{"id":35684,"date":"2017-10-28T09:00:33","date_gmt":"2017-10-28T07:00:33","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35684"},"modified":"2017-10-26T20:48:24","modified_gmt":"2017-10-26T18:48:24","slug":"troppi-giovani-poveri-inutilmente-acculturati-no-problem-la-soluzione-e-la-decrescita-culturale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35684","title":{"rendered":"Troppi giovani poveri inutilmente acculturati? No problem, la soluzione \u00e8 la \u201cdecrescita culturale\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Valeria Finocchiario)<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>Choosy<\/strong><\/em><strong>, bamboccioni, sfigati: \u00e8 cos\u00ec che negli ultimi anni diversi politici hanno variamente definito la generazione degli attuali trentenni<\/strong>; l\u2019idea \u00e8 che i giovani tardino deliberatamente a inserirsi nel mondo del lavoro, vivano a casa con i genitori fin quasi alle soglie della pensione e costituiscano un peso per la societ\u00e0. Dopo anni di politiche all\u2019insegna della <strong>precarizzazione del lavoro<\/strong>e di <strong>tagli del welfare<\/strong>, si scopre che quasi tutto ci\u00f2 che negli anni della Guerra Fredda veniva considerato un diritto \u00e8 oggi diventato un lusso socialdemocratico di cui sbarazzarsi, un feticcio religioso che il moderno illuminismo progressista contribuisce a distruggere per far posto alla nuova mistica neoliberale. <strong>Il primo idolo da abbattere, naturalmente, \u00e8 lo stato sociale<\/strong>: come scriveva nel 2010, in piena crisi greca, Alberto Orioli sul <em>Sole 24 Ore<\/em>, \u201cil\u00a0<em>welfare state<\/em>\u00a0del Vecchio continente si scopre vecchio come la sua patria. E insostenibile\u201d.<\/p>\n<p><strong>Anche la \u201ccultura\u201d \u00e8 insostenibile<\/strong>, ci dice <strong>Raffaele Alberto Ventura <\/strong>nel suo <em><strong>Teoria della classe disagiata<\/strong><\/em>, almeno per come l\u2019abbiamo pensata all\u2019epoca del <em>boom<\/em>. Per dimostrare questa tesi l\u2019autore elabora la categoria di <em><strong>classe disagiata<\/strong><\/em>, una versione pi\u00f9 colta e meno volgare degli epiteti di cui sopra. Il nocciolo del ragionamento \u00e8 presto detto: <strong>non c\u2019\u00e8 abbastanza ricchezza per tutti, il welfare allargato del secondo dopoguerra non risulta pi\u00f9 sostenibile ed \u00e8 quindi necessario ripensare le forme della democrazia<\/strong>. In particolare, \u00e8 l\u2019istruzione di massa a essere messa sotto accusa: a detta dell\u2019autore viviamo in un paese \u201ciperistruito\u201d, che sotto l\u2019effetto ipnotico di una ideologia fallimentare chiamata keynesismo ha vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ora per\u00f2 i nodi vengono al pettine, e il saggio di Ventura ci aiuta a fare i conti con il grande rimosso della classe media occidentale: il colonialismo? No, il <strong>diritto allo studio<\/strong>. In nome di questo diritto sono state sperperate ingenti risorse e a causa di esso un\u2019intera generazione \u00e8 oggi sul lastrico: si tratta appunto della \u201cclasse disagiata\u201d, che a furia di inseguire l\u2019ideale borghese della realizzazione intellettuale rischia l\u2019estinzione nel breve futuro. Sorprendentemente, nella visione dell\u2019autore, non \u00e8 il precariato a costituire il maggior impedimento per i giovani a riprodursi, ma la loro terribile ostinazione a studiare troppo e sempre pi\u00f9 a lungo.<\/p>\n<p>Con la conseguenza che essi sono \u201ctroppo ricchi per rinunciare alle loro aspirazioni e troppo poveri per realizzarle\u201d: troppo ricchi, perch\u00e9 nel corso degli anni hanno potuto accumulare un capitale culturale che li spinge a coltivare certe velleit\u00e0 intellettuali, e troppo poveri, perch\u00e9 il loro stipendio (quando c\u2019\u00e8) spesso non basta nemmeno per pagare l\u2019affitto e, cosa ancor pi\u00f9 grave, i risparmi dei genitori sono stati spesi per finanziarne gli studi. <strong>L\u2019unica soluzione a questa <\/strong><em><strong>impasse <\/strong><\/em><strong>consiste evidentemente nella riduzione dei consumi culturali e, probabilmente, in una buona dose di umilt\u00e0<\/strong>: non possiamo essere tutti \u201ccreativi\u201d, pittori o registi, accademici o musicisti, qualcuno deve pur sfornare il pane.