{"id":35759,"date":"2017-10-28T11:40:35","date_gmt":"2017-10-28T09:40:35","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35759"},"modified":"2017-10-27T22:50:28","modified_gmt":"2017-10-27T20:50:28","slug":"questioni-teoriche-ii-stato-nazione-sovranita-1a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35759","title":{"rendered":"Questioni teoriche II: stato, nazione, sovranit\u00e0 (1a parte)"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MIMMO PORCARO<\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">1.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Abbiamo finora\u00a0<a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/10\/27\/questioni-teoriche-ii-nazione-sovranita\/#more-575\">visto<\/a>\u00a0che lo stato, non solo nei momenti di crisi ma anche in quelli di relativa quiete, \u00e8 essenziale all\u2019esistenza del capitalismo e che quindi il concetto di stato\u00a0<i>fa parte del concetto stesso di capitale<\/i>. Abbiamo inoltre visto che la guerra non \u00e8 per nulla l\u2019effetto della sovrapposizione della logica bellicista degli stati a quella \u201cpacifica\u201d del commercio, ma \u00e8 la prosecuzione con mezzi statuali di una logica feroce di dominio che nasce dall\u2019economia capitalista. Dobbiamo ora chiederci quale sia l\u2019interno funzionamento dello stato capitalistico: che cosa \u00e8, insomma, lo stato? Se si pensa lo stato come un insieme di istituzioni pubbliche che, governato da uno o pi\u00f9 enti formalmente preposti al compito di direzione, ha piena sovranit\u00e0 su un territorio e su tutte le classi che lo abitano ed esercita tale sovranit\u00e0 attraverso leggi rese efficaci, in ultima istanza, dalla forza militare, se lo si pensa cio\u00e8 come una realizzazione della modellistica politologica, hanno buon gioco coloro che dichiarano morto o inefficace lo stato perch\u00e9 la globalizzazione ha dissolto la sovranit\u00e0, il caos ha moltiplicato i centri di potere invisibili o informali, i capitali sfuggono ad ogni controllo e la complessit\u00e0 ha reso inefficace la legge universalistica rispetto ai patti della\u00a0<i>governance<\/i>\u00a0e alla microfisica del potere. Le cose per\u00f2 cambiano non appena si adotti un concetto pi\u00f9 articolato e flessibile di stato, pi\u00f9 coerente con la migliore ricerca marxista e soprattutto pi\u00f9 adeguato a cogliere sia le trasformazioni che la persistenza delle funzioni statuali. Secondo un tale concetto lo stato \u00e8\u00a0<i>quell\u2019insieme di istituzioni pubbliche e private, nazionali ed extranazionali che, agendo secondo prassi formalmente codificate, o comunque secondo un piano, ed utilizzando in ultima istanza norme coercitive, ma anche patti privati aventi effetto di norma pubblica o processi sociali ed economici aventi effetto di coercizione politica, consente una ordinata e continua riproduzione dei rapporti sociali all\u2019interno di un territorio dai confini definiti ma permeabili.<\/i>\u00a0Tale riproduzione si realizza garantendo l\u2019unit\u00e0 delle diverse frazioni delle classi dominanti, la loro connessione con le potenze internazionali egemoni, la repressione e neutralizzazione delle classi subalterne e\/o la gestione di un compromesso con esse. Al fine di assicurare una relativa coerenza interna ed una effettiva continuit\u00e0 della riproduzione dei rapporti sociali, l\u2019insieme delle istituzioni\u00a0<i>lato sensu<\/i>\u00a0statuali deve darsi\u00a0<i>un centro<\/i>\u00a0dirigente ed unificante, ma questo centro \u00e8\u00a0<i>mutevole<\/i>, pu\u00f2 identificarsi di volta in volta con questa o con quella istituzione, pu\u00f2 a volte sdoppiarsi o moltiplicarsi, e non sempre coincide coi centri formali e visibili del potere politico. Generalmente esso \u00e8 lo snodo in cui si incrociano gli apparati di stato maggiormente capaci di decisione politico-militare, i gruppi privati