{"id":35261,"date":"2017-10-13T10:00:39","date_gmt":"2017-10-13T08:00:39","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35261"},"modified":"2017-10-12T12:59:19","modified_gmt":"2017-10-12T10:59:19","slug":"democrazia-e-momento-populista-dallamerica-latina-alleuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35261","title":{"rendered":"Democrazia e momento populista: dall&#8217;America Latina all&#8217;Europa"},"content":{"rendered":"<p><strong>di CARLO FORMENTI<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Relazione di Carlo Formenti alla Scuola Estiva \u201cCrisi della democrazia? Lessico politico per il XXI secolo\u201d dell&#8217;Universit\u00e0 di Trieste<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories5\/fistimage_bbonikowski_populism2.jpg\" alt=\"fistimage bbonikowski populism2\" width=\"300\" height=\"300\" \/><em>\u00a0In un\u2019intervista rilasciata al \u201cCorriere della Sera\u201d nel novembre del 2016 il direttore del \u201cWall Street Journal\u201d, Gerard Baker ha detto che, in futuro, lo scontro politico non sar\u00e0 pi\u00f9 fra progressisti e conservatori, ma fra globalisti e populisti. Riletta oggi, l\u2019affermazione suona come una dichiarazione di guerra.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Eventi come la Brexit, l\u2019elezione di Trump, la disfatta di Renzi nel referendum sulle riforme costituzionali, e le preoccupazioni suscitate dall\u2019ascesa di leader politici come Tsipras (prima della resa ai diktat della Troika), Bernie Sanders, James Corbyn, Pablo Iglesias, Jean-Luc M\u00e9lenchon e Marine Le Pen , hanno fatto s\u00ec che si costituisse un poderoso fronte mondiale antipopulista.\u00a0I media hanno orchestrato una massiccia campagna propagandistica in sostegno dei governi guidati dalle forze politiche tradizionali (conservatori, liberali e socialdemocratici), invitandole a coalizzarsi contro la minaccia di forze genericamente definite populiste \u2013 senza distinguere fra le radicali differenze reciproche &#8211; in quanto sovraniste, protezioniste, stataliste e antiglobaliste, contrarie cio\u00e8 alla libera circolazione di merci e capitali e <em>dunque<\/em> nemiche del sistema democratico, identificato tout court con il mercato.<\/p>\n<p>La sostanziale adesione delle sinistre europee \u2013 non di rado anche le radicali \u2013 a questo appello antipopulista delle \u00e9lite politiche ed economiche liberiste e dei media mainstream, introduce uno dei temi di fondo che intendo affrontare: l\u2019appello ha funzionato perch\u00e9 le sinistre considerano il sovranismo come un\u2019ideologia ancora pi\u00f9 pericolosa del neoliberismo. Prima di esaminare questo atteggiamento, occorre per\u00f2 decostruire il senso del termine populismo.<\/p>\n<p>La narrazione mainstream presenta il populismo come una visione del mondo unitaria, che si contrappone a quella liberista allo stesso modo in cui vi si contrapponeva il comunismo. Questa tesi \u00e8 insostenibile ove si consideri il fatto che non esiste un corpus di testi fondativi che definiscano principi, valori e obiettivi di questa presunta \u201cideologia\u201d. Se passiamo poi alla descrizione \u201cscientifica\u201d del fenomeno, vediamo come essa si basi su un elenco di caratteristiche &#8211; <strong>iperpersonalizzazione della figura del leader, legame diretto fra leader e masse, nazionalismo, linguaggio semplificato, statalismo, interclassismo, polarizzazione fra popolo ed \u00e9lite, polemica anticasta (contro politici di professione, accademici, finanzieri ecc.), atteggiamento anti istituzionale &#8211;<\/strong> compilato negli anni Sessanta del secolo scorso sulla base dell\u2019osservazione dei regimi latinoamericani della met\u00e0 del Novecento.<\/p>\n<p>Si tratta di un elenco di scarso valore euristico ove si consideri che alcune di tali caratteristiche sono tipiche di tutti i movimenti allo stato nascente mentre svaniscono quando essi raggiungono la maturit\u00e0, e che esse possono essere ricombinate in modi diversi dando origine a regimi altrettanto diversi. Se poi ci si riferisce allo stile populista [1] come tecnica di comunicazione politica, \u00e8 evidente che si tratta di una modalit\u00e0 adottata da <em>tutti<\/em> i partiti in quest\u2019epoca caratterizzata dalla mediatizzazione, spettacolarizzazione e personalizzazione della politica. E dunque? La mia risposta \u00e8 che, per comprendere il fenomeno populista, occorre comprenderne la natura di rivolta (spesso prepolitica) delle masse popolari nei confronti della \u201cguerra di classe dall\u2019alto\u201d [2] iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso. Dietro al termine populismo si cela un insieme articolato e complesso di fenomeni che potremmo definire la forma che la lotta di classe assume nell\u2019era neoliberista.