<\/p>\n<p>Certamente, come l\u2019autore mette in luce, esiste un problema legato alla \u201c<strong>svalorizzazione dei titoli di studio<\/strong>\u201d causato dalla loro proliferazione: master, tirocini di ogni tipo, stage ecc. contribuiscono da un lato a rendere estremamente macchinoso l\u2019inserimento nel mondo del lavoro e, dall\u2019altro, comportano la rapidissima obsolescenza dei titoli intermedi, con la conseguente svalutazione dei titoli e degli sforzi per ottenerli. Eppure il realismo dell\u2019argomentazione non riesce a nascondere un tono decisamente antidemocratico (\u201cdemocratizzare l\u2019accesso ai beni posizionali significa semplicemente inflazionarli\u201d) n\u00e9 a evitare il paradosso per cui se da un lato si individua correttamente il dato problematico che \u201cnella maggior parte dei paesi occidentali studiare resta vantaggioso per chi pu\u00f2 permetterselo\u201d, nondimeno si finisce per suggerire una forma mitigata di societ\u00e0 descolarizzata (secondo una formula di Ivan Illich) in sintonia con la recente proposta governativa di <strong>ridurre gli anni scolastici al fine di favorire la produttivit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>Si tratta di una prospettiva che potrebbe essere definita come <strong>\u201cdecrescita culturale\u201d<\/strong>; la \u201ccorsa ai titoli di studio\u201d genera infatti un fenomeno non molto dissimile da quello della \u201ccorsa agli armamenti\u201d \u2013 ovvero il rischio della <em>mutua distruzione assicurata<\/em> -, e la soluzione, in un caso come nell\u2019altro, consiste nel disarmo reciproco: <strong>se tutti scegliessimo volontariamente di ridurre i nostri consumi culturali, i nostri titoli di studio ecc., questi ultimi riacquisterebbero il valore perduto<\/strong>.<\/p>\n<p>Eppure, da questo punto di vista, sarebbe il caso di tranquillizzare l\u2019autore del saggio: <strong>i numeri dei laureati in Italia sono inferiori a quelli del resto d\u2019Europa<\/strong>, il <strong>ricambio accademico \u00e8 praticamente azzerato<\/strong> grazie a una illuminata politica di non-finanziamento e la <strong>disoccupazione giovanile coinvolge anche le mansioni \u201cpratiche\u201d<\/strong>.<\/p>\n<p>In ogni caso, la ricetta di Ventura non \u00e8 affatto nuova: c\u2019\u00e8 la crisi, il debito che diventa insostenibile e, naturalmente, l\u2019austerit\u00e0. Abbiamo studiato troppo e non ce lo possiamo pi\u00f9 permettere; fra le righe si coglie la constatazione che <strong>la cultura non \u00e8 per tutti<\/strong>, perch\u00e9 l\u2019istruzione ha un costo. La principale preoccupazione dell\u2019autore consiste nel fatto che il sistema scolastico delle democrazie europee (in questo caso francese, ma si potrebbe generalizzare), ispirato a un\u2019ideologia egualitaria che mira a insegnare agli studenti di ogni estrazione sociale idee e abitudini borghesi, genera nei meno abbienti aspirazioni in contrasto con l\u2019insufficienza dei mezzi a disposizione per realizzarle (\u201cla scuola si prefigge d\u2019inculcare valori e abitudini della classe borghese senza preoccuparsi che questi possano entrare in conflitto con le risorse materiali presenti e future degli studenti\u201d: insegna cio\u00e8, dice Illich, a \u201cpensare da ricchi e vivere da poveri\u201d).