{"id":36838,"date":"2017-12-09T09:00:36","date_gmt":"2017-12-09T08:00:36","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36838"},"modified":"2017-12-08T14:51:33","modified_gmt":"2017-12-08T13:51:33","slug":"letica-di-lenin-1a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36838","title":{"rendered":"L&#8217;etica di Lenin &#8211; ed altre note sul &#8217;17 &#8211; (1a Parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><em>1914 \u2013 1917<\/em><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><a name=\"_GoBack\"><\/a>Una inesausta tradizione critica imputa alla Rivoluzione del 1917 l\u2019 ingiustificabile, eccessiva violenza<i> <\/i>che essa avrebbe esercitato contro gli uomini e le cose, ma soprattutto contro le leggi dell\u2019evoluzione economica e della dinamica storica. Lo si chiami blanquismo, lo si imputi a <i>hybris<\/i>, lo si veda come opera dei demoni dostoevskijani o come applicazione delle aride geometrie sociali di Cernisevskij, l\u2019errore imperdonabile dei bolscevichi sarebbe sempre lo stesso: l\u2019aver agito <i>fuori tempo e fuori luogo<\/i>, imponendo la rivoluzione ad un paese troppo arretrato e smorzando sul nascere le possibilit\u00e0 di lento ma sicuro progresso della democrazia, e poi del socialismo, aperte dalla fine dello zarismo. Basta per\u00f2 tornare di poco indietro nel tempo e questa critica mostra tutta la propria infondatezza.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Nell\u2019agosto del 1914 la socialdemocrazia tedesca, <i>stupor mundi<\/i>, vanto del movimento operaio internazionale, immensa e rodata macchina concepita proprio per accompagnare lo sviluppo del dinamico capitalismo germanico verso un esito socialista, vota i crediti di guerra, si allea strettamente con la burocrazia e con l\u2019esercito (iniziando cos\u00ec a legittimare quelle stesse forze che vent\u2019anni dopo avrebbero condotto al nazismo) e contribuisce in maniera decisiva allo scatenamento del primo macello mondiale. In quel momento, come nota giustamente Luciano Canfora sulla scorta di Fernand Braudel, la storia d\u2019Europa avrebbe potuto prendere un corso completamente diverso, tale da influenzare decisamente anche il nostro presente. Si <i>poteva<\/i> scegliere fra socialismo e guerra, e la SPD fece la scelta peggiore<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote1sym\" name=\"sdendnote1anc\"><sup>i<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ecco a cosa portano le intangibili leggi dell\u2019evoluzione economica (capitalistica) se lasciate a s\u00e9 stesse; ecco dove conduce la storia quando \u00e8 fatta dalle classi dominanti. Ed ecco la ragione del \u201917: i socialdemocratici tedeschi, accettando l\u2019evoluzione imperialista del \u201cloro\u201d capitalismo, scatenano la guerra; i menscevichi russi, confidando nell\u2019evoluzione futura del capitalismo russo, non sanno o non vogliono fermarla; i bolscevichi invece la fermano, perch\u00e9 non accettano nessuna delle tendenze evolutive del capitalismo mondiale. Cos\u00ec, mentre nel punto pi\u00f9 alto dello sviluppo si realizza il punto pi\u00f9 basso della dignit\u00e0 umana, nel punto pi\u00f9 basso dello sviluppo si accende invece l\u2019unica luce di speranza per milioni di operai e contadini che si ammazzano nel fango per conto di altri. La rivoluzione dipende certamente da una determinata ed obiettiva congiuntura storica, che deve essere considerata con realismo dai rivoluzionari; ma gli esiti di quella congiuntura possono essere molteplici e non rispondono a nessuna necessit\u00e0. La Rivoluzione non risponde alle leggi dell\u2019economia n\u00e9 a quelle della storia.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Si origina da esse, e con esse deve confrontarsi, ma non segue linearmente il loro corso (altrimenti sarebbe una <i>ripetizione<\/i>, non una rivoluzione) e <i>avviene dove e quando avviene<\/i>. E se avviene una volta pu\u00f2 avvenire sempre: questo \u00e8 il lascito <i>antistorico<\/i> dell\u2019Ottobre (antistorico se la storia \u00e8 intesa come quel tempo evolutivo, \u201comogeneo e vuoto\u201d contro il quale scriveva Benjamin<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote2sym\" name=\"sdendnote2anc\"><sup>ii<\/sup><\/a>). Un lascito che sembra essere del tutto dimenticato, anche dalla residua sinistra \u201crivoluzionaria\u201d, che ancora attende che siano la globalizzazione e l\u2019Europa a recare con s\u00e9, con lo sviluppo delle forze produttive, lo sviluppo del movimento dei lavoratori, della societ\u00e0 civile, della moltitudine e perci\u00f2 (chiss\u00e0 come) del comunismo. Quindi, tutti a soffiare nelle vele gi\u00e0 gonfie dell\u2019ideologia imperialista: pi\u00f9 globalizzazione, pi\u00f9 Europa! Ma l\u2019una e l\u2019altra ci hanno gi\u00e0 dato la guerra e ne promettono una peggiore, a meno che qualcuno non rompa questo meccanismo nei suoi <i>punti deboli<\/i>. Come purtroppo <i>non<\/i> si \u00e8 fatto in Grecia. Come <i>non<\/i> si vorrebbe fare in Italia se mai si presentasse l\u2019occasione.