{"id":36691,"date":"2017-12-02T11:05:31","date_gmt":"2017-12-02T10:05:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36691"},"modified":"2017-12-01T23:20:04","modified_gmt":"2017-12-01T22:20:04","slug":"neoliberismo-biopolitica-e-schiavitu-il-capitale-umano-in-tempo-di-crisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36691","title":{"rendered":"Neoliberismo, biopolitica e schiavit\u00f9. Il capitale umano in tempo di crisi"},"content":{"rendered":"<p>di<strong> HYPERPOLIS (Silvia Vida)<\/strong><\/p>\n<p><span class=\"rientro\">1. Lo ha affermato di recente Luciano Canfora (2017, 9): \u00abPer ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi \u00e8 sfruttato\u00bb. La diagnosi del presente si aggrava se si pensa che \u00absolo ora il capitalismo \u00e8 davvero un sistema di dominio mondiale\u00bb, reso pi\u00f9 forte dall\u2019avere di fronte a s\u00e9 esclusivamente miseri spezzoni di organizzazioni di stampo sindacale o settoriale che gli oppongono una resistenza trascurabile; se \u00e8 vero, com\u2019\u00e8 vero, che il capitale oggi \u00e8 davvero \u201cinternazionalista\u201d, avendo dalla sua parte la cultura e ogni possibile risorsa. Gli sfruttati, invece, \u00absono dispersi e divisi\u00bb dalle religioni, dal razzismo istintuale, dalle discriminazioni sociali non sanate ma approfondite dall\u2019operato delle istituzioni, e dal fatto che, per funzionare, il capitale ha ripristinato forme di dipendenza di tipo servile creando sacche di lavoro neo-schiavile che non credevamo pi\u00f9 possibili, soprattutto nelle aree del mondo pi\u00f9 avanzate (<em>ibidem<\/em>, 11-12).\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Di fronte a tutto questo, gi\u00e0 nel 2003 Glenn Firebaugh scriveva a proposito di un\u2019inversione di tendenza: il passaggio da una crescente diseguaglianza tra nazioni (accompagnata a livelli di diseguaglianza stabili o in calo all\u2019interno delle nazioni) a una diminuzione della diseguaglianza tra nazioni, con conseguente aumento della diseguaglianza al loro interno. Ci\u00f2 si deve al fatto che il capitale, che circola liberamente nello \u201cspazio del flussi\u201d globale (secondo l\u2019efficace definizione di Manuel Castell), perch\u00e9 liberato dalla politica, \u00e8 ansioso di cercare zone in cui gli standard di vita siano modesti e sia consentito sfruttare il differenziale tra regioni del pianeta dove le paghe sono basse e non esistono istituti di autotutela e tutela statale dei poveri, e altre regioni che mantengono queste tutele. Ma il libero fluttuare del capitale produce un effetto collaterale significativo, ossia la progressiva riduzione di quello stesso differenziale, con il concomitante livellamento degli standard di vita tra paesi diversi. Inoltre, i paesi che hanno immesso capitali nei flussi globali si trovano a loro volta a essere oggetto delle situazioni di incertezza della finanza globale (svincolata da regole).\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Tutto ci\u00f2 si ripercuote sulle condizioni della forza-lavoro urbana che l\u2019autorizzata secessione del capitale dalla politica si \u00e8 lasciata alle spalle. Quella forza-lavoro oggi non solo \u00e8 minacciata dalla nuova incertezza globale, ma anche dai costi incredibilmente bassi del lavoro in quei paesi dove il capitale, libero di muoversi, decide di insediarsi temporaneamente. Di conseguenza, il differenziale tra paesi \u201csviluppati\u201d e \u201cpoveri\u201d tende a contrarsi, e nei paesi che non molto tempo fa sembravano aver superato le diseguaglianze sociali pi\u00f9 stridenti torna a riemergere pi\u00f9 forte che mai l\u2019inarrestabile crescita della distanza tra chi ha e chi non ha.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"rientro\">2. Il contesto appena delineato (seppure in maniera parziale) \u00e8 definibile come \u201cneoliberismo\u201d, comunemente associato alla promozione di un insieme di politiche economiche coerenti col principio fondamentale del libero mercato. Questo schema include la\u00a0<em>deregulation<\/em>\u00a0del sistema industriale e della circolazione dei capitali; la riduzione delle prestazioni del\u00a0<em>welfare state<\/em>\u00a0un tempo previste a tutela dei soggetti pi\u00f9 vulnerabili; la privatizzazione ed esternalizzazione dei beni e dei servizi pubblici (siano essi scuole, servizi sanitari o postali, strade o parchi, ecc.); la sostituzione di sistemi di tassazione progressivi con schemi fiscali di segno opposto; la fine di politiche redistributive e la conversione di ogni necessit\u00e0 o desiderio dell\u2019uomo in un\u2019impresa redditizia \u2013 dalla preparazione agli esami per l\u2019ammissione a un corso universitario, fino al trapianto d\u2019organi o all\u2019adozione di bambini, ecc. Pi\u00f9 recentemente, si tende a identificare il neoliberismo col superamento del capitale produttivo ad opera di quello finanziario e pi\u00f9 in generale con la finanziarizzazione dei processi economici. \u00c8 quindi assai frequente che si producano e manifestino atteggiamenti critici nei confronti di queste pratiche e dei loro effetti deleteri: innanzitutto l\u2019aumento e l\u2019approfondirsi delle diseguaglianze, il divaricarsi della forbice della ricchezza, in mezzo ai quali ci\u00f2 che resta della cosiddetta classe media \u00e8 costretto a lavorare sempre di pi\u00f9 per compensi sempre pi\u00f9 irrisori, minore sicurezza, e un\u2019aspettativa quasi nulla di mobilit\u00e0 sociale.