{"id":35475,"date":"2017-10-21T13:00:58","date_gmt":"2017-10-21T11:00:58","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35475"},"modified":"2017-10-21T12:59:12","modified_gmt":"2017-10-21T10:59:12","slug":"reddito-contro-lavoro-no-grazie-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35475","title":{"rendered":"Reddito contro lavoro? No, grazie"},"content":{"rendered":"<p><strong>di R\\PROJECT (Giovanna Vertova)<\/strong><\/p>\n<p>Quando si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza, perch\u00e9 il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, \u00e8 molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignit\u00e0, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realt\u00e0, cose molto diverse.<\/p>\n<p>Il RdB \u00e8 una proposta molto chiara e specifica: il pagamento regolare di un reddito (in moneta, non in natura, come \u00e8, in genere, il <i>welfare<\/i>), su base individuale (non familiare, come sono spesso i sostegni al reddito in Italia), universale (per tutti, indipendentemente dalla condizione lavorativa) e incondizionato (non vincolato ad un requisito lavorativo o alla volont\u00e0 di offrirsi nel mercato del lavoro) [1]. Questa nuova forma di <i>welfare<\/i> viene presentata spesso dai sostenitori come \u201cla\u201d proposta di politica economica per superare la precariet\u00e0 e la disoccupazione dilagante, in questa nuova fase di accumulazione capitalistica e, a maggior ragione, oggi, in questo periodo di crisi.<\/p>\n<p>Tale proposta viene giustificata teoricamente con la ricerca di una giustizia redistributiva (Rawls), del superamento o arginamento della povert\u00e0 e dal ricatto del lavoro (Rodot\u00e0), o della riappropriazione dei frutti della cooperazione sociale (Negri). Spesso, in un\u2019ottica tipicamente keynesiana, si giustifica il RdB come una \u201cregolazione istituzionale\u201d per rendere stabile il cosiddetto post-fordismo (un sostegno ai consumi delle famiglie, nella speranza che questi facciano crescere l\u2019economia), cos\u00ec come la crescita salariale in relazione alla produttivit\u00e0 avrebbe stabilizzato il fordismo dei Trent\u2019anni gloriosi.<\/p>\n<p>Peccato che la crescita postbellica fosse dovuta alle componenti autonome della domanda aggregata (investimenti privati delle imprese, spesa pubblica, esportazioni nette positive), in un contesto macroeconomico pi\u00f9 stabile di quello attuale e in una situazione internazionale irripetibile, di capitalismo da guerra fredda. Contrariamente al mito fordista, i consumi sono stati trascinati e, quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello \u00e8 saltato.<\/p>\n<p>Ciascuna di queste giustificazioni mostrano come il RdB sia una proposta di redistribuzione che non va ad intaccare le <i>cause<\/i> della disuguaglianza di reddito e ricchezza, della precariet\u00e0 del lavoro, della povert\u00e0 e delle condizioni di vita insostenibili. Il RdB vorrebbe, semplicemente, mitigarne gli effetti nefasti.<\/p>\n<p>Effettivamente, misure come il RdB possono rendere pi\u00f9 sopportabile precariet\u00e0 e disoccupazione nel breve periodo, ma non le eliminano. <strong>Semmai le cristallizzano e le congelano<\/strong>, soprattutto quando pensate isolatamente, come la panacea di tutti i mali, al di fuori di un pacchetto di proposte pi\u00f9 onnicomprensivo, teso ad intaccare non solo gli effetti ma anche le cause di precariet\u00e0 e disoccupazione. Presentata singolarmente, sganciata da altre rivendicazioni, si trasforma in un riformismo dal volto umano: si accetta il capitalismo cos\u00ec come \u00e8, generatore di disoccupazione, precariet\u00e0, condizioni materiali di vita insostenibili, cercando di lenirne gli effetti. Ecco perch\u00e9 questo tipo di proposta pu\u00f2 trovare sostenitori appartenenti a diversi schieramenti politici.