{"id":35496,"date":"2017-10-23T10:00:04","date_gmt":"2017-10-23T08:00:04","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35496"},"modified":"2017-10-21T20:48:37","modified_gmt":"2017-10-21T18:48:37","slug":"il-mito-della-creativita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35496","title":{"rendered":"Il mito della creativit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE<\/strong><\/p>\n<p>Una volta che ci si \u00e8 accorti dell\u2019esistenza del mito della creativit\u00e0 si inizia a rintracciarlo un po\u2019 dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni \u2013 i creativi \u2013 e nella sua presenza nel mondo del lavoro \u2013 il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole\u00a0 in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su <em>facebook<\/em>, negli annunci di lavoro, nelle chiacchere da bar\u2026); lo si nota come un\u2019aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creativit\u00e0 viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalit\u00e0, bellezza diffusa, genio, successo\u2026) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creativit\u00e0 appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identit\u00e0 culturali e collettive, all\u2019interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale. Abbiamo iniziato pensando di dover portare in superficie un ossicino un po\u2019 coperto dalla terra e ci accorgiamo, mano a mano che si scava, che l\u2019ossicino \u00e8 il dito di una zampa dello scheletro di brontosauro, sepolto sotto tutta la pianura circostante.<\/p>\n<p>Ci sono tante accezioni di creativit\u00e0, usi svariati; certi luoghi caratteristici e non altri. Ambienti urbani e non rurali, la West Coast e non Foggia; atelier e laboratori universitari; narrazioni parodistiche ed epiche. E ancora di pi\u00f9 sono le sfere dell\u2019esistenza tinteggiate dai colori in technicolor del mito, modelli di vita pi\u00f9 o meno pervasivi: un certo modo di vestirsi e divertirsi, un certo gusto musicale, dei consumi culturali ricercati e diversi da quelli della produzione massificata, diritti civili e ecologismo: tutta una serie di elementi che costituiscono una rappresentazione del s\u00e9, un\u2019immagine di uomo a cui tendere; quello che potevano essere i santi e gli eroi in epoche passate. C\u2019\u00e8 un pensiero che nutre il mito secondo il quale la creativit\u00e0 sarebbe capace di interpretare l\u2019uomo nella sua totalit\u00e0, tanto da prendere le forme precettistiche di una filosofia di vita, fatta di una morale, di ritualit\u00e0 e appunto di miti. Possiamo vedere un uso di questa ragnatela di concetti e discorsi nei dibattiti sulla scuola e sull\u2019educazione: nelle idee della scuola steineriana, nelle riforme e nelle direttive dell\u2019istruzione pubblica degli ultimi anni, nei consigli che vengono dati ai giovani che riflettono su cosa faranno da grandi e nella costruzione dei loro sogni di libert\u00e0 futura. Nelle forme che dovrebbe assumere una vita degna di essere vissuta. Numerose sono le figure che portano l\u2019aureola creativa sulla fronte, diventandone \u2013 anche senza volerlo \u2013 gli eroi: da Leonardo da Vinci a Mark Zuckerberg, dai geni della scienza ai divi del rock, passando per cuochi e tatuatori, programmatori e ingegneri informatici; ma anche figure nuove che nascono negli spazi liberati del nuovo mondo: <em>youtuber<\/em>, <em>fashion blogger<\/em>, organizzatori di eventi (categorie un po\u2019 sfottute, un po\u2019 ammirate, un po\u2019 invidiate). Sia il grande immaginario globale e nazionale che il nostro piccolo immaginario privato, fatto di posti frequentati e facce conosciute, sono popolati da figure significative che risplendono dell\u2019aura mitica della creativit\u00e0.<\/p>\n<p>La diffusione \u00e8 tale e talmente disordinata che risulta complesso tenerne assieme i pezzi: ci sono barbieri creativi, bar creativi, persone che vivono da creative il loro tempo libero; si parla di economia creativa (il sottotitolo: <em>come le persone fanno dei soldi con le idee<\/em>). Il mito ci racconta che ogni cosa potenzialmente pu\u00f2 essere fatta con un surplus dato dalla creativit\u00e0 e che ognuno possa essere \u2013 nel suo piccolo ma anche in grande \u2013 un artista di quello che fa, esprimendo s\u00e9 stesso. Questo viene da pensare quando si parla di creativit\u00e0 nella gestione aziendale; creativit\u00e0 come caratteristica che, non solo il manager, ma anche il lavoratore non specializzato dovrebbe possedere e\/o sviluppare per migliorare il suo lavoro e la produzione, per gli interessi aziendali, ma anche per i suoi propri. Nessuno vuole essere un lavoratore-macchina, l\u2019appendice biologica di <em>app<\/em>, torni e computer; tutti vogliono essere degli individui che partecipano attivamente a quello che fanno, soprattutto se questo occupa una parte consistente del loro tempo e delle loro energie. Quando si parla di mito della creativit\u00e0 si sta parlando soprattutto di individui e del modo che hanno di vivere la loro vita: di un\u2019idea di uomo che serpeggia tra le narrazioni e le immagini, presentata come esportabile in ogni campo e in ogni luogo, un\u2019idea di uomo che rimanda necessariamente a un\u2019idea di mondo. Questo.