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Potremmo dire, per sintetizzare, che gli esiti ultimi del neoliberismo sono incertezza e vulnerabilit\u00e0.<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Se tutto questo sembra assodato, c\u2019\u00e8 da dire che raramente si usa il termine \u201cneoliberismo\u201d per riferirsi a tali fenomeni: \u00e8 il caso delle critiche mosse alle politiche degli stati occidentali da parte di economisti come Robert Reich, Paul Krugman, o Joseph Stiglitz, o delle critiche mosse alle politiche dello sviluppo da parte di Amartya Sen, James Ferguson, o Branko Milanovic, tra gli altri. Nemmeno l\u2019aumento della diseguaglianza, uno dei fenomeni enfatizzati da Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo post-keynesiano, conduce a un uso sistematico di questo termine. Il senso di stranezza tende a dissiparsi se si pensa che il neoliberismo \u00e8 da intendersi come qualcosa di pi\u00f9 di un insieme di politiche economiche, di una particolare fase del capitalismo o di un ripensamento della relazione tra stato ed economia.<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Per Wendy Brown (2015), ad esempio, esso \u00e8 un ordine normativo vero e proprio, sviluppato nell\u2019arco di tre decenni nell\u2019ambito di un\u2019ampia e profonda razionalit\u00e0 di governo, e inteso a plasmare tutti i settori della vita umana e ogni sforzo in essi compiuto secondo precise finalit\u00e0 economiche. Del resto, Brown aderisce all\u2019interpretazione foucaultiana che definisce paradigmaticamente il neoliberismo non tanto (e non solo) come una teoria economica, quanto piuttosto come una forma di governo, una speciale \u201crazionalit\u00e0 politica\u201d strutturata non pi\u00f9 intorno alla legge sovrana dello stato ma ai meccanismi del mercato, e il cui scopo essenziale \u00e8 promuovere processi di individualizzazione. Il particolare \u201csoggetto economico\u201d che \u00e8 plasmato da questi meccanismi \u00e8 l\u2019esito fondamentale del neoliberismo (Brown 1995). Secondo la lezione foucaultiana, di questa soggettivazione si incarica la \u201cgovernamentalit\u00e0\u201d, concetto con cui Foucault indica la presa sulla vita dei soggetti che si realizza plasmandone i desideri e le aspettative conformemente al progetto di governo liberale.<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">\u201cGovernamentalit\u00e0\u201d, diceva Foucault gi\u00e0 nel 1978, \u00e8 quella forma di potere che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell\u2019economia politica la forma privilegiata di sapere, e nei dispositivi di sicurezza lo strumento tecnico essenziale. Non a caso, Fran\u00e7ois Ewald parla dell\u2019avvento del neoliberismo novecentesco come di ci\u00f2 che trasforma i dispositivi biopolitici liberali classici di governo dei corpi e delle popolazioni affiancando loro il dispositivo bioeconomico e imprenditoriale del \u201ccapitale umano\u201d (Ewald 1986; 1991). Si tratta di una vera e propria svolta epistemica della razionalit\u00e0 governamentale: nel secondo dopoguerra lo Stato cessa di essere gestore dell\u2019economia e agente di redistribuzione sociale, mettendosi al servizio del mercato e della sua logica imprenditoriale. In\u00a0<em>Nascita della biopolitica<\/em>, Foucault scrive che in questa fase il mercato \u00e8 assunto a \u00abnuova ragione di governo\u00bb e detta i criteri normativi per le politiche pubbliche producendo soggettivazioni ispirate al modello concorrenziale dell\u2019impresa.