<\/p>\n<p>Le implicazioni sia teoriche che politiche del RdB variano sulla base di come \u00e8 effettivamente esplicitata la proposta: un livello di reddito che permette effettivamente di scegliere tra offrirsi o non offrirsi sul mercato del lavoro (cio\u00e8 di uscire dalla \u201cgabbia del lavoro salariato\u201d); o un livello che diventa una integrazione ad un reddito lavorativo (per chi lavora) o un sussidio (per gli altri). Il primo tipo, che chiamo <i>incompatibile<\/i>, deve essere decisamente superiore al salario medio e permettere effettivamente di vivere senza lavorare. Il secondo tipo, che chiamo <i>compatibile<\/i>, non permette di vivere senza lavorare, ma offre semplicemente una integrazione al reddito (a chi gi\u00e0 lavora) o un sussidio (agli altri), universalizzando il numero dei beneficiari.<\/p>\n<p>Assumendo la teoria marxiana del valore, secondo la quale si pu\u00f2 distribuire solo quello che \u00e8 stato prodotto [2], <strong>il RdB incompatibile produce una frammentazione, a livello globale, della classe lavoratrice<\/strong>. Se la classe lavoratrice dei paesi ricchi pu\u00f2 permettersi di vivere senza lavorare (o, almeno, di fare questa scelta), chi produrr\u00e0 la ricchezza da distribuire? La classe lavoratrice dei paesi poveri. I paesi ricchi possono redistribuire RdB, prodotto (e, andrebbe detto, estratto) dai lavoratori dei paesi poveri. La classe lavoratrice dei paesi avanzati pu\u00f2 permettersi di vivere senza lavorare perch\u00e9, per loro, lavora la classe lavoratrice dei paesi poveri.<\/p>\n<p>Non \u00e8 il mio modo di intendere il superamento del capitalismo e, men che meno, un capitalismo dal volto umano. Nel caso di un RdB compatibile, contro le intenzioni dei proponenti, si presenta il forte rischio di spingere tutta la struttura salariale verso il basso, dovuto all\u2019effetto <i>Speenhamland <\/i>[3]. I capitalisti hanno tutto l\u2019interesse a ridurre i salari, visto che la classe lavoratrice percepisce anche il RdB. L\u2019impresa assume, riducendo il salario; il lavoratore, inizialmente, ottiene lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento.<\/p>\n<p><strong>Con il RdB come \u201cpavimento\u201d il salario pu\u00f2 essere ridotto sempre di pi\u00f9. <\/strong><\/p>\n<p>Questa dinamica crea una massa amorfa di persone che sopravvive ed un crollo della capacit\u00e0 contrattuale di tutta la classe lavoratrice. Si corre cos\u00ec il pericolo dell\u2019instaurarsi di un compromesso malsano: i capitalisti offrono bassi salari e lavori precari e i lavoratori li accettano perch\u00e9, intanto, c\u2019\u00e8 il RdB.<\/p>\n<p>In merito alla fattibilit\u00e0 pratica di tale proposta, due sono i problemi che vorrei evidenziare, uno di carattere economico e l\u2019altro politico. Prima di tutto l\u2019annosa questione del suo finanziamento. Il neoliberismo imperante ha riformato il sistema di tassazione di tutti i paesi avanzati, rendendolo molto poco progressivo. In assenza di una riforma fiscale, che reintroduca un sistema veramente progressivo, e combatta elusione ed evasione, il RdB finanziato dalla tassazione generale diventa una semplice partita di giro tutta interna alla classe lavoratrice: <strong>i lavoratori occupati pagano il RdB a coloro che non hanno lavoro.