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">E perch\u00e9 i menscevichi nostrani aborrono l\u2019idea della rottura nell\u2019 \u201danello debole\u201d? Proprio perch\u00e9 essa ricorda da vicino la rottura bolscevica e la sua pretesa immaturit\u00e0. Ma il fatto \u00e8 che, dato un determinato livello di sviluppo delle forze produttive, una rivoluzione socialista \u00e8 <i>sempre<\/i> matura e non lo \u00e8 <i>mai<\/i>. C\u2019\u00e8 sempre la <i>possibilit\u00e0 astratta<\/i> di usare a vantaggio dei molti le forze produttive esistenti, oppure di usare il piano per sviluppare una produzione insufficiente. Ma c\u2019\u00e8 sempre la <i>necessit\u00e0 concreta<\/i> di fronteggiare la severa crisi che genera la rivoluzione e che a lei consegue: e una crisi severa pone sempre di fronte ai rivoluzionari, anche nei paesi pi\u00f9 sviluppati, gravi problemi di scarsit\u00e0, dilemmi a volte tragici, nodi apparentemente insolubili, scelte che richiedono il sacrificio di una parte dei propri obiettivi, <i>proprio come se la rivoluzione non fosse ancora matura<\/i>. Cos\u00ec vanno le cose, con la rivoluzione. E per questo chi \u00e8 nemico della Rivoluzione russa \u00e8 nemico di <i>ogni<\/i> rivoluzione.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>Stile ed etica di Lenin<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Non dobbiamo mai smettere di riflettere sullo <i>stile politico<\/i> di Lenin e sulle sue implicazioni teoriche e filosofiche. Uno stile fatto di <i>continui spostamenti tattici<\/i>in vista di uno scopo <i>immutabile<\/i>: la conquista del potere politico in funzione della rivoluzione socialista. Quello che Lunacarskij chiama, dando da subito un significato positivo al termine, l\u2019<i>opportunismo<\/i> di Lenin<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote3sym\" name=\"sdendnote3anc\"><sup>iii<\/sup><\/a> non \u00e8 frutto dell\u2019assenza di principi ma proprio della presenza di un principio ordinatore. Proprio perch\u00e9 la sua azione non vuole limitarsi alla propaganda, ma vuole avere a che fare sempre con la politica, proprio perch\u00e9 non si limita a declamare un ideale in attesa della pienezza dei tempi, ma vuole agire sugli attuali rapporti di forza, proprio perch\u00e9 ha in testa un preciso obiettivo strategico Lenin deve necessariamente operare tutte le svolte tattiche che la realt\u00e0 gli impone e gli consente: ed \u00e8 disposto, per questo, a divenire minoranza nel suo stesso partito.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Chi vuole soltanto riaffermare in faccia al mondo la bont\u00e0 dei propri valori e la bellezza della propria immacolata immagine non ha bisogno di tattica. L\u2019assenza di svolte, l\u2019assenza di mutamenti, anche sorprendenti, negli obiettivi di fase e nelle alleanze \u00e8 indice <i>dell\u2019assenza di politica<\/i>. Ma in tutte le svolte di Lenin permane un elemento costante. Che non \u00e8, va ripetuto, semplicemente l\u2019obiettivo del potere politico, ma l\u2019obiettivo del potere politico in funzione degli interessi delle classi subalterne. Questo \u00e8 il punto veramente incondizionato, e quindi <i>etico<\/i>, dello stile e dell\u2019opera di Lenin. Un uomo che usa continuamente parole diverse perch\u00e9 vuole affermare sempre la stessa cosa, che si sposta continuamente da un luogo all\u2019altro <i>perch\u00e9 sta sempre da una parte sola<\/i>, quella degli sfruttati.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">E che pertanto dimostra, ai cervelli non offuscati dai comodi <i>clich\u00e9<\/i>, la profonda <i>motivazione morale<\/i> della sua intera esistenza. Una moralit\u00e0 che oggi non si comprende o non si sopporta, visto che l\u2019etica che ai giorni nostri viene comodamente scialacquata serve per <i>bloccare<\/i> ogni politica, mentre l\u2019etica di Lenin serve a <i>produrre<\/i> una politica di emancipazione. Una moralit\u00e0 ben compresa invece sia da un Deutscher<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote4sym\" name=\"sdendnote4anc\"><sup>iv<\/sup><\/a> che soprattutto da un Luk\u00e1cs<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote5sym\" name=\"sdendnote5anc\"><sup>v<\/sup><\/a>, che invita a considerare la figura di Lenin come realizzazione della posizione etica stoico-epicurea. Accogliendo l\u2019invito possiamo dire che tale posizione consiste nel <i>dare forma<\/i> alla propria esistenza in modo da poter prendere sempre posizione \u2013 anche nei peggiori frangenti \u2013 in funzione del proprio progetto razionale, nel <i>discostarsi consapevolmente<\/i> dalle situazioni che eccitano paure e passioni negative, nell\u2019essere sempre <i>pronti ad agire<\/i> perch\u00e9 in ogni situazione concreta si gioca il senso di un\u2019intera esistenza.