{"id":35931,"date":"2017-11-10T00:50:49","date_gmt":"2017-11-09T23:50:49","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35931"},"modified":"2017-11-14T06:03:30","modified_gmt":"2017-11-14T05:03:30","slug":"sulla-teoria-della-classe-disagiata-una-recensione-e-una-critica-sociale-1a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=35931","title":{"rendered":"Sulla \u201cTeoria della classe disagiata\u201d: una recensione e una critica sociale (1a parte)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di <strong>FRANCESCO BERNI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Teoria della classe disagiata<\/em> (minimum fax, Roma 2017, pp. 262, 16 euro) \u00e8 un saggio imprescindibile per comprendere la situazione sociale dei nati negli anni Ottanta, per cui bisogna dire un enorme grazie all\u2019autore Raffaele Alberto Ventura, noto anche per essere il fondatore di Eschaton, al di l\u00e0 di tutte le critiche che si possan fare al libro. Questa \u00e8 la premessa doverosa di questa mia recensione che vorrebbe porre anche una critica sociale alla teoria di Ventura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il saggio parte con questo elemento di valutazione: l\u2019Italia \u00e8 un paese in fase di deindustrializzazione che non ha pi\u00f9 bisogno di un solido sistema nazionale di istruzione, perch\u00e9 i posti di comando sono stati gi\u00e0 assegnati, vengono sfornati da poche universit\u00e0 private e al di l\u00e0 dell\u2019industria dell\u2019intrattenimento c\u2019\u00e8 poco o niente. Parafrasando Caterina di Boris, \u201c<em>la ristorazione \u00e8 l\u2019unica cosa seria rimasta in Italia<\/em>\u201d. Purtroppo i trentenni sono stati progettati male come i Betamax e sono stati di conseguenza esclusi: perci\u00f2 nasce il fenomeno della proletarizzazione degli intellettuali, al quale i laureati, invece di prendere atto, rispondono con uno spreco ulteriore di proprie risorse, facendosi la guerra tra loro per accaparrarsi quei pochi posti rimasti, svilendo il valore del lavoro culturale e investendo tutte le loro finanze per i beni posizionali vebleniani che servono per competere in questa corsa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il principale errore dell\u2019autore \u00e8 il focus esclusivo sui laureati che acquistano beni posizionali per non scendere nella scala sociale. Sarebbe stato pi\u00f9 corretto un focus su tutti i trentenni, i quali sono tutti in competizione per acquistare beni posizionali, lottano tutti per accaparrarsi una posizione di sopravvivenza e un ruolo all\u2019interno dei circuiti edonistici dell\u2019industria dell\u2019intrattenimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il focus di Ventura \u00e8 dichiaratamente ristretto ai <em>wannabe laureat<\/em> e metropolitani, quando la realt\u00e0 che descrive colpisce in verit\u00e0 tutti i trentenni italiani, anche quelli con la terza media e che abitano a Castel Sant\u2019Elia. Nella definizione di classe disagiata, la grande confusione di Ventura sta nel fatto di mischiare quattro fattispecie sociali di trentenni (anzi, tre le dimentica di proposito).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fattispecie numero 1<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il <em>wannabe <\/em>che tarda deliberatamente a inserirsi nel mondo del lavoro, vive a casa con i genitori fin quasi alle soglie della pensione e costituisce oggettivamente un peso per la societ\u00e0 (figura tipica di aree metropolitane)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fattispecie numero 2<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che \u00e8 stato costretto a studiare perch\u00e9 era bravo a scuola, ma non era inserito nei circuiti che contano ed \u00e8 costretto a marcire nella disoccupazione, perch\u00e9 i genitori non possono imbucarlo in qualche posto garantito o perch\u00e9 \u00e8 troppo bravo e preparato (o meglio \u00e8 troppo retrogrado il tessuto economico in cui vive). Si parla di figure difficilmente assorbibili sia con lavori impiegatizi che con lavori umili. \u00c8 quello che ha sicuramente pi\u00f9 risentimento, e \u00a0pu\u00f2 decidere di continuare o meno nella coltivazione delle sue velleit\u00e0 culturali<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fattispecie numero 3<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il plurilaureato che di fronte al fatto che mai sarebbe stato assunto per fare lo storico dell\u2019arte, si \u00e8 adattato a fare il cameriere per partecipare comunque al circuito bovarista e divertentistico, e tutto sommato ci \u00e8 riuscito. Una figura che potrebbe quasi essere un sottogruppo della prima