<\/p>\n<p>Il momento populista \u00e8 infatti la reazione sociale a due processi: <strong>da un lato, gli effetti combinati della finanziarizzazione dell\u2019economia e di una rivoluzione tecnologica che hanno aggredito la societ\u00e0 moderna, facendola esplodere in un pulviscolo di soggetti individualizzati, dall\u2019altro una rivoluzione culturale che ha tentato di legittimare le nuove forme di sfruttamento capitalistico e la trasformazione dei sistemi liberal democratici in altrettanti regimi oligarchici<\/strong>.<\/p>\n<p>Questi processi hanno provocato un tragico peggioramento delle condizioni di vita delle classi subordinate: disoccupazione, salari da fame, precarizzazione del lavoro, smantellamento dei sistemi di welfare attraverso tagli alla spesa pubblica e privatizzazione dei servizi, aumento esponenziale della disuguaglianza fra una minoranza di super ricchi e una massa crescente di classi medie proletarizzate. La reazione era inevitabile e infatti, nell\u2019arco di un ventennio, abbiamo assistito al ciclo delle rivoluzioni bolivariane in America Latina, alle primavere arabe, al 15M spagnolo e a Occupy Wall Street negli Stati Uniti, oltre alla nascita di movimenti antiglobalisti di diverso orientamento ideologico, ma accomunati dalla rivendicazione della riconquista di una qualche forma di sovranit\u00e0 popolare e nazionale.<\/p>\n<p>Partiamo dall\u2019Europa. <strong>L\u2019ordoliberalismo tedesco, sui cui principi si fonda l\u2019intero edificio comunitario, come hanno spiegato Dardot e Laval, [3] non muove affatto dall\u2019idea che il mercato sia un dato naturale e spontaneo ma, al contrario, lo considera come una <\/strong><em><strong>costruzione <\/strong><\/em><strong>della quale \u00e8 lo Stato a doversi fare carico, garantendo il rispetto del principio di concorrenza. Lo Stato, evitando di interferire direttamente nel processo economico \u2013 e anzi attuando un programma radicale di privatizzazione dei servizi pubblici e applicando i principi dell\u2019imprenditoria privata alla gestione dell\u2019amministrazione pubblica -, deve perseguire la stabilit\u00e0 dei prezzi ed eliminare ogni ostacolo al dispiegamento della libera concorrenza. <\/strong><\/p>\n<p><strong>Il rispetto di questi principi viene imposto ai Paesi membri attraverso un rigido sistema di regole che ha svuotato le legislazioni nazionali, regole che, funzionano di fatto come una Costituzione europea attraverso una serie di trattati vincolanti (vedi la riforma dell\u2019articolo 81 della Costituzione italiana che impone il pareggio di bilancio, arrivando a vietare ogni politica industriale che comporti investimenti pubblici e imponendo addirittura allo Stato di alienare le sue residue propriet\u00e0). <\/strong><\/p>\n<p><strong>L\u2019Unione Europea non \u00e8, come si ostinano ad argomentare gli europeisti \u201cprogressisti\u201d, un processo incompiuto che attende quel perfezionamento politico che dovrebbe consentirne la democratizzazione, si tratta di una super struttura parastatale che, da un lato, tiene insieme residui della forma stato classica nei singoli Paesi, dall\u2019altro istituisce un nuovo ordine integrato al mercato, una struttura di governance<\/strong> <strong>multilivello<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Di pi\u00f9: la Ue si presenta come un mega esperimento morale e antropologico, una vera e propria utopia che si propone di creare \u201cl\u2019uomo nuovo\u201d dell\u2019ordine liberista. Di qui una pedagogia sociale e politica che aspira a formare cittadini che si considerino imprenditori di s\u00e9 stessi e uniformino la propria vita alle stesse regole e principi che presiedono alla gestione di un\u2019impresa. L\u2019utopia europeista messa in atto dall\u2019Europa reale non \u00e8 quella di Altiero Spinelli bens\u00ec quella di von Hayek, il quale, fra le due guerre mondiali, aveva sognato la costruzione di un\u2019entit\u00e0 sovranazionale e sovrastale che, oltre a rendere possibili un sistema monetario uniforme e regole giuridiche comuni, salvaguardasse tali regole dalle indebite pressioni delle organizzazioni dei lavoratori e dei cittadini titolari della sovranit\u00e0 democratica su basi nazionali.