<\/p>\n<p><strong>E cos\u00ec l\u2019idea dell\u2019emancipazione sociale attraverso una cultura diffusa viene bollata come residuo socialdemocratico da abbandonare se si vuole evitare la bancarotta individuale e collettiva<\/strong>; non \u00e8 tuttavia ben chiaro come dovrebbe strutturarsi un modello d\u2019istruzione alternativo, anche se la conclusione logica dovrebbe consistere nella necessit\u00e0 di un\u2019<strong>educazione differente in base al reddito<\/strong>: solo in tal modo infatti si potrebbe<strong> insegnare ai poveri a pensare da poveri <\/strong>(per ribaltare la frase di Illich), il che risolverebbe a monte il problema della \u201cclasse disagiata\u201d. Ma l\u2019autore non si spinge a tanto, e si limita a esprimere la sua ostilit\u00e0 nei confronti dello stato sociale tramite allusioni sparse contro \u201cla pi\u00f9 sacra delle istituzioni\u201d, cio\u00e8 il sistema educativo, oppure, citando Ricolfi, contro il \u201cneoumanismo planetario che mira a generalizzare lo <em>status <\/em>di signore\u201d (nella prima edizione).<\/p>\n<p><strong>Sembrerebbe quasi che Ventura abbia accolto certe preoccupazioni di Nietzsche<\/strong>, il quale, rispetto ai propositi timidamente riformisti delle classi dominanti della sua epoca, scriveva rammaricato che \u201csi \u00e8 reso l\u2019operaio abile al servizio militare, gli si \u00e8 dato il diritto di associazione, il diritto di voto: c\u2019\u00e8 dunque da stupirsi se oggi l\u2019operaio sente gi\u00e0 la sua esistenza come una miserrima condizione? [\u2026] Se si vuole uno scopo, si deve volere anche i mezzi: <a href=\"https:\/\/www.lacittafutura.it\/cultura\/la-schiavitu-del-capitale.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em><strong>se si vogliono schiavi, si \u00e8 stolti a educarli da padroni<\/strong><\/em><\/a>\u201d. In effetti anche per Ventura il ceto medio sente con angoscia la \u201cmiserrima condizione\u201d della sua esistenza, e ci\u00f2 proprio in ragione dell\u2019istruzione ricevuta&#8230; dal momento che non \u00e8 chiaro quale sia la conclusione da trarre, ci si limita qui a segnalare la singolare assonanza: nella denuncia delle conseguenze nefaste di una certa sovra-educazione l\u2019autore si trova in ottima compagnia.<\/p>\n<p>Egli ha buon gioco nel mettere in luce la contraddizione fra stato <em>de iure <\/em>delle massime democratiche e situazione <em>de facto<\/em>, dal momento che <strong>il principio dell\u2019uguaglianza conserva tutt\u2019oggi il carattere formale di una semplice enunciazione<\/strong>. Ciononostante, non si deduce dal testo la necessit\u00e0 di un lavoro (politico) sulla realt\u00e0 concreta, poich\u00e9 \u201ccambiare il mondo suona ormai al di l\u00e0 delle nostre possibilit\u00e0\u201d; piuttosto, si avverte con urgenza il bisogno di una decostruzione critica dei \u201cpericoli della democratizzazione\u201d, ovvero dell\u2019ideologia che condanna gli uomini a una logorante \u201crivalit\u00e0 degli eguali\u201d. Come sostiene Enrico Pitzianti sul <em>Foglio<\/em>, l\u2019autore de <em>La teoria della classe disagiata<\/em> punta il dito contro <strong>\u201cil lato oscuro dell\u2019uguaglianza\u201d<\/strong>, e tanto basterebbe per inquadrare correttamente l\u2019interesse di classe che Ventura difende, al netto delle citazioni di Marx e delle requisitorie dal sapore francofortese contro la massificazione della cultura.<\/p>\n<p><strong>L\u2019origine di questa ideologia \u201cuniversalista\u201d si afferma storicamente, secondo l\u2019autore, con il \u201968<\/strong>. La contestazione coinvolge infatti non soltanto la morale e i costumi, ma anche la gerarchia di una societ\u00e0 rigidamente divisa in classi; da qui in poi, si potrebbe aggiungere con il verso di una famosa canzone, \u201canche l\u2019operaio vuole il figlio dottore\u201d, senza nemmeno mettere in conto i pericoli economici che l\u2019uguaglianza comporta e di cui ci rende accorti la lettura de <em>La teoria della classe disagiata<\/em>. La rivoluzione culturale del \u201868, sostiene Ventura in una precedente versione del libro, consiste nell\u2019idea che \u201ctutti dovranno vivere e pensare come dei borghesi, ed essere nel loro piccolo artisti o filosofi, anche a costo di rovinarci\u201d.