<\/p>\n<p>Una cosa per\u00f2 sembra univoca e difficilmente contestabile rispetto al mito della creativit\u00e0: la creativit\u00e0 \u00e8 la luce che illumina ci\u00f2 che oggi funziona. Nella indubitabile criticit\u00e0 del momento (disoccupazione e disservizi esistenziali) creativo \u00e8 chi ce l\u2019ha fatta. Chi non ce l\u2019ha fatta non \u00e8 creativo; chi ce l\u2019ha fatta \u00e8 riuscito grazie agli auspici della creativit\u00e0. Nella vita e nel lavoro, a vari livelli, in vari modi, l\u2019<em>homo creativus <\/em>sorride all\u2019obiettivo quando lo fotografano, sembra molto soddisfatto: ha il diritto di parlare della sua esperienza e noi lo ascoltiamo. Dice Io, come chi ha capito qualcosa di come va il mondo, come chi \u2013 di fronte a un problema condiviso da molti \u2013 ha proposto nella pratica stessa del vivere una soluzione vincente. Storie di eccellenza che diventano modelli da seguire. Come quella di alcuni studenti di Bologna che, ritrovandosi il frigo sempre vuoto, creano un sito internet che ti connette con una lista infinita di pizzerie, ristoranti e kebab; ti permette di scegliere comodamente nei loro listini informatizzati e ricevere la cena direttamente a casa. I diritti di <em>PizzaBo<\/em> sono stati poi venduti per cifre milionarie (si parla di cinque milioni di euro). Una storia che assomiglia a molte altre, anche e soprattutto nel modo in cui \u00e8 raccontata. Un giovane o dei giovani, sotto ogni aspetto normali, spesso abili ad usare il computer \u2013 ma non necessariamente \u2013 hanno una buona idea, semplice, che risolve inizialmente un problema personale o crea qualcosa di nuovo; la realizzano quasi per gioco, per scherzo o per caso: funziona. Ci si accorge che il problema che hanno risolto \u00e8 un problema di molti; la novit\u00e0 \u00e8 affascinante per tanti; la vendono e diventano milionari. L\u2019ingrediente magico in questa meccanica del successo \u00e8 la creativit\u00e0. L\u2019idea era buona perch\u00e9 non era mai venuta a nessuno, fatta della semplicit\u00e0 di cui sono fatte le idee geniali, pensate nel presente ma gi\u00e0 nel futuro. Si pu\u00f2 leggere l\u2019oggi come crisi o come possibilit\u00e0. Non \u00e8 difficile capire da che parte stanno i nostri.<\/p>\n<p>(E chi non ce l\u2019ha fatta? di questo il mito non parla.)<\/p>\n<p>Un\u2019altra cosa importante, nel gomitolo intricato che abbiamo davanti, \u00e8 indicare un punto nel tempo che segna un passaggio da un prima a un dopo. Uno snodo a partire dal quale la creativit\u00e0 diviene l\u2019ingrediente fondamentale della vita di un elevato numero di persone, potenzialmente di tutti. In questo senso, Torino risulta essere un immagine significativa: il momento \u00e8 quello del suo passaggio da una citt\u00e0 industriale, operaia, novecentesca a una Torino citt\u00e0 delle innovazioni, turistica, culturale, Citt\u00e0 Creativa per il Design nel 2014 secondo l\u2019Unesco. Nello iato che separa queste due Torino possiamo, in piccolo, intravedere il mutamento di luce che tentiamo di descrivere nella sua globalit\u00e0; il passaggio dal bianco e nero al colore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La data che indichiamo nel suo valore simbolico \u00e8 il 1980: anno di cassintegrazioni e licenziamenti alla fabbrica di Mirafiori, anno della marcia dei Quarantamila; un anno significativo nel processo di deindustrializzazione che ha attraversato la citt\u00e0. Per chi passeggia per Torino oggi, i ricordi o i racconti della Torino di ieri hanno qualcosa di surreale. Le tute blu sono diventate camice bianche, a quadri o a fiorellini; occhiali con la montatura spessa; computer marchiati <em>Apple<\/em>. I segni del passato rimangono, ma la citt\u00e0 \u00e8 un\u2019altra. Nel 1985 il Lingotto, storico stabilimento di produzione della FIAT, \u00e8 stato ristrutturato da Renzo Piano. Fuori \u00e8 rimasto pressoch\u00e9 identico e ora, al suo interno, ospita sale congressi, alberghi, negozi, cinema e molto altro; dal 1992 al Lingotto si tiene il Salone internazionale del libro, uno dei pi\u00f9 importanti festival culturali italiani. Torino oggi \u00e8 una citt\u00e0 giovane, a misura d\u2019uomo, inserita in una rete di relazioni globali e dove, meglio che in altri posti in Italia, un laureato pu\u00f2 trovare lavoro o possibilit\u00e0 culturali e finanziarie per inventarsene uno. Ma non \u00e8 solo una questione di lavoro: Torino \u00e8 una citt\u00e0 dove la qualit\u00e0 della vita \u00e8 buona; dove \u2013 \u00e8 difficile non accorgersene \u2013 si vive complessivamente meglio che in molti altri luoghi.