{"id":35471,"date":"2017-10-21T09:45:50","date_gmt":"2017-10-21T07:45:50","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35471"},"modified":"2017-10-20T22:49:03","modified_gmt":"2017-10-20T20:49:03","slug":"energia-eni-e-le-sfide-del-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35471","title":{"rendered":"Energia, ENI e le sfide del futuro"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>OLTREFRONTIERA<\/strong><\/p>\n<p>Nonostante quanto riportato nelle relazioni annuali e nel sito della compagnia, l\u2019ENI nell\u2019ultimo decennio ha avuto un atteggiamento alquanto tiepido nei confronti delle fonti non convenzionali di energia e verso i biocarburanti. La scelta strategica dell\u2019Ente Nazionale Idrocarburi \u00e8 sempre stata quella di concentrarsi sulla ricerca di giacimenti tradizionali, come quello di gas naturale scoperto in Mozambico, nell\u2019Area 4 del prospetto esplorativo Agulha (a circa 80 chilometri dalla costa di Cabo Delgado), considerato uno dei maggiori successi della compagnia. Viceversa, la company \u2013 ora guidata dal nuovo amministratore delegato Claudio Descalzi \u2013 si \u00e8 sempre mostrata riluttante a investire nei confronti sia della \u201cShale revolution\u201d sia della produzione di biocarburanti.<\/p>\n<p>L\u2019ingresso nel mondo dello Shale gas \u00e8 alquanto tardivo e si pu\u00f2 far risalire al 2009, quando l\u2019ENI acquista per 280 milioni di dollari dall\u2019americana QuickSilver Resources Inc., produttore indipendente di gas, una partecipazione del 27,5% nell\u2019esplorazione e sfruttamento dell\u2019area Alliance, situata tra le citt\u00e0 di Fort Worth e Dallas (Bacino di Barnett). Le iniziative si intensificano a partire dal 2010, con contratti di esplorazione in Tunisia, Algeria e Cina, attraverso una partecipazione con CNPC\/PetroChina, mentre in Europa l\u2019attivismo del cane a sei zampe si dirige verso la Polonia e il Bacino del Baltico (operazione che, per\u00f2, si ritiene sar\u00e0 abbandonata nell\u2019anno in corso). Nel 2011, l\u2019ENI acquisisce quindi il 50% della societ\u00e0 ucraina Llc Westgasinvest (a margine di due accordi firmati con le compagnie Nadra Ukrayny e Cadogan Petroleum) per lo sfruttamento del bacino di Lviv (3.800 km quadrati).<\/p>\n<p>Infine, nel 2013 l\u2019ENI sigla un accordo paritario da 52 milioni di dollari con la Quicksilver Resources, per lo sfruttamento di eventuali giacimenti di Shale oil nella Leon Valley (Texas). L\u2019ENI dichiara, altres\u00ec, di volersi impegnare nel miglioramento delle tecniche d\u2019estrazione non convenzionali e nella ricerca sugli additivi chimici usati nelle miscele di frantumazione idraulica, al fine di ridurne l\u2019impatto ambientale (contaminazione delle acque profonde e di superficie).<\/p>\n<blockquote>\n<h2>La scelta strategica dell\u2019Ente Nazionale Idrocarburi \u00e8 sempre stata quella di concentrarsi sulla ricerca di giacimenti tradizionali. La compagnia italiana si \u00e8 sempre mostrata riluttante a investire nei confronti sia della \u201cShale revolution\u201d sia della produzione di biocarburanti<\/h2>\n<\/blockquote>\n<p>Anche in questo campo, per\u00f2, l\u2019ENI sembra essere in affanno, superata per esempio da Cuadrilla Resources, societ\u00e0 indipendente del Regno Unito che ha messo a punto da tempo un mix di tre composti (tra cui un lubrificante comunemente impiegato in cosmetica e un biocida utilizzato per purificare l\u2019acqua) da utilizzare come additivi, e un sistema di recupero delle acque di frantumazione.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la produzione di biocarburanti, la strategia ENI \u00e8 ancor meno incisiva. L\u2019Ente afferma che la sua attivit\u00e0 di ricerca \u00e8 concentrata sulla produzione di biocarburanti di terza generazione (alghe) e sulla sperimentazione \u201cper l\u2019utilizzo di una pianta infestante presente nel Delta del Niger per la produzione di bioelettricit\u00e0\u201d. Curiosamente, invece, il colosso energetico non \u00e8 interessato alla produzione di biocarburanti di seconda generazione in Italia. O, almeno, non risultano rilevanti iniziative in questo ambito.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 appare alquanto singolare, visto che per frenare l\u2019arrivo di biocarburanti di prima generazione in Europa, il 27 novembre l\u2019UE ha deciso di imporre dazi antidumping sul biodiesel da olio di soia e da olio di palma prodotti in Argentina e Indonesia (rispettivamente del 24,6% e del 18,9%). L\u2019Italia, quarto produttore europeo di biocarburanti (con 2,5 milioni di tonnellate annue), importa il 70% del biocarburante immesso al consumo gi\u00e0 raffinato, e anche il 70% della materia prima agricola utilizzata nella raffinazione. Nel 2010 l\u2019Italia, a fronte di 86.735 tonnellate di biomasse provenienti da seminativi nazionali, ha utilizzato 126.359 tonnellate da seminativi europei e 558.407 tonnellate di provenienza extraeuropea.<\/p>\n<p>Il nostro Paese si presterebbe dunque a produzioni estensive di biocarburanti di seconda generazione, che recenti studi hanno dimostrato essere sostenibili in termini economici, energetici e ambientali. Se l\u2019ENI decidesse di rivolgersi al mercato interno, per il rispetto dei vincoli d\u2019immissione al consumo di carburanti da fonti rinnovabili (10% del totale dei consumi nei trasporti entro il 2020), si realizzerebbero le condizioni minime necessarie per lo sviluppo di una filiera corta dei biocarburanti e la nascita di un fiorente mercato nazionale.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/www.oltrefrontieranews.it\/energia-le-sfide-del-futuro\/\">https:\/\/www.oltrefrontieranews.it\/energia-le-sfide-del-futuro\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di OLTREFRONTIERA Nonostante quanto riportato nelle relazioni annuali e nel sito della compagnia, l\u2019ENI nell\u2019ultimo decennio ha avuto un atteggiamento alquanto tiepido nei confronti delle fonti non convenzionali di energia e verso i biocarburanti. 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