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Si pu\u00f2 aggiungere che questo <i>dar forma<\/i>, questo sapersi discostare, questo saper agire, dal punto di vista strettamente politico si identificano con una <i>tattica<\/i> che ha tra le sue preoccupazioni quella di impedire che il soggetto si adagi in una posizione che lo allontani dal suo scopo, o che addirittura lo possa trasformare antropologicamente estraniandolo dalla propria classe e dalle proprie migliori motivazioni. Qui la tattica esprime tutta la propria temibile, nascosta importanza: come insieme di obiettivi concreti che il soggetto si pone, come insieme di posizioni concrete che, una volta raggiunte, concorrono a determinare aspettative e comportamenti, la tattica non \u00e8 un mero strumento di un soggetto politico presupposto, ma \u00e8 <i>una forma della costituzione del soggetto stesso<\/i>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Per questo Lenin si indiavola per gli errori tattici. Un errore estremista pu\u00f2 portare ad una <i>prassi<\/i> estremista e ad un compiaciuto autoisolamento. Un errore opportunista pu\u00f2 tradursi in una <i>prassi<\/i> opportunista e poi in un cedimento morale all\u2019avversario. In entrambi i casi un errore tattico ripetuto conduce ad un allontanamento dalla motivazione fondamentale dell\u2019azione: il rapporto con gli sfruttati. E\u2019 per evitare questa separazione antropologica dalla \u201cclasse dei molti\u201d che Lenin rompe con i menscevichi prima e con la socialdemocrazia dopo. Ed \u00e8 per questo che avrebbe quasi certamente rotto (come era abituato a fare) col suo stesso partito sulla questione della natura dello stato che si andava a costruire, e che andava gi\u00e0 allontanandosi dalla simbiosi positiva con le masse.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>1918 \u2013 1923<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Trascorso esattamente un anno dalla rivoluzione russa, l\u2019inizio della rivoluzione tedesca dimostra subito che l\u2019evento di Pietrogrado non \u00e8 replicabile in forma pura, e che il cammino degli sfruttati \u00e8 decisamente contorto<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote6sym\" name=\"sdendnote6anc\"><sup>vi<\/sup><\/a>. I soviet che nascono nel novembre 1918 non trovano di meglio che indicare come proprio rappresentante quello stesso Friedrich Ebert che, come <i>leader<\/i> socialdemocratico, \u00e8 corresponsabile dell\u2019entrata in guerra ed \u00e8 avvinto alle gerarchie dello stato. Gerarchie che non a caso lo individuano come <i>premier<\/i> del governo che dovr\u00e0 frettolosamente inaugurare la democrazia parlamentare in Germania.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Cos\u00ec Ebert si trova, contemporaneamente, <i>alla testa della rivoluzione e della reazione<\/i>, e la funzione di controllo politico e di polizia che la SPD ha svolto durante tutto il conflitto ne viene premiata ed esaltata. Fin dall\u2019inizio il soviettismo si dimostra incapace di darsi una direzione veramente autonoma, e per tutto il corso degli eventi il connubio tra l\u2019SPD e l\u2019esercito nero assicurer\u00e0, a fatica, la sopravvivenza delle vecchie classi dominanti. Di fronte a ci\u00f2 non si erge nessun partito pur lontanamente paragonabile a quello bolscevico, anzi. Il repertorio degli errori che costellano la storia della mancata rivoluzione tedesca \u00e8 talmente vasto che meriterebbe di essere posto fra i testi obbligatori di un programma di formazione politica. Incomprensione della necessit\u00e0 della costruzione immediata di un partito rivoluzionario autonomo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Incomprensione della necessit\u00e0 di attrezzarsi a continue svolte tattiche. Primitivismo, avventurismo, ma anche attendismo e opportunismo. <i>Leader<\/i> che per emendare un precedente comportamento ultrasinistro si comportano poi cocciutamente in maniera opposta, e viceversa. Lo stesso partito bolscevico, e con lui la neonata Internazionale comunista, non brillano sempre per sagacia e soprattutto per conoscenza della situazione e tempestivit\u00e0 dei suggerimenti. Ma questi errori (molti dei quali del tutto comprensibili) forse non sarebbero bastati a sconfiggere quello che secondo Franz Borkenau era il pi\u00f9 grande movimento di origine proletaria mai conosciuto al mondo<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote7sym\" name=\"sdendnote7anc\"><sup>vii<\/sup><\/a>. E non impedirono, in fin dei conti, la nascita e la crescita di un partito comunista che seppe darsi una dimensione di massa. Il fatto \u00e8, per\u00f2, che la rivoluzione trov\u00f2 di fronte a s\u00e9, in Germania, almeno due pesanti ostacoli che in Russia non si conobbero. Primo: in Germania la tendenza conciliatrice <i>interna<\/i> al movimento operaio non \u00e8 (o non diviene rapidamente) minoritaria come in Russia, ed anzi \u00e8 largamente maggioritaria, radicata nel proletariato, esperta e dotata di mezzi notevoli.