<\/strong><\/p>\n<p>Quale livello di violenza questa utopia ordoliberale sia disposta a esercitare nei confronti di ogni forza che si oppone al suo progetto \u00e8 emerso chiaramente attraverso la ferocia con cui si \u00e8 stroncata la resistenza del popolo greco che aveva votato contro gli accordi capestro voluti dalla Troika per \u201csanare\u201d l\u2019economia e il debito ellenici. Quell\u2019esempio ha dimostrato una volta per tutte come la democrazia sia del tutto incompatibile con il neoliberismo.<\/p>\n<p>Gli effetti combinati di finanziarizzazione ed egemonia ordoliberista sul sistema politico configurano infatti un processo di de democratizzazione che mira a svuotare la democrazia della sostanza senza sopprimerne la forma [4]. <strong>La filosofia che ispira tale processo richiama il pensiero di Friedrich von Hayek e degli \u201celitisti\u201d del primo Novecento come Mosca, Pareto e Michels. Per tutti costoro l\u2019obiettivo strategico consiste nel rafforzare il potere dell\u2019esecutivo, onde metterlo al riparo dagli umori ondivaghi dei cittadini-elettori che provocano l\u2019instabilit\u00e0, se non la rovina, dei regimi democratici: ecco perch\u00e9 non considerano la democrazia come un fine in s\u00e9, bens\u00ec come uno strumento per selezionare le classi dirigent<\/strong>i.<\/p>\n<p>Le istituzioni politiche forgiate su questi principi non configurano nemmeno pi\u00f9 quello che Lenin definiva il \u201ccomitato d\u2019affari della borghesia\u201d, bens\u00ec un sistema di potere che realizza un\u2019integrazione totale fra \u00e9lite economiche ed \u00e9lite politiche. Basti pensare a fenomeni come quello che negli Stati Uniti \u00e8 stato battezzato il \u201csistema delle porte girevoli\u201d, vale a dire la pratica per cui i manager di grandi imprese private, banche e societ\u00e0 finanziarie rivestono importanti incarichi pubblici o vengono addirittura nominati ministri, o agli effetti di quel processo di \u201cfinanziarizzazione che fa s\u00ec che una buona met\u00e0 dei membri americani della Camera dei Rappresentanti appartenga all\u2019\u00e9lite dei super ricchi.<\/p>\n<p>Concentrando l\u2019attenzione sulla \u201ccomplicit\u00e0\u201d fra \u00e9lite economiche e politiche, si corre per\u00f2 il rischio di analizzare il fenomeno da un punto di vista morale, come se si trattasse della \u201ccorruzione\u201d della politica da parte della finanza. Occorre invece partire dall\u2019analisi dell\u2019utopia ordoliberista che abbiamo evocato poco sopra: la convergenza fra \u00e9lite non \u00e8 solo questione di interessi, n\u00e9 la transizione al regime postdemocratico \u00e8 questione di \u201ctradimento\u201d delle regole, <strong>siamo di fronte a un lucido disegno politico che impone agli stati di uniformarsi alle regole del diritto privato, fondando la propria legislazione sui principi della competizione economica. <\/strong><\/p>\n<p><strong>In questo modo la democrazia liberale viene svuotata di ogni sostanza e i dirigenti degli stati, commenta Crouch, non rispondono pi\u00f9 ai propri cittadini, ma \u201csono sottoposti al controllo della comunit\u00e0 finanziaria internazionale, di organismi specializzati, di agenzie di rating\u201d<\/strong>[5]<strong>. E ancora: \u201cgli stati sono considerati unit\u00e0 produttive come le altre in una vasta rete di poteri politico economici sottoposti a norme simili\u201d<\/strong> [6]<strong>. <\/strong><\/p>\n<p>Inevitabile conseguenza di questa filosofia \u00e8 la privatizzazione dei servizi sociali: <strong>in ossequio al principio in base al quale la dimensione dell\u2019efficienza e del rendimento finanziario deve essere assunta come pietra di paragone di ogni attivit\u00e0 sociale, lo stato dismette le proprie attivit\u00e0 per riconsegnarle al mercato. La privatizzazione dei servizi \u00e8 una delle tappe fondamentali del processo di costruzione dell\u2019uomo nuovo liberista, infatti il cittadino, osserva Crouch, una volta divenuto \u201ccliente\u201d del servizio privatizzato, \u201cnon pu\u00f2 pi\u00f9 sollevare questioni relative all\u2019erogazione del servizio con il governo, perch\u00e9 la prestazione \u00e8 stata appaltata all\u2019esterno, il servizio \u00e8 divenuto postdemocratico<\/strong>.