{"id":35832,"date":"2017-11-01T09:00:33","date_gmt":"2017-11-01T08:00:33","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35832"},"modified":"2017-10-31T20:19:08","modified_gmt":"2017-10-31T19:19:08","slug":"ogni-cosa-che-sai-circa-il-neoliberalismo-e-sbagliata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35832","title":{"rendered":"Ogni cosa che sai circa il neoliberalismo \u00e8 sbagliata"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Bill Mitchell e Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<p>Diciamolo: la sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 diventata irrilevante nell\u2019economia internazionale sempre pi\u00f9 complessa e interdipendente. L\u2019approfondirsi della globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre pi\u00f9 impotenti nei confronti delle forze del mercato. L\u2019internazionalizzazione della finanza e la crescente importanza delle grandi aziende multinazionali hanno eroso la capacit\u00e0 dei singoli Stati di perseguire autonomamente le politiche sociali ed economiche, in particolare quelle progressiste, e di offrire prosperit\u00e0 ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo \u00e8 che i paesi \u201criuniscano\u201d la loro sovranit\u00e0 e la trasferiscano in istituzioni sovranazionali (come l\u2019Unione Europea) che siano sufficientemente grandi e potenti da far sentire la loro voce, riguadagnando cos\u00ec a livello sovranazionale quella sovranit\u00e0 che \u00e8 stata persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro \u201creale\u201d sovranit\u00e0, gli stati devono limitare la loro sovranit\u00e0 formale.<\/p>\n<p>Se questi argomenti suonano familiari (e persuasivi), \u00e8 perch\u00e9 li abbiamo ascoltati per decenni. I progressisti spesso sottolineano come il neoliberismo abbia comportato (e comporti) un \u201critiro\u201d, un \u201capprofondire\u201d o uno \u201cspogliarsi\u201d da parte dello stato, cosa che a sua volta ha alimentato la nozione che oggi lo stato \u00e8 \u201csopraffatto\u201d dal mercato. Questo \u00e8 comprensibile, considerando che la filosofia politica ed economica di ideologi d\u2019avanguardia come Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno sottolineato il ridotto intervento dello Stato, i mercati liberi e l\u2019imprenditorialismo. Questo \u00e8 stato riassunto bene dalla famosa frase di Reagan: \u201cIl governo non \u00e8 la soluzione al nostro problema; il governo \u00e8 il problema\u201d.<\/p>\n<p>Questo per\u00f2 non concorda con i dati empirici degli ultimi decenni. Un rapido sguardo al tasso di spesa statale nei paesi OCSE, ad esempio, dimostra che si \u00e8 verificata una scarsa o nessuna diminuzione della dimensione dello Stato in percentuale al PIL; se non nessuna, essa ha tesoo ad aumentare (l\u2019unica vera eccezione \u00e8 l\u2019Europa post-2008). Anche i presunti governi neoliberali \u2013 come quelli di Thatcher e Reagan \u2013 non hanno ridotto la loro spesa pubblica e sono stati associati a disavanzi relativamente elevati. Come osservato da Miguel Centeno e Joseph Cohen, \u201ci dati disponibili suggeriscono che le politiche e i cambiamenti macroeconomici realizzati nel quadro del regime politico neoliberale sono pi\u00f9 complessi di quanto spesso si suppone\u201d. Innanzitutto illustra il punto fondamentale che i paesi capitalisti di base non sono stati caratterizzati da un ritirarsi dello stato. Il contrario, piuttosto. Anche se il neoliberalismo come ideologia deriva dal desiderio di ridurre il ruolo dello Stato, il neoliberalismo come realt\u00e0 politica-economica ha prodotto apparati sempre pi\u00f9 potenti, interventisti e sempre pi\u00f9 ampi \u2013 persino autoritari.<\/p>\n<p>Il processo di neoliberalizzazione ha comportato un ampio e permanente intervento statale, tra cui: la liberalizzazione dei mercati dei beni e dei capitali; la privatizzazione delle risorse e dei servizi sociali; la deregolamentazione degli affari e dei mercati finanziari in particolare; la riduzione dei diritti dei lavoratori (in primo luogo, il diritto alla contrattazione collettiva) e, pi\u00f9 in generale, la repressione dell\u2019attivismo nel mondo del lavoro; l\u2019abbassamento delle imposte sulla ricchezza e sul capitale, a scapito delle classi medie e lavorative; la rottura dei programmi sociali e cos\u00ec via. Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l\u2019Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con determinazione senza precedenti e con il sostegno di tutte le principali istituzioni internazionali e dei partiti politici. In questo senso, l\u2019ideologia neoliberale, almeno nella sua veste ufficiale anti-stato, dovrebbe essere considerata poco pi\u00f9 che un comodo alibi per quello che \u00e8 stato ed \u00e8 sostanzialmente un progetto politico e statale, diretto a mettere gli alti comandi della politica economica \u201cnelle mani del capitale e soprattutto degli interessi finanziari\u201d, scrive Stephen Gill.<\/p>\n<p>Il capitale rimane dipendente dallo stato oggi come nel \u201ckeynesianesimo\u201d \u2013 per il controllo delle classi lavoratrici, per il salvataggio di grandi imprese che altrimenti fallirebbero, per aprire i mercati esteri, ecc. Nei mesi e negli anni successivi l\u2019incidente finanziario del 2007-9, la continuit\u00e0 della dipendenza da parte dello Stato nell\u2019epoca del neoliberismo \u00e8 diventata ovvia, dato che i governi negli Stati Uniti, in Europa e altrove hanno salvato le rispettive istituzioni finanziarie con trilioni di euro \/ dollari. In Europa, a seguito dello scoppio della cosiddetta \u201ccrisi dell\u2019euro\u201d nel 2010, tutto ci\u00f2 \u00e8 stato accompagnato da un assalto multi-livello al modello sociale ed economico europeo del dopoguerra, finalizzato alla ristrutturazione e alla riorganizzazione delle societ\u00e0 europee e delle economie lungo le linee pi\u00f9 favorevoli al capitale.<\/p>\n<p>Tuttavia, la nozione (sbagliata) che il neoliberismo comporta un ritiro dello Stato continua a rimanere un asse portante del pensiero della sinistra. Questo \u00e8 ulteriormente aggravato dall\u2019idea che lo stato sia stato reso impotente dalle forze della globalizzazione. La saggezza convenzionale ritiene che la globalizzazione e l\u2019internazionalizzazione della finanza abbiano concluso l\u2019era degli Stati nazionali e la loro capacit\u00e0 di perseguire politiche non conformi ai dictat del capitale globale. Ma l\u2019evidenza supporta l\u2019affermazione che la sovranit\u00e0 nazionale ha veramente raggiunto la fine dei suoi giorni? Le affermazioni che la fase attuale del capitalismo mina alle fondamenta la vitalit\u00e0 dello Stato nazione spesso si riferiscono al famoso trilemma dell\u2019economista di Harvard, Dani Rodrik.<\/p>\n<p>Alcuni anni fa, Rodrik ha descritto quello che ha chiamato il suo teorema di impossibilit\u00e0, che afferma che \u00abla democrazia, la sovranit\u00e0 nazionale e l\u2019integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due dei tre, ma non tutti e tre contemporaneamente e in pieno\u00bb: semplicemente, poich\u00e9 gli stati nazionali impongono costi di transazione, se si desidera una vera integrazione economica internazionale, devi essere pronto a rinunciare alla sovranit\u00e0 nazionale (creando un sistema di federalismo regionale \/ globale, per allineare l\u2019ambito della politica democratica con l\u2019ambito globale mercati).<\/p>\n<p>Nel corso degli anni, le forze politiche che attraversano l\u2019intero spettro elettorale hanno abilmente utilizzato il trilemma di Rodrik per presentare politiche neoliberali, che comportavano sia una riduzione della democrazia partecipativa che della sovranit\u00e0 nazionale, come \u201cil prezzo inevitabile che paghiamo per la globalizzazione\u201d. Anche quelli a sinistra che pretendono di opporsi al neoliberalismo spesso invocano il teorema di impossibilit\u00e0 per giustificare l\u2019affermazione che lo stato nazionale sia \u201cfinito\u201d. Ma questo non \u00e8 ci\u00f2 che Rodrik intendeva. Contrariamente alla saggezza tradizionale, riconosce che l\u2019integrazione economica internazionale \u00e8 lungi dal \u201cvero\u201d; infatti, rimane \u201cnotevolmente limitata\u201d.