pi\u00f9 influenti e i rappresentanti diretti o indiretti delle potenze mondiali egemoni. Come si vede, si pu\u00f2 rinunciare ad una rigida e semplicistica concezione dello stato (fondata sul nesso\u00a0<i>stabile<\/i>\u00a0fra un territorio determinato, una salda sovranit\u00e0 e la piena vigenza di leggi universali tutelate da una forza militare propria) senza per questo dissolvere lo stato stesso nelle interrelazioni dell\u2019economia e della societ\u00e0, e senza rinunciare quindi ad individuare le logiche specifiche dei diversi stati e\u00a0<i>ad indicare i nodi dove si addensano le scelte e le responsabilit\u00e0<\/i>, i luoghi che devono essere occupati, distrutti o piegati ad una logica alternativa.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">2.1<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Analizziamo meglio, adesso, alcuni degli aspetti della nostra definizione di stato, iniziando dal rapporto tra istituzioni pubbliche e private. La\u00a0<i>compresenza<\/i>\u00a0di tali istituzioni all\u2019interno dello stato non \u00e8 affatto una caratteristica dell\u2019epoca della\u00a0<i>governance<\/i>, ma ha piuttosto a che fare con la natura dello stato stesso. Prima di tutto, dato che lo stato ha il compito di gestire in maniera ordinata e continua i rapporti tra le classi, va osservato che il coinvolgimento delle istituzioni di quelle stesse classi nello svolgimento delle funzioni pubbliche pu\u00f2 rendere ancor pi\u00f9 ordinate e continue le relazioni fra gli attori interessati<i>.\u00a0<\/i>Ma una tale caratteristica, che pu\u00f2 essere colta anche da uno sguardo meramente funzionalista, non \u00e8 forse la pi\u00f9 rilevante. Pi\u00f9 importante \u00e8 il fatto che lo stato capitalistico risulta da un compromesso, sempre rinegoziato, tra la necessit\u00e0 dell\u2019esistenza di una istituzione \u201cterza\u201d capace di compensare i conflitti tra capitalisti, e la tendenza di questi ultimi, per ragioni di profitto e di potere, ad esercitare\u00a0<i>in proprio<\/i>\u00a0il maggior numero possibile di funzioni pubbliche e ad utilizzare lo stato solo per socializzare le eventuali perdite e per i lavori pi\u00f9 ingrati. La privatizzazione dei servizi pubblici e della stessa funzione di rappresentanza politica non sono che alcuni aspetti di un fenomeno che \u00e8 ben evidenziato anche dalla moltiplicazione delle associazioni che svolgono, quasi sempre\u00a0<i>come imprese private<\/i>, funzioni di mediazione sociale generalmente attribuibili allo stato. L\u2019aspetto pi\u00f9 importante in questo campo (particolarmente evidente oggi, ma presente fin dalle origini) \u00e8 per\u00f2\u00a0<i>quello del rapporto fra le banche centrali ed il resto del sistema bancario-finanziario<\/i>. L\u2019effettivo carattere della banca centrale (che pu\u00f2 essere pubblica, semipubblica ma anche privata) e le\u00a0<i>mutevoli<\/i>\u00a0relazioni di dominio,\u00a0<i>partnership<\/i>, subordinazione che essa instaura con le altre banche segnano spesso la\u00a0<i>differenza essenziale<\/i>\u00a0tra una forma di stato e l\u2019altra. La stessa ultima grande crisi e la sua momentanea soluzione possono essere lette anche, se non soprattutto, come un effetto del contrasto tra le banche pubbliche e quelle private\u00a0<i>attorno alla titolarit\u00e0 della funzione di emissione (o meglio di validazione) del denaro<\/i>. L\u2019ipertrofia del credito privato (cresciuto peraltro sotto l\u2019occhio benevolo della Fed) altro non \u00e8 stata che l\u2019effetto della sostituzione, nella funzione di perno del sistema, del denaro pubblico con quello privato (il che ha prodotto una massa immane di denaro \u201cfasullo\u201d, assai pi\u00f9 ingente e assai meno gestibile di qualunque debito pubblico). Il ritorno alla garanzia delle banche centrali ha segnato una significativa inversione del pendolo verso la centralit\u00e0 del denaro pubblico e della guida politica. Ma d\u2019altro canto l\u2019ideologia, il personale dirigente, la natura giuridica e la struttura proprietaria delle banche centrali ne fanno al momento pi\u00f9 una camera di compensazione delle contraddizioni tra singoli capitali che il soggetto di una possibile politica economica popolare.