<\/p>\n<p>In direzione analoga avanza il processo di trasformazione dei partiti. Mentre il partito tradizionale si presentava come una successione di cerchi concentrici (dall\u2019esterno: elettori, simpatizzanti, militanti, funzionari, dirigenti e leader), il partito postmoderno appare piuttosto come un\u2019ellisse in cui simpatizzati e militanti perdono peso sin quasi a sparire, i funzionari diminuiscono numericamente e svolgono funzioni quasi esclusivamente tecniche, mentre il leader occupa uno dei fuochi dell\u2019ellisse attorno al quale ruota tutto il resto e instaura una relazione diretta con le masse elettorali che passa quasi solo attraverso i canali mediatici.<\/p>\n<p>In particolare Crouch ha richiamando l\u2019attenzione sulla rapidit\u00e0 con cui i partiti socialdemocratici hanno mutato pelle per adeguarsi alla nuova situazione: in una prima fase, si sono visti penalizzare dall\u2019indebolimento della loro tradizionale base elettorale, costituita da operai e impiegati dei servizi pubblici, poi, imboccata la strada della \u201cterza via\u201d tracciata da Tony Blair e Bill Clinton, hanno cominciato a raccogliere sostegno trasversale da tutte le categorie sociali e, a mano a mano che sposavano i principi del neoliberismo, a ottenere l\u2019appoggio finanziario delle grandi imprese, alle quali hanno tentato di dimostrare che <strong>\u201cla socialdemocrazia non solo pu\u00f2 prosperare in un ambiente capitalistico liberale, ma in tale ambiente produce anche un grado di liberalismo pi\u00f9 elevato rispetto al liberalismo tradizionale lasciato a s\u00e9 stesso\u201d [<\/strong>7]<strong>.<\/strong><\/p>\n<p>Si tratta di capire perch\u00e9 la maggioranza delle sinistre europee rifiutino di prendere atto di quanto detto finora e considerino tutte le posizioni populiste \u2013 anche se di sinistra \u2013 che assumono un punto di vista sovranista come antidemocratiche. A tale scopo prover\u00f2 a ricostruire a grandi linee il secolare dibattito sulla questione nazionale che ha attraversato l\u2019intera storia del marxismo. La celebre battuta del <em>Manifesto <\/em>in cui Marx dice che &lt;&lt;<strong>gli operai non hanno patria<\/strong>&gt;&gt; ha un significato ambivalente in quanto associa al rifiuto del patriottismo borghese il concetto di <em>privazione<\/em>di una patria che i proletari devono conquistarsi, elevandosi a <em>classe nazionale<\/em>. \u00c8 tuttavia innegabile che il punto di vista giovanile di Marx resti ancorato a una visione economicista che attribuisce alla borghesia la missione \u201ccivilizzatrice\u201d di spezzare tutte le barriere che si oppongono allo sviluppo delle forze produttive, ivi comprese le barriere dei confini nazionali.<\/p>\n<p>Questa impostazione verr\u00e0 superata quando Marx si trover\u00e0 a fare i conti con gli effetti dello dell\u2019oppressione coloniale del popolo irlandese da parte dell\u2019imperialismo britannico. La sua posizione slitter\u00e0 allora dall\u2019idea che solo la rivoluzione del proletariato inglese avrebbe potuto restituire la libert\u00e0 agli irlandesi, al punto di vista opposto: soltanto una vittoriosa lotta di liberazione del popolo irlandese \u2013 liquidando le condizioni di relativo privilegio dei proletari inglesi \u2013 avrebbe creato le condizioni di una rivoluzione proletaria in Inghilterra. <strong>Dalla convinzione che la rivoluzione \u00e8 frutto di <\/strong><em><strong>condizioni oggettive<\/strong><\/em><strong> che esistono solo nel punto pi\u00f9 alto di sviluppo delle forze produttive, si passa dunque al riconoscimento che il capitalismo va aggredito laddove si accumulano le <\/strong><em><strong>contraddizioni politiche<\/strong><\/em><strong> pi\u00f9 radicali. <\/strong><\/p>\n<p>Lenin &#8211; in polemica con le posizioni di Rosa Luxemburg e Leone Trotsky, vicine a quelle del Marx del <em>Manifesto<\/em> &#8211; andr\u00e0 oltre, aggiornando le idee del Marx maturo attraverso l\u2019analisi della fase imperialista: la creazione di grandi imperi coloniali da parte delle maggiori potenze crea condizioni completamente