<\/strong><\/p>\n<p>Non mi sembra una misura il cui costo sia equamente distribuito tra le classi sociali. La questione politica \u00e8 non meno importante. Il neoliberismo \u00e8 riuscito pienamente a indebolire, sia politicamente che sindacalmente, la classe lavoratrice. I movimenti dal basso esistono, ma sono piccoli e frammentati. In questa situazione di debolezza temo che questa proposta getti le basi per uno scambio con la sinistra \u201cmoderata\u201d (o anche con la destra \u201csociale\u201d): accettazione, pi\u00f9 o meno dichiarata, della flessibilit\u00e0 in cambio di qualche sostegno al reddito, probabilmente condizionato.<\/p>\n<p>Va anche ricordato che, nella realt\u00e0, non \u00e8 mai stato introdotto un RdB incompatibile [4], ma solo compatibile e, spesso, condizionato. \u00c8 il passaggio dal <i>welfare <\/i>al <strong><i>workfare state<\/i> <\/strong>tipico del neoliberismo attuale. <i>Workfare<\/i> \u00e8 un termine coniato dalla letteratura anglosassone per indicare un sistema di <i>welfare<\/i>assistenziale che viene concesso, tuttavia, sotto certe condizioni (per esempio, seguire dei corsi di formazione o di aggiornamento, aver svolto determinati lavori utili o sociali, etc.). L\u2019idea centrale \u00e8 che gli individui rimangono disoccupati per via di una <i>benefit trap<\/i> (trappola dei benefici) o di incentivi inadeguati (come sono considerati i sussidi alla disoccupazione).<\/p>\n<p>Il <i>workfare<\/i>, quindi, vincola i sostegni al reddito alla dimostrazione di una volont\u00e0 di lavorare, qualsiasi sia il lavoro e\/o il salario offerto. \u00c8 la stessa logica ortodossa che ha segnato il passaggio da politiche volte al <i>full employment<\/i> (piena occupazione) a quelle volta alla <i>employability<\/i> (\u201coccupabilit\u00e0\u201d): nel primo caso, lo stato keynesiano si preoccupava che la forza lavoro trovasse un\u2019occupazione; nel secondo, lo stato neoliberista si preoccupa che gli individui posseggano le giuste caratteristiche per trovarsi un lavoro: poi sar\u00e0 il mercato a conciliare domanda e offerta di lavoro.<\/p>\n<p>Esiste, inoltre, una problematica questione di genere. Alcune femministe sostengono che il RdB potrebbe rappresentare la remunerazione del lavoro per la riproduzione, internalizzando cos\u00ec la variabile di genere. Personalmente, valgono qui le stesse obiezioni che alcune femministe sollevarono negli anni \u201970 circa il salario al lavoro domestico. Il RdB congela la situazione esistente, poich\u00e9 non contesta l\u2019uso della forza-lavoro n\u00e9 per la produzione n\u00e9 per la riproduzione. Si creer\u00e0, anche in questo caso, un compromesso malsano: le donne che svolgono il lavoro per la riproduzione ricevono il RdB, all\u2019interno di una struttura sociale che non mette mai a tema questa divisione di genere del lavoro riproduttivo.<\/p>\n<p>Inoltre, il congelamento della divisione di genere del lavoro di riproduzione implica, necessariamente, quello della divisione di genere nel lavoro produttivo, poich\u00e9, ieri come oggi, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro \u00e8 fortemente condizionata dalle responsabilit\u00e0 familiari. Ci\u00f2 si traduce nell\u2019accettazione delle disparit\u00e0 di genere che esistono, ancora oggi, nel mercato del lavoro. Un RdB come risposta alla \u201cquestione di genere\u201d dimostra molto chiaramente come questa proposta, presa singolarmente, non faccia altro che mantenere lo <i>status quo<\/i>.