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Cos\u00ec viene dimostrata praticamente una verit\u00e0 <i>del tutto inattesa<\/i> dai rivoluzionari: la maggioranza del proletariato <i>non vuole<\/i>, o non vuole immediatamente la rivoluzione, ed \u00e8 disposta a credere pi\u00f9 a chi promette soluzioni graduali che a chi predica rotture. Secondo ostacolo: nonostante quanto sopra, la durezza della crisi inflazionistica pilotata dalla borghesia tedesca espone comunque la borghesia stessa al rischio costante di una radicalizzazione del proletariato. A questo punto, quello che non era riuscito <i>militarmente<\/i> in Russia alla coalizione antibolscevica riesce <i>economicamente<\/i> in Germania all\u2019imperialismo americano, e dal 1923, conclusosi farsescamente un ultimo conato rivoluzionario che avrebbe forse potuto avere sviluppi diversi, si inaugura l\u2019era degli \u201cinvestimenti antisocialisti\u201d degli Stati uniti, forma efficacissima di restaurazione dei rapporti sociali da parte del sistema capitalista mondiale<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote8sym\" name=\"sdendnote8anc\"><sup>viii<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Gli ostacoli che bloccarono il partito comunista tedesco sono in fondo ancora davanti a noi. Ma se il nesso tra le gerarchie imperialistiche mondiali e la riproduzione dei rapporti sociali su scala locale \u00e8 stato oggetto di numerose riflessioni ed approfondimenti, la costante egemonia del \u201cmovimento operaio-borghese\u201d sul complesso del movimento dei lavoratori non ha ricevuto analoghe attenzioni. Il fatto che i lavoratori organizzati, per la loro conoscenza del processo produttivo e per la loro attitudine alla cooperazione, siano la figura centrale della costruzione del socialismo, fa credere che <i>quindi<\/i> essi siano anche <i>necessariamente<\/i> la figura centrale della rottura rivoluzionaria, e che anzi senza di essi o <i>contro<\/i> una parte rilevante di essi non sia possibile nessun progresso politico. Ecco che quindi fin dall\u2019inizio i rivoluzionari sono costretti a porsi un problema sorprendente: quello della <i>conquista della maggioranza<\/i> di quel proletariato che avrebbe dovuto essere <i>naturalmente<\/i> rivoluzionario.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Da qui la tattica del Fronte unito: marciare insieme ai sindacati ed ai partiti \u201coperai-borghesi\u201d per dimostrare alle masse, nel corso della battaglia comune per obiettivi economico-sociali da tutti condivisi, la vera natura delle organizzazioni socialdemocratiche, smascherarle e sostituirsi ad esse nella direzione del movimento. Fatica ardua, costellata di successi parziali ma quasi mai coronata da vittorie strategiche. Perch\u00e9 se \u00e8 vero che l\u2019ossessione leniniana per la <i>verit\u00e0 concreta<\/i> e per l\u2019importanza dell\u2019<i>esperienza diretta<\/i> delle masse resta una chiave universale dell\u2019agitazione e dell\u2019azione politica, \u00e8 anche vero che essa non conduce a nulla se non si comprende che il proletariato non \u00e8 affatto <i>naturalmente rivoluzionario<\/i>, e che non \u00e8 quindi sufficiente dimostrare la natura moderata della socialdemocrazia, <i>dato che questa corrisponde alla natura moderata delle masse stesse<\/i><a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote9sym\" name=\"sdendnote9anc\"><sup>ix<\/sup><\/a>. Quando si dice \u201cnatura\u201d si intende ovviamente l\u2019aspetto normalmente dominante della natura delle masse: anche quando lotta con asprezza il proletariato sa di dipendere dal capitale e sa che uno \u201csciopero del capitale\u201d pu\u00f2 lasciarlo senza mezzi di sussistenza, a meno che non intervenga da subito un nuovo ordine di cui per\u00f2, all\u2019inizio, non \u00e8 facile vedere i contorni.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Perch\u00e9 l\u2019aspetto rivoluzionario del proletariato possa emergere sono necessari almeno due fattori: una crisi generale della societ\u00e0, dell\u2019economia e dello stato, ed una mobilitazione che aggiunga alle motivazioni economiche (che da sole potrebbero giustificare anche comportamenti opportunistici) la motivazione della difesa del proprio mondo vitale: della vita contro la guerra, della casa contro la miseria e l\u2019invasione, del lavoro contro lo sfruttatore, della libert\u00e0 contro l\u2019oppressione. Soltanto le identit\u00e0 <i>vissute come non negoziabili<\/i> conducono alla rivoluzione, e quindi solo il formarsi progressivo di queste identit\u00e0 (e non la ripetizione di rivendicazioni economiche) prepara le condizioni soggettive di un rivolgimento. Il nostro problema attuale \u00e8 quello di capire quali identit\u00e0 possono accompagnarsi agli obiettivi socialisti quando, come oggi, l\u2019identit\u00e0 di classe, l\u2019identit\u00e0 dei lavoratori stabili ed organizzati, \u00e8 quasi sempre connotata in senso moderato, e la rabbia sociale si diffonde invece nel mondo apparentemente amorfo del quasi-lavoro. Un mondo di cittadini anonimi che oggi in Europa sembrano aver perduto le loro radici di classe e possono ritrovarle solo riaggregandosi appunto come cittadini, titolari di uno spazio politico che renda possibile lavoro e libert\u00e0.