nuove, che esaltano il ruolo delle lotte di liberazione nazionale nel quadro della lotta mondiale contro il capitalismo. Riscontriamo un\u2019analoga evoluzione del pensiero gramsciano: vicino alle posizioni del giovane Marx finch\u00e9 il sistema capitalistico sembr\u00f2 evolvere verso l\u2019unificazione del mondo, Gramsci cambi\u00f2 punto di vista a mano a mano che lo stato nazionale borghese tornava a dominare la scena politica (dopo la fine della prima globalizzazione e il fallimento delle rivoluzioni socialiste in centro Europa). Nella \u201cguerra di posizione\u201d che oppone borghesia e proletariato in queste nuove condizioni, Gramsci, pur senza rinnegare la prospettiva internazionalista, si concentra sulla necessit\u00e0 di costruire un blocco sociale che non pu\u00f2 che prendere le mosse dal contesto nazionale (in quella che \u00e8 stata definita la svolta nazional-popolare di Gramsci).<\/p>\n<p>Gli echi di questo dibattito si sono spenti fino a sparire a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Si potrebbe giustificare questa svolta con il fatto che nei decenni successivi al secondo dopoguerra era giunto a compimento il processo di liberazione della stragrande maggioranza dei Paesi del Terzo Mondo dal giogo dell\u2019oppressione coloniale. Ma si tratta di un errore di prospettiva: <strong>\u00e8 infatti proprio a partire da quegli anni, come ha spiegato Samir Amin<\/strong>[8]<strong>,<\/strong> <strong>che le borghesie nazionali di quei Paesi, dopo essere state protagoniste \u2013 spintevi a calci dalle rivolte dei loro popoli &#8211; delle lotte di liberazione nazionale, tornano a svolgere il ruolo di agenti mediatori degli interessi del capitale transnazionale, in un contesto che non contempla pi\u00f9 l\u2019occupazione militare diretta dei rispettivi territori bens\u00ec la loro integrazione nel processo di globalizzazione rilanciato dall\u2019unificazione dell\u2019Occidente sotto l\u2019egemonia statunitense<\/strong>.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio questo ritorno della tendenza all\u2019unificazione mondiale dei mercati ad abbagliare le sinistre occidentali ricacciandole verso una visione economicista. Nasce cos\u00ec un \u201cpensiero unico\u201d delle sinistre occidentali sul tema del rapporto fra lotta anticapitalista e questione nazionale che ripudia, le tesi di Frantz Fanon, l\u2019ultimo grande esponente del punto di vista che fu gi\u00e0 del Marx maturo, di Lenin e Gramsci. <strong>Laddove Fanon aveva contestato la relazione automatica fra progresso e Occidente, accusando cosmopolitismo e l\u2019universalismo borghesi (travestiti da internazionalismo) di essere armi volte a distruggere la resistenza dei popoli coloniali, la maggioranza degli intellettuali di sinistra occidentali assumono il punto di vista di un internazionalismo dottrinale e astratto, assieme alla tesi secondo cui il superamento del capitalismo pu\u00f2 avvenire solo laddove le forze produttive raggiungono il pi\u00f9 alto livello di sviluppo (un punto di vista che, fra l\u2019altro, ignora il fatto che a tutt\u2019oggi le sole rivoluzioni socialiste sono state effettuate dalle classi operaie in formazione di Paesi periferici alleate con le larghe masse contadine). <\/strong><\/p>\n<p><strong>Se si eccettuano le riflessioni di quegli autori che &#8211; come Arrighi, Wallerstein e Samir Amin- hanno assunto come centrale la contraddizione centro-periferia nella loro analisi del sistema mondo, tutti gli altri esponenti dell\u2019intellighenzia marxista hanno finito per giudicare qualsiasi tipo di rivendicazione della sovranit\u00e0 nazionale come negativa, se non reazionaria<\/strong>. Contro questa visione intendo proporre un punto di vista che non solo rivendica la validit\u00e0 delle rivendicazioni sovraniste dei paesi periferici, ma afferma che la lotta per la sovranit\u00e0 nazionale pu\u00f2 assumere un carattere progressivo anche per i popoli europei, (soprattutto per i popoli mediterranei). Prima devo per\u00f2 chiarire cosa intendo esattamente per sovranit\u00e0 nazionale, e perch\u00e9 ritengo possibile distinguere fra i differenti significati che il concetto assume all\u2019interno del campo populista.