<\/p>\n<p>Anche nel nostro mondo presumibilmente globalizzato, nonostante la fioritura delle imprese e delle catene di approvvigionamento globali, esiste ancora un\u2019incertezza del tasso di cambio; ci sono ancora grandi differenze culturali e linguistiche che escludono la piena mobilitazione delle risorse attraverso le frontiere nazionali, come dimostra il fatto che i paesi industriali avanzati presentano in genere grandi quantit\u00e0 di \u201cpreferenze nazionali\u201d; c\u2019\u00e8 ancora una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali ei tassi di risparmio nazionali; vi sono ancora gravi restrizioni alla mobilit\u00e0 internazionale del lavoro; e i flussi di capitali tra popoli ricchi e poveri diminuiscono notevolmente rispetto a quelli previsti dai modelli teorici. Le stesse affermazioni possono essere fatte oggi (quasi 20 anni dopo che l\u2019articolo di Rodrik \u00e8 stato pubblicato). Pertanto, il trilemma \u00e8 vero da un punto di vista teorico, ma ha poco effetto sulla realt\u00e0, ad eccezione di strumento politico o profezia che si auto-avvera.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, come spieghiamo nel nostro nuovo libro <a href=\"https:\/\/www.plutobooks.com\/9780745337326\/reclaiming-the-state\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><em>Reclamando lo stato: una visione progressista della sovranit\u00e0 per un mondo post-neoliberale<\/em><\/a>, la globalizzazione, anche nella sua forma neoliberale, non era (\u00e8) il risultato di qualche intrinseca dinamica capitalista o tecnologica che inevitabilmente comporta una riduzione del potere statale, come spesso viene affermato. Al contrario, \u00e8 stato (\u00e8) un processo che \u00e8 stato (\u00e8) attivamente formato e promosso dagli stati. Tutti gli elementi che noi associamo alla globalizzazione neoliberale \u2013 delocalizzazione, deindustrializzazione, libera circolazione delle merci e del capitale, ecc. \u2013 erano, in molti casi, il risultato delle scelte fatte dai governi.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nella promozione, nell\u2019attuazione e nel sostegno di un quadro internazionale neoliberale (anche se ci\u00f2 sembra stia cambiando), nonch\u00e9 nello stabilire le condizioni interne per consentire l\u2019accumulazione globale. Allo stesso tempo, non si pu\u00f2 negare che per molti aspetti \u2013 la capacit\u00e0 di promuovere le industrie locali nei confronti di quelle straniere; per gestire i disavanzi fiscali; per gestire l\u2019offerta monetaria; imporre dazi e tassazione; per regolare l\u2019importazione e l\u2019esportazione di beni e di capitali, ecc. \u2013 la sovranit\u00e0 economica, comprese le economie capitalistiche avanzate, \u00e8 pi\u00f9 vincolata ora che in passato.<\/p>\n<p>In larga misura, tuttavia, questo \u00e8 il risultato di una limitazione deliberata e consapevole dei diritti sovrani statali da parte delle elite nazionali, attraverso un processo conosciuto come depoliticizzazione. Le varie politiche adottate dai governi occidentali a tal fine includono:<\/p>\n<p>(i) ridurre il potere dei parlamenti rispetto a quello dell\u2019esecutivo e rendere meno rappresentativi i primi (ad esempio passando dai sistemi parlamentari proporzionali a quelli maggioritari);<\/p>\n<p>(ii) rendere le banche centrali formalmente indipendenti dai governi;<\/p>\n<p>(iii) adozione di \u201cobiettivi di inflazione\u201d \u2013 un approccio che sottolinea l\u2019inflazione bassa come obiettivo primario della politica monetaria, escludendo altri obiettivi politici, come la piena occupazione \u2013 come approccio dominante alla creazione di politiche della banca centrale;<\/p>\n<p>(iv) l\u2019adozione di politiche vincolate alle regole \u2013 sulla spesa pubblica, sul debito in percentuale del PIL, sulla concorrenza, ecc., limitando cos\u00ec i politici che possono fare a beneficio dei loro elettori;<\/p>\n<p>(v) subordinare i servizi di spesa al controllo di tesoreria;<\/p>\n<p>(vi) ri-adozione di sistemi di tassi di cambio fissi, come l\u2019euro, che severamente limitano la capacit\u00e0 dei governi di esercitare il controllo sulla politica economica; (vii) limitare la capacit\u00e0 dei governi di legiferare nell\u2019interesse pubblico, mediante i cosiddetti meccanismi di ISDS (risoluzione delle dispute tra investitori e stati), oggi inclusi nella maggior parte dei trattati di investimento bilaterali (di cui oltre 4\u2019000 in esercizio) e accordi commerciali regionali (come il FTAA e il TPP); e, forse il pi\u00f9 importante.