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>1935 \u2013 1949<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La linea del Fronte unito, ridotta all\u2019astuzia di allearsi con qualcuno per smascherarlo, non poteva funzionare. N\u00e9 funzion\u00f2 la successiva linea che assimilava ormai socialdemocrazia e fascismo. Entrambe non potevano che favorire sia la persistenza dell\u2019egemonia socialdemocratica sia l\u2019ascesa del fascismo vero. Fino a che, nel 1935, il VII congresso dell\u2019Internazionale comunista non var\u00f2 la linea dei Fronti popolari<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote10sym\" name=\"sdendnote10anc\"><sup>x<\/sup><\/a>, ossia dell\u2019alleanza antifascista non soltanto con la socialdemocrazia, ma anche con la borghesia democratica mostrando come il processo rivoluzionario, che gi\u00e0 si era complicato con il Fronte unito, per farsi pi\u00f9 efficace debba farsi pi\u00f9 spurio. Qui si apre una questione storiografica e politica di estrema delicatezza e difficolt\u00e0. Fu, quella linea, soltanto l\u2019effetto della teoria staliniana del socialismo in un paese solo, e quindi della necessit\u00e0 di difendere l\u2019Urss alleandosi coi governi democratico-borghesi e con quelli delle nazioni anticolonialiste?<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Fu quella la causa principale della sconfitta del movimento rivoluzionario in occidente (costretto a rinunciare ai suoi obiettivi per quelli genericamente democratico-nazionali), e quindi dell\u2019esplosione della Seconda guerra mondiale? Oppure fu il colpo di genio che rallent\u00f2 l\u2019affermazione del fascismo, consent\u00ec all\u2019Urss di rafforzarsi e poi di vincere, favor\u00ec il radicamento di massa dei partiti comunisti nell\u2019occidente postbellico? Sul punto si potr\u00e0 discutere all\u2019infinito, ma c\u2019\u00e8 una considerazione che deve precedere tutto: la scelta del Fronte unito o del Fronte popolare, il rifiuto del velleitarismo rivoluzionario, il bisogno di articolare lotta per il socialismo e lotta nazionale possono essere argomentati realisticamente <i>anche senza dover far ricorso all\u2019influenza dell\u2019Urss e della teoria del socialismo in un paese solo<\/i>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Influenza che ci fu, spesso fu decisiva e a volte fu nefasta, ma che pu\u00f2 essere considerata come causa fondamentale delle difficolt\u00e0 del movimento comunista <i>soltanto se si presuppone l\u2019esistenza continua di situazioni o di forti potenzialit\u00e0 rivoluzionarie<\/i>, cosa che non \u00e8 dato riscontrare in quegli anni e con quella continuit\u00e0 presupposta dai critici del bolscevismo e dello stalinismo<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote11sym\" name=\"sdendnote11anc\"><sup>xi<\/sup><\/a>. Insomma, non c\u2019era bisogno dell\u2019ascendente dei bolscevichi per capire che il giovane e gracile partito comunista cinese poco avrebbe potuto in uno scontro immediato col Kuomintang, e che <i>in una fase iniziale<\/i> meglio avrebbe fatto, come fece, a partecipare direttamente a quella formazione democratico-borghese pur mantenendo la propria autonomia organizzativa<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote12sym\" name=\"sdendnote12anc\"><sup>xii<\/sup><\/a>. N\u00e9 c\u2019era bisogno dell\u2019ascendente di Stalin per capire che di fronte al nazifascismo era necessaria una politica di larghe o larghissime alleanze. Forse soltanto nel caso della Spagna si pu\u00f2 sostenere che un diffuso movimento rivoluzionario sia stato scientemente bloccato dalle imposizioni dell\u2019Urss e si pu\u00f2 argomentare che tale blocco abbia reso pi\u00f9 difficile proseguire efficacemente la guerra contro Franco<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote13sym\" name=\"sdendnote13anc\"><sup>xiii<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ma anche in quel caso la necessit\u00e0 di pensare prima alla vittoria contro il fascismo e poi alla rivoluzione faceva parte delle opzioni realistiche (tanto che gli stessi anarchici parteciparono in maniera significativa al governo frontista di Largo Caballero). E la stessa decisione comunista di porre al movimento spagnolo compiti puramente democratici e non socialisti non era soltanto consona all\u2019interesse sovietico per i buoni rapporti con il capitalismo liberale europeo, ma era anche legata al fortissimo rischio di isolamento che avrebbe corso una Madrid rossa di fronte all\u2019inevitabile reazione anglo-americana e alla gi\u00e0 dimostrata connivenza francese. Quanto alla Cina \u00e8 innegabile che, tra gravi errori e forti contraddizioni, la linea frontista, e la capacit\u00e0 di sospenderla e riprenderla a tempo debito, \u00e8 stata una delle condizioni della splendida vittoria del \u201949, che peraltro si deve in gran parte anche dalla capacit\u00e0 di <i>iniziativa autonoma<\/i> del PCC sia nelle zone liberate sia nella gestione della guerra antigiapponese<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote14sym\" name=\"sdendnote14anc\"><sup>xiv<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">L\u2019aver scelto, dopo sbandate e tentennamenti, una politica di fronte antifascista e anticoloniale, ha consentito al movimento comunista, e ancor di pi\u00f9 all\u2019idea di comunismo, di diffondersi ovunque e di mantenere una significativa presenza anche nell\u2019Europa capitalista: se oggi qualcuno parla ancora di comunismo \u00e8 <i>anche<\/i>grazie a quell\u2019esperienza. E se oggi in Europa ancora c\u2019\u00e8 uno straccio di <i>welfare<\/i> lo si deve in buona misura al terrore che Lenin e Stalin hanno seminato in tutta la