<\/p>\n<p>Se la questione nazionale \u00e8 tornata al centro dell\u2019attenzione da parte di movimenti di dichiarato orientamento socialista &#8211; dai regimi bolivariani in America Latina, a partiti europei come Podemos e la formazione francese guidata da Jean-Luc M\u00e9lenchon, alla rete di forze che negli Stati Uniti ha sostenuto la candidatura presidenziale di Bernie Sanders &#8211; non \u00e8 solo perch\u00e9 il pendolo della storia sembra avere iniziato a oscillare in direzione opposta al processo di globalizzazione: <strong>il punto \u00e8 che l\u2019attacco del capitalismo globale non si rivolge tanto contro lo Stato, che come abbiamo visto subisce anzi un processo di rafforzamento, bens\u00ec contro la Nazione della quale si teme la natura di ambito territoriale in cui possono essere fatte pi\u00f9 facilmente valere le ragioni e i rapporti di forza delle classi subalterne.<\/strong><\/p>\n<p><strong> Da un lato, un capitalismo sempre pi\u00f9 concentrato e aggressivo necessita dei servigi di una statualit\u00e0 sovranazionale, dall\u2019altro lato, si moltiplicano le forze che vedono nella riconquista di forme di autorit\u00e0 territoriale l\u2019unico strumento per imbrigliare quei flussi incontrollati di capitale e di merci che minacciano le condizioni di vita delle popolazioni<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u2019autore che pi\u00f9 di ogni altro ha sostenuto come qualsiasi passo verso il socialismo sia impossibile senza uno \u201csganciamento\u201d dal sistema capitalistico globale \u00e8, di nuovo, l\u2019economista egiziano Samir Amin[9]. <strong>L\u2019idea che l\u2019integrazione delle economie locali nel sistema mondiale sia di per s\u00e9 un fattore positivo di sviluppo, sostiene Amin, rimuove una realt\u00e0 evidente: mentre nei centri il processo di accumulazione \u00e8 guidato dalla dinamica dei rapporti interni, nelle periferie esso \u00e8 in larga misura sovradeterminato dall\u2019evoluzione dei centri, non \u00e8 cio\u00e8 dotato di alcuna reale autonomia. <\/strong><\/p>\n<p><strong>I mutamenti indotti dal capitalismo globale dei monopoli, argomenta Amin, hanno annientato il potere delle vecchie classi dirigenti periferiche, alle quali sono subentrati nuovi strati dominanti di \u201caffaristi\u201d che svolgono il ruolo di intermediari locali degli interessi delle \u00e9lite economiche e politiche globali<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Questa descrizione non vale per\u00f2 solo per le periferie dei Paesi ex coloniali, ma anche per quei Paesi dell\u2019Europa del Sud che subiscono oggi l\u2019egemonia dell\u2019imperialismo tedesco attraverso il processo di integrazione europea: anche loro vivono la condizione di un\u2019economia costretta dalla divisione ineguale del lavoro a produrre merci di rango inferiore il cui lavoro \u00e8 meno remunerato (basti pensare allo smantellamento della grande industria italiana progressivamente sostituita da distretti di piccole medie imprese che lavorano per le grandi imprese tedesche, o al pi\u00f9 generale processo di terziarizzazione del nostro Paese che, al pari della Spagna, si vede sempre pi\u00f9 costretto a contare sul turismo come principale fonte di risorse).<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se tutto ci\u00f2 \u00e8 vero \u00e8 evidente che la lotta anticapitalista non pu\u00f2 oggi passare che dalle periferie e dal loro sganciamento dai centri, che implica <strong>una riconquista della sovranit\u00e0 popolare e nazionale.<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019abbondanza di riferimenti alla sovranit\u00e0 sia alla destra che alla sinistra del campo populista solleva tuttavia un problema semantico: \u00e8 evidente che questo termine rappresenta <strong>un campo di battaglia discorsivo su cui si decide chi avr\u00e0 l\u2019egemonia<\/strong>. N\u00e9 mancano gli strumenti concettuali per operare una distinzione: l\u2019idea di nazione cambia senso e natura a seconda che sia o meno identificata con quella di etnia, il patriottismo democratico, repubblicano e antifascista rivendicato da forze come Podemos, il partito di M\u00e9lenchon e la rete di Sanders non ha nulla a che spartire con quello di formazioni dichiaratamente xenofobe e razziste.