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">2.2<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Il grado di autonomia relativa delle diverse istituzioni private, la forma del loro compromesso con lo stato ed il tipo delle funzioni statuali da esse svolte contribuiscono, insomma, a definire i caratteri della forma di stato che di volta in volta si realizza. Cos\u00ec, ad esempio, il fascismo si caratterizza anche per la distruzione dell\u2019associazione autonoma dei lavoratori e l\u2019assunzione dell\u2019associazione padronale (che invece rimane, questa s\u00ec, autonoma e efficace) come centro di elaborazione della politica economica. Lo stato keynesiano si caratterizza invece per le triangolazioni neocorporatiste in cui il governo costruisce la politica economica ricorrendo stabilmente al confronto con le associazioni sindacali e datoriali, le quali hanno anche la funzione di attuare direttamente alcune delle direttive pubbliche. Lo stato neoliberale \u00e8 caratterizzato da una forte presenza diretta dei fiduciari delle grandi imprese nel governo e nello stato, dalla riduzione dei sindacati ad interlocutori secondari e dalla devoluzione continua di servizi e funzioni pubbliche alle imprese e ai sindacati stessi nonch\u00e9 alla pletora del \u201cno-profit\u201d. Un tale proliferare di soggetti privati pu\u00f2 dare a prima vista l\u2019idea di una\u00a0<i>dispersione<\/i>del potere, ed in effetti una sorta di feudalizzazione della statualit\u00e0 e\/o di autonomizzazione di poteri privati \u00e8 \u2013 come abbiamo visto \u2013 certamente in corso. Ma da un lato la gestione privata del potere pubblico non \u00e8 una novit\u00e0, e l\u2019attuale accentuata privatizzazione non rappresenta quindi\u00a0<i>di per s\u00e9<\/i>\u00a0un mutamento qualitativo della funzione dello stato n\u00e9 decreta la sua scomparsa di fronte allo strapotere delle grandi imprese ed all\u2019invadenza del \u201cprivato sociale\u201d. Dall\u2019altro va considerato che la privatizzazione di molte funzioni pubbliche pu\u00f2\u00a0<i>rafforzare<\/i>\u00a0lo stato nei confronti delle classi popolari, perch\u00e9 aumenta le risorse disponibili per la difesa\/repressione e per le politiche\u00a0<i>pro business<\/i>, e perch\u00e9 segna il passaggio da un modello di politiche sociali fondato sul\u00a0<i>diritto<\/i>\u00a0ad uno fondato sull\u2019incertezza ed il\u00a0<i>clientelismo<\/i>. Inoltre, la stessa dispersione del potere pubblico si accompagna spesso, dialetticamente, alla concentrazione verticistica dei principali snodi decisionali, necessaria ad evitare o a compensare le tendenze all\u2019anarchia. E, cosa decisiva, una tale concentrazione trova spazio<i>soprattutto oggi<\/i>: la crisi economica e le tensioni geopolitiche hanno indotto ed indurranno sempre di pi\u00f9 un accentramento del potere di stato e ci\u00f2, pur tenendo fermo lo scopo della massima privatizzazione possibile, comporter\u00e0 una accresciuta dipendenza\u00a0<i>de facto<\/i>\u00a0delle grandi imprese dalle decisioni statuali, data l\u2019accentuazione del rischio insito in autonome strategie politiche delle singole imprese, troppo condizionate dall\u2019orizzonte\u00a0<i>short term.