{"id":35382,"date":"2017-10-17T11:15:48","date_gmt":"2017-10-17T09:15:48","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35382"},"modified":"2017-10-16T21:46:37","modified_gmt":"2017-10-16T19:46:37","slug":"questioni-teoriche-i-economia-e-politica-capitalismo-e-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35382","title":{"rendered":"Questioni teoriche I: economia e politica, capitalismo e guerra"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MIMMO PORCARO<\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><i>Lo scritto di cui qui presento la prima parte ha lo scopo di fissare alcuni punti teorici decisivi, prendendo le mosse dal livello raggiunto dal marxismo negli anni \u201870-\u201880 dello scorso secolo, prima dell\u2019inabissamento attuale. Nel testo non vi sono note o rimandi (ma non si far\u00e0 fatica ad intravedere i numerosi autori di cui mi giovo) perch\u00e9 le sue proposizioni sono espresse in forma di tesi, e ci\u00f2 non per chiudere il discorso ma per determinare meglio la posizione che offro alla discussione. L\u2019esigenza politica che motiva questo intervento \u00e8 la necessit\u00e0 di iniziare a fare chiarezza sulla questione dello stato e della guerra, mostrando l\u2019intimo legame del capitalismo con l\u2019uno e con l\u2019altra. Il principale oggetto polemico sono tutte le teorie che (intrecciando neoanarchismo, postoperaismo e liberismo puro e semplice) prendono per buona l\u2019immagine che la globalizzazione ha dato di s\u00e9 ed incolpano lo stato di tutti i mali passati e futuri, non comprendendo che la logica di potenza propria di ogni stato diviene espansionismo compulsivo ed illimitato solo grazie all\u2019incontro dello stato stesso con la voracit\u00e0 del capitale. Ed impedendoci cos\u00ec di capire l\u2019immanenza della guerra come fattore dominante delle dinamiche geopolitiche e di classe. Dinamiche di cui qui ho voluto indicare la strettissima connessione (anche ragionando al livello teorico pi\u00f9 astratto) per sottolineare sia il peso determinante della geopolitica dell\u2019imperialismo nel definire le relazioni di classe, sia il possibile legame fra lotte di classe e lotte antimperialiste e nazionali.<\/i><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><i>Il presente lavoro faceva originariamente parte di un pi\u00f9 corposo abbozzo (contenente anche una ampia riflessione sul socialismo, di cui rimando la pubblicazione) circolato in forma ristretta quasi un anno fa. Rispetto alla versione originaria molte sono le modifiche, e non solo formali, ed alcune sono recentissime: segno anche questo della consapevole problematicit\u00e0 delle tesi qui esposte.<\/i><\/p>\n<p>1.1<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">E\u2019 non soltanto impreciso ma del tutto erroneo dire che nel capitalismo l\u2019 \u201ceconomia\u201d domina la \u201cpolitica\u201d. Piuttosto, seguendo le tracce della critica dell\u2019economia politica, bisogna dire che sono i\u00a0<i>rapporti sociali<\/i>\u00a0tipici del capitalismo a dar vita sia alla sfera economica che a quella politica e a spiegare le mutevoli relazioni fra le due. E paradossalmente la vera importanza della politica si coglie proprio a partire dall\u2019analisi dei processi che rendono possibile il formarsi, all\u2019interno del complesso della societ\u00e0, di una\u00a0<i>autonoma sfera economica<\/i>\u00a0dotata di leggi proprie e capace di imporre le proprie esigenze a tutti gli altri ambiti. Tale sfera conquista compiutamente la propria autonomia solo quando l\u2019accumulazione di una massa crescente di<i>denaro<\/i>\u00a0diviene lo scopo generale della produzione, e quando \u00e8 divenuto possibile ottenere tale accumulazione senza ricorrere alla forza e ricorrendo piuttosto\u00a0<i>ai soli<\/i>\u00a0<i>mezzi propri della produzione stessa<\/i>, ossia allo scambio\u00a0<i>apparentemente