{"id":36841,"date":"2017-12-10T09:00:29","date_gmt":"2017-12-10T08:00:29","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36841"},"modified":"2017-12-08T14:50:29","modified_gmt":"2017-12-08T13:50:29","slug":"letica-di-lenin-ed-altre-note-sul-17-2a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36841","title":{"rendered":"L&#8217;etica di Lenin  &#8211; ed altre note sul &#8217;17 &#8211; (2a Parte)"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>Historia magistra<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Tutta questa vicenda \u00e8 chiaramente ricca di insegnamenti. Oltre a quello, da tempo oggetto di discussione, dell\u2019impossibilit\u00e0 di concepire le alleanze come rinuncia a qualunque iniziativa autonoma da parte dei comunisti, due insegnamenti mi paiono molto importanti per noi, oggi. Il primo riguarda le forme della politica, prima ancora dei contenuti. Abbiamo imparato che la rivoluzione o \u00e8 spuria o non \u00e8, e che non \u00e8 possibile evitare di confrontarsi con l\u2019apparato di stato, di costruire alleanze, di definire obiettivi intermedi. Ma abbiamo imparato anche che se il movimento dei comunisti \u00e8 gestito da <i>una sola<\/i> istituzione e se questa istituzione \u00e8 un partito che vede principalmente nello stato <i>esistente<\/i> il suo spazio di realizzazione, l\u2019inevitabile <i>cooptazione del partito nello stato<\/i> trascina con s\u00e9 la metamorfosi negativa di <i>tutto<\/i> il movimento rivoluzionario.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Per ovviare a ci\u00f2 \u00e8 necessario un <i>pluralismo istituzionale<\/i> del movimento. Il \u201cpartito\u201d dei comunisti (sia esso composto da una o da diverse organizzazioni) deve essere distinto dal partito democratico di larga coalizione che occupa l\u2019amministrazione, ed entrambi devono essere distinti sia dai sindacati che dalla rete di istituzioni popolari autonome. Ognuno di questi elementi \u00e8 chiamato a dirigere la danza, se sa farlo. E se uno fallisce o passa dall\u2019altra parte, qualcun altro pu\u00f2 subentrare. L\u2019altro insegnamento riguarda l\u2019internazionalismo. Abbiamo imparato che un associazione internazionale pu\u00f2 trasformarsi nello strumento della potenza di una nazione soverchiante. Ma non possiamo dedurne che un processo rivoluzionario debba essere scadenzato fin dall\u2019inizio sui tempi e i modi di un movimento internazionale. La rivoluzione ha inevitabilmente una dimensione <i>locale<\/i> (perch\u00e9 lo spazio globale \u00e8 soltanto lo spazio del capitale) che a sua volta \u00e8 quasi sempre una dimensione <i>nazionale<\/i>, ed \u00e8 a partire da questa dimensione che si pongono gli inevitabili e decisivi problemi di collocazione internazionale che ogni rivoluzione deve risolvere. Il rapporto con altri stati \u00e8 con altri movimenti \u00e8 inevitabilmente mediato dalle caratteristiche nazionali e dalle divergenze fra le nazioni (divergenze storico-geografiche, oggi acuite dalle dinamiche dell\u2019accumulazione capitalistica mondiale).<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Certo, anche Trotskij sapeva che \u201cla rivoluzione socialista comincia sul terreno nazionale, si sviluppa sull\u2019arena internazionale e si compie sull\u2019arena mondiale\u201d<a class=\"sdendnoteanc\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote17sym\" name=\"sdendnote17anc\"><sup>xvii<\/sup><\/a>. Ma a mio parere sottovalutava (e di molto) i condizionamenti imposti dall\u2019inevitabile dimensione nazionale dell\u2019inizio della rivoluzione, perch\u00e9 presupponeva un astratto interesse comune del proletariato mondiale alla rivoluzione, mentre questo interesse comune non pu\u00f2 essere pensato come un <i>presupposto<\/i> ma \u00e8 il <i>risultato<\/i> di un faticoso lavoro di mediazione tra i diversi interessi immediati dei lavoratori dei diversi paesi. Di pi\u00f9, nelle condizioni attuali non si pu\u00f2 pensare l\u2019internazionalismo come un rapporto che si stabilisca solo tra nazioni orientate al socialismo, ma lo si deve vedere come un rapporto tra nazioni e\/o blocchi aventi il comune obiettivo di ridurre la libert\u00e0 di circolazione capitale e di gestire politicamente i rapporti fra stati in modo da non costringere nessuno di essi alla subordinazione o alla deflazione competitiva.