borghesia, e a quelle Costituzioni democratico-sociali che (come ben ha compreso il capitale finanziario che non a caso le detesta) sono il pi\u00f9 importante sedimento dell\u2019onda lunga del 1917. Su questo punto, insomma, le critiche delle diverse varianti del comunismo di sinistra non mi paiono realistiche. Non a caso, in 100 anni, quelle posizioni critiche, anche se hanno influenzato importanti esperienze di movimento e serie riflessioni teoriche, non hanno mai condotto a nessuna vittoria storica significativa. Un esito che consente loro, paradossalmente, di riprodurre la tendenza estremista perch\u00e9 le libera dall\u2019obbligo di rispondere alle inevitabili delusioni a cui \u00e8 esposta ogni concreta realizzazione storica: chi non vince mai, non deve render conto di nulla.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>La dialettica all\u2019opera<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Eppure, se \u00e8 vero che la variegata sinistra comunista non avrebbe saputo assicurare quello sviluppo mondiale del movimento che fu invece assicurato dal frontismo, \u00e8 anche vero che dialetticamente (e quindi ironicamente) in quella stessa diffusione dei partiti e dell\u2019orientamento comunista c\u2019era il germe del successivo disfacimento. Un germe che pu\u00f2 essere individuato in ci\u00f2: non fu la scelta del fronte il vero errore, e nemmeno fu l\u2019eccessiva fiducia riposta in questa o quella borghesia nazionale o la stessa sbagliata concezione dell\u2019<i>inevitabilit\u00e0<\/i> dei due tempi (prima la democrazia, poi il socialismo). Fu piuttosto l\u2019idea che il fascismo fosse l\u2019ultima parola del capitalismo, che quest\u2019ultimo avesse davanti a s\u00e9 soltanto l\u2019opzione reazionaria e stagnazionista, che nel capitalismo postbellico ogni idea di pianificazione fosse pura propaganda ed ogni espansione dei consumi fosse impossibile. E che per questo motivo la strategia comunista si poteva ridurre alla lotta per la democrazia e per lo sviluppo, non soltanto perch\u00e9 questo imponeva l\u2019ordine di Yalta, ma perch\u00e9 <i>in ogni caso<\/i>democrazia e sviluppo, erano tendenzialmente connotate in senso socialista a causa dell\u2019incapacit\u00e0 del capitalismo di assicurare l\u2019una e l\u2019altro<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote15sym\" name=\"sdendnote15anc\"><sup>xv<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Inoltre nell\u2019idea di Togliatti, che \u00e8 indubbiamente colui che pi\u00f9 ha affinato la prospettiva frontista, la democrazia, lo sviluppo e la stessa possibile torsione socialista dell\u2019una e dell\u2019altro erano garantite essenzialmente <i>dalla presenza attiva del partito comunista all\u2019interno dello stato<\/i>: e questa presenza politica era ritenuta sufficiente a guidare la macchina statale anche se essa restava istituzionalmente identica, o quasi, a quella forgiata dalle classi dominanti.<i> <\/i>Nessuno spazio, quindi, per forme autonome di democrazia popolare capaci quantomeno di entrare in dialettica con quello stato. Ma nessuno spazio anche per \u201ceccessivi\u201d interventi pianificatori e redistributivi: tutto doveva essere valutato in funzione della possibilit\u00e0 di restare al governo, o di tornarvi. La <i>democrazia progressiva<\/i>come forma intermedia tra capitalismo e socialismo eludeva cos\u00ec, in realt\u00e0, ogni prospettiva di transizione. Strategia gravida di conseguenze, inizialmente positive (non cesseremo di studiare la natura e lo sviluppo del PCI come partito di massa), ma alla fine disastrose. L\u2019alterit\u00e0 comunista, fondata non pi\u00f9 su una concreta prospettiva socialista, ma sulla presunzione di essere l\u2019unica forza capace di assicurare un qualche progresso, svanir\u00e0 quando il capitale, smentendo clamorosamente il catastrofismo della III Internazionale, si mostrer\u00e0 capace di pianificare lo sviluppo in una cornice democratica.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Peggio ancora, la diffusa presenza dei comunisti nelle istituzioni politiche ed economiche <i>date <\/i>li trasformer\u00e0 col tempo, privi com\u2019erano di una vera autonomia culturale nelle questioni nodali dell\u2019economia e dello stato, in <i>agenti <\/i>di quelle istituzioni stesse, dimostrando cos\u00ec, in negativo, il valore dell\u2019etica di Lenin. Il crollo dell\u2019Urss ed il trionfo della globalizzazione libereranno fino in fondo le pulsioni dirigenziali degli eredi di Togliatti consentendo loro di candidarsi finalmente a compiti di governo. E questa parabola presenter\u00e0, in Italia, una caratteristica aggiuntiva: la centralit\u00e0 della presenza istituzionale del partito, unita allo scetticismo sull\u2019utilit\u00e0 del piano all\u2019interno di un economia capitalista, far\u00e0 s\u00ec che <i>fin da subito<\/i> il Pci sia relativamente indifferente ai contenuti \u201ctecnici\u201d delle scelte di politica economica, a condizione di avere un ruolo decisivo in quelle scelte stesse. Ci\u00f2 condurr\u00e0 ad accettare di fatto l\u2019egemonia culturale dell\u2019antifascismo liberista (che identificava i mali del