libero<\/i>\u00a0di forza lavoro contro salario e con la conseguente organizzazione (all\u2019apparenza,\u00a0<i>meramente tecnica<\/i>) della produzione da parte del capitale. Date queste condizioni, l\u2019attivit\u00e0 economica non \u00e8 pi\u00f9 finalizzata alla semplice sussistenza della societ\u00e0 n\u00e9 al fornire mezzi al potere politico, ma all\u2019accrescimento del\u00a0<i>medium<\/i>\u00a0generale dell\u2019economia stessa, ossia del denaro, accrescimento ottenuto, almeno in linea di principio,\u00a0<i>senza ricorrere alla coercizione politica contro i lavoratori o contro i concorrenti<\/i>. Una tale situazione storica non \u00e8 il frutto di una naturale evoluzione che manifesti finalmente una (presunta) superiore razionalit\u00e0 dell\u2019agire economico, ma deriva dalla comparsa di particolari\u00a0<i>rapporti sociali<\/i>\u00a0che segnano una cesura con tutta la storia precedente. Se il denaro diviene forma generale della ricchezza e quindi scopo fondamentale della produzione, ci\u00f2 avviene soltanto perch\u00e9 un determinato rapporto sociale, ossia la\u00a0<i>separazione<\/i>\u00a0dell\u2019attivit\u00e0 produttiva sociale nel lavoro di\u00a0<i>numerosi produttori privati indipendenti gli uni dagli altri<\/i>, fa s\u00ec che i prodotti divengano merci, e che il denaro divenga l\u2019unica chiave per accedere a tali prodotti. Se l\u2019estrazione del plusprodotto (condizione per ottenere pi\u00f9 denaro) pu\u00f2 avvenire senza immediata coercizione politica, ci\u00f2 avviene perch\u00e9 un determinato rapporto sociale, ossia la\u00a0<i>separazione dei lavoratori<\/i>\u00a0<i>dai mezzi di produzione<\/i>, fa s\u00ec che i lavoratori siano \u201cnaturalmente\u201d costretti a vendersi come merce e a regalare al capitalista la propria capacit\u00e0 di cooperazione, che del plusprodotto \u00e8 fonte.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">1.2<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Nel capitalismo questi fondamentali rapporti sociali si presentano veramente come tali \u2013 ossia come rapporti di\u00a0<i>potere<\/i>\u00a0tra proprietari privati e tra proprietari e lavoratori \u2013 soltanto nelle fasi di evidente crisi, mentre normalmente assumono invece una\u00a0<i>forma economica<\/i>\u00a0che li\u00a0<i>occulta<\/i>\u00a0e li rende\u00a0<i>pi\u00f9 efficaci<\/i>. Da un lato, infatti, i rapporti tra uomini, presentandosi come rapporti tra cose (ossia tra entit\u00e0 economiche),\u00a0<i>si nascondono<\/i>\u00a0nelle cose stesse: il denaro sembra possedere per propria natura quella capacit\u00e0 di acquisire tutte le merci che invece gli deriva dall\u2019essere l\u2019unica connessione possibile tra produttori\u00a0<i>privati<\/i>, ed il capitale sembra produrre per propria natura quel plusvalore che in realt\u00e0 \u00e8 effetto, in ultima analisi, della separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. D\u2019altro canto, per\u00f2, i rapporti tra cose non sono semplicemente un velo steso a nascondere la natura dei rapporti sociali, non sono soltanto una forma di\u00a0<i>occultamento<\/i>ma anche una forma di\u00a0<i>funzionamento<\/i>\u00a0dei rapporti sociali in quanto li riproducono<i>automaticamente<\/i>\u00a0grazie alla propria stessa esistenza. L\u2019esigenza della tesaurizzazione monetaria e della valorizzazione del capitale deriva dalla\u00a0<i>mera esistenza del denaro<\/i>\u00a0come forma generale della ricchezza, e nessuna pianificazione della produzione \u00e8 possibile se questa \u201ccosa\u201d continua ad avere la medesima funzione. Lo sfruttamento del lavoratore si realizza quotidianamente e \u201cspontaneamente\u201d attraverso la\u00a0<i>mera esistenza del salario<\/i>, poich\u00e9 quest\u2019ultimo, remunerando soltanto il valore della forza lavoro, costringe automaticamente il lavoratore a partecipare soltanto ad una quota limitata della ricchezza sociale creata dalla sua cooperazione con gli altri lavoratori: nessuna rivoluzione pu\u00f2 andare pienamente ad effetto se mantiene in piedi questa categoria economica.