<\/p>\n<p>Naturalmente il mito della creativit\u00e0 come attitudine umana, il genio, la libert\u00e0 di pensiero, il profetismo laico, hanno una storia ben pi\u00f9 antica: il mito del genio romantico, emblema di sregolatezza e eroismo individuale, il viandante sul mare di nebbia o qualche figura della mitologia classica sono l\u00ec a dimostrarcelo. Il mito contemporaneo della creativit\u00e0 affonda le sue radici in questa riserva di immagini: eroi, grandi nomi dell\u2019arte e della scienza, individui che sono stati capaci \u2013 grazie a precognizioni sul futuro, originalit\u00e0 e volont\u00e0 \u2013 di cambiare il mondo (il loro e quello di tutti), di essere oggi nel mondo di domani: Prometeo, Socrate, Cristoforo Colombo, Albert Einstein, Marylin Monroe, Pablo Picasso, Bruce Lee\u2026 Ma, ci dicono gli esperti, diversamente dal loro mondo, nel nostro la creativit\u00e0 \u00e8 al potere\u00a0 (affermazione che tanto ricorda quel <em>l\u2019immagination prend le pouvoir<\/em>\u00a0 in una foto di un muro parigino nel maggio del Sessantotto e che ha il sapore della sua realizzazione).<\/p>\n<p>Il mutamento di cui siamo testimoni \u2013 quello dei voli <em>low cost<\/em>, di internet super veloce, della cultura a disposizione di tutti, delle start-up \u2013 ha prodotto il terreno e le condizioni climatiche perch\u00e9 questo mondo mitico, un po\u2019 gi\u00e0 reale e un po\u2019 ancora sognato, fiorisca. Questa, non si capisce bene se auspicabile o ineluttabile, \u00e8 la direzione del progresso.<\/p>\n<p>Diversi sono quindi gli elementi di cui una societ\u00e0 dispone per preparare la propria personale ricetta del progresso. Almeno nel nostro mondo questa contempla una serie di ingredienti: la creativit\u00e0 \u00e8 apparentemente solo uno fra i tanti. Eppure la diffusione e il prestigio che il concetto ha ottenuto negli ultimi trent\u2019anni non \u00e8 casuale. Nel 2002 esce <em>The Rise of the Creative Class<\/em> del sociologo statunitense Richard Florida, libro dall\u2019andamento allo stesso tempo narrativo e analitico in cui l\u2019attenzione al fenomeno urbano (Florida \u00e8, prima di tutto, un geografo urbano) si mescola con la volont\u00e0 di proporre una pi\u00f9 ampia teoria del progresso in et\u00e0 post-industriale. L\u2019indagine prende avvio da una domanda preliminare: quali sono, al giorno d\u2019oggi, le figure che meglio di altre contribuiscono allo sviluppo economico, sociale e culturale di una comunit\u00e0? La risposta di Florida \u00e8 fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni americani del nuovo millennio, nel momento in cui individua nella <em>creative class <\/em>(scienziati, artisti figurativi, ingegneri, poeti, romanzieri, pubblicitari, designer, operatori dell\u2019industria informatica e delle comunicazioni) la precondizione essenziale per il progresso economico e sociale in ambito urbano (e di conseguenza nazionale e sovranazionale). Eppure il libro pu\u00f2 essere letto anche sotto un\u2019altra luce, come sintomo di una progressiva rivalutazione del concetto di creativit\u00e0 all\u2019interno dell\u2019immaginario collettivo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un caso che dieci anni dopo la pubblicazione del libro di Florida, in Italia, una rassegna come TED<sup>x<\/sup> abbia riservato alla creativit\u00e0 un intero ciclo di incontri. Acronimo di <em>Technology, Entertainment, Design<\/em>, TED \u00e8 un format di conferenze, nato nella Silicon Valley nel 1984 e importato in Europa durante gli anni Zero con l\u2019obiettivo di \u00abdiffondere idee di valore\u00bb. Pensatori e creatori da tutto il mondo, uniti sotto l\u2019egida di TED, in diciotto minuti \u2013 questo il tempo massimo a disposizione per ogni relatore \u2013 condividono le loro iniziative e riflessioni su come \u00abcambiare il mondo\u00bb. Il format ha offerto cos\u00ec un modello vuoto, replicabile in qualsiasi citt\u00e0 e momento, anche al di fuori della programmazione originaria.