<\/p>\n<p>A destra l\u2019idea di sovranit\u00e0 evoca la chiusura di frontiere ai migranti, per cui l\u2019opposizione ai flussi di persone \u00e8 obiettivo prioritario assai pi\u00f9 della regolazione dei flussi di merci e capitali, a sinistra si rivendica in primo luogo il diritto delle comunit\u00e0 politiche locali di gestire la propria vita in modo autonomo dalle interferenze esterne, <strong>cos\u00ec come si rivendica la reintegrazione dei cittadini nello Stato da cui sono stati di fatto espulsi (uno Stato che incorpori nuove istituzioni di democrazia diretta e rappresentativa contro lo Stato transnazionale costruito dalle \u00e9lite globali<\/strong>). Quanto appena detto non \u00e8 tuttavia sufficiente. Per approfondire il punto occorre fare un passo indietro: tornando all\u2019analisi critica della categoria di populismo.<\/p>\n<p>Parto dall\u2019analisi del fenomeno populista effettuata dal filosofo argentino Ernesto Laclau[10]. Finch\u00e9 il sistema liberal democratico funziona, argomenta Laclau, i bisogni dei diversi gruppi sociali vengono soddisfatti in modo differenziale, per cui mancano i presupposti perch\u00e9 si instauri una frontiera alto\/basso, \u00e9lite\/popolo. Viceversa, quando il sistema diviene incapace di assorbire in modo differenziale i bisogni, le domande inascoltate si accumulano e fra di esse pu\u00f2 stabilirsi una relazione di equivalenza, quella che Laclau chiama una \u201c<strong>catena equivalenziale<\/strong>\u201d, ed \u00e8 a questo punto che si innesca la <strong>crisi populista<\/strong>, mentre nuove forze politiche possono emergere per lanciare un \u201c<strong>appello populista<\/strong>\u201d.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 tale appello trovi rispondenza, occorre che le domande vengano unificate attraverso un denominatore comune capace di incarnare la totalit\u00e0 della serie, <strong>occorre cio\u00e8 che una domanda particolare acquisisca centralit\u00e0<\/strong>. Laclau chiama <em><strong>egemonia<\/strong><\/em> \u2013 con esplicito riferimento al concetto gramsciano \u2013 questa assunzione di un significato universale da parte della particolarit\u00e0. Ad attribuire tale ruolo egemonico a una determinata domanda sono fattori contingenti, circostanziali. Laclau non crede cio\u00e8 che esista una necessit\u00e0 storica che attribuisca apriori il ruolo egemonico a una specifica classe sociale, anche se <strong>ammette che il potenziale antagonistico debba inevitabilmente risiedere nelle soggettivit\u00e0 \u201cesterne\u201d al sistema, nella massa degli emarginati, dei derelitti e degli \u201ceterogenei\u201d generata dalla miriade di conflitti e contraddizioni economiche, politiche e sociali prodotte dal capitalismo finanziarizzato e globalizzato<\/strong>.<\/p>\n<p>Questa pluralit\u00e0 antagonista non \u00e8 tuttavia in grado di dare autonomamente e spontaneamente vita a un soggetto unitario se non viene unificata attraverso una qualche forma di sovradeterminazione politica: <strong>la crisi populista non ha cio\u00e8 sbocchi in assenza di un soggetto politico in grado di gestirla<\/strong>. <strong>Se un tale soggetto emerge, si innesca un potenziale di rottura sistemica, nella misura in cui il populismo marca una frattura fra tradizione liberale e tradizione democratica. La tradizione liberale si basa sul governo della legge, sulla protezione dei diritti umani e sul rispetto delle libert\u00e0 individuali; la tradizione democratica viceversa chiama in causa le idee di uguaglianza, identit\u00e0 fra governanti e governati e sovranit\u00e0 popolare. <\/strong><\/p>\n<p><strong>Il fatto che oggi la democrazia venga concepita esclusivamente in termini di stato di diritto e difesa dei diritti umani, mentre le idee di uguaglianza e sovranit\u00e0 popolare sono state accantonate, conferma che il rapporto fra tradizione liberale e tradizione democratica non \u00e8 necessario ma \u00e8 il prodotto di un\u2019articolazione storica contingente. Il populismo, con la sua rivendicazione di sovranit\u00e0 popolare, incarna dunque l\u2019irruzione dell\u2019elemento democratico in un sistema rappresentativo che appare ormai ripiegato esclusivamente sulla tradizione liberale, ed \u00e8 appunto per questo che pu\u00f2 segnare un passaggio di discontinuit\u00e0 sistemica.