<\/p>\n<p>2.1<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Considerando le cose dal punto di vista della\u00a0<i>riproduzione<\/i>\u00a0della societ\u00e0 capitalistica si nota subito, per\u00f2, che il funzionamento\u00a0<i>in forma economica<\/i>\u00a0dei rapporti sociali non pu\u00f2 che generare una contraddizione. La forma economica consente, come abbiamo gi\u00e0 visto, una pi\u00f9 agevole riproduzione dei rapporti giacch\u00e9 tutto in essa sembra obbedire ad una logica tecnica e neutrale, sostanzialmente estranea a relazioni di potere. Tuttavia i rapporti sociali non sono riducibili a rapporti tra cose, ma riguardano le classi ed i loro antagonismi: i rapporti sociali<i>eccedono sempre<\/i>\u00a0i semplici rapporti tra cose, e cos\u00ec le transazioni economiche sono sempre inevitabilmente accompagnate da durissimi conflitti, a volte da conflitti antagonistici, che<i>possono essere mediati o repressi soltanto da una istanza extraeconomica, ossia dallo stato<\/i>. E\u2019 quindi ben vero che il funzionamento normale del capitalismo, ossia il suo funzionamento come dinamica meramente economica, \u00e8 ci\u00f2 che meglio consente al capitalismo stesso di riprodursi e di accrescere il proprio potere senza eccessive frizioni. In condizioni normali, infatti, la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione si riproduce senza bisogno di coercizione politica, perch\u00e9 ogni ciclo produttivo, oltre a mettere capo a merci, produce anche<i>il capitale come entit\u00e0 autonoma<\/i>\u00a0dal lavoratore e altres\u00ec\u00a0<i>il lavoratore come soggetto costretto a vendersi<\/i>. Ma, come notato dallo stesso Marx, queste \u201ccondizioni normali\u201d possono essere assicurate soltanto\u00a0<i>dallo stato<\/i>. E non sono mai assicurate una volta per tutte. Se \u00e8 vero che tratto specifico del capitalismo \u00e8 il fatto che nessun potere politico interviene\u00a0<i>all\u2019interno<\/i>\u00a0della produzione al fine di determinare il tasso di sfruttamento del lavoro e la ripartizione sociale dei suoi risultati, ci\u00f2 non significa per\u00f2 che\u00a0<i>all\u2019esterno\u00a0<\/i>della produzione non possa ed anzi non<i>debba\u00a0<\/i>nascere uno\u00a0<i>specifico<\/i>\u00a0potere politico a garanzia del funzionamento normale della produzione stessa: soltanto l\u2019esistenza dello stato consente al capitalista di poter fare a meno dello stato stesso nella gestione\u00a0<i>ordinaria<\/i>\u00a0dello sfruttamento. Storicamente il rapporto strettissimo tra capitale e stato si \u00e8 senza dubbio presentato come\u00a0<i>incontro<\/i>\u00a0tra due realt\u00e0<i>eterogenee<\/i>\u00a0aventi origini e logiche decisamente diverse e conflittuali. Ma d\u2019altra parte se lo stato non fosse esistito il capitale\u00a0<i>avrebbe dovuto inventarlo<\/i>, giacch\u00e9 l\u2019esistenza dello stato\u00a0<i>\u00e8 parte essenziale del concetto di capitale<\/i>.<\/p>\n<p>2.2<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Conviene precisare che qui non si intende affatto sottovalutare quella relativa autosufficienza dell\u2019 \u201ceconomico\u201d che \u00e8 specificit\u00e0 storica del capitalismo e fa s\u00ec che il capitalista possegga un potere sociale proprio, che gli pertiene in quanto padrone dei mezzi di produzione e non in quanto padrone dello stato. La cosa deve anzi essere sottolineata in quanto ci aiuta a capire che, poich\u00e9 l\u2019espropriazione ordinariamente non \u00e8 attuata da un potere politico, essa\u00a0<i>non pu\u00f2 essere contrastata da una mera iniziativa politica<\/i>\u00a0a meno che tale iniziativa non si estenda fino ai rapporti sociali, ossia fino alla soppressione o alla forte