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 del dato puramente referenziale, la triade evocata dal brand (tecnologia, intrattenimento, design) rappresenta la costellazione simbolica verso cui la nostra societ\u00e0 volge lo sguardo per indirizzare il proprio corso. La distanza che intercorre tra questi tre concetti e ci\u00f2 che noi oggi intendiamo per creativit\u00e0, si rivela cos\u00ec meno apparente che reale. La propensione all\u2019<em>innovazione tecnologica<\/em> \u00e8 uno degli indici attraverso cui si misura, sulla scorta di Florida, il tasso di creativit\u00e0 di una grande citt\u00e0; sul piano dell\u2019immaginario collettivo ognuno di noi non faticherebbe molto a individuare la figura del creativo in Steve Jobs, un uomo che ha fatto del connubio tra tecnologia e <em>design<\/em> la sua fortuna; mentre nei <em>talent show<\/em> odierni \u2013 si pensi alle diverse coloriture nazionali del format televisivo <em>Got Talent<\/em> (<em>America\u2019s Got Talent<\/em>; <em>Britain\u2019s Got Talent<\/em>; <em>Italia\u2019s Got Talent,..<\/em>) \u2013 creativit\u00e0 e <em>intrattenimento<\/em> si presentano come due facce della stessa medaglia. Esempi significativi che mostrano quanto il concetto sia polivalente, disseminato e impiegato in molti ambiti, dalla sfera sociale a quella individuale.<\/p>\n<p>Esiste, tuttavia, un doppio livello di base entro cui agisce il meccanismo mitico della creativit\u00e0. Da una parte infatti esso si appropria delle connotazioni simboliche dei campi culturali cui viene accostato \u2013 un esempio: se creativit\u00e0 rimanda spesso alla tecnologia, allora tutte le connotazioni positive del \u201ctecnologico\u201d andranno a sostanziare anche il concetto di creativit\u00e0; dall\u2019altra l\u2019aura creativa viene sfruttata come strumento di valorizzazione di quegli stessi campi \u2013 il lavoro del tatuatore non sar\u00e0 pi\u00f9 un semplice lavoro, ma diverr\u00e0 un\u2019arte. Questo meccanismo spiega cos\u00ec l\u2019estrema versatilit\u00e0 del concetto. Una versatilit\u00e0 necessaria alla natura estensiva del mito, inscritta nella sua storia [vedi articolo <em>Storia della creativit\u00e0<\/em> del presente numero], nella sua progressiva perdita di intelligibilit\u00e0, nel suo presentarsi come un termine vuoto e aperto a significati contraddittori: un creativo pu\u00f2 essere un\u2019artista di fama internazionale, ma anche un barbiere che cura la barba con la stessa dedizione e maestria messa in campo da Michelangelo per scolpire il David; creativo \u00e8 il modo che i bambini hanno di rapportarsi alla realt\u00e0, ma anche un tipo di professione (i creativi in genere sono i pubblicitari); ma creativa deve essere anche l\u2019attitudine alla vita, in tempi di crisi.<\/p>\n<p>L\u2019Italia \u2013 da sempre considerata patria di creativi che va dalla genialit\u00e0 di Dante, Brunelleschi, Caravaggio fino a Enzo Ferrari, Paolo Sorrentino e Massimo Bottura \u2013 ha risposto in maniera originale alla crisi, delimitando la sua propria creativit\u00e0 e trasformandola in un marchio certificato.<\/p>\n<p>Nato verso gli anni Ottanta e istituzionalizzato tramite l\u2019art. 16 del D.L. n\u00ba 135 del 25 settembre 2009 che ne regola l\u2019applicazione a determinati prodotti, il brand <em>Made in Italy<\/em> ha spopolato in tutto il mondo, a tal punto da essere considerato il terzo marchio pi\u00f9 noto dopo <em>Visa<\/em> e <em>Coca Cola<\/em>. Il <em>Made in Italy<\/em> \u00e8 quell\u2019etichetta impiegata per connotare un prodotto \u00abper il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano\u00bb, ma non solo. Se sezioniamo questo brand e ne analizziamo semplicemente le componenti linguistiche, possiamo scorgere qualcosa di pi\u00f9: <em>Made in Italy<\/em>, ossia \u201cfatto\/nato\/prodotto in Italia\u201d. Non desta meraviglia l\u2019anglicizzazione dell\u2019italianit\u00e0, ma \u00e8 chiaro che essa punti ad appagare il <em>global consumer<\/em>. D\u2019altronde, la strategia economica sviluppata fin dal secondo dopoguerra dall\u2019Italia \u2013 accentuatasi dopo la crisi del 2008 \u2013 \u00e8 stata sempre orientata all\u2019esportazione.<\/p>\n<p><em>Italy <\/em>quindi; un paese d\u2019origine ma anche <em>something better<\/em>. Cosa significa scorgerne il marchio, quell\u2019accostamento di verde, bianco e rosso, il riconoscibile profilo dello stivale, tra le vetrine di un centro commerciale di Seul? La parola <em>Italy<\/em> evoca una rete di figure \u2013 connotate sempre positivamente \u2013 che nell\u2019immaginario del suo consumatore sono legate all\u2019idea di Italia nel mondo. Un\u2019idea che esisteva gi\u00e0 prima della nascita del brand ma, grazie a questo, battezzata e certificata in modo da poter essere impressa su una merce. Il brand, andando oltre il semplice marchio di origine, richiama il mito della creativit\u00e0 italiana, ossia di un certo stile giocoso, elegante, bizzarro, fascinoso, sovversivo e poetico: garanzia di qualit\u00e0.