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">In sostanza, il neoliberismo \u00e8 una razionalit\u00e0 produttiva di specifiche soggettivit\u00e0, una \u00abcondotta della condotta\u00bb e uno schema di valutazione delle esistenze e delle pratiche. Questo \u00e8 tanto pi\u00f9 vero nelle analisi foucaultiane della governamentalit\u00e0: l\u2019oggetto del suo potere, non sovrano ma disciplinare, sono, infatti, le forze e le capacit\u00e0 degli individui come membri di popolazioni, come risorse da promuovere, usare, ottimizzare. Il liberalismo, in quanto metodo di razionalizzazione dell\u2019esercizio del governo, si colloca, in altre parole, sul terreno della biopolitica funzionale all\u2019idea liberale del \u00abgoverno frugale\u00bb o \u00aba distanza\u00bb, non autoritario. Tuttavia, secondo la sintesi di Pierre Dardot e Christian Laval (2013), la governamentalit\u00e0 neoliberale reca in s\u00e9 una profonda ambivalenza: da un lato, lascia intendere al soggetto di avere diritto alla libert\u00e0 in qualunque ambito \u2013 da quello economico a quello sessuale o culturale \u2013 con il solo limite della sua capacit\u00e0 di autovalorizzazione; dall\u2019altro, compie continui sforzi di creazione identitaria e di direzione degli individui. \u00c8 la svolta bioeconomica del capitalismo contemporaneo, che trasforma irrimediabilmente la natura della libert\u00e0 politica. Infatti, come spiega Brown, in nome della potenzialit\u00e0 auto-incrementativa virtualmente conferita al soggetto in ogni campo dell\u2019esistenza, la razionalit\u00e0 liberale sembra possedere un vero e proprio progetto culturale di inclusione che riproduce se stesso, depotenziando la progettualit\u00e0 politica e svuotando di senso i diritti. La governamentalit\u00e0 agisce come insieme di strategie e tattiche che operano a livello diffuso, provvedendo alla produzione e riproduzione dei soggetti, alla plasmazione delle loro abitudini e delle loro convinzioni, in funzione di particolari scopi politici; tutto questo implica la possibilit\u00e0 di parlare della politica neoliberale contemporanea come \u201cpost-politica\u201d, poich\u00e9 lascia dietro di s\u00e9 le vecchie lotte ideologiche per concentrarsi su una gestione capillare e un\u2019amministrazione competente, su attivit\u00e0 depoliticizzate (biopolitiche) e oggettive di un\u2019amministrazione minuziosa delle vite.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Per il neoliberismo, in sostanza, ogni condotta \u00e8 una condotta economica; tutte le sfere dell\u2019esistenza sono strutturate e misurate in termini economici, anche quando questi ambiti non sono direttamente \u201cmonetizzabili\u201d; i soggetti che abitano questo ordine sono esemplari particolari della specie\u00a0<em>homo oeconomicus<\/em>. L\u2019<em>homo oeconomicus<\/em>\u00a0di oggi, infatti, non \u00e8 il soggetto kantiano, ma un soggetto che mantiene i caratteri di imprenditorialit\u00e0 inscritti nell\u2019idea di capitale umano dell\u2019epoca neoliberista, venendo riplasmato come capitale umano \u201cfinanziarizzato\u201d: il suo progetto \u00e8 auto-investirsi in modi che incrementino e migliorino il proprio valore, oppure attrarre investitori del capitale incarnato dalla sua stessa soggettivit\u00e0, mostrando in qualche modo il suo\u00a0<em>rating<\/em>. Il suo valore deve essere competitivo in ogni ambito esistenziale: dalla scelta del corso di studi al network sociale, tutto contribuisce a trasformare un \u201cessere umano\u201d in \u201ccapitale umano\u201d.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Nessuno, tuttavia, \u00e8 un capitale solo per s\u00e9, o in s\u00e9; ognuno di noi lo \u00e8 per l\u2019azienda, lo stato o la costellazione postnazionale di cui \u00e8 membro; e nella misura in cui siamo capitali valutabili in termini di competitivit\u00e0, non solo subiamo valutazioni differenziali, ma viviamo anche senza garanzie di sicurezza, protezione o tutela. Se, infatti, la dimensione sociale e politica dell\u2019esistenza si disgrega per essere sostituita da quella imprenditoriale (come auto-investimento), la conseguenza \u00e8 la rimozione dei dispositivi di protezione un tempo rappresentati dall\u2019appartenenza, si tratti di tutela previdenziale o diritti di cittadinanza.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">\u00c8 bastato che il potere politico stabilizzasse le condizioni normative e politiche per la libert\u00e0 del mercato perch\u00e9 si producesse l\u2019incertezza e lo stato di insicurezza esistenziale che da questa deriva. Le bizzarrie del mercato, lasciate libere di riprodursi, bastano a erodere le fondamenta della sicurezza esistenziale e a far aleggiare sulla maggior parte dei membri della societ\u00e0 lo spettro del degrado, dell\u2019umiliazione, e dell\u2019esclusione sociale. L\u2019<em>\u00c9tat providence<\/em>, come forma di\u00a0<em>governance<\/em>\u00a0e come comunit\u00e0 che si fa carico degli obblighi e delle garanzie un tempo attribuiti alla divina provvidenza, ha progressivamente ridotto istituzioni e prestazioni, rimuovendo cos\u00ec anche i limiti alle attivit\u00e0 di impresa, alla libera concorrenza di mercato e alle sue conseguenze.