limitazione della propriet\u00e0 privata, del carattere di merce del lavoro e dell\u2019asimmetria di potere tecnologico trai lavoratori e i vertici organizzativi della produzione. Ma qui si intende far rilevare che, data l\u2019inevitabile presenza di rapporti sociali antagonistici,\u00a0<i>l\u2019espulsione della politica dall\u2019interno della produzione comporta dialetticamente, come ritorno del rimosso, la concentrazione della politica stessa al di fuori della produzione e quindi la costruzione di un potere di stato decisamente pi\u00f9 efficace e pervasivo di quello delle epoche precedenti<\/i>. Insomma, senza lo stato e senza la politica il capitalismo, semplicemente, non esisterebbe:\u00a0<i>l\u2019economia tende a risolvere da sola il problema della riproduzione, ma non riesce mai nel compito che si \u00e8 data<\/i>. Il potere sociale che si esprime nei processi economici (e quindi l\u2019implicita valenza politica di questi ultimi) non rende perci\u00f2 superflua l\u2019esistenza di specifiche istituzioni politiche; anzi, queste stesse istituzioni possono<i>usare i processi economici<\/i>\u00a0come\u00a0<i>arma apertamente politica<\/i>, sia assecondando le autonome scelte dei capitalisti sia attuando, attraverso le strategie del banchiere centrale o del ministro dell\u2019economia, precise politiche di classe sotto forma di politiche economiche.<\/p>\n<p>3.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Per tutti questi motivi siamo autorizzati a dire che i rapporti sociali del capitalismo non soltanto generano, come abbiamo visto, una sfera economica avente leggi proprie,\u00a0<i>ma generano anche, contemporaneamente ed accanto ad essa, una sfera politico-statuale<\/i>\u00a0che ha il compito di<i>riprodurre continuamente l\u2019autonomia dell\u2019economico<\/i>\u00a0assumendo\u00a0<i>su di s\u00e9<\/i>\u00a0l\u2019onere di codificare e tutelare la propriet\u00e0 privata, di garantire la validit\u00e0 sociale della moneta e soprattutto di mediare e reprimere i conflitti tra capitalisti e tra capitalisti e lavoratori. Dal momento in cui la sfera economica si autonomizza \u00e8 inevitabile che essa\u00a0<i>normalmente<\/i>\u00a0domini le altre sfere sociali, perch\u00e9 in essa \u00e8 sempre ed immediatamente in gioco\u00a0<i>la sussistenza elementare della societ\u00e0<\/i>, sussistenza che una pur lunga crisi politica pu\u00f2 non mettere in gioco e che \u00e8 invece seriamente minacciata nel caso di una continuata crisi economica. E\u2019 per questo che, quando l\u2019economia non \u00e8 sottoposta a controllo politico, le sue interne dinamiche decidono della prosperit\u00e0 o della miseria di una societ\u00e0 e tutti le devono obbedienza: essa non definisce pi\u00f9, come avveniva nei modi di produzione precedenti, soltanto i limiti\u00a0<i>esterni<\/i>\u00a0dell\u2019agire sociale, ma detta ormai tempi, forme e scopi di quell\u2019agire stesso. L\u2019economia quindi\u00a0<i>pone<\/i>\u00a0lo scopo generale della societ\u00e0, ma, come abbiamo visto, pur ponendo questo scopo\u00a0<i>non \u00e8 in grado di raggiungerlo coi soli mezzi che le sono propri<\/i>. Lo stato (come peraltro tutte le altre sfere sociali)\u00a0<i>riceve<\/i>\u00a0lo scopo dai dettami dell\u2019economia, ma esegue il compito\u00a0<i>coi propri mezzi specifici<\/i>\u00a0(la norma cogente, la violenza legittima, la mediazione politica), oltre a sviluppare uno specifico e distinto \u201cinteresse di stato\u201d, ossia l\u2019interesse a riprodursi comunque come tale. Anche quando, come oggi sovente accade nel capitalismo occidentale, lo stato imita i meccanismi dell\u2019impresa ed \u00e8 occupato da un ceto dirigente proveniente dal mondo dell\u2019impresa stessa, quest\u2019ultimo pu\u00f2 perseguire gli interessi dei suoi mandanti solo agendo nelle forme determinate dell\u2019azione pubblica.