<\/p>\n<p>Se la critica ai presupposti teorici del \u201968 (che ormai da diversi anni costituisce quasi un genere saggistico a s\u00e9) ha messo in luce il carattere tragicamente contraddittorio del ribellismo velleitario di una larga parte del movimento studentesco, nondimeno bisogna sottolineare, in opposizione a quanto affermato dall\u2019autore, che <strong>non sta di certo nell\u2019aspirazione democratica il problema ideologico di fondo del \u201968<\/strong>.<\/p>\n<p>Certamente, come \u00e8 noto, l\u2019eredit\u00e0 della controcultura libertaria \u00e8 stata produttivamente impiegata negli slogan pubblicitari del tardo capitalismo; tuttavia rimane quantomeno parziale indentificare <em>tout court<\/em> il \u201968 con le rivendicazioni delle facolt\u00e0 occupate, quando esso costitu\u00ec anche lo stimolo per una stagione di spiccata combattivit\u00e0 operaia e di importanti conquiste sindacali. Ventura non sembra tenere in considerazione questo aspetto quando afferma che \u201cresta il problema di come <em>finanziare <\/em>tutto questo desiderio liberato\u201d e, sulla scia di una lunga tradizione, finisce per tacciare di \u201cinsostenibilit\u00e0\u201d le politiche redistributive frutto di legittime lotte sociali, che \u201cnon sappiamo pi\u00f9 come finanziare\u201d.<\/p>\n<p>Dopo avere sbrigativamente ricondotto la retorica del desiderio al keynesismo, l\u2019autore procede a dimostrare che si tratta in entrambi i casi di un \u201cmodello di crescita del tutto irrealistico\u201d. Come infatti lo \u201csviluppo ipertrofico dello Stato aveva iniziato a produrre nuove disfunzioni\u201d, cos\u00ec l\u2019ideologia del \u201968 aveva gettato le basi del nuovo immaginario edonistico, con l\u2019effetto di contribuire allo sviluppo di una ideologia del consumo materiale e immateriale impossibile da sostenere.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, a ben vedere, questa equazione non regge, per il semplice fatto che la contestazione studentesca aveva le sue radici nella critica dell\u2019autorit\u00e0, quella dei padri e quella dello Stato, della morale e della religione, a cui soltanto in un secondo momento sarebbe seguita la liberazione del desiderio. Ora, se il keynesismo \u00e8 una forma di capitalismo di Stato che vede proprio nell\u2019intervento pubblico il suo maggiore motore di sviluppo, \u00e8 evidente che la controcultura libertaria si rivolgeva precisamente contro questo modello, e non pu\u00f2 quindi in alcun modo costituirne la forma ideologica (si pensi ad esempio a<strong> Michel Foucault,<\/strong> uno dei pi\u00f9 aspri critici delle ambiguit\u00e0 del welfare state).<\/p>\n<p>Per rimanere nel campo degli esempi letterari frequenti nel libro, si potrebbe dire che <strong>Julien Sorel<\/strong>, protagonista de <em><strong>Il<\/strong><\/em> <em><strong>rosso e il nero<\/strong><\/em>di <strong>Stendhal<\/strong>, si trovi esattamente nella condizione descritta da Ventura: figlio di un falegname, egli \u00e8 troppo povero per coltivare le proprie ambizioni politiche e intellettuali. Nella sua situazione l\u2019unico modo per scalare la societ\u00e0 (oltre alla professione militare) \u00e8 costituito dalla <strong>carriera ecclesiastica<\/strong>, per la quale tuttavia non nutre alcuna vocazione. Nonostante riesca effettivamente a ottenere un titolo nobiliare, egli finir\u00e0 per soccombere sotto il peso delle condizioni oggettive di una societ\u00e0 francese in piena <strong>Restaurazione<\/strong>.<\/p>\n<p>Ventura probabilmente direbbe che fu a causa delle sue aspirazioni, e se Julien Sorel avesse continuato a fare il falegname, come suo padre, non sarebbe finito sulla ghigliottina. E in effetti la lista di vittime della cultura potrebbe continuare; mentre per\u00f2 prima si rischiava la condanna a morte, oggi siamo invece destinati al declassamento, solo che non che ne rendiamo conto. L\u2019amara conclusione, tratteggiata per accenni e allusioni mai del tutto esplicite, \u00e8 una sola: a inseguire l\u2019ideale di una <strong>\u201cimprobabile\u201d emancipazione sociale<\/strong> si finisce per sollevare pericoli ancora maggiori, dal momento che \u201cle parole d\u2019ordine di questa nuova societ\u00e0\u201d, ovvero libert\u00e0, eguaglianza e fraternit\u00e0, \u201csembrano condannarci a una competizione senza fine\u201d.