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"rientro\">3. Incertezza e vulnerabilit\u00e0, come si \u00e8 visto, sono gli effetti del neoliberismo; tuttavia, da un punto di vista storico, sono state le cause della nascita dello stato moderno, la sua\u00a0<em>raison d\u2019\u00eatre<\/em>. Incertezza e vulnerabilit\u00e0 umana sono cio\u00e8 alla base di ogni potere politico e dell\u2019obbedienza (sostegno) al potere, fintanto che esso libera dalla paura e dall\u2019ansia generate dall\u2019insicurezza (Bauman 2011). L\u2019uscita dallo stato di minorit\u00e0 kantiano passa innanzitutto attraverso tale forma di emancipazione. Ma \u00e8 ovvio che, dal punto di vista morale o politico, nessun capitale, nemmeno quello umano, ha lo\u00a0<em>status<\/em>\u00a0di soggetto individuale kantiano. Lo\u00a0<em>status<\/em>\u00a0del capitale umano \u00e8 destinato a formarsi in maniera incoerente nella misura in cui il soggetto \u00e8 individualmente responsabile per se stesso e, al tempo stesso, elemento strumentale e superfluo (fungibile) dell\u2019intero. La funesta fragilit\u00e0 dello\u00a0<em>status<\/em>\u00a0sociale \u00e8 oggi ridefinita come questione privata, una faccenda da fronteggiare da soli, facendo leva sulle proprie risorse. Come afferma Ulrich Beck (2000), gli individui oggi devono trovare soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche; dal successo di questi sforzi dipende la loro sopravvivenza (anche politica). Di conseguenza l\u2019eguaglianza politica non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019<em>a priori\u00a0<\/em>delle relazioni sociali (democraticamente intese) e la diseguaglianza diventa il\u00a0<em>medium<\/em>\u00a0della competizione tra capitali.<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">L\u2019immaginario popolare si \u00e8 sostanzialmente assuefatto all\u2019idea della diseguaglianza come norma, forse anche come natura, oltre che all\u2019immagine di una societ\u00e0 composta di vincenti tutelati contrapposti a perdenti privi di tutela. In un mondo in cui la competizione porta a un abbassamento dei diritti sociali, chi ancora ne gode subisce il discredito sociale. Dove esiste solo l\u2019<em>homo oeconomicus<\/em>, dove la libert\u00e0 viene trasferita dal piano politico a quello economico, \u00e8 la libert\u00e0 politica a subire gli effetti dell\u2019intrinseca diseguaglianza dei rapporti economici; e, per converso, \u00e8 la libert\u00e0 politica che, restringendosi, assicura l\u2019espandersi della diseguaglianza. L\u2019effetto che si produce non \u00e8 paradossale, se pensiamo che deriva della sostituzione dello stato di diritto con la razionalit\u00e0 del mercato e del cittadino con il vincente\/perdente: la libert\u00e0 \u00e8 solo la condotta tipica del mercato, non l\u2019autogoverno come partecipazione collettiva entro un\u00a0<em>demos<\/em>.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">L\u2019interazione tra biopolitica (post-politica) e neoliberismo produce una conseguenza ancora pi\u00f9 terrificante: con la lusinga dell\u2019auto-incremento, il capitalismo oggi ci fa affrontare le crisi \u2013 e quella scoppiata nel 2007 \u00e8 solo l\u2019ultima \u2013 facendocele subire. La crisi, infatti, \u00e8 permanente perch\u00e9 \u00e8 la modalit\u00e0 di governo del capitalismo contemporaneo. Come scrive Maurizio Lazzarato (2013), col variare della crisi varia il tipo di paura. Paura e crisi costituiscono l\u2019orizzonte insuperabile della governamentalit\u00e0 del capitalismo neoliberista. La governamentalit\u00e0 neoliberale si esercita nel continuo passaggio dalla crisi economica a quella climatica, energetica, occupazionale, migratoria, e cos\u00ec via. Anche in questo senso, il neoliberismo non mostra un\u2019attitudine libertaria, la tendenza a \u201cprodurre\u201d libert\u00e0, bens\u00ec l\u2019intenzione di operare per la sua continua limitazione. L\u2019opposizione tra governamentalit\u00e0 autoritaria e liberale, cos\u00ec come concepita da Foucault, si rivela perci\u00f2 altamente \u201cinstabile\u201d, dato che nella crisi essa \u00e8 diventata, in maniera irreversibile, autoritaria.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Si tratta in molti casi di una governamentalit\u00e0 \u201cprivatizzata\u201d (Brown 2015), che costringe a prendere in considerazione dispositivi biopolitici non statuali, i quali sono al tempo stesso dispositivi di controllo, valorizzazione e produzione di soggettivit\u00e0. Essi si esercitano su individui che hanno subito una doppia metamorfosi: la sostituzione del lavoratore salariato del fordismo con l\u2019imprenditore di s\u00e9 e la trasformazione di questa soggettivit\u00e0 in una individualit\u00e0 ultraconcorrenziale e massimamente precaria, che ripropone l\u2019idea di un capitale umano che in molti casi \u00e8 la condanna a un\u2019esistenza sociale ed economica di assoluta marginalit\u00e0 politica: ad esempio, quella definita dalla molteplicit\u00e0 delle situazioni di impego, di non impiego, o di impiego intermittente, e di povert\u00e0 pi\u00f9 o meno grave.