fattispecie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fattispecie numero 4<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il diplomato che vuole comunque partecipare alla generazione di plusvalore artistoide e divertentista ma che comunque ha difficolt\u00e0 a trovare un lavoro che gli permetta di stabilizzarsi. La societ\u00e0 stimola anche loro nella produzione artistica, ma Ventura se ne dimentica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il primo gruppo voleva <em>bovarizzarsi<\/em>, il secondo, il terzo e il quarto ne sono stato costretti ma tutto sommato lo hanno accettato di buon grado. A tal proposito, come sostiene il filosofo <strong>Claudio Bazzocchi<\/strong> in un recente intervento sul <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/claudiobazzoc\/photos\/a.1728755040711738.1073741830.1727806204139955\/1972262979694275\/?type=3&amp;theater\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>suo profilo facebook<\/strong>,<\/a> \u201c<em>il mondo del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro \u00e8 stato rifiutato dai ceti subalterni in nome di una vita meno costretta dai rigidi schemi del welfare e del capitalismo societario e quindi pi\u00f9 creativa, pi\u00f9 libera a partire dal luogo di lavoro. Giusto, sbagliato, vero, non vero, questo \u00e8 stato il sentimento che ha trovato nelle promesse del neoliberalismo una risposta che continua a essere tuttora egemonica nell\u2019immaginario di milioni di persone<\/em>.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda critica che posso fare al saggio di Ventura \u00e8 la supina accettazione della deindustrializzazione italiana iniziata venticinque anni fa, dello status quo, irrorata di critica al keynesisimo e alla programmazione economica primorepubblicana. Non viene mai citata la \u201cvicenda\u201d mediatico-giudiziaria di Tangentopoli: francamente non si pu\u00f2 parlare di crisi economica italiana senza un\u2019attenta ed eretica analisi delle vicende di Mani Pulite. Ventura accetta lo status quo e se ne compiace.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non risponde sufficientemente sui motivi per cui i posti sono sempre meno, o meglio fornisce una sua interpretazione, e si focalizza sui lavoratori culturali, dimenticando completamente i lavoratori manuali, i quali con la filosofia <em>user generated content<\/em> di massa fanno parte ormai anche loro del circuito di produzione culturale. Pur spiegando le motivazioni per cui i produttori culturali di successo sono una casta arroccata come non mai (nonostante la molteplicit\u00e0 degli attacchi alla cittadella), e lo fa giustamente sviscerando i meccanismi della <em>platform economy<\/em> (che \u00e8 modello di business di Amazon Air BnB, Uber), non pone l\u2019accento sui loro meccanismi di cooptazione ossia su come si pu\u00f2 entrare a far parte di quel giro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ventura fa una critica spietata, che secondo me \u00e8 il vero punto di forza della trattazione, dei motivi sovrastrutturali della crisi culturale che ha portato alla nascita della classe disagiata. Fattori, che nella mia modesta interpretazione, sono anche la base sovrastrutturale dell\u2019accettazione da parte dei ceti subalterni della deidustrializzazione del Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ventura mette all\u2019indice la mentalit\u00e0 sessantottina della morte dell\u2019autorit\u00e0, dell\u2019indisciplina come virt\u00f9, della negazione della finitezza e della complicatezza dell\u2019uomo per cui basta la tecnica a sanare le contraddizione umane e politiche dei popoli. Ottimo anche il focus sull\u2019educazione di noi nati negli anni \u201880 (trattati come bambini che possedevano aprioristicamente dei caratteri speciali), sulla corsa all\u2019autorealizzazione del s\u00e9, sul non accontentarsi mai.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo si aggiunge la critica durissima e necessaria del paradigma operaista e post operaista per cui \u201c<em>l\u2019ideologia lavorista del &#8216;lavoro che rende liberi&#8217; e che &#8216;nobilitava&#8217; moriva definitivamente nel cervello e nei cuori di un\u2019intera generazione che al &#8216;diritto al lavoro&#8217; preferiva la fine del lavoro salariato ed il diritto alla felicit\u00e0<\/em>.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo punto vorrei citare due miei maestri del pensiero e di azione, Riccardo Lombardi e Rino Formica. Il primo nella sua definizione di societ\u00e0 diversamente ricca indicava la via: \u201c<em>Vogliamo un diverso tipo di benessere, che domanda pi\u00f9 cultura, pi\u00f9 soddisfazione ai bisogni umani, pi\u00f9 capacit\u00e0 per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso<\/em>.