<\/p>\n<p>Un accenno particolare merita poi <strong>l\u2019uso sbrigativo del termine \u201cclasse\u201d<\/strong>: Ventura non ritiene infatti di dovere sostenere la sua analisi con un dato empiricamente verificabile (quanti sono, dati alla mano, i membri effettivi di tale classe parassitaria e improduttiva?) n\u00e9 approfondire la composizione strutturale di questa ipotetica classe disagiata, il cui minimo comune denominatore consiste nell\u2019immaginario condiviso costituito da simboli e aspirazioni ricorrenti, come in un recente saggio dedicato all\u2019analisi della <em>aspirational class<\/em> (<em>The Sum of Small Things: A Theory of the Aspirational Class <\/em>di <strong>Elizabeth Currid-Halkett<\/strong>).<\/p>\n<p>Questa categoria, data del tutto per scontata, non riflette in alcun modo una <em>classe<\/em>, semmai un insieme di individui accomunati da un generico capitale culturale e da una non ben determinata mansione intellettuale. Inoltre, si potrebbe dire con <a href=\"https:\/\/www.lacittafutura.it\/interni\/ri-porre-al-centro-pensiero-di-genere-e-marxismo.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Simone De Beauvoir<\/strong><\/a>, classe disagiatanon si nasce, ma si diventa: in altri termini, chi decide di diventare gallerista o architetto far\u00e0 quasi certamente parte della classe disagiata, mentre chi decide di investire il proprio tempo in una gravidanza probabilmente no \u2013 e ci\u00f2 indipendentemente dal contesto sociale in cui queste scelte si svolgono.<\/p>\n<p>Va da s\u00e9 che un\u2019ipotesi di questo tipo finisce per occultare sistematicamente ci\u00f2 che in realt\u00e0 vorrebbe contribuire a spiegare, dal momento che la \u201cclasse\u201d di cui si tratta nel saggio \u00e8 un gruppo definito unicamente da una determinata riserva di riferimenti ideali e non da una qualche omogeneit\u00e0 economica. E proprio qui sta, a ben vedere, la debolezza pi\u00f9 evidente nell\u2019intero ragionamento. <strong>La categoria di classe disagiata infatti, per quanto suggestiva a livello simbolico, non regge sul piano analitico<\/strong>: non solo non \u00e8 chiaro quali siano le mansioni intellettuali \u201cimproduttive\u201d che la caratterizzano, ma soprattutto non si capisce in che modo due individui che attingano a due patrimoni quantitativamente del tutto diversi (mettiamo ad esempio, il figlio di un manager e il figlio di un commesso) dovrebbero appartenere in linea di principio alla stessa classe, per il solo fatto di desiderare la stessa cosa (mettiamo, una carriera accademica).<\/p>\n<p>Ventura sostiene poi che la classe disagiata sia pervasa da un infruttuoso \u201cottimismo irrazionale\u201d, cio\u00e8 da una visione incantata del mondo, che \u00e8 invece tutt\u2019altro che pronto a fornire uno stipendio in cambio di una sceneggiatura ben scritta. Ora, se <a href=\"https:\/\/www.lacittafutura.it\/cultura\/istruitevi-perche-avremo-bisogno-di-tutta-la-vostra-intelligenza.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Gramsci<\/strong><\/a> com\u2019\u00e8 noto contrapponeva ai sogni idealistici un ben pi\u00f9 concreto <strong>\u201cpessimismo della ragione\u201d<\/strong>, Ventura nel suo libro porta avanti un radicato <strong>\u201ccinismo della ragione\u201d<\/strong>, a cui evidentemente segue una forma di <strong>\u201cpessimismo della volont\u00e0\u201d<\/strong>, che altrove ha identificato nel coraggio della rinuncia: \u201cIo ammiro molto quelli che si tirano fuori, a ogni livello del loro percorso. Quelli che hanno famiglie borghesi ma non s\u2019iscrivono all\u2019universit\u00e0. Quelli che iniziano e poi decidono che vogliono andare a fare i cuochi o i liutai.