<\/p>\n<p>In generale il mito non ci \u00e8 indifferente, anzi, nella sua accezione ampia agisce in un duplice movimento dialettico che fa leva sul nostro bisogno di senso: da un lato come parte di una <em>community<\/em>, dall\u2019altro come individuo. Queste due dimensioni indissolubili operano muovendosi mai parallelamente ma sempre intrecciandosi l\u2019una con l\u2019altra. \u00c8 un processo talmente radicato e naturale che sembrerebbe non avere nulla a che fare con il <em>Made in Italy<\/em>; invece il noto brand italiano agisce esattamente alla stessa maniera: marchiando il prodotto e conferendogli una identit\u00e0 simbolica forte. La promozione della creativit\u00e0 italiana, nella versione certificata dal brand <em>Made in Italy<\/em>, contribuisce a creare in chi ne condivide l\u2019origine nazionale un senso di appartenenza. Contemporaneamente, sul piano particolare, spinge l\u2019individuo a incarnare quello stesso stereotipo di italianit\u00e0 di cui subisce la retorica. Quello che fa il <em>Made in Italy<\/em> non \u00e8 solo un\u2019operazione a livello economico-produttivo (vale a dire finalizzata al consumo di prodotti di tendenza), ma anche simbolico, alimentando il mito che costruisce l\u2019identit\u00e0 italiana.<\/p>\n<p>La vertiginosa parabola ascendente di questo brand arriva al culmine della visibilit\u00e0 con Expo Milano 2015. \u00abL\u2019Expo \u2013 ha sottolineato Renzi in un\u2019intervista \u2013 deve essere l\u2019occasione per l\u2019Italia per raccontare s\u00e9 stessa, per scrivere una pagina nuova del racconto del <em>Made in Italy<\/em>\u00bb. Nell\u2019esposizione internazionale che Milano ha ospitato due anni fa, lo slogan \u201cNutrire il Pianeta, Energia per la Vita\u201d mette in primissimo piano la questione del cibo, sull\u2019onda di un rinnovato interesse per l\u2019italianit\u00e0 nel mondo di cui la cucina \u00e8 il <em>piede nella porta<\/em>.<br \/>\nTra i padiglioni allestiti per l\u2019occasione, ognuno dei quali presentavano prodotti tradizionali tipici delle diverse nazioni, il portavoce italiano \u00e8 Oscar Farinetti. Il noto imprenditore qualche anno prima aveva aperto una catena di ristoranti denominati <em>Eataly<\/em>, dove la crasi ribadisce l\u2019unione di cibo e origine: un\u2019azienda che \u00e8 diventata un colosso mondiale della ristorazione (nonch\u00e9 modello) con lo scopo di promuovere in tutto il mondo i sapori sani e genuini del <em>Made in Italy<\/em>.<br \/>\nEnnesima storia avvincente: l\u2019epopea del <em>self-made man<\/em> che, in un momento di crisi, reinventa il prodotto sfruttando i punti di forza del proprio paese, conferendo agli stessi un\u2019aura di italianit\u00e0 perenne; cosicch\u00e9 quando andiamo all\u2019ipermercato e ci troviamo davanti a diversi tipi di mele tendiamo a scegliere quella di origine italiana, persuasi che la provenienza ne garantisca la qualit\u00e0.<\/p>\n<p>Quando vedi una mela sul bancone, vicino ci trovi solo il <em>prezzo<\/em>. Ma esistono duecento tipi di mele. <em>Eataly<\/em> \u00e8 nata per mettersi a parlare di mele. Cos\u00ec riesce a far sentire \u201cfigo\u201d chi le mangia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nell\u2019idea di un legame intimo tra alimentazione sana, buona cucina e italianit\u00e0 la televisione ha ribattuto questo messaggio in varie forme anche per promuovere Expo 2015. Sebbene da noi assuma delle forme particolari, la centralit\u00e0 del cibo nei palinsesti televisivi non \u00e8 una questione solo italiana. A qualsiasi ora della giornata \u00e8 possibile trovare un programma \u2013 se non reti tematiche\u2013 dedicate alla cucina: talent culinari, intermezzi notiziari dedicati alle fiere agroalimentari, consigli su come preparare ricette facili e veloci fino a sfide tra ristoratori o chef. Il cibo ultimamente sembra aver occupato un posto centrale nella nostra vita quotidiana che va oltre il semplice nutrimento. Mangiare da <em>gourmet,<\/em> piatti cucinati da artisti (con un\u2019attenzione particolare alla salute) \u00e8 diventato uno <em>status symbol<\/em>, come \u00e8 facile notare dalla popolarit\u00e0 di <em>Masterchef<\/em>. Venti aspiranti chef si sfidano in competizioni a tempo, dentro studi televisivi accuratamente ammobiliati come piccole cucine, grandi sale, o supermercati-dispense; ma anche in <em>prove in esterna, <\/em>organizzate in brigate, all\u2019interno di cornici suggestive, tra borghi storici e prodotti nostrani.<\/p>\n<p>Il format si nutre di questo e di altro: della tradizione come della gestione manageriale di un <em>team<\/em>, fino al talento creativo come ingrediente segreto di ogni piatto. Le figure dei giudici, veri protagonisti del programma, riescono a coniugare una precettistica strettamente culinaria con dei consigli di carattere pi\u00f9 generale, il rigore del professionista con la saggezza del maestro, che si offre come modello di successo.