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Ne scaturisce una forma di precariet\u00e0 esistenziale e sociale che si accompagna a una nuova \u201ccostruzione sociale\u201d del lavoro: quando tutto \u00e8 capitale, il lavoro \u00e8 liquidato come categoria, sparisce la forma collettiva di rivendicazione e l\u2019idea stessa di classe lavorativa; si guarda addirittura con sospetto e persino disprezzo a quelle categorie di lavoratori che ancora contano su una prospettiva di contratto con tutele e garanzie di impiego a tempo indeterminato, diritti alle ferie o alla maternit\u00e0. Se solo pochi conservano diritti, appare pi\u00f9 equo che non li abbia nessuno, perch\u00e9 i diritti di pochi sono percepiti come privilegi.<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Il lavoro temporaneo \u00e8 attualmente uno degli indicatori pi\u00f9 forti della precariet\u00e0. Essere (lavoratori) precari significa condurre un\u2019esistenza incentrata sulla sola dimensione del presente, deprivata di una solida identit\u00e0, o del senso di realizzazione che normalmente si ricaverebbero da un lavoro stabile e da uno stile di vita coerente (Standing 2012). Il precario vive nell\u2019ansia in uno stato di insicurezza cronica, nella paura di perdere quel poco che possiede: \u00e8 la paura il suo sentimento dominante, e la vera motivazione del suo comportamento. Gli si impone il \u201cvangelo della flessibilit\u00e0\u201d, ossia il dovere morale di accogliere le forze del mercato come propria fede e guida, ed essere adattabile alle loro esigenze centrate su rapporti flessibili come \u201cimperativo categorico\u201d del processo della produzione globale (Boltanski e Chiapello 2014). Una persona che vive soltanto grazie a lavori temporanei conduce una vita il cui rischio \u00e8 la regola. L\u2019incertezza che ne deriva produce un \u201cadeguamento verso il basso\u201d dovuto al timore di perdere ci\u00f2 che si ha. Man mano che il lavoro diventa precario, la perdita di reddito che ne deriva, insieme a quella dei connessi simboli di\u00a0<em>status<\/em>, viene aggravata da una perdita di reputazione e dalla progressiva assimilazione alla non-cittadinanza.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Del tutto in linea con i processi di soggettivazione che la precariet\u00e0 produce, emerge paradigmaticamente l\u2019idea di un individuo \u201cassoggettato\u201d al debito. L\u2019uomo indebitato rende evidente che le tecniche di governamentalit\u00e0 \u201cdella\u201d crisi e \u201cnella\u201d crisi sono ordine e normalizzazione. La vastit\u00e0 del fenomeno, di portata globale, permette addirittura di vedere nel debito (degli individui e degli Stati, privato e pubblico) il progetto di un\u2019economia basata sul paradigma neoliberista, a patto di considerare l\u2019indebitamento come non circoscritto all\u2019economia (Graeber 2012; Dardot e Laval 2016). Ecco perch\u00e9 la posta in gioco negli attuali ordinamenti politici \u00e8 ci\u00f2 che Judith Butler chiama una \u201cbuona vita\u201d; l\u2019alternativa, sempre minacciata. \u00e8 l\u2019essere condannati a una forma di\u00a0<em>social death<\/em>, a una vita vissuta in schiavit\u00f9 (Butler 2013; Patterson 1985). Certamente, le forme contemporanee di privazione e abbandono prodotte dalla razionalit\u00e0 neoliberista non sono paragonabili alla schiavit\u00f9 in senso tradizionale; pertanto, le categorie della precariet\u00e0 e dell\u2019indebitamento diventano uno strumento interpretativo efficace dell\u2019invivibilit\u00e0 solo se servono all\u2019autocomprensione del valore che incarniamo. Occorre cio\u00e8 riflettere sulla condizione di servit\u00f9 (volontaria?) del soggetto indebitato e\/o precario, cio\u00e8 sul contrasto tra individuo come soggettivit\u00e0 autonoma e individuo assoggettato alle pratiche governamentali.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"rientro\">4. Il carattere totalizzante dell\u2019indebitamento e della precariet\u00e0 assurge a paradigma di un quasi-totalitarismo del secolo attuale. Sullo sfondo delle esperienze esistenziali di precariet\u00e0, la (millenaria) questione della violenza politica emerge con prepotenza, e con essa anche lo spettro del totalitarismo, sebbene declinato in forma inedita. Il fatto \u00e8 che l\u2019analisi della governamentalit\u00e0 rivela l\u2019esistenza di pratiche che sono espressione di una forma di potere che, lungi dall\u2019essere frugale, si affida agli strumenti di cui non \u00e8 richiesta alcuna forma di legittimazione. In questo consiste la sua dimensione violenta.