<\/p>\n<p>(viii) l\u2019abbandono delle prerogative nazionali a favore delle istituzioni sovranazionali e delle burocrazie super-statali come l\u2019UE.<\/p>\n<p>La ragione per cui i governi hanno scelto di \u201clegarsi le mani\u201d \u00e8 ovvio: come il caso europeo dimostra, la creazione di \u201cvincoli esterni\u201d auto-imposti ha permesso ai politici nazionali di ridurre i costi politici della transizione neoliberale \u2013 che chiaramente comportavano politiche impopolari \u2013 attraverso il \u201ccapro espiatorio\u201d di regole istituzionalizzate e le istituzioni \u201cindipendenti\u201d o internazionali, che a loro volta sono state presentate come risultato inevitabile delle nuove e dure realt\u00e0 della globalizzazione, isolando cos\u00ec le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare. La guerra alla sovranit\u00e0 \u00e8 stata in sostanza una guerra alla democrazia. Questo processo \u00e8 stato portato alle sue conclusioni pi\u00f9 estreme nell\u2019Europa occidentale, dove il Trattato di Maastricht (1992) incorporava il neoliberismo nel tessuto dell\u2019UE, effettivamente sconfiggendo le politiche \u201ckeynesiane\u201d che erano state diffuse negli ultimi decenni.<\/p>\n<p>Data la guerra del neoliberismo contro la sovranit\u00e0 e gli effetti nefasti della depoliticizzazione, non dovrebbe sorprendere che \u201cla sovranit\u00e0 sia diventata il capolavoro della politica contemporanea\u201d, come nota Paolo Gerbaudo. Allo stesso modo, \u00e8 naturale che la rivolta contro il neoliberismo sia innanzitutto in forma di richieste di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali, vale a dire per un controllo pi\u00f9 democratico sulla politica (e soprattutto sui flussi globali distruttivi scatenati dal neoliberalismo), che necessariamente pu\u00f2 essere esercitato solo a livello nazionale, in assenza di efficaci meccanismi sovranazionali di rappresentanza.<\/p>\n<p>L\u2019UE non \u00e8 ovviamente un\u2019eccezione: in realt\u00e0, essa \u00e8 (correttamente) considerata come l\u2019incarnazione del dominio tecnocratico e l\u2019allontanamento elitario dalle masse, come dimostrato dal voto di Brexit e dal largo euro-scetticismo che travolge il continente. In questo senso, come sosteniamo nel libro, la sinistra non dovrebbe vedere la Brexit \u2013 e pi\u00f9 in generale l\u2019attuale crisi dell\u2019Unione europea e dell\u2019unione monetaria \u2013 come causa di disperazione, ma piuttosto come un\u2019occasione unica per abbracciare (ancora una volta) una visione progressista ed emancipatoria della sovranit\u00e0 nazionale, per respingere la strage neoliberista dell\u2019UE e per attuare una vera e propria piattaforma democratico-socialista (che sarebbe impossibile all\u2019interno dell\u2019UE, per non parlare all\u2019interno della zona euro).<\/p>\n<p>Per fare ci\u00f2, per\u00f2, devono venire a contatto con il fatto che lo Stato sovrano, lungi dall\u2019essere impotente, contiene ancora le risorse per il controllo democratico dell\u2019economia e delle finanze di una nazione \u2013 che la lotta per la sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 alla fine una lotta per la democrazia. Questo non deve venire a scapito della cooperazione europea. Al contrario, consentendo ai governi di massimizzare il benessere dei loro cittadini, potrebbe e dovrebbe costituire la base di un rinnovato progetto europeo, basato sulla cooperazione multilaterale tra Stati sovrani.<\/p>\n<div class=\"fastsocialshare_container\">\n<div class=\"fastsocialshare-share-gone\">\n<div id=\"___plusone_0\"><\/div>\n<div id=\"___plus_0\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/10847-bill-mitchell-e-thomas-fazi-ogni-cosa-che-sai-circa-il-neoliberalismo-e-sbagliata.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/10847-bill-mitchell-e-thomas-fazi-ogni-cosa-che-sai-circa-il-neoliberalismo-e-sbagliata.html<\/a><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Bill Mitchell e Thomas Fazi) Diciamolo: la sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 diventata irrilevante nell\u2019economia internazionale sempre pi\u00f9 complessa e interdipendente. 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