<\/p>\n<p>Cucinare \u00e8 una cosa che generalmente sappiamo fare e con cui ci confrontiamo ogni giorno. Trasporre un\u2019azione quotidiana e domestica nella dimensione lavorativa, trovarne soddisfazione e acquisire notoriet\u00e0 \u00e8 il sogno di molti. <em>Masterchef<\/em> si propone come un programma per realizzare tutto questo. I concorrenti hanno la stessa possibilit\u00e0 di vincere la competizione, perch\u00e9 tutti partono dallo stesso livello: nessuno di loro ha mai avuto a che fare con il mondo culinario professionale e le loro conoscenze provengono da un\u2019autoformazione. La ricetta vincente? L\u2019autoperfezionamento, l\u2019acquisizione di <em>skills<\/em>, la capacit\u00e0 di <em>problem solving<\/em>, il saper lavorare in <em>teamwork<\/em>, la <em>creativity<\/em> nel sposare tradizione, sperimentazione e immaginazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il cuoco \u00e8 diventato cos\u00ec artista, creatore, creativo. Il piatto una tela da comporre. Impiattare significa preparare un\u2019esperienza estetica o, meglio, sinestetica dove tutti i sensi vengono invitati al godimento. La dissoluzione dell\u2019estetico nel quotidiano, il predominio del bello <em>di per s\u00e9<\/em>, il primato della forma sul contenuto \u00e8 ormai compiuto e ha raggiunto anche la sfera del domestico. Al di fuori dell\u2019ambito culinario, gli esempi sono innumerevoli e tutti richiamano la dimensione della creativit\u00e0, a dimostrare come questa sia legata alla dimensione estetica, non solo nell\u2019immaginario ma anche nella pratica. Si pensi all\u2019acquisizione di un\u2019autonomia vera e propria della sfera del design, la cui origine \u00e8 collocabile all\u2019incirca agli inizi del Novecento con le avanguardie storiche e si consolida nella seconda met\u00e0 del secolo. Il design primonovecentesco, incarnato da una Bauhaus gi\u00e0 orientata a una logica di produzione seriale, \u00e8 diventata oggi di massa attraverso la ricerca estetica dei mobili Ikea. Se l\u2019arte, intesa in senso tradizionale, si \u00e8 occupata soprattutto della sfera del bello, il design odierno \u2013 interessato a rendere non solo bello, ma anche utile ed ergonomico un oggetto \u2013 pu\u00f2 essere considerato l\u2019emblema di quella che qui abbiamo definito come la dissoluzione dell\u2019estetico nel quotidiano. Una sedia non sar\u00e0 pi\u00f9 una sedia, ma un\u2019opera d\u2019arte visivamente accattivante, con un nome e un\u2019identit\u00e0.<\/p>\n<p>Un processo che ha attraversato ormai gli oggetti e i luoghi che ci circondano. Da una parte la fortuna dell\u2019offerta tecnologica Apple \u00e8 la messa a frutto di questo cambiamento di paradigma, nella promozione di un semplice oggetto dalla categoria del funzionale (un pc) a quella dell\u2019estetico (un MacBook); dall\u2019altra passeggiare per le grandi citt\u00e0 metropolitane \u2013 in particolar modo quelle che si vogliono \u201ccreative\u201d \u2013\u00a0 equivale ad attraversare uno spettacolo di luci, colori, suoni; significa farsi abitare da quella meraviglia estetica cui alcuni secoli fa si accedeva solo dinnanzi ai grandi monumenti (architettonici, letterari, artistici\u2026).<\/p>\n<p>L\u2019<em>homo creativus<\/em> dentro tutti noi, aspira ad avere quegli oggetti e ad abitare queste citt\u00e0, anche in quanto <em>status symbol<\/em>. In un ordine sociale di massa in cui paradossalmente vige il primato dell\u2019individuo, l\u2019angoscia dell\u2019unicit\u00e0 muove buona parte delle nostre azioni. Gesti, discorsi, modi di vestire e, pi\u00f9 generalmente, le nostre attivit\u00e0 professionali e sociali sono vissute come performance, continuamente soggette a uno sguardo \u00abspettatoriale\u00bb diffuso. La creativit\u00e0, l\u2019essere creativi offre una risposta a questo continuo e martellante \u201cdover essere\u201d.<\/p>\n<p>Nella mia esistenza ho scelto sempre di fare, nel vero senso della parola, il <em>freelance,<\/em> il ronin, il Maverick, il cavallo selvaggio, quello completamente fuori dagli schemi. Quindi, del rapporto tra creativit\u00e0 e professione ne ho da raccontare tante. Nel senso che del loro matrimonio ho vissuto qualunque fase: le infatuazioni, i divorzi, i problemi, i drammi, le lacerazioni, l\u2019estasi\u2026Tutto quanto. Non c\u2019\u00e8 un singolo elemento tra creativit\u00e0 e professionalit\u00e0 che nel corso di un elevato numero di anni, non mi sia trovato ad affrontare.<\/p>\n<p>Il creativo \u2013 in questo caso il filosofo-opinionista Franco Bolelli a una convention TEDx sulla creativit\u00e0 \u2013 si presenta come l\u2019individuo <em>par exellence<\/em>: freelance (svincolato da una collettivit\u00e0), ronin (il samurai senza padrone), Maverick (i capi bestiame \u201cprivi di marchio\u201d). Superomisticamente il creativo \u2013 ci dice \u2013 \u00e8 un cavallo selvaggio, la sua unica regola \u00e8 quella di non avere regole e valori. O meglio: non conosce \u00abaltra maniera di trattare i grandi valori che non sia il gioco\u00bb (Nietzsche).