<\/i>\u00a0Vi sar\u00e0 dunque una\u00a0<i>tensione crescente<\/i>\u00a0tra lo stato neoliberista e i soggetti privati che lo hanno permeato o al quale esso ha delegato funzioni, una tensione che creer\u00e0 un coacervo di relazioni contraddittorie in cui non sar\u00e0 facile distinguere azione pubblica e azione privata. Per orientarsi in questo apparente caos si pu\u00f2 precisare che\u00a0<i>le istituzioni private possono essere considerate come parte dell\u2019azione statuale ogni volta che agiscono in maniera pi\u00f9 o meno verticalmente coordinata dalla (o alla) autorit\u00e0 pubblica e ogni volta che perseguono fini ulteriori rispetto a quelli propri dell\u2019interesse privato rappresentato<\/i>. E si pu\u00f2 aggiungere che ogni processo economico avente rilevanti effetti di classe, il quale pu\u00f2 risultare ovviamente anche da un\u2019autonoma strategia dei capitalisti, diviene\u00a0<i>momento dell\u2019azione statuale<\/i>\u00a0quando risulta da scelte del banchiere centrale o del ministro dell\u2019economia o quando, pur generato dall\u2019esterno, viene amplificato in maniera prociclica come intervento negli equilibri di classe dati. Monti<i>docet<\/i>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">2.3<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Insomma: anche se indebolito, lo stato torna ad essere il centro strategico principale, e il conflitto tra gli stati, proprio in quanto stati nazionali, torna a scandire i tempi della storia e in buona misura della stessa lotta di classe. La rinazionalizzazione della politica \u00e8 fenomeno che data almeno dalla fine del bipolarismo mondiale. Questa realt\u00e0 \u00e8 stata occultata dalle pratiche (ed ancor pi\u00f9 dalla retorica) di una globalizzazione che di fatto sanciva il dominio delle nazioni pi\u00f9 forti inscrivendolo nelle regole delle organizzazioni sedicenti sovranazionali (Ue inclusa ): la crisi ha svelato i rapporti reali fra gli stati e la dura distinzione fra debitori e creditori, concausa scatenante dei peggiori conflitti. Certo, gli stati nazionali che emergono dalla crisi della globalizzazione non sono identici a quelli che alla globalizzazione hanno dato il via. Alcuni sono molto pi\u00f9 forti, altri molto pi\u00f9 deboli; l\u2019accresciuta interdipendenza ha reso meno liberi i movimenti di ciascuno di essi; le \u201cineludibili\u201d leggi del neoliberismo hanno fortemente limitato le funzioni di mediazione statuale fra le diverse classi e fra le diverse regioni di ciascun paese. Ma tutto ci\u00f2 non riesce a scalfire la centralit\u00e0 attuale degli stati per il semplice fatto che<i>le forme di regolazione alternative a quella interstatuale, ed in particolare le forme del mercato mondiale, mostrano di avere una capacit\u00e0 regolatoria ancor minore e di essere fonte di disordine pi\u00f9 che di ordine<\/i>. E\u2019 chiaro che gli stati capitalisti tenderanno a imporre il proprio ordine attraverso la guerra, qualunque forma essa assuma. Del resto l\u2019interdipendenza a cui si \u00e8 fatto cenno non favorisce affatto la pace \u2013 come vogliono le illusioni mondialiste \u2013 bens\u00ec proprio la guerra, vista come modo per ridurre, appunto, la dipendenza da altri. E le crisi di consenso derivanti dall\u2019acuirsi dei conflitti di classe e regionali inducono facilmente le\u00a0<i>\u00e9lite<\/i>\u00a0a cercare compensazioni nel nazionalismo aggressivo. Ma se negli stati vi sono tutte le risorse finanziarie e normative necessarie ad approntare la guerra, vi sono anche quelle necessarie\u00a0<i>ad imporre la pace<\/i>, e gli stati stessi (e con loro la stessa idea di nazione) divengono un campo di battaglia nel quale si decide l\u2019uso privatistico e bellicista, oppure sociale e pacifico di quelle risorse. E\u2019 anche per questo che (come potr\u00e0 essere meglio argomentato in una specifica riflessione sul socialismo) nessuna strategia favorevole alle classi subalterne potr\u00e0 essere efficace, oggi come ieri, se non mira alla conquista e trasformazione dello stato come<i>condizione necessaria pur se insufficiente<\/i>\u00a0della costruzione di un nuovo potere popolare. Altrimenti non potr\u00e0 essere eretto\u00a0<i>nessun argine<\/i>\u00a0capace di resistere al capitale finanziario ed alle strategie imperialiste. Affidarsi ai (presunti) \u201cliberi flussi\u201d della globalizzazione, sperando magari di \u201csurfare\u201d su di essi con le citt\u00e0 ribelli, le regioni liberate e i piccoli territori autogestiti significa solo affidarsi sorridenti al boia.