\u201d Quindi non la fine del lavoro, ma il lavoro nobilitante e nobilitato che permetteva non tanto al figlio dell\u2019operaio di diventare dottore, ma al figlio dell\u2019operaio di diventare uomo libero e di cultura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla generazione dei sessantottini e dei settantasettini inserisco una citazione recente di Rino Formica che anticipa un concetto sul quale mi soffermer\u00f2 pi\u00f9 tardi: \u201c<em>Siamo stati cattivi maestri dei nostri figli. Abbiamo voluto metterli al riparo delle nostre amarezze, dalle dure esperienze di una maturit\u00e0 senza giovinezza, li volevamo giovani e liberi per un periodo lungo e senza fine. Era un modo per poter vivere la nostra mancata giovinezza<\/em>.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando alla classe disagiata e alla citazione di Bazzocchi, notiamo che l\u2019antica piccola e media borghesia e altri ceti\u00a0subalterni hanno accettato e metabolizzato ormai da tempo il paradigma dell\u2019universalizzazione del lavoro con le caratteristiche delle mansioni della classe cognitiva: intraprendenza, gavetta, intuito, autoimprenditorialit\u00e0. Questo ha portato, per esempio, a difendere pi\u00f9 di buon grado le esigenze del brillante ricercatore \u201ccervello in fuga\u201d piuttosto che quelle del compagno delle elementari con la terza media che fa l\u2019operaio. La classe disagiata, accettando questo campo da gioco, ha creato in primis un inferno culturale per i lavoratori, in quanto esistono solo il talento, la creativit\u00e0 e l\u2019intraprendenza e non ha pi\u00f9 cittadinanza ideologica \u201cla ricerca della garanzia\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Viene vissuto quasi come vergognoso il rivendicare il diritto al cartellino, alla garanzia, al riposo, alla \u201csana\u201d inefficienza comunitaria, a quello che Gobetti chiamava \u201cparassitismo della solidariet\u00e0\u201d. In questo obbligo creativo e intraprendente che travalica nord e sud e accomuna una generazione, i consumi posizionali sono di massa, non solo del grafico che vuole fare il grafico. Tutti oggi ascoltano <em>indie<\/em>, tutti vogliono frequentare i giri giusti, anche il compagno di classe che fa l\u2019idraulico, tutti vogliono essere creativi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019accordo che l\u2019errore stia proprio nel pensare che cercare il proprio posto speciale nel mondo sia un obbligo sociale. Uno pu\u00f2 anche cercare un posto normale, ordinario, da ragionier Filini, ma nell\u2019Italia di oggi anche questo \u00e8 impossibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autore sembrerebbe proporre il \u201c<em>pi\u00f9 Filini meno Steve Jobs<\/em>\u201d, quando in realt\u00e0, rimanendo in tema di personaggi fantozziani, propone un \u201c<em>pi\u00f9 Franchino meno Steve Jobs<\/em>\u201d. Il \u201cpi\u00f9 Filini meno Steve Jobs\u201d presupporrebbe che i giovani borghesi italiani studiassero per ambire ad essere luogotenenti di Adriano Olivetti o Enrico Mattei, invece Ventura propone il \u201cpi\u00f9 Franchino meno Steve Jobs\u201d come mera decrescita culturale e accettazione supina di sessioni di caccia al pesce ratto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Definire la classe disagiata come classe \u00e8 troppo, o meglio, essa non lo \u00e8 nel senso marxista: attualmente l\u2019unica classe \u00e8 quella dei vittoriosi che stanno nei famosi \u201cpochi posti\u201d e hanno coscienza della loro essenza di classe. La cosiddetta classe disagiata \u00e8 un\u2019accozzaglia di individui: per dirla alla Fusaro siamo \u201call\u2019atomistica liberale degli io irrelati\u201d. Non \u00e8 classe perch\u00e9 manca ogni preparazione o ogni volont\u00e0 protesa alla conquista del potere non per gusto del potere ma per far funzionare meglio le cose, per creare un sistema pi\u00f9 giusto ed efficace (afflato di base di tutti i movimenti operai e piccolo borghesi e quindi antiliberali).