<\/p>\n<p>A livello stilistico, l\u2019enumerazione caotica e il riferimento all\u2019 immaginario romantico, suggeriscono da una parte una vitalit\u00e0 difficilmente sopprimibile, dall\u2019altra convalidano l\u2019unicit\u00e0 dell\u2019inventore creativo. Una spinta vitalistica lo ammorba, lo rende inquieto. Il regno delle \u00ablacerazioni\u00bb e dell\u2019\u00abestasi\u00bb, dell\u2019unicit\u00e0 e dell\u2019insolito pare cos\u00ec accessibile solo a figure di questo tipo. Non \u00e8 un caso che il giudizio di Nietzsche su due dei maggiori esponenti del romanticismo tedesco come Kleist (1777-1811) e H\u00f6lderlin (1770-1843) \u2013 \u00abuomini insoliti\u00bb condannati a vivere \u00abin una societ\u00e0 legata a ci\u00f2 che \u00e8 solito\u00bb \u2013 possa essere apparentemente promosso a slogan su cui si fonda il mito del creativo del nuovo millennio.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 tuttavia una svolta che si registra nel corso dell\u2019Ottocento e viene a rafforzarsi nel secolo appena trascorso, segnando un altro cambiamento di paradigma; una svolta rubricabile come <em>la perdita dell\u2019aureola<\/em> da parte dell\u2019artista e allegoricamente rappresentata dal poemetto in prosa ne <em>Lo Spleen di Parigi<\/em> (1869) di Charles Baudelaire. In una societ\u00e0 che non ha pi\u00f9 motivo di consacrare la poesia e, pi\u00f9 in generale, le forme artistiche a manifestazioni della coscienza collettiva, il poeta perde la sua funzione, a met\u00e0 strada tra il sacro e il simbolico ed \u00e8 condannato cos\u00ec all\u2019anonimato. L\u2019autore francese mette in scena questa svolta attraverso il ricorso alla drammatizzazione di un poeta che volontariamente \u2013 nel tentativo di sopravvivere al \u00abmobile caos\u00bb della modernit\u00e0 \u2013 abbandona \u00abnel fango della massicciata\u00bb la simbolica aureola, l\u2019alloro della consacrazione, il diritto di parola. Il passaggio da vate a \u00absemplice mortale\u00bb \u00e8 affrontato tuttavia senza apparente tragicit\u00e0:<\/p>\n<p>Ora posso girare in incognito, fare delle bassezze e darmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!\u201d \u201c[\u2026] la dignit\u00e0 m\u2019\u00e8 venuta a noia. Poi, mi piace il pensiero che qualche poetastro la raccatter\u00e0 [l\u2019aureola] e se ne cinger\u00e0 sfacciatamente. Far felice uno, che piacere! e soprattutto, felice uno che mi far\u00e0 ridere! Pensate a X, o a Z! Sar\u00e0 proprio buffo, no?\u201d<\/p>\n<p>A essere stata raccolta, riprodotta su vasta scala e posta sulle teste dei creativi d\u2019oggi, non \u00e8 tuttavia l\u2019aureola abbandonata da Baudelaire nella frenetica vita parigina di met\u00e0 Ottocento, ma quella che lo stesso poeta ha contribuito a forgiare. L\u2019anticonformismo baudeleriano, il suo maledettismo pi\u00f9 o meno velato, si sposa oggi con la nostra incessante volont\u00e0 di emergere come individui. Un\u2019esigenza che nell\u2019immaginario collettivo viene declinata nella sua fattispecie antropologica e metastorica, ma che in realt\u00e0 \u00e8 figlia di un mutamento culturale, consolidatosi definitivamente a partire dagli anni Ottanta. L\u2019enfasi sul valore dell\u2019individuo, sulla libert\u00e0 di azione e sull\u2019indipendenza da appartenenze precostituite (\u00abnon sono mai riuscito a stare dentro nessuno schema, nessuna ideologia, nessuna categoria\u00bb, dice di s\u00e9 Bolelli) \u00e8 infatti diventata ormai paradigmatica. Se i creativi d\u2019oggi vivono la loro vita come un\u2019insolita progressione armonica rispetto a quello che immaginano come un monocorde mondo sociale \u2013 concependosi cos\u00ec come differenti e in contrasto rispetto a esso \u2013, \u00e8 in realt\u00e0 evidente come la tenuta delle societ\u00e0 occidentali stesse, da diversi decenni, si fondi sull\u2019insolito, sul peculiare, sull\u2019individuo irriducibile a etichetta. Il precedente giudizio nietzschiano dovr\u00e0 essere cos\u00ec riformulato rispetto agli <em>homines creativi<\/em> d\u2019oggi: uomini insoliti \u2013 non pi\u00f9 condannati, ma accolti \u2013 \u00abin una societ\u00e0 legata a ci\u00f2 che \u00e8 <em>in<\/em>solito\u00bb.