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">La violenza, scrive Arendt, si distingue dall\u2019autorit\u00e0 per il suo carattere strumentale: non ha bisogno di legittimazione ma solo di giustificazione. \u00c8 un mezzo di dominio e distruzione del potere, ed essendo strumentale per natura \u00e8 razionale nella misura in cui \u00e8 efficace per raggiungere il fine che la giustifica (Arendt 2008). La natura del sistema quasi-totalitario che \u00e8 cos\u00ec realizzato, come si vedr\u00e0, \u00e8 teleologica in maniera peculiare e determina la specifica forma di strategia della violenza dispotica neoliberale. Ma proprio per la sua essenza tattica e strategica, la governamentalit\u00e0 neoliberale rientra nella lettura arendtiana quando giustifica forme di potere sempre pi\u00f9 diffuse e meno centralizzate.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">La governamentalit\u00e0 che si intreccia col capitalismo neoliberista non plasma la soggettivit\u00e0 dello schiavo, dell\u2019individuo completamente assoggettato: \u00e8 il capitalismo stesso, del resto, a impedire alle sue \u201cvittime\u201d di sentirsi tali quando offre lo spettacolo della distinzione tra dominanti (felici e vincenti) e dominati (precari e indebitati), che, in una forma di liberalismo avanzato, sembra conciliarsi sia con l\u2019eguaglianza politica e democratica, che istituzionalmente e formalmente permane, sia con la paura terrificante di perdere la propria posizione sociale o lavorativa. \u00c8 attraverso la paura che si ottiene dai dominati del sistema capitalistico un supplemento di soggezione (o di mobilitazione produttiva), quel che Thomas Coutrot (1998) chiama \u00abcooperazione forzata\u00bb. La vittima non pu\u00f2 che dare il suo consenso a un sistema che lo lusinga e al tempo stesso lo minaccia.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">L\u2019allineamento tra il desiderio di dominio dei dominanti e il consenso dei dominati proviene direttamente da una \u00abradicalizzazione del governo attraverso la paura\u00bb (Lordon 2015, p. 60): della prossima crisi economica, della disoccupazione di massa, di una crescita del debito, e di molte altre cose. Bourdieu ha fatto proprio questo paradosso forgiando un concetto, quello di violenza simbolica, la cui vocazione \u00e8 pensare gli incroci tra dominio e consenso. Tuttavia, se il consenso al sistema \u00e8 per lo pi\u00f9 segnato dalla violenza, e l\u2019adesione \u00e8 ottenuta attraverso la minaccia dell\u2019incertezza e della precariet\u00e0, l\u2019autonomia dei soggetti si tramuta di fatto in una maschera di inedita schiavit\u00f9. In questo quadro la schiavit\u00f9 volontaria di La Boetie \u00e8 impossibile.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">La paura, per\u00f2, non \u00e8 l\u2019unica strategia della violenza. Come sostiene Fr\u00e9d\u00e9ric Lordon (2015), rendere i dominati contenti resta una delle pi\u00f9 vecchie corde dell\u2019arte del regnare, perch\u00e9 \u00e8 strumento sicuro per far loro scordare il loro stato di soggezione. Il capitalismo ci sta arrivando per effetto delle necessit\u00e0 delle sue nuove forme produttive, insieme a un processo di sofisticazione delle procedure di governamentalit\u00e0. In pratica, il dominio ha smesso di offrire lo sguardo familiare del semplice bastone e la strategia del potere \u00e8 assumere un aspetto sempre meno direttamente autoritario. \u00c8 in quest\u2019ottica che occorre leggere l\u2019apprendimento individuale e collettivo di tecniche, abitudini e stili di vita della governamentalit\u00e0 capitalistica. Questo significa che il capitalismo neoliberista non si accontenta dell\u2019asservimento esterno, ma cerca di incidere sull\u2019intera sottomissione dell\u2019interiorit\u00e0, sulla condivisione dei fini collettivi ma perseguiti individualmente (che finiscono per coincidere), pretendendo l\u2019identificazione totale degli arruolati e valutando il loro grado di allineamento: non sei \u201cadeguato\u201d se non accetti di essere precario (Standing 2012).<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Attraverso la governamentalit\u00e0, la forma canonica del rapporto che oppone un dominante, o un numero esiguo di dominanti, alla massa di dominati, emerge dallo sfondo in maniera piuttosto netta, per quanto inframmezzato di \u201cmediazioni strategiche\u201d. \u201cMediazione\u201d significa che la strada del potere \u00e8 meno diretta, perch\u00e9 passa per intermediari sempre pi\u00f9 numerosi \u2013 che sono per lo pi\u00f9 i dominati stessi; \u201cstrategia\u201d perde quindi il suo senso apertamente riflessivo e calcolatore, che per\u00f2 non \u00e8 escluso. Come sostiene Lordon, se strategico \u00e8 l\u2019insieme delle azioni concatenate per giungere a un fine desiderato, allora queste concatenazioni possono essere il risultato di modi di fare introiettati dai dominati, al punto da non essere altro che riflessi e modalit\u00e0 di azione pressoch\u00e9 automatiche (ci\u00f2 che Bourdieu chiama\u00a0<em>habitus<\/em>).