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">2.4<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Passando a considerare la nozione di \u201ccentro\u201d, o centri, del potere di stato (e ricordando che lo stato tende inevitabilmente a darsi un centro che garantisca la coerenza della sua azione, che questo centro pu\u00f2 variare a seconda delle diverse congiunture e che di esso fanno parte quasi sempre organi palesi e occulti dell\u2019apparato pubblico) si deve anche aggiungere che l\u2019esistenza di questo centro (e la sua natura)\u00a0<i>non deve essere data per presupposta<\/i>\u00a0e deve essere individuata ogni volta attraverso specifiche\u00a0<i>analisi concrete<\/i>\u00a0che possono anche giungere a concludere che, nel caso in esame, un centro\u00a0<i>non esiste<\/i>\u00a0e che anzi quello che ci appare come uno stato, uno stato non \u00e8, essendo completamente succube di forze sovra o infrastatuali. Pi\u00f9 in generale, il ruolo dell\u2019analisi concreta \u2013 oggi pi\u00f9 importante che mai nell\u2019indirizzare e dosare le iniziative delle classi subalterne \u2013 sar\u00e0 proprio quello di indicarci quale sia la\u00a0<i>forza relativa<\/i>\u00a0del centro e quali siano le istanze\u00a0<i>esterne<\/i>\u00a0alle quali esso deve in qualche modo obbedienza. E qui entra in gioco un ulteriore fattore della nostra definizione, generalmente tralasciato da chi si cimenta con la questione dello stato, o considerato come elemento non inerente al concetto: la presenza\u00a0<i>organica<\/i>, tra gli apparati di stato, di\u00a0<i>istituzioni extranazionali<\/i>, visibili o no, formali o informali che, quando rispondono alle potenze imperialiste egemoni, sono quasi sempre<i>direttamente connesse<\/i>\u00a0al variabile centro dirigente del complesso sistema statale. Dire che tale presenza \u00e8 organica allo stato serve, oltre che a spiegare buona parte dei comportamenti dei diversi apparati pubblici o pubblico-privati, anche a capire fino a che punto sia vero che, in un ottica di conquista del potere da parte delle classi popolari, la rottura dei precedenti equilibri geopolitici e la costruzione di nuove relazioni internazionali\u00a0<i>divengono non soltanto precondizioni esterne di tale conquista, ma condizioni interne della sua effettualit\u00e0<\/i>. Tale conquista pu\u00f2 dirsi effettivamente compiuta, anche nella sua fase iniziale, soltanto quando il potere politico \u00e8 effettivo, ossia quando \u00e8 situato in un contesto internazionale che lo rende efficace e quando le istituzioni extranazionali interne allo stato sono quanto meno neutralizzate. Insomma: alla teoria della\u00a0<i>dispersione del potere<\/i>\u00a0opponiamo che in ogni stato esiste un centro dirigente senza il controllo del quale ogni politica \u00e8 scarsamente efficace. Alla teoria della<i>centralit\u00e0 assoluta del governo<\/i>\u00a0opponiamo che il centro deve essere ogni volta individuato\u00a0<i>ex novo<\/i>, che esso\u00a0<i>si sposta<\/i>\u00a0da una istituzione all\u2019altra a seconda della bisogna. E opponiamo che in ogni caso la piena padronanza delle \u201cstanze del comando\u201d non consiste nella mera azione governativa ma anche nella costruzione di una nuova costellazione di attori sociali ed istituzionali e di un insieme inedito di relazioni geopolitiche. Ne discende certamente che la conquista (ed ancor pi\u00f9 la trasformazione) del potere va intesa come un\u00a0<i>processo<\/i>, ma ne discende anche che oltre che di conquista si deve parlare di\u00a0<i>costruzione<\/i>\u00a0e\u00a0<i>ricostruzione<\/i>\u00a0del potere politico stesso.