potentiels\u201d, in Annales Inst. Fourier , t. XV, fasc. 1, 1965.<\/p>\n<p>[69] P. Billingsley, Ergodic Theory and Information, Kreiger Publishers, Huntington, 1978. Per un\u2019applicazione diretta, R. Lucas e T.J. Sargent, Rational Expectations and Econometric Practices, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1981, pp. XII \u2013 XIV.<\/p>\n<p>[70] Si veda la discussione su questo punto in P. Davidson, \u201cSome Misunderstanding on Uncertainty in Modern Classical Economics\u201d, in C. Schmidt (ed.), Uncertainty and Economic Thought, Edward Elgar, Cheltenham, 1996, pp. 21-37.<\/p>\n<p>[71] J. Machina, \u201cChoice Under Uncertainty: Problems Solved and Unsolved\u201d, in Journal of Economic Perspectives, vol. 1, n\u00b01, 1987.<\/p>\n<p>[72] F. Knight, Risk, Uncertainty and Profit , Houghton Mifflin, New York, 1921. Si veda in particolare pp. 19-20 et 232.<\/p>\n<p>[73] K. Arrow et F. Hahn, General Competitive Analysis, Holden-Day, San Francisco, 1971, introduzione.<\/p>\n<p>[74] Si veda D.M. Hausman, The Inexact and Separate Science of Economics, Cambridge University Press, Cambridge, 1992. S.C. Dow, \u201cMainstream Economic Methodology\u201d, in Cambridge Journal of Economics, vol. 21, n\u00b01\/1997, pp. 73-93.<\/p>\n<p>[75] F.H. Hahn, \u201cThe next hundred years\u201d, in Economic Journal, vol. 101, n\u00b0404, numero speciale del centenario.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>: <a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/10\/07\/i-fondamenti-teorici-del-neoliberismo\/\">http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/10\/07\/i-fondamenti-teorici-del-neoliberismo\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACQUES SAPIR Ci siamo spesso occupati in questo blog degli effetti delle politiche neo-liberiste sulla vita quotidiana dei cittadini e sui rapporti di forza tra Stati. Il questo articolo piuttosto \u201ctecnico\u201d, Jacques\u00a0Sapir ci offre una trattazione rigorosa e densa delle origini e delle incongruenze teoriche della teoria economica alla base del neoliberismo dal punto di vista puramente teorico. Il prestigioso economista, pi\u00f9 volte ospitato sul nostro sito, smonta con assoluta lucidit\u00e0 e rigore scientifico&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":72,"featured_media":17674,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/sapir.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-99n","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35177"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/72"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35177"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35177\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":35179,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35177\/revisions\/35179"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/17674"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35177"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35177"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35177"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}