\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">\u00c8 qui che si affaccia lo spettro del totalitarismo, non certamente nel senso classico, nella misura in cui esso ha di mira una subordinazione totale, esterna e interna, dei soggetti del sistema, bens\u00ec nel senso che l\u2019impresa neoliberista pretende di subordinare l\u2019<em>essere<\/em>\u00a0del lavoratore salariato, la sua anima, i sui fini, le sue disposizioni, i desideri e i modi di fare, rimodellando la sua singolarit\u00e0 affinch\u00e9 funzioni \u201cspontaneamente\u201d.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Per un obiettivo di controllo cos\u00ec profondo, \u201ctotalitarismo\u201d \u00e8 un termine possibile (Dardot e Laval 2013). \u00c8 quindi l\u2019intero \u201ccorpo\u201d sociale a essere impegnato, per autoaffezione, a formare i desideri e le inclinazioni dei suoi membri. Questo significa che il processo di allineamento dei desideri non \u00e8 assegnabile, se non nominalmente, alla massima istanza che \u00e8 il corpo sociale stesso: esso non \u00e8 portatore di alcuna intenzione, e, in questo senso, \u00e8 perfettamente privo di\u00a0<em>telos<\/em>.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Concludendo, la tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente, e si sottrae a ogni visibilit\u00e0. La crisi della libert\u00e0 nella societ\u00e0 contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libert\u00e0, ma la sfrutta. Poich\u00e9 si basa su un\u2019auto-organizzazione e un\u2019auto-ottimizzazione volontarie non deve superare nessuna resistenza. Perci\u00f2 \u00e8 possibile affermare che le forze del mercato capitalistico esercitano una violenza che \u00e8 un vero e proprio \u201ceffetto sistema\u201d e, come tale, \u00e8 privo di centro, privo di \u201cingegneria della volont\u00e0\u201d, preda dell\u2019anomia, dunque assimilabile a una\u00a0<em>necessit\u00e0<\/em>\u00a0che si abbatte sui lavoratori salariati (sugli indebitati, sui precari) al colmo dell\u2019eteronomia (Lordon 2015). Non c\u2019\u00e8 spazio per alcuna emancipazione, l\u2019autonomia promessa dal neoliberismo apparendo piuttosto come la maschera di un\u2019inedita schiavit\u00f9.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><span class=\"rientro\">5. L\u2019edificio del neoliberismo registra tuttavia i primi segni di cedimento: l\u2019illusione che ognuno, in quanto progetto che delinea liberamente se stesso, sia capace di un\u2019\u00abautoproduzione illimitata\u00bb si va progressivamente dissolvendo (Han 2016, 15, 24-25). Inoltre, l\u2019invito all\u2019autonomia, ma nella direzione del mercato, e l\u2019invito all\u2019autorealizzazione, ma nella direzione del sistema, sono le ragioni per le quali le strategie di allineamento non hanno un successo garantito e possono sortire effetti profondamente contrastanti a seconda dei soggetti che essi catturano. Sono i punti in cui il sistema potenzialmente cade in contraddizione. Del resto, se con \u00abspirito del capitalismo\u00bb si intende l\u2019ideologia che giustifica l\u2019impegno in esso, non possiamo non riconoscere che questo spirito vive oggi una crisi importante, testimoniata da un disorientamento e da uno scetticismo sociale crescenti. \u00c8 in questo frangente che il soggetto neoliberale, oggetto delle pratiche e delle discipline governamentali, pu\u00f2 riconoscere le forme di sottomissione neoliberali per ci\u00f2 che sono: come surrettiziamente accompagnate dal sentimento della libert\u00e0, ma in grado di forzare alla prestazione e all\u2019ottimizzazione, sempre sotto il segno della precariet\u00e0.\u00a0<\/span><br \/>\n<span class=\"rientro\">Tuttavia il cedimento \u00e8 solo questo, e non \u00e8 un cedimento strutturale. Il fatto della consapevolezza accresciuta da parte degli assoggettati non frena n\u00e9 modifica il sistema neoliberale, semmai lo induce a reagire. Ecco perch\u00e9 l\u2019\u201cultraliberismo\u201d, o il \u201ctotalitarismo neoliberista\u201d e, quindi, il \u201ccapitalismo\u201d, se ricondotti a un unico sistema, appaiono ormai, nelle analisi pi\u00f9 avvertite, come concetti inadatti a dipanare una matassa di processi che esigono analisi nuove e pi\u00f9 profonde (Dardot e Laval 2016; Brown 2015). Ma, occorre ribadirlo, non \u00e8 il caso di nutrire speranze verso una qualche forma di emancipazione dalla schiavit\u00f9 neoliberista. Si tratta invece di guardare in faccia alla realt\u00e0: il neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando, non solo non si fa fermare dalla (dalle) crisi, ma continua a rafforzarsi e autoalimentarsi proprio attraverso la crisi. Poich\u00e9 la capacit\u00e0 specifica del neoliberismo \u00e8 riuscire a nutrirsi delle reazioni che esso stesso induce, il capitale umano che in esso variamente agisce ha un ruolo autonomizzante solo se \u00e8 in grado di riappropriarsi della sua dimensione di\u00a0<em>demos<\/em>. \u00c8 questa dimensione la pi\u00f9 colpita dalla crisi, ed \u00e8 da questa sfida che occorre ripartire.