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">4.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Sono quindi i\u00a0<i>rapporti sociali<\/i>\u00a0<i>capitalistici<\/i>\u00a0a determinare l\u2019esistenza di una particolare forma di economia e di una particolare forma di politica, ed \u00e8 la necessit\u00e0 di\u00a0<i>riprodurre<\/i>\u00a0tali rapporti a determinare e a spiegare le\u00a0<i>mutevoli<\/i>\u00a0relazioni tra le due sfere. I rapporti sociali, rendendo autonoma l\u2019economia, le assegnano un ruolo tendenzialmente dominante, ruolo che pu\u00f2 per\u00f2 essere esercitato pienamente soltanto grazie allo stato e soltanto\u00a0<i>finch\u00e9 non mette in discussione la riproduzione dei rapporti sociali stessi<\/i>: a quel punto la bilancia del rapporto fra economia e politica inizia a pendere a favore di quest\u2019ultima. Il capitalismo preferisce agire attraverso i meccanismi apparentemente naturali ed impersonali dell\u2019economia,\u00a0<i>ma pi\u00f9 vi riesce, pi\u00f9 incrementa divaricazioni e conflitti e quindi pi\u00f9 si avvicina ad una crisi di egemonia<\/i>, che (a conferma di quell\u2019alternanza tra logica economica e logica statuale ben individuata da Giovanni Arrighi) richiama sulla scena quello stato che per tutta una fase sembrava essere rimasto dietro le quinte. Una volta che il libero gioco delle forze economiche (reso in realt\u00e0 possibile dall\u2019intervento ausiliario della politica) abbia prodotto polarizzazioni tra classi e fra stati tali da non poter pi\u00f9 essere gestite con metodi puramente economici, lo stato balza direttamente sulla scena a mediare o a portare alle estreme conseguenze i conflitti inevitabilmente generati dal capitale. La politica (come scontro tra classi e tra stati) sostituisce cos\u00ec per intere fasi l\u2019economia nello scandire i tempi e nel definire i modi dell\u2019agire sociale e, nei casi di crisi grave, lo fa mettendo al centro un intreccio tra gestione\/repressione dei conflitti di classe e preparazione\/scatenamento della\u00a0<i>guerra imperialista<\/i>. Una guerra che non \u00e8 il frutto della sostituzione della \u201cpacifica\u201d logica mercantile con la \u201cbarbara\u201d logica statuale, ma \u00e8\u00a0<i>la prosecuzione con altri mezzi delle precedenti strategie di dominio<\/i>. Se \u00e8 vero che esiste una innata tendenza dello stato ad espandersi territorialmente, e quindi a far guerre, bisogna convenire sul fatto che essa si sposa alla perfezione con le analoghe tendenze del capitale. Anzi, il realismo politico suggerisce agli stati di porre ragionevoli limiti al proprio espansionismo, ed il suggerimento viene molto spesso ascoltato. All\u2019opposto \u00e8 il capitale a non porre alcun limite al proprio incessante accrescimento, e quindi all\u2019ampliamento dello spazio in cui ricercare la propria valorizzazione: ed \u00e8 proprio questa caratteristica del capitale a nutrire il folle sogno di dominio perseguito dallo stato attualmente egemone e la sua strategia di conquista dell\u2019intero spazio mondiale. Una strategia che non dipende tanto dalla \u201creligione imperialista\u201d degli stati anglosassoni quanto dalle necessit\u00e0 di profitto di una massa immane di capitale eccedente.<\/p>\n<p>5.1<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ragionando ancora sul nesso tra capitale e spazio \u00e8 ancora pi\u00f9 agevole cogliere il nesso tra capitale e guerra. Dire che il capitale tende a fagocitare l\u2019intero spazio mondiale non significa dire che esso possa o voglia costruire uno spazio\u00a0<i>omogeneo<\/i>, privo di rilevanti\u00a0<i>differenze<\/i>interne. Se \u00e8 vero che esso coltiva una tendenza a trascendere ogni\u00a0<i>spazio determinato<\/i>, non pu\u00f2 e non vuole trascendere la\u00a0<i>determinatezza spaziale<\/i>\u00a0in quanto tale: il capitale non pu\u00f2 fare a meno di riferirsi a\u00a0<i>spazi