<\/p>\n<p>Quelli che fanno i figli a ventidue anni\u201d (<a href=\"http:\/\/www.bastonate.com\/2017\/09\/07\/raffaele-alberto-ventura\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">http:\/\/www.bastonate.com\/2017\/09\/07\/raffaele-alberto-ventura\/<\/a>). In diverse occasioni l\u2019autore individua giustamente nelle classi subalterne che decidono di entrare nel gioco a somma zero dell\u2019accesso \u201cai lussi dello spirito\u201d le vittime principali del meccanismo di svalutazione complessiva del capitale culturale proprio perch\u00e9, com\u2019\u00e8 ovvio, in queste condizioni \u201cstudiare costa sempre di pi\u00f9\u201d; eppure, anzich\u00e9 riflettere sulle condizioni di un ampliamento sociale dei benefici legati all\u2019istruzione (ipotesi bollata nella prima edizione del saggio come \u201csperanza emancipatrice\u201d e \u201cillusione crudele\u201d), egli ritiene pi\u00f9 vantaggioso per le classi inferiori il tirarsi fuori da questa competizione.<\/p>\n<p>Anche qui, si tratta dell\u2019ideale di una<strong> riduzione volontaria del proprio capitale culturale in favore di una non meglio specificata attivit\u00e0 pratica<\/strong>, il che solleva alcune questioni. In primo luogo \u00e8 tutto da dimostrare che cos\u00ec facendo non si corra il rischio del \u201cdeclassamento\u201d, ovvero il pericolo pi\u00f9 immediato, secondo Ventura, a cui \u00e8 esposta la classe disagiata; inoltre, sembra evidente che questo tipo di rinuncia riguardi non tanto le famiglie borghesi, i cui patrimoni possono garantire la continuazione degli studi senza troppe difficolt\u00e0, quanto piuttosto coloro che partono da una condizione di svantaggio economico, per i quali scommettere su un futuro precario risulta ancora pi\u00f9 rischioso.<\/p>\n<p>Indubbiamente il saggio costituisce una efficace narrazione della condizione di stallo di una parte della<strong> generazione <\/strong><em><strong>millennial<\/strong><\/em>, per quanto rimanga al livello di una semplice critica dell\u2019immaginario, mentre risulta molto sospetta l\u2019idea che la rinuncia individuale costituisca di per s\u00e9 una forma di resistenza praticabile. Il prototipo del comportamento virtuoso, per Ventura, suona come un invito dal <strong>tono paternalistico<\/strong> alle classi meno abbienti a rinunciare alle ambizioni che possono essere soddisfatte solo da un numero ridottissimo di individui &#8211; che probabilmente abitano nel centro di Roma o di Milano &#8211; e il cui diritto naturale a essere <em>\u00e9lite <\/em>viene costantemente minacciato da un \u201cesercito di riserva dei disoccupati sovraistruiti\u201d.<\/p>\n<p>Le problematiche affrontate si inseriscono all\u2019interno di un quadro macroeconomico pi\u00f9 generale, dal momento che il saggio si struttura su due piani: il primo privilegia una lettura di lungo periodo e si mantiene al livello di una critica sistematica dal sapore catastrofista, per cui il capitalismo in crisi non pu\u00f2 essere riformato in alcun modo e <strong>non rimane che aspettare il collasso definitivo nel futuro prossimo<\/strong>, mentre il secondo piano si concentra sulla <strong>fenomenologia della classe disagiata<\/strong>, che \u00e8 poi il vero oggetto dell\u2019indagine.<\/p>\n<p>Nel complesso, si ha la sensazione che l\u2019impalcatura teorica che vorrebbe fornire sostanza all\u2019analisi del \u201cceto medio impoverito\u201d rimanga sullo sfondo in modo disorganico: mentre infatti il tentativo di contestualizzare la critica dell\u2019immaginario <em>millennial<\/em>all\u2019interno di una riflessione macroeconomica risulta convincente in particolare nel mettere in luce la radice coloniale della ricchezza occidentale, ben pi\u00f9 problematica appare la conclusione, ispirata a una forma di apparente pragmatismo, di una insostenibilit\u00e0 dei consumi culturali sulla base delle disfunzioni strutturali dell\u2019attuale sistema economico.