<\/p>\n<p>Non credo quindi che, preso singolarmente, il RdB possa fornire una risposta all\u2019insicurezza sociale. Proposte di politica economica \u201cdi classe\u201d dovrebbero essere a tutto tondo, concentrandosi su <i>tutti<\/i> gli elementi che determinano le attuali condizioni di lavoro e di vita. Al contrario la proposta del RdB \u00e8 sempre presentata a s\u00e9 stante: si propone il RdB come l\u2019unica soluzione dell\u2019insicurezza sociale, mantenendo inalterati gli altri elementi del sistema. Non capisco, inoltre, perch\u00e9 il RdB venga proposto in <i>contrapposizione<\/i> ad altre rivendicazioni. L\u2019insicurezza sociale non si risolve <i>solo<\/i> con una trasferimento monetario, come \u00e8 il RdB, ma soprattutto con condizioni lavorative pi\u00f9 sane e con un <i>welfare<\/i> in beni\/servizi veramente universale e funzionante.<\/p>\n<p>Una politica economica \u201cdi classe\u201d con l\u2019obiettivo della riunificazione di un mondo del lavoro sempre pi\u00f9 debole e frammentato deve essere, necessariamente, pi\u00f9 onnicomprensiva e non limitarsi alla richiesta di \u201cun reddito per tutti e tutte\u201d. Ritengo la proposta del RdB accettabile <i>solamente se<\/i> inserita in un quadro pi\u00f9 ampio. Prima di tutto, andrebbero discusse la messa al lavoro, il contenuto del lavoro, il \u201ccosa, come, quanto e per chi si produce\u201d, accompagnando la discussione con proposte di riduzione della giornata lavorativa e di aumenti salariali. Inoltre, andrebbe rivendicata la cancellazione di tutta la legislazione che ha introdotto precariet\u00e0 e flessibilit\u00e0, e delle riforme pensionistiche che hanno allungato la vita lavorativa riducendo, contemporaneamente, le pensioni.<\/p>\n<p>Infine, ma non meno importante, andrebbe ripensato <i>tutto<\/i> il sistema del <i>welfare<\/i> (sia i trasferimenti monetari, all\u2019interno dei quale si colloca il RdB, che l\u2019offerta di beni\/servizi), rendendolo veramente universale e gratuito, accompagnandolo ad una revisione del sistema fiscale, per renderlo pi\u00f9 equo e pi\u00f9 progressivo, combattendo veramente elusione ed evasione. Queste proposte eviterebbero fasulle contrapposizioni tra \u201credditisti\u201d, da un lato, e \u201clavoristi\u201d e \u201csalarialisti\u201d dall\u2019altro, e permetterebbero l\u2019apertura di un vero dibattito sulle condizioni di lavoro e di vita oggi.<\/p>\n<p><b>Note<\/b><\/p>\n<p>1. Fonte: www.basicincome.org\/basic-income<\/p>\n<p>2. L\u2019interpretazione operaista, poi degenerata in quella post-operaista, ha fatto un feticcio del \u201cframmento sulle macchine\u201d nei <i>Grundrisse<\/i> di Marx. Non solo ne \u00e8 stata tratta una filosofia a disegno della storia (dalla sussunzione formale a quella reale), ma la si \u00e8 poi degradata a sequenza di figure sociologiche del mondo del lavoro (operaio di mestiere, operaio massa, operaio sociale, lavoratore cognitivo cosiddetto immateriale, immediatamente \u201cproduttivo\u201d, perno del cognitariato, e cos\u00ec via). Il tutto all\u2019insegna di notevoli confusioni concettuali e interpretative. Il brano di Marx \u00e8 non poco problematico: si presenta come una troppo facile teoria del crollo quando lo stadio delle macchine evolve nel primato del <i>general intellect<\/i>, a causa della riduzione del tempo di lavoro diretto contenuto nelle merci che ne consegue. Ne <i>Il Capitale<\/i> Marx stesso chiarir\u00e0 che la riduzione del tempo di lavoro individuale non \u00e8 affatto in contrasto con l\u2019aumento del tempo di lavoro totale; il quale \u00e8 anzi sistematicamente spinto dalla lotta di concorrenza dei molti capitali e della simbiotica espansione dell\u2019estrazione di plusvalore assoluto e di quello relativo. Come spesso capita, l\u2019errore di ieri, che aveva una sua grandezza, si riproduce ai nostri giorni in forme degenerate