delimitati<\/i>\u00a0ed alle\u00a0<i>differenze<\/i>\u00a0fra di essi, e per questo, se distrugge i confini, \u00e8 solo per crearne altri. Ci\u00f2 in parte deriva dalla necessit\u00e0 di ricorrere allo stato (e quindi, inevitabilmente, al territorio), ma, pi\u00f9 profondamente, ha a che fare con la natura intima del capitale stesso. Il capitale possiede infatti una ineludibile forma materiale: quando si scompone negli elementi costitutivi del processo di produzione e di consumo si lega necessariamente alla determinatezza spaziale su cui questi elementi insistono. Lavoratori, macchine e merci devono situarsi (o spostarsi) in luoghi determinati, ed \u00e8 in questi luoghi che si deve provvedere alla loro gestione. Anche se la fabbrica \u201cconcentrata\u201d fosse oggi stata integralmente sostituita dalla fabbrica \u201cdispersa\u201d nel territorio, ci\u00f2 non costituirebbe affatto una despazializzazione del capitale, ma semplicemente un ampliamento o una riarticolazione dello spazio in cui si svolge l\u2019attivit\u00e0 produttiva diretta. Ma anche quando assume la forma astratta di denaro o di titolo finanziario (quella forma che dovrebbe consentirgli di emanciparsi oltre che dal valore d\u2019uso e dal lavoro anche dalla determinatezza spaziale) il capitale non pu\u00f2, in realt\u00e0, fare a meno dello spazio e, ripetiamolo,\u00a0<i>della differenza<\/i>\u00a0fra gli spazi. In primo luogo perch\u00e9 anche il capitale monetario e\/o finanziario deve darsi una sede (o un insieme i sedi distribuite<i>ad hoc<\/i>), situata inevitabilmente in uno stato scelto in base alla convenienza fiscale e politica. Inoltre, e pi\u00f9 significativamente, perch\u00e9 esso, anche nella sua forma astratta, pu\u00f2 vivere\u00a0<i>solo approfittando delle differenze fra diversi territori<\/i>: il gioco di comprare a poco e di vendere a molto ed il gioco dell\u2019elusione fiscale (campi nei quali si esercita il 95% della pretesa genialit\u00e0 dei manager\u00a0<i>up to date<\/i>) solo su queste differenze si basano.\u00a0<i>Nulla \u00e8 lontano dalle esigenze del capitale finanziario quanto lo \u00e8 uno spazio omogeneo.<\/i>\u00a0Lo spazio sognato dal capitale \u00e8 certamente quello in cui ci si possa liberamente muovere: ma il movimento ha senso solo se il capitale stesso pu\u00f2 accrescersi approfittando dei dislivelli, delle escursioni,\u00a0<i>delle frontiere<\/i>. Frontiere che non a caso la globalizzazione, frantumando precedenti stati nazionali, ha moltiplicato di gran lunga. Infine, e soprattutto, le differenze spaziali entrano in campo come momenti essenziali dei processi di\u00a0<i>centralizzazione<\/i>\u00a0tipici del capitalismo. Una centralizzazione che non \u00e8 affatto una semplice e neutra \u201cintegrazione della produzione\u201d, ma \u00e8 piuttosto<i>gerarchizzazione<\/i>, ossia sottomissione dei capitali deboli a quelli pi\u00f9 forti, inglobamento dei primi nei secondi, aumento del potere delle imprese cos\u00ec centralizzate sia nei confronti degli stati che nei confronti del lavoro. Per dar luogo a questi rapporti gerarchici il capitale non ha bisogno solo di spazi differenti, ma di spazi\u00a0<i>diseguali<\/i>. Ovviamente tutte le diseguaglianze di potere e di influenza vengono usate per schiacciare i capitali pi\u00f9 deboli, ma il punto in cui si condensa la maggior parte di queste diseguaglianze, il punto che d\u00e0 luogo alle pi\u00f9 rigide linee di divisione, \u00e8 proprio la diseguaglianza\u00a0<i>fra territori<\/i>: nulla galvanizza il capitale pi\u00f9 della possibilit\u00e0 di avere a che fare con materie prime, lavoratori e capitali concorrenti che risiedono in uno spazio \u201caltro\u201d, dotato di minori tutele, in cui sia pi\u00f9 facile acquistare a basso costo e vendere merci (e denaro) a credito. Nulla favorisce la centralizzazione e la concentrazione del capitale pi\u00f9 dell\u2019esistenza di gerarchie spaziali che, a loro volta, vengono approfondite dall\u2019addensamento del capitale stesso attorno ad un centro. Ed \u00e8 per creare quelle gerarchie, modificarle a proprio vantaggio e usarle a piacimento che il capitale, come abbiamo visto, ricorre alla guerra.