<\/p>\n<p><strong>Rimane da capire perch\u00e9 questo libro<\/strong>, salutato da pi\u00f9 parti come manifesto di una generazione alla deriva e insieme tentativo di fare i conti con le proprie responsabilit\u00e0 soggettive, pur rimanendo nei fatti una riflessione implicitamente ammiccante all\u2019ideologia delle <em>\u00e9lite<\/em> liberali europee (come si vede, ad esempio, nel ricorso acritico all\u2019<em>austerity <\/em>come esito inevitabile dell\u2019\u201dincapacit\u00e0 strutturale delle nostre economie tardocapitaliste e postindustriali di produrre ricchezza\u201d, nella rivalutazione delle ragioni dei creditori, nelle allusioni contro il \u201csancta sanctorum del posto fisso\u201d ecc.), <strong>riscuota un certo successo soprattutto in ambienti di sinistra, dove si cerca deliberatamente di non vedere l\u2019elefante che si aggira per la stanza<\/strong>.<\/p>\n<p>La risposta probabilmente risiede nella capacit\u00e0 di fotografare con estrema precisione una parte del disagio esistenziale della generazione definita \u201c<em>choosy<\/em>\u201d fornendo, come \u00e8 stato sottolineato, \u201cuna narrazione \u2013 qualsiasi narrazione\u201d (<a href=\"https:\/\/www.che-fare.com\/valerio-mattioli-33780-battute-contro-la-teoria-della-classe-disagiata\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/www.che-fare.com\/valerio-mattioli-33780-battute-contro-la-teoria-della-classe-disagiata\/<\/a>), sebbene, bisogna aggiungere, si tratti di un autoritratto spesso compiaciuto e soddisfatto del proprio <em>spleen<\/em>. Se le cose stanno cos\u00ec, si pu\u00f2 dire che abbiamo fatto rientrare dalla finestra ci\u00f2 che con il postmoderno avevamo fatto uscire dalla porta: se proprio quella della <em>classe disagiata <\/em>rappresenta una narrazione, si tratta allora di una narrazione colpevolmente parziale, che vede nella rinuncia e nella resa volontaria gli strumenti necessari di una liberazione possibile.<\/p>\n<p>Si d\u00e0 il caso per\u00f2 che i soldati in prima linea nella crociata della \u201cdecrescita culturale\u201d siano in questo caso i rappresentanti delle classi subalterne, i quali secondo l\u2019autore gioverebbero prontamente dei benefici legati all\u2019abbassamento dell\u2019et\u00e0 scolare e alla riduzione dei consumi culturali (il che significa: meno spesa pubblica), mentre per i (pochi) figli dei ricchi la cultura sar\u00e0 sempre sostenibile, almeno nella forma di un investimento privato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10810-valeria-finocchiaro-troppi-giovani-poveri-inutilmente-acculturati-no-problem-la-soluzione-e-la-decrescita-culturale.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/societa\/10810-valeria-finocchiaro-troppi-giovani-poveri-inutilmente-acculturati-no-problem-la-soluzione-e-la-decrescita-culturale.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Valeria Finocchiario) Choosy, bamboccioni, sfigati: \u00e8 cos\u00ec che negli ultimi anni diversi politici hanno variamente definito la generazione degli attuali trentenni; l\u2019idea \u00e8 che i giovani tardino deliberatamente a inserirsi nel mondo del lavoro, vivano a casa con i genitori fin quasi alle soglie della pensione e costituiscano un peso per la societ\u00e0. Dopo anni di politiche all\u2019insegna della precarizzazione del lavoroe di tagli del welfare, si scopre che quasi tutto&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":35127,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/10\/sinistra-in-rete-e1474130037723-160x160.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9hy","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35684"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=35684"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35684\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":35685,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/35684\/revisions\/35685"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/35127"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=35684"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=35684"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=35684"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}