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le quattro fattispecie, descritte da me all\u2019inizio del pezzo, cercano di sfuggire in qualche modo alla vacua insensatezza dell\u2019Io con la ricerca spasmodica del godimento illimitato quando va bene, o con la depressione quando va male. Tornando ai primi tre gruppi sociali: se gli intellettuali non si pongono come classe o non si inseriscono nella connessione sentimentale con alcuni strati precisi della popolazione, non hanno ragione di esistere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quindi l\u2019attualit\u00e0 dei lavoratori culturali \u00e8 questa: o sei cooptato nei circoli dei dominanti oppure non esisti, quindi sei condannato all\u2019estinzione. Non esisti perch\u00e9 non sei in grado di connetterti e dirigere una battaglia egemonica per far emergere il \u201cnuovo\u201d nel senso gramsciano. Anzi, le tre fattispecie di esclusi, talvolta rappresentano l\u2019esercito di riserva delle classi dominanti, pronti ad accusare tutti gli \u201caltri sconfitti della globalizzazione\u201d di anafabetismo funzionale, rossobrunismo, fascismo, razzismo ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ventura a pag 64 definisce la classe disagiata come \u201cil residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione nel momento in cui non \u00e8 pi\u00f9 possibile finanziare il consumo improduttivo\u201d che si esprime politicamente con quella che Costanzo Preve indicava come \u201cla differenza fra il liberale normale e l\u2019anarchico disobbediente: il liberale \u00e8 disposto a pagare per consumare, mentre l\u2019anarchico disobbediente vorrebbe consumare senza pagare, e chiama questo comunismo\u201d. Quella che Ventura chiama \u201cclasse disagiata\u201d e che io chiamerei \u201cmassa atomizzata desiderante\u201d ha un altro <em>trait d\u2019union<\/em>, ovvero il profondo antigramscismo: la non volont\u00e0 di diventare classe dirigente ma bearsi di una presunta superiorit\u00e0 culturale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per parafrasare quanto dice l\u2019autore: \u201cse ascolti musica indie norvegese anni \u201880 non sei superiore a chi ascolta neomelodica napoletana\u201d. Questa \u201csuperiorit\u00e0\u201d esprime una sorta di egemonia culturale della non volont\u00e0 di creare egemonia culturale, preparando cos\u00ec il terreno alla devastazione di questo Paese. Classe che non vuole emergere e ne \u00e8 fiera: questo deriva dal \u201877 e, siccome in <em>Teoria della classe disagiata<\/em> si fanno molti riferimenti letterari, reputo che questo processo culturale fosse gi\u00e0 ben descritto nel romanzo <em>Vogliamo tutto<\/em> di Nanni Balestrini.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che non afferma mai l\u2019autore, che secondo la mia opinione \u00e8 il punto vero della questione, \u00e8 che gli <em>esclusi disagiati<\/em>\u00a0non hanno alcun afflato egemonico per la conquista del potere (l\u2019unico che potrebbe salvarli) perch\u00e9 sono troppo impegnati alla ricerca della propria felicit\u00e0 e perch\u00e9 la generazione dei nati tra i \u201840 e i \u201860 ha eliminato ogni luogo della mediazione politica ed economica, ogni luogo che aveva permesso storicamente l\u2019avvio di una grande fase di mobilit\u00e0 sociale e di industrializzazione del Paese.<\/p>\n<p>Il ciclo \u00e8 questo:<\/p>\n<ol>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>si deindustrializza il Paese e se ne distruggono i corpi intermedi;<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>le classi subalterne accettano il processo e spingono per la ricerca della loro felicit\u00e0 attraverso il circuito edonistico dell\u2019intrattenimento;<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>resesi atomi alla ricerca del godimento illimitato, esse non sono in grado di organizzarsi e non hanno pi\u00f9 i luoghi politici, economici e sociali per farlo;<\/strong><\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\"><strong>non pensano pi\u00f9 che possano esistere soluzioni politiche ed egemoniche.<\/strong><\/li>\n<\/ol>\n<p>Quindi il lavoro culturale non viene pi\u00f9 messo in piedi per fare del bene alla societ\u00e0, semmai ci si limita ad intrattenerla con i meme per la propria autorealizzazione (bellissimo il pezzo del saggio sulla produzione memetica), non certo per creare un mondo migliore. Per questo il lavoro culturale \u00e8 vissuto come un\u2019opportunit\u00e0, non come qualcosa che debba garantire lo sviluppo della societ\u00e0: il lavoro culturale e politico non \u00e8 pi\u00f9 visto come servizio agli altri ma solo come realizzazione di se stessi.<\/p>\n<p><em>fonte: <a href=\"http:\/\/www.stampanews.it\/news\/sulla-teoria-della-classe-disagiata-recensione-critica-sociale\/\">stampanews.it<\/a><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>[continua]<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FRANCESCO BERNI Teoria della classe disagiata (minimum fax, Roma 2017, pp. 262, 16 euro) \u00e8 un saggio imprescindibile per comprendere la situazione sociale dei nati negli anni Ottanta, per cui bisogna dire un enorme grazie all\u2019autore Raffaele Alberto Ventura, noto anche per essere il fondatore di Eschaton, al di l\u00e0 di tutte le critiche che si possan fare al libro. 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