{"id":35811,"date":"2017-10-30T08:00:24","date_gmt":"2017-10-30T07:00:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35811"},"modified":"2017-10-30T07:41:49","modified_gmt":"2017-10-30T06:41:49","slug":"lo-stato-come-datore-di-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35811","title":{"rendered":"Lo Stato come datore di lavoro"},"content":{"rendered":"<p><strong>di MICRO MEGA (Forges Davanzati)<\/strong><\/p>\n<p>Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerit\u00e0 e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato pu\u00f2 esercitare nella creazione di posti di lavoro.<\/p>\n<p><em>di <strong>Guglielmo Forges Davanzati<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l\u2019aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l\u2019obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico\/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l\u2019obiettivo dichiarato di accrescere l\u2019occupazione. Le due misure \u2013 ci si aspetta \u2013 dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitivit\u00e0 delle esportazioni italiane.<\/p>\n<p>Si ipotizza, cio\u00e8, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precariet\u00e0 del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere pi\u00f9 competitive (ovvero di poter vendere a prezzi pi\u00f9 bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitivit\u00e0 nei mercati internazionali.<\/p>\n<p>Si tratta di un\u2019impostazione che si \u00e8 rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.<\/p>\n<p>1) Le politiche di austerit\u00e0, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico\/Pil, che \u00e8 infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2016). Ci\u00f2 a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo il denominatore di quel rapporto pi\u00f9 di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto \u00e8 tanto maggiore quanto maggiore \u00e8 il valore del moltiplicatore fiscale. Stando alla quantificazione degli effetti moltiplicativi del Fondo Monetario Internazionale, il consolidamento fiscale \u00e8 prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica.<\/p>\n<p>2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l\u2019occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ci\u00f2 fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l\u2019incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitivit\u00e0 attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttivit\u00e0 del lavoro e, per conseguenza, dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p>3) La detassazione degli utili d\u2019impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ci\u00f2 che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d\u2019impresa \u2013 in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari \u2013 implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la pi\u00f9 alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze.<\/p>\n<p>4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L\u2019ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano \u00e8 migliorato solo perch\u00e9 si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l\u2019economia italiana \u00e8, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2015, verosimilmente imputabile alle misure di detassazione degli utili, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione.<\/p>\n<p>Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell\u2019aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie. Misure che non impattano n\u00e9 sugli investimenti privati n\u00e9 sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse.<\/p>\n<p>Occorrerebbe, per contro, una radicale correzione di rotta, a partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato pu\u00f2 esercitare nella creazione di posti di lavoro. Un numero rilevante e crescente di studi mostra come lo Stato <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/gallino-cosi-lo-stato-potrebbe-creare-un-milione-di-posti-di-lavoro\/\">possa svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza<\/a> (Employer of Last Resort &#8211; ELR) senza generare significativi effetti collaterali, in particolare senza attivare pressioni inflazionistiche \u2013 peraltro, in una fase di deflazione, semmai desiderabili.<br \/>\nOvviamente, affinch\u00e9 questa proposta possa avere senso occorre che, sul piano politico, i lavoratori acquisiscano un potere contrattuale sufficiente da spingere il Governo all\u2019attuazione di una politica per il pieno impiego, e il suo mantenimento, finanziata attraverso un consistente aumento dell\u2019imposizione fiscale sui redditi pi\u00f9 alti. In altri termini, la proposta \u00e8 realizzabile a condizione di non assumere la congettura di Kalecki[1], ovvero che:<\/p>\n<p><em>\u201cIl\u00a0mantenimento\u00a0del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all\u2019opposizione degli uomini d\u2019affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. E\u2019 vero che i profitti sarebbero pi\u00f9 elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di\u00a0laisser-faire; e anche l\u2019incremento dei salari risultante da un pi\u00f9 forte potere contrattuale dei lavoratori \u00e8 pi\u00f9 probabile che incrementi i prezzi anzich\u00e9 ridurre i profitti, e danneggi cos\u00ec solo gli interessi dei\u00a0rentier. Ma la \u201cdisciplina nelle fabbriche\u201d e la \u201cstabilit\u00e0 politica\u201d sono pi\u00f9 apprezzate dagli uomini d\u2019affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non \u00e8 sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione \u00e8 una parte integrante di un\u00a0normale\u00a0sistema capitalista\u201d. <\/em><\/p>\n<p>giacch\u00e9, se la questione del pieno impiego si pone in questi termini, non vi \u00e8 spazio \u2013 in un\u2019economia capitalistica \u2013 per misure che vadano in quella direzione.<\/p>\n<p>Va innanzitutto ricordato che, contrariamente alla vulgata mediatica, l\u2019intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni \u00e8 nei fatti il pi\u00f9 sottodimensionato d\u2019Europa. L\u2019ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entit\u00e0 simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti \u2013 Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato \u2013 il numero di dipendenti pubblici \u00e8 di circa il 25% superiore al nostro. Si pu\u00f2 aggiungere che, in Italia, l\u2019occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 anche rilevare che una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttivit\u00e0 del lavoro. Ci\u00f2 a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, \u2018forzate\u2019 a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche \u2013 e forse pi\u00f9 utilmente \u2013 pensato per generare crescita economica anche dal lato dell\u2019offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ci\u00f2 si pu\u00f2 aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica \u00e8 complementare alla spesa privata per investimenti, dal momento che l\u2019aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l\u2019attuazione di nuovi flussi di investimenti privati [2].<\/p>\n<p>Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttivit\u00e0 del lavoro, sia per l\u2019aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall\u2019attuazione di uno schema ELR conseguirebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell\u2019economia sommersa o, ancor pi\u00f9, nell\u2019economia criminale. Questo argomento \u00e8 particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor pi\u00f9 meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell\u2019attivit\u00e0 criminale \u00e8 molto pi\u00f9 diffusa rispetto agli altri Paesi dell\u2019eurozona.<\/p>\n<p>In pi\u00f9, <a href=\"https:\/\/www.ripensarelasinistra.it\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/florio.pdf\">come mostrato in particolare da Massimo Florio<\/a>, lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di policy seguita in Italia \u2013 con la massima intensit\u00e0 fra i Paesi dell\u2019Eurozona \u2013 finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un\u2019inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell\u2019aumento delle tariffe \u2013 e della conseguente caduta dei salari reali \u2013 e dell\u2019eccezionale aumento degli stipendi dei manager nel passaggio dalla propriet\u00e0 pubblica alla propriet\u00e0 privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da pi\u00f9 parti documentato, \u00e8 un rilevante freno agli investimenti reali.<\/p>\n<p>Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito aperto su come l\u2019intervento pubblico in economia pu\u00f2 contribuire alla crescita economica e all\u2019aumento dell\u2019occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualit\u00e0. Nel confronto internazionale, l\u2019Italia \u00e8 uno dei paesi caratterizzati dai pi\u00f9 bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi.<\/p>\n<p>NOTE<\/p>\n<p>[1] KALECKI, M. (1943). Political aspects of full employment, \u201cPolitical Quarterly\u201d 14(4), pp.322-330.<\/p>\n<p>[2] Se si accoglie l\u2019ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da \u00e0ncora agli investimenti privati, l\u2019aumento della spesa pubblica \u2013 in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque, il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una riduzione del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/lo-stato-come-datore-di-lavoro\/?refresh_ce\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/lo-stato-come-datore-di-lavoro\/?refresh_ce<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICRO MEGA (Forges Davanzati) Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerit\u00e0 e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. 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