<\/p>\n<p>5.2<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">E infatti la riorganizzazione gerarchica degli spazi e la ridefinizione delle frontiere, entrambe necessarie allo sviluppo del mercato mondiale, non sono il frutto di un\u2019espansione naturale del mercato stesso, ma dell\u2019azione politico-militare di uno stato o di un gruppo di stati. La globalizzazione (<i>rectius<\/i>, la parziale e reversibile estensione del libero mercato oltre l\u2019occidente capitalistico) si afferma prima di tutto\u00a0<i>come conseguenza di uno scontro militare di enorme portata<\/i>, ancorch\u00e9 indiretto, tra Usa e Urss, e poi si concretizza come risultato della frammentazione\u00a0<i>manu militari<\/i>\u00a0di altri stati: Jugoslavia, Iraq, Libia, ecc.. Il consistente fenomeno dell\u2019esportazione di capitali, che \u00e8 l\u2019essenza della globalizzazione, pu\u00f2 creare l\u2019impressione che qui si abbia a che fare con un processo di tipo quasi esclusivamente economico, in cui l\u2019azione militare svolge soltanto un ruolo accessorio. Ma l\u2019esportazione di capitale (oltre ad essere spesso strumento di precise strategie politiche) \u00e8 anche o soprattutto esportazione dei rapporti sociali capitalistici:\u00a0<i>proprio per questo motivo essa non pu\u00f2 essere, e men che mai nel momento che dischiude le possibilit\u00e0 di esportazione, un\u2019attivit\u00e0 meramente economica<\/i>\u00a0e quindi\u00a0<i>non pu\u00f2 avvenire senza un preliminare intervento politico-militare<\/i>\u00a0teso a modificare governi e costituzioni in modo da renderli permeabili a detti rapporti. Ed anche quando il tutto si presenta come semplice scambio economico l\u2019accettazione di condizioni sfavorevoli da parte di alcuni paesi dipende in ultima analisi dalla consapevolezza di una debolezza militare. Si tratta, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, di<i>\u00a0imperialismo<\/i>\u00a0(ancorch\u00e9 esercitato non pi\u00f9 soltanto da singole nazioni ma da un gruppo di nazioni aggregate attorno ad una nazione dominante). A differenza di quanto accadeva nell\u2019epoca studiata da Lenin, dietro gli stati nazionali, e dietro lo stesso stato dominante, non vi sono soltanto capitali di origine autoctona. L\u2019accumulazione del capitale pu\u00f2 avvenire, e in effetti avviene, all\u2019interno di stati diversi, oppure pu\u00f2 derivare dagli\u00a0<i>intermundia<\/i>\u00a0della speculazione finanziaria: ma qualunque sia il suo luogo d\u2019origine il capitale deve alla fine necessariamente convergere (anche se con scarti, frizioni, momentanee divaricazioni) verso uno stato forte e possibilmente verso lo stato\u00a0<i>pi\u00f9<\/i>forte, quello che maggiormente garantisce l\u2019espansione del territorio disponibile. Troppi accettano come un truismo l\u2019idea che ogni ampliamento dello spazio del mercato comporti una proporzionale perdita di rilevanza degli stati. Eppure quello spazio viene ampliato quasi sempre con il sangue. Non esiste nessun\u00a0<i>world market<\/i>\u00a0senza un efficace\u00a0<i>world cop<\/i>, non c\u2019\u00e8 globalizzazione senza imperialismo, senza uno stato che tuteli i capitali pi\u00f9 forti e soggioghi quelli pi\u00f9 deboli ed i loro stati di riferimento. E\u2019 per questo che l\u2019esito finale della globalizzazione, che dalla guerra ha preso le mosse, non sar\u00e0 (non \u00e8) il governo mondiale, ma la crisi geopolitica mondiale, ossia nuovamente la guerra.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">6.