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p class=\"sottotitolo\">Bibliografia<\/p>\n<p><span class=\"norientro\">Arendt, H. [1970] 2008,\u00a0<em>Sulla violenza<\/em>, Parma, Guanda. Bauman, Z. 2011,\u00a0<em>Danni collaterali<\/em>, Roma-Bari, Laterza.<br \/>\nBeck, U. 2000,\u00a0<em>La societ\u00e0 del rischio<\/em>\u00a0(1986). Roma, Carocci.<br \/>\nBoltanski, L. \u2013 E. Chiapello [2011] 2014,\u00a0<em>Il nuovo spirito del capitalismo<\/em>, Milano, Mimesis.<br \/>\nBrown, W. 1995,\u00a0<em>States of Injury. Power and Freedom in Late Modernity<\/em>, Princeton, Princeton University Press.<br \/>\nBrown, W. 2015,\u00a0<em>Undoing the Demos. Neoliberalism\u2019s Stealth Revolution<\/em>, Cambridge, MIT Press.<br \/>\nButler, J. [2012] 2013,\u00a0<em>A chi spetta una buona vita<\/em>?, Roma, Nottetempo.<br \/>\nCanfora, L. 2017,\u00a0<em>La schiavit\u00f9 del capitale<\/em>, Bologna, il Mulino.<br \/>\nCoutrot, T. 1998,\u00a0<em>L\u2019enterprise n\u00e9olib\u00e9rale, nouvelle utopie capitaliste?<\/em>, Paris, La D\u00e9couverte.<br \/>\nDardot, P. \u2013 C. Laval 2016,\u00a0<em>Guerra alla democrazia. L\u2019offensiva dell\u2019oligarchia neoliberista<\/em>, Roma, DeriveApprodi.<br \/>\nDardot, P. \u2013 C. Laval [2010] 2013,\u00a0<em>La nuova ragione del mondo. Critica della razionalit\u00e0 neoliberista<\/em>\u00a0(2010), Roma, DeriveApprodi.<br \/>\nEwald, F. 1986,\u00a0<em>L\u2019\u00c9tat Providence<\/em>, Paris, \u00c9dition Grasset.<br \/>\nEwald, F. 1991,\u00a0<em>Insurance and Risk<\/em>, in Burchell, G. \u2013 Gordon \u2013 C., Miller, P. (eds.),\u00a0<em>The Foucault Effects: Studies in Governmentality<\/em>, Chicago, Chicago University Press, pp. 197-210.<br \/>\nFirebaugh, G. 2003,\u00a0<em>The New Geography of Global Income Inequality,\u00a0<\/em>Harvard, Harvard University Press.<br \/>\nFoucault, M. 2000,\u00a0<em>Governamentality<\/em>, in Id.,\u00a0<em>The Essential Works of Foucault, 1954-1984, Vol. 3: Power<\/em>, New York, New Press.<br \/>\nFoucault, M. 2005.\u00a0<em>Nascita della biopolitica<\/em>, Milano, Feltrinelli.<br \/>\nFoucault, M. 2007,\u00a0<em>Security, Territory, Population,\u00a0<\/em>London, Palgrave.<br \/>\nGraeber, D. [2011] 2012,\u00a0<em>Debito. I primi 5000 anni<\/em>, Milano, Il Saggiatore.<br \/>\nLazzarato, M. 2013,\u00a0<em>Il governo dell\u2019uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista<\/em>, Roma, DeriveApprodi.<br \/>\nLordon, F. [2010] 2015,\u00a0<em>Capitalismo, desiderio e servit\u00f9. Antropologia delle passioni nel lavoro contemporaneo<\/em>, Roma, DeriveApprodi.<br \/>\nPatterson, O. 1985,\u00a0<em>Slavery and Social Death: A Comparative Study<\/em>, Cambridge, Harvard University Press.<br \/>\nStanding, G. [2011] 2012,\u00a0<em>Precari. La nuova classe esplosiva<\/em>, Bologna, il Mulino.<\/span><\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.hyperpolis.it\/online\/neoliberismo-biopolitica-e-schiavitu-il-capitale-umano-in-tempo-di-crisi\/\">http:\/\/www.hyperpolis.it\/online\/neoliberismo-biopolitica-e-schiavitu-il-capitale-umano-in-tempo-di-crisi\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di HYPERPOLIS (Silvia Vida) 1. Lo ha affermato di recente Luciano Canfora (2017, 9): \u00abPer ora, chi sfrutta ha vinto la partita su chi \u00e8 sfruttato\u00bb. La diagnosi del presente si aggrava se si pensa che \u00absolo ora il capitalismo \u00e8 davvero un sistema di dominio mondiale\u00bb, reso pi\u00f9 forte dall\u2019avere di fronte a s\u00e9 esclusivamente miseri spezzoni di organizzazioni di stampo sindacale o settoriale che gli oppongono una resistenza trascurabile; se \u00e8 vero, com\u2019\u00e8&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":80,"featured_media":36692,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/hyperpolis.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9xN","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36691"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/80"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=36691"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36691\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":36693,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36691\/revisions\/36693"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/36692"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=36691"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=36691"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=36691"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}