<\/p>\n<p>A ben guardare, tuttavia, il predominio del <em>peculiare<\/em>, vissuto come necessit\u00e0 antropologica all\u2019interno della nostra societ\u00e0, \u00e8 lo specchio di una pi\u00f9 ampia concezione del nostro essere uomini. Tra le due dimensioni che sempre hanno contraddistinto l\u2019uomo \u2013 l\u2019individuale e il collettivo, l\u2019io e il noi, l\u2019interesse particolaristico rispetto ai destini generali \u2013 oggi \u00e8 soprattutto la prima ad apparirci come quella pi\u00f9 propriamente antropologica. A rimarcare una tale marginalizzazione della sfera <em>cooperativa<\/em> e inter-umana dell\u2019uomo, contribuiscono due tipologie di discorsi, apparentemente distinti ma legati intimamente. La prima \u00e8 una sorta di darwinismo sociale: la societ\u00e0 viene rappresentata come piattaforma di una sottile lotta di tutti contro tutti e l\u2019uomo concepito come un animale; sociale, certo, ma in fondo in fondo tutto fatto di furbizia e istinto di sopraffazione. A tale retorica se ne accompagna un\u2019altra che pare controbilanciare la brutalit\u00e0 della prima. Essa infatti si fonda su almeno tre assunti di base: che l\u2019espressione del s\u00e9 e della propria personalit\u00e0 sia uno degli elementi cardine nell\u2019esistenza dell\u2019essere umano; che tale esigenza antropologica trovi nelle odierne societ\u00e0 occidentali il terreno ideale per un suo soddisfacimento; e che la realizzazione dell\u2019individuo abbia delle ricadute positive sul piano collettivo.<\/p>\n<p>Il mito di un Nuovo Umanesimo, di cui i creativi rappresenterebbero una coraggiosa avanguardia, non fa altro che innestarsi su queste due concezioni individualistiche dell\u2019essere umano: una buona dose di <em>io<\/em>, contro una marginale predisposizione al <em>noi<\/em>; la prevaricazione sull\u2019altro (a tutti i livelli) e l\u2019esprimere s\u00e9 stessi come uniche costanti antropologiche. La ricerca della creativit\u00e0 pare cos\u00ec equivalere non solo alla ricerca della felicit\u00e0 (il successo lavorativo e sociale), ma anche a quella dell\u2019<em>umanit\u00e0<\/em>. Non \u00e8 un caso che il creativo rappresenti una variazione delle figure topiche dell\u2019immaginario collettivo neoliberista: \u00e8 l\u2019imprenditore di se stesso; <em>l\u2019homo faber fortunae suae<\/em>; l\u2019uomo della volont\u00e0 per met\u00e0 artista e per met\u00e0 manager che ha trasformato il regno delle <em>sue<\/em>possibilit\u00e0, nel regno della realt\u00e0 <em>per tutti<\/em>.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 quello che sembra raccontarci il mito. Se, in particolar modo oggi, ne subiamo il fascino, \u00e8 perch\u00e9 la sua forza esorcizzante \u2013 rispetto a un mondo sociale che ha fatto dell\u2019inquietudine, dell\u2019instabilit\u00e0 e della flessibilit\u00e0 il suo carattere peculiare \u2013 promette la pi\u00f9 facile e immediata delle soluzioni a un\u2019evidente precarizzazione delle nostre esistenze. Grazie ad esso il mondo delle possibilit\u00e0 sembra dischiudersi davanti a noi e due verbi modali come <em>volere<\/em> e <em>potere<\/em> paiono fondersi in un\u2019unica e indistinta sfera semantica (\u00abvolere \u00e8 potere\u00bb). Eppure, come in tutti i racconti mitici, permane un\u2019aderenza imperfetta tra l\u2019utopia e la realt\u00e0, tra ci\u00f2 che \u00e8 narrato e ci\u00f2 che \u00e8. Qualsiasi mito lascia delle zone d\u2019ombra: da una parte la schiera dei sommersi, di quelli che <em>non <\/em>ce l\u2019hanno fatta e che non hanno saputo (o potuto) tradurre le possibilit\u00e0 in realt\u00e0; dall\u2019altra la dimensione collettiva, cooperativa e inter-umana. Dinnanzi all\u2019ininterrotta pressione di forze non dominabili (gli indici di borsa, gli attentati terroristici, le crisi economiche) \u00e8 proprio quest\u2019ultima, il sogno negato della<em> social catena,<\/em> che pu\u00f2 emergere come spazio alternativo rispetto all\u2019azione strettamente individuale proposta oggi dal mito.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fonte:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10781-il-mito-della-creativita.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10781-il-mito-della-creativita.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE Una volta che ci si \u00e8 accorti dell\u2019esistenza del mito della creativit\u00e0 si inizia a rintracciarlo un po\u2019 dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni \u2013 i creativi \u2013 e nella sua presenza nel mondo del lavoro \u2013 il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole\u00a0 in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":35127,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9ew","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35496"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35496"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35496\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":35497,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35496\/revisions\/35497"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/35127"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35496"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35496"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35496"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}