<\/strong><\/p>\n<p>Il popolo di Laclau non \u00e8 un\u2019entit\u00e0 trans storica fondata su basi etniche e\/o antropologiche che preesiste alla politica e che, come nell\u2019ideologia delle destre, la politica ha solo il compito di incarnare\/rappresentare, <strong>il popolo \u00e8 un costrutto politico, \u00e8 il prodotto dell\u2019operazione egemonica di un progetto politico capace di saldare soggetti diversi in un blocco sociale unitario (qui Laclau \u00e8 esplicitamente debitore delle categorie gramsciane di blocco sociale, egemonia e guerra di posizione). Ma se il popolo \u00e8 una costruzione politica ci\u00f2 vale necessariamente anche per la Nazione, che non pu\u00f2 esistere se non in riferimento al popolo e, a maggior ragione, vale per i concetti di sovranit\u00e0 popolare e nazionale<\/strong>.<\/p>\n<p>Questa torsione \u201cgramsciana\u201d delle tesi di Laclau ha trovato applicazioni sia nel progetto politico del Mas (il partito di Morales e Linera) e dello Stato boliviano, sia nell\u2019evoluzione di Podemos da movimento anticasta a partito titolare di un radicale progetto di trasformazione socialista della societ\u00e0 spagnola. <strong>Sono due esperienze che ci interessano qui particolarmente, in quanto entrambe si trovano a dover fare i conti con la presenza, nei rispettivi Paesi, di identit\u00e0 etnico linguistiche che rivendicano la propria autonomia politica dallo Stato nazionale centralizzato, una situazione che ha consentito loro di interpretare il tema della sovranit\u00e0 nazionale da un punto di vista che ne accentua ulteriormente le distanze dalle ideologie nazionaliste di destra<\/strong>.<\/p>\n<p>La Costituzione boliviana riconosce esplicitamente il carattere <em>multinazionale<\/em> del Paese, andando assai oltre un generico multiculturalismo e la concessione di limitate autonomie alle comunit\u00e0 indie; dal canto suo Podemos ha stretto relazioni sia con i movimenti municipalisti sia con le formazioni politiche di sinistra radicale impegnate nella lotta per l\u2019indipendenza politica dei popoli basco e catalano. Tutto ci\u00f2 significa che sovranit\u00e0 popolare e nazionale possono e devono funzionare a diverse scale, prevedendo la costruzione di nuove entit\u00e0 territoriali dai confini che risultino, ad un tempo, permeabili alle persone e chiusi ai flussi di merci e denaro ove ritenuti in conflitto con gli interessi delle comunit\u00e0 locali. Costruire popolo, costruire nazione, costruire comunit\u00e0, per il socialismo e contro l\u2019egemonia del capitalismo globale.<\/p>\n<h5>Note<\/h5>\n<h5>[1] Sul concetto di stile populista cfr. M. Tarchi, <em>Italia populista<\/em>, il Mulino, Bologna 2015<\/h5>\n<h5>[2] Cfr L. Gallino, <em>la lotta di classe dopo la lotta di classe, <\/em>Laterza, Roma-Bari 2012<\/h5>\n<h5>[3] Cfr. P. Dardot, C. Laval, <em>La nuova ragione del mondo. Critica della razionalit\u00e0 neoliberista<\/em>, DeriveApprodi, Roma 2013<\/h5>\n<h5>[4] Rubo questa definizione a Dardot e Laval (<em>op. cit.<\/em>)<\/h5>\n<h5>[5] O<em>p. cit<\/em>., p. 371<\/h5>\n<h5>[6] Ivi, p. 372.<\/h5>\n<h5>[7] <em>Quanto capitalismo\u2026, cit.<\/em>, p. 156. \u00c8 il caso di notare che Crouch, pur criticando tale mutazione, non rinuncia alla speranza in una rinascita della socialdemocrazia, sia pure in forme aggiornate ai nuovi scenari socioeconomici<\/h5>\n<h5>[8] Cfr. S. Amin, <em>La d\u00e9connexion. Pour sortir du syst\u00e8me mondial, <\/em>La D\u00e9couverte, Paris 1986<\/h5>\n<h5>[9] Cfr. S. Amin, op. cit<\/h5>\n<h5>[10] Cfr. E. Laclau, op. cit<\/h5>\n<div class=\"fastsocialshare_container\">\n<div class=\"fastsocialshare-share-lin\"><\/div>\n<div class=\"fastsocialshare-share-pinterest\">\u00a0<strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica\/10704-carlo-formenti-democrazia-e-momento-populista-dall-america-latina-all-europa.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica\/10704-carlo-formenti-democrazia-e-momento-populista-dall-america-latina-all-europa.html<\/a><\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI &nbsp; Relazione di Carlo Formenti alla Scuola Estiva \u201cCrisi della democrazia? Lessico politico per il XXI secolo\u201d dell&#8217;Universit\u00e0 di Trieste \u00a0In un\u2019intervista rilasciata al \u201cCorriere della Sera\u201d nel novembre del 2016 il direttore del \u201cWall Street Journal\u201d, Gerard Baker ha detto che, in futuro, lo scontro politico non sar\u00e0 pi\u00f9 fra progressisti e conservatori, ma fra globalisti e populisti. 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