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Lo\u00a0<i>sviluppo ineguale<\/i>\u00a0che Lenin aveva posto a fondamento di molte delle sue prescrizioni politiche non \u00e8 quindi legato ad una fase particolare del capitalismo e dello stesso imperialismo, ma \u00e8 condizione inevitabile della sussistenza del capitale, il quale solo nella diseguaglianza si sviluppa. Si pu\u00f2 dire che\u00a0<i>le gerarchie spaziali<\/i>\u00a0(intercorrano esse tra regioni, tra stati o tra blocchi di stati )\u00a0<i>sono una delle forme della riproduzione delle gerarchie sociali capitalistiche<\/i>, che lo spazio non \u00e8 semplicemente il teatro in cui si svolge il dramma della lotta di classe, ma \u00e8 il coautore, ed in alcuni casi il regista, di questo stesso dramma, e infine che<i>nessun mutamento sociale pu\u00f2 essere davvero tale se non si traduce anche in un mutamento delle relazioni spaziali.\u00a0<\/i>Anzi, poich\u00e9 il processo di centralizzazione del capitale avviene ormai inevitabilmente su scala internazionale e poich\u00e9 tale processo determina tempi e modi della riproduzione generale dei rapporti sociali capitalistici, si deve precisare che le gerarchie geopolitiche (nella cui cornice la centralizzazione \u00e8 resa possibile) sono la condizione<i>principale<\/i>\u00a0e\u00a0<i>pi\u00f9 immediatamente efficace<\/i>\u00a0della riproduzione ordinata dei rapporti di classe. E infatti mentre all\u2019interno dello spazio della nazione la riproduzione dei rapporti gerarchici del capitalismo deve tener conto della resistenza localmente organizzata dalle classi popolari, nonch\u00e9 delle forme della legittimazione e in ogni caso\u00a0<i>del consenso<\/i>, nello spazio dell\u2019ordine mondiale tutte queste remore spariscono, vigono solo i pi\u00f9 duri rapporti di forza fra stati e fra (macro)agenti del mercato, e la\u00a0<i>violenza<\/i>\u00a0economica, politica e militare diviene il regolatore principale delle relazioni. Il rapporto fra ordine geopolitico e gerarchie di classe si presenta qui nella sua forma pi\u00f9 pura, e lo stato capitalistico appare anche in questo caso come il pi\u00f9 efficace agente di quell\u2019ordine. Per questo dobbiamo tentare di comprenderne meglio la natura, cosa che inizieremo a fare nella seconda parte di questo scritto.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/10\/16\/questioni-teoriche-economia-politica-capitalismo-guerra\/#more-575\">http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/10\/16\/questioni-teoriche-economia-politica-capitalismo-guerra\/#more-575<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MIMMO PORCARO Lo scritto di cui qui presento la prima parte ha lo scopo di fissare alcuni punti teorici decisivi, prendendo le mosse dal livello raggiunto dal marxismo negli anni \u201870-\u201880 dello scorso secolo, prima dell\u2019inabissamento attuale. Nel testo non vi sono note o rimandi (ma non si far\u00e0 fatica ad intravedere i numerosi autori di cui mi giovo) perch\u00e9 le sue proposizioni sono espresse in forma di tesi, e ci\u00f2 non per chiudere&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":80,"featured_media":35383,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/porcaro.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9cG","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35382"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/80"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35382"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35382\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":35385,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35382\/revisions\/35385"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/35383"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35382"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35382"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35382"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}