regime essenzialmente con gli eccessi di statalismo e con la distorsione monopolistica della concorrenza), a perdere ogni ostilit\u00e0 di principio verso le politiche di stabilit\u00e0 monetaria, ad accogliere, pur tra qualche resistenza interna, misure economiche tradizionalissime che ribadivano le gerarchie sociali del paese<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote16sym\" name=\"sdendnote16anc\"><sup>xvi<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Ne deriveranno la politica economica (sostanzialmente liberista)della Ricostruzione, l\u2019atteggiamento verso il centro sinistra (fatto di critiche all\u2019esclusione dei comunisti ma anche di convergenze su una versione soft dell\u2019intervento pubblico) e soprattutto la riscoperta dell\u2019 \u201cinteresse generale\u201d alla <i>deflazione<\/i>, riscoperta fatta alla fine degli anni\u201970 e destinata a lungo successo. Sia chiaro: alle tante colpe di Stalin non si deve aggiungere quella di aver generato i D\u2019Alema e i Bersani. La trasformazione del Pci in Pds segna comunque una rottura storica. Ma l\u2019identificazione del progresso col mercato, la limitazione dell\u2019azione governativa alla liberazione della concorrenza, la deferenza (peraltro comune a molta sinistra) nei confronti della Banca d\u2019Italia, e quindi l\u2019apprezzamento della sua autonomia, non sono state inventate oggi n\u00e9 si devono alla nefasta influenza di Eugenio Scalfari. Vengono da lontano.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<div id=\"sdendnote1\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote1anc\" name=\"sdendnote1sym\">i<\/a><sup>\u0002<\/sup> Luciano Canfora, <i>L\u2019uso politico dei paradigmi storici<\/i>, Laterza, Bari 2010, p. 59.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote2\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote2anc\" name=\"sdendnote2sym\">ii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Walter Benjamin, <i>Sul concetto di storia<\/i>, Einaudi, Torino, 1997, p. 45. Nel volume, ottimamente curato da Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, si trovano, tra l\u2019altro, anche i materiali preparatori delle <i>Tesi<\/i>, da cui traggo questa limpida osservazione: \u201cMarx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno.\u201d (p.101).<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote3\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote3anc\" name=\"sdendnote3sym\">iii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Anatolij Lunacarskij, <i>Profili di rivoluzionari<\/i>, De Donato, Bari, 1968, pp. 47 e 65.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote4\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote4anc\" name=\"sdendnote4sym\">iv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Isaac Deutscher, <i>I dilemmi morali di Lenin<\/i>, in <i>Ironie della storia<\/i>, Longanesi, Milano, 1972, pp.133-145.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote5\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote5anc\" name=\"sdendnote5sym\">v<\/a><sup>\u0002<\/sup> Gy\u00f6rgy Luk\u00e1cs, <i>Lenin. Teoria e prassi nella personalit\u00e0 di un rivoluzionario<\/i>, Einaudi, Torino, 1970, p. 127.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote6\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote6anc\" name=\"sdendnote6sym\">vi<\/a><sup>\u0002<\/sup> Pierre Brou\u00e9, <i>Rivoluzione in Germania 1917-1923,<\/i> Einaudi, Torino, 1977; F.L. Carsten, <i>La rivoluzione nell\u2019Europa centrale 1918\/1919<\/i>, Feltrinelli, Milano, 1978.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote7\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote7anc\" name=\"sdendnote7sym\">vii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Pierre Brou\u00e9, <i>op.cit<\/i>., p.101.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote8\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote8anc\" name=\"sdendnote8sym\">viii<\/a><sup>\u0002<\/sup> <i>Ibidem<\/i>, p. 756. Cfr. anche Enzo Collotti, <i>Socialdemocratici e spartachisti: conquista o rottura dello stato borghese<\/i>, in AA.VV., <i>Dopo l\u2019ottobre. La questione del governo: il movimento operaio tra riformismo e rivoluzione<\/i>, Mazzotta, Milano, 1977, p. 40.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote9\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote9anc\" name=\"sdendnote9sym\">ix<\/a><sup>\u0002<\/sup> Un giudizio analogo si trova in Andreina De Clementi, <i>L\u2019Internazionale, il fascismo e Gramsci<\/i>, in <i>Dopo l\u2019Ottobre<\/i>, <i>cit<\/i>., pp. 139-140.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote10\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote10anc\" name=\"sdendnote10sym\">x<\/a><sup>\u0002<\/sup> Per la genesi ed i temi del VII congresso \u00e8 utile la lettura di Franco De Felice, <i>Fascismo, democrazia, fronte popolare. Il movimento comunista alla svolta del VII Congresso dell\u2019Internazionale<\/i>, De Donato, Bari, 1973. L\u2019orientamento togliattiano di questo libro pu\u00f2 essere bilanciato dai testi di Nicos Poulantzas, <i>Fascismo e dittatura. La terza internazionale di fronte al fascismo<\/i>, Jaca Book, Milano, 1971 e di Stefano Merli, <i>Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia<\/i>, 1923 \u2013 1939.