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">2.5<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Dire, come sopra,\u00a0<i>processo<\/i>\u00a0non significa ripetere che \u201cil fine \u00e8 nulla e il movimento \u00e8 tutto\u201d. Cos\u00ec come indicare la complessit\u00e0 delle dimensioni sociali ed istituzionali del potere non significa vagare indifferentemente tra l\u2019una e l\u2019altra di queste dimensioni. Complessit\u00e0 non \u00e8 (come troppo spesso si vuol credere) sinonimo di\u00a0<i>indeterminatezza<\/i>, ma di\u00a0<i>ricchezza delle determinazioni<\/i>\u00a0e di\u00a0<i>relativa imprevedibilit\u00e0<\/i>\u00a0delle loro interazioni. Nella nostra definizione di stato rientrano, come abbiamo visto, anche tutti quei processi sociali ed economici che, pur non agendo con le forme classiche della politica, riescono a determinare effetti di disciplinamento. Gestione dell\u2019assistenza e della sanit\u00e0, modelli di consumo e di produzione, oscillazioni di ciclo economico, disoccupazione ecc., quando siano in un modo o nell\u2019altro gestiti o mediati da apparati anche pubblici, rientrano a buon diritto nella sfera dello stato, cosicch\u00e9 la trasformazione dello stato ha a che fare anche con questi aspetti \u201cimpolitici\u201d della politica e con diverse istituzioni non-statuali dello stato (Terzo settore, ecc.). Ci\u00f2 non autorizza per\u00f2 a dire, ripetiamolo, che l\u2019essenza del potere si trova diffusa e dispersa nella societ\u00e0 e che il processo della sua conquista\/trasformazione consiste in uno scontro generico tra i movimenti e il potere stesso, scontro in cui ogni conflitto vale l\u2019altro, in un\u2019ottica di crescita cumulativa dell\u2019antagonismo sociale. Il processo implica invece\u00a0<i>rotture<\/i>\u00a0<i>determinate<\/i>\u00a0nei luoghi\u00a0<i>ben precisi<\/i>che di volta in volta costituiscono il centro di quella mistura di \u201csociale\u201d e \u201cistituzionale\u201d che \u00e8 lo stato: luoghi non definibili in astratto, mai identici, che devono essere individuati, come detto prima, da una precisa analisi congiunturale. Il processo si presenta come una\u00a0<i>serie di rotture<\/i>\u00a0che produce effetti spesso inattesi (come il gi\u00e0 ricordato spostamento del centro decisionale da un luogo all\u2019altro), e che non si svolge solo al livello delle istituzioni pubbliche ma nemmeno pu\u00f2 essere pensata come lotta del \u201cbuon\u201d sociale contro il \u201ccattivo\u201d politico. Una volta riconosciuto il rapporto organico tra aspetti pubblici ed aspetti privati dello stato, la tanto esaltata autonomia del sociale non pu\u00f2 pi\u00f9 essere data come un presupposto, ma come il risultato di un intervento politico che operi una selezione tra le diverse esperienze ed alla fine metta capo alla\u00a0<i>costruzione di istituzioni popolari autonome sia dal presente stato capitalista sia dal futuro stato socialista<\/i>, capaci di contribuire alla distruzione del primo e di entrare in positiva dialettica col secondo. Ma anche tale ultimo tema pu\u00f2 essere approfondito solo nel contesto di una riflessione sul socialismo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">\n<p align=\"JUSTIFY\">(Fine 1a parte)<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/10\/27\/questioni-teoriche-ii-nazione-sovranita\/#more-579\">http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/10\/27\/questioni-teoriche-ii-nazione-sovranita\/#more-579<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MIMMO PORCARO 1. Abbiamo finora\u00a0visto\u00a0che lo stato, non solo nei momenti di crisi ma anche in quelli di relativa quiete, \u00e8 essenziale all\u2019esistenza del capitalismo e che quindi il concetto di stato\u00a0fa parte del concetto stesso di capitale. 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