e impoverite. Nel discorso post-operaista di oggi, dove si proclama spesso l\u2019esaurimento della teoria del valore, si fa grande confusione tra, da un lato, la produttivit\u00e0 di valore d\u2019uso, di ricchezza (cui certo contribuisce il <i>general intellect<\/i>, e che \u00e8 per\u00f2 appannaggio del capitale che include in s\u00e9 il lavoro concreto) e, dall\u2019altro, la produttivit\u00e0 di valore e di denaro (che resta funzione esclusiva del lavoro astratto, il lavoro vivo eterodiretto dal capitale). E si afferma l\u2019esaurimento del lavoro salariato, quando esso ancora si espande su scala planetaria. Si pretende che la cooperazione sociale del lavoro sia un parto autonomo del lavoro che \u201cattualisticamente\u201d muoverebbe il capitale, e non, invece, l\u2019esito della forma determinata dell\u2019inclusione del lavoro dentro il capitale. Si confonde l\u2019attivit\u00e0 di produzione e di consumo: se \u00e8 vero che il consumatore oggi partecipa, pi\u00f9 che in passato, alla definizione del valore d\u2019uso sociale della merce (la figura del <i>prosumer<\/i>), ci\u00f2 non ha nulla a che vedere con una generica produttivit\u00e0 della \u201cvita\u201d in quanto tale, tesi che ha raggiunto vette di involontaria comicit\u00e0. E si potrebbe proseguire. Su tutto ci\u00f2 si vedano le condivisibili critiche di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba in due loro scritti a quattro mani: la postfazione al bel volume di Steve Wright, <i>L\u2019assalto al cielo. Per una storia dell\u2019operaismo<\/i> (Edizioni Alegre, 2008); ed il capitolo \u201cThe \u201cFragment on the Machines\u201d and the <i>Grundrisse<\/i>. The Workerist Reading in Question\u201d, nel volume <i>Beyond Marx. Theorising the Global Labour Relations in the Twenty-First Century<\/i>, a cura di Marcel van der Linden e Karl Heinz Roth (Brill, 2014, pp. 345-367).<\/p>\n<p>3. La <i>Speenhamland Law<\/i> viene analizzata da Polanyi ne <i>La grande trasformazione<\/i> (1984, Einaudi, capitolo settimo): essa introduce un sistema di sussidi da aggiungere ai salari, in relazione al prezzo del pane. Polanyi sostiene che questo sistema: \u201cintroduceva una innovazione sociale ed economica come quella del \u00abdiritto al vivere\u00bb\u201d. E prosegue: \u201cNessuna misura fu mai pi\u00f9 universalmente popolare. I genitori venivano liberati dal peso economico dei loro figli e i figli non erano pi\u00f9 dipendenti dai genitori; i datori di lavoro potevano ridurre i salari a volont\u00e0 e i lavoratori erano al sicuro dalla fame sia che lavorassero sia che non lavorassero.\u201d (sottolineature mie). Pi\u00f9 avanti, prosegue: \u201cAlla lunga il risultato fu agghiacciante. [\u2026] Poco a poco la gente della campagna fu immiserita.\u201d<\/p>\n<p>4. I paesi che hanno una misura di RdB incompatibile si contano sulle dita di una mano monca. Per quanto ne so, l\u2019Alaska.<\/p>\n<p>Fonte:<a href=\"http:\/\/rproject.it\/2017\/10\/reddito-contro-lavoro-no-grazie\/\">http:\/\/rproject.it\/2017\/10\/reddito-contro-lavoro-no-grazie\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di R\\PROJECT (Giovanna Vertova) Quando si parla di reddito di base (RdB) sarebbe necessario fare chiarezza, perch\u00e9 il dibattito sia teorico che politico, soprattutto in Italia, \u00e8 molto confuso: reddito di esistenza, di base, minimo garantito, di dignit\u00e0, di autonomia, di inclusione, salario sociale, vengono usati come sinonimi delle diverse proposte, come semplici etichette che nascondono, in realt\u00e0, cose molto diverse. 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