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote11\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote11anc\" name=\"sdendnote11sym\">xi<\/a><sup>\u0002<\/sup> Questo mi sembra il limite maggiore delle critiche formulate da Arthur Rosenberg, nella sua <i>Storia del bolscevismo<\/i>, Sansoni, Firenze, 1969, anche se il libro contiene acutissime osservazioni, come quelle relative ai limiti della tattica del fronte unito (p.183). Anche Fernando Claud\u00edn, che dello stalinismo \u00e8 critico in fondo equilibrato, condivide questa sopravvalutazione generale delle potenzialit\u00e0 rivoluzionarie, visto che oltre ad enfatizzare, con molte ragioni, l\u2019esperienza spagnola, vede situazioni analoghe anche nella Francia del governo frontista e nell\u2019Italia resistenziale: si veda il suo <i>La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform<\/i>, Feltrinelli, Milano, p. 482 e <i>passim<\/i>. Giudizio senz\u2019altro molto ottimistico nel caso dell\u2019Italia, ma anche nel caso della pur diversissima esperienza francese, come sostenuto da Giorgio Caredda, <i>Il Fronte Popolare in Francia, 1934-1938<\/i>, Einaudi, Torino, 1977.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote12\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote12anc\" name=\"sdendnote12sym\">xii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Jacques Guillermaz, <i>Storia del Partitito comunista cinese 1921\/1949<\/i>, Feltrinelli, Milano, pp. 83 e ss. .<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote13\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote13anc\" name=\"sdendnote13sym\">xiii<\/a><sup>\u0002<\/sup> PierreBrou\u00e9, \u00c9mile T\u00e9mine, <i>La rivoluzione e la guerra di Spagna<\/i>, Mondadori, Milano, 1980.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote14\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote14anc\" name=\"sdendnote14sym\">xiv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Jacques Guillermaz, <i>op. cit<\/i>., pp. 169 e ss.; Enrica Collotti Pischel, <i>Storia della rivoluzione cinese<\/i>, Editori Riuniti, Roma, 1972.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote15\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote15anc\" name=\"sdendnote15sym\">xv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Franco Sbarberi, <i>I comunisti italiani e lo stato<\/i>, 1929-1956, Feltrinelli, Milano, 1980.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote16\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote16anc\" name=\"sdendnote16sym\">xvi<\/a><sup>\u0002<\/sup> <i>Ibidem<\/i>, pp. 229 e ss. . Si veda anche Leonardo Paggi e Massimo D\u2019Angelillo, <i>I comunisti italiani e il riformismo. Un confronto con le socialdemocrazie europee<\/i>, Einaudi, Torino, 1986, nonch\u00e9, dello stesso Paggi, <i>Strategie politiche e modelli di societ\u00e0 nel rapporto Usa-Europa (1930-1950)<\/i>, in Leonardo Paggi, a cura di, <i>Americanismo e riformismo. La socialdemocrazia europea nell\u2019economia mondiale aperta<\/i>, Einaudi, Torino, 1989.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote17\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote17anc\" name=\"sdendnote17sym\">xvii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Lev Trotskij, <i>La rivoluzione permanente<\/i>, Einaudi, Torino, 1967, p. 127.<\/p>\n<\/div>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/\">http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/<\/a><\/p>\n<p>leggi la 2a parte <strong>QUI<\/strong>:<a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36841\">http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36841<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro) 1914 \u2013 1917 Una inesausta tradizione critica imputa alla Rivoluzione del 1917 l\u2019 ingiustificabile, eccessiva violenza che essa avrebbe esercitato contro gli uomini e le cose, ma soprattutto contro le leggi dell\u2019evoluzione economica e della dinamica storica. Lo si chiami blanquismo, lo si imputi a hybris, lo si veda come opera dei demoni dostoevskijani o come applicazione delle aride geometrie sociali di Cernisevskij, l\u2019errore imperdonabile dei bolscevichi sarebbe sempre lo&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":36839,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Unknown-2.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9Aa","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36838"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=36838"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36838\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":36848,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36838\/revisions\/36848"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/36839"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=36838"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=36838"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=36838"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}