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>Dividere l\u2019uno in due<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Era necessario Stalin? Potrei dire che era necessario forzare sia la collettivizzazione che l\u2019industrializzazione, senza le quali la II guerra mondiale sarebbe finita molto diversamente. Potrei aggiungere che era necessaria una soluzione autoritaria al problema del potere in Unione sovietica, per l\u2019ampiezza dell\u2019impero, per la durezza dei conflitti interni ed esterni, per le tradizioni politiche e per le stesse innegabili caratteristiche autoritarie del bolscevismo (autoritarismo che Lenin super\u00f2 nella pratica, ma non sufficientemente nella teoria). E potrei concludere che non era per\u00f2 necessaria una soluzione autoritaria <i>all\u2019interno<\/i> del partito, visto che Lenin era riuscito a garantire la pi\u00f9 ampia discussione anche in momenti assai pi\u00f9 critici di quelli vissuti da Stalin. Ma riconosco di non poter rispondere seriamente a questa domanda, e penso anche che ad essa, come a tutte quelle che riguardano l\u2019involuzione del socialismo reale si potr\u00e0 iniziare a rispondere seriamente solo quando un nuovo movimento socialista sia cresciuto abbastanza, in intelligenze e risorse, per poter riprendere lo studio sistematico delle esperienze del passato.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Un tale studio dovrebbe essere guidato dal un orientamento dialettico. Nella discussione su Stalin, e sul socialismo reale, la fa da padrona la sterile fissit\u00e0 delle <i>opposizioni<\/i>, mentre dovremmo essere in grado di comprendere che i rapporti pi\u00f9 importanti sono vere e proprie contraddizioni, dove l\u2019un polo pu\u00f2 esistere ed essere definito solo nella relazione che lo oppone all\u2019altro, e dove nessuno dei due poli pu\u00f2 essere definitivamente assorbito nell\u2019altro. Partito e movimento, democrazia e centralismo, offensiva e difensiva, nazione ed internazionalismo, piano e mercato sono appunto i poli di altrettante ineliminabili contraddizioni. E la soluzione di tali contraddizioni non consiste nella sparizione dell\u2019uno dei termini o nella conciliazione degli opposti, ma nel trovare per ciascuna di esse, nella concretezza della prassi, una forma di svolgimento a noi favorevole. Ci\u00f2 vale soprattutto per la contraddizione che, quando si parla di stalinismo, \u00e8 forse pi\u00f9 la pi\u00f9 \u201cpesante\u201d, ossia quella fra <i>stato<\/i>e <i>societ\u00e0<\/i>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Anche e soprattutto in questo caso non si pu\u00f2 abolire uno dei due termini, e quindi non si pu\u00f2 abolire lo stato. Si pu\u00f2 abolirne il carattere di classe, farlo gestire da personale proveniente dai ceti subalterni, rendere obbligatoria per i funzionari la consultazione continua dei gruppi sociali, si pu\u00f2 e si deve porre di fronte ad esso il contraltare delle istituzioni popolari autonome. Si pu\u00f2 fare tutto ci\u00f2, ma <i>non si pu\u00f2 eliminare la funzione dello stato<\/i> come ente <i>distinto dalla societ\u00e0<\/i>, agente attraverso norme generali garantite in ultima istanza da un potere coercitivo. Dobbiamo riconoscerlo con pacatezza: la teoria dell\u2019estinzione dello stato, nella sua forma pi\u00f9 estrema, \u00e8 sbagliata; e riconoscerlo non significa affatto ammainare la bandiera rossa, anzi: significa lavorare per una <i>pi\u00f9 forte <\/i>democrazia popolare. Infatti, anche se eliminassimo formalmente i centri di potere statale, le esigenze di organizzazione sociale e l\u2019emergere di nuove concentrazioni di potere tecnologico-finanziario sempre possibili anche all\u2019interno del lavoro cooperativo, creerebbero centri di forza tanto pi\u00f9 potenti quanto pi\u00f9 occulti. Meglio dunque una sovranit\u00e0 palese e contestabile che una occulta e inattingibile.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Si risponde: fondiamo lo stato sui soviet. Ma che succede se il soviet A diviene pi\u00f9 ricco o potente del soviet B e lo prevarica? Chi ristabilir\u00e0 l\u2019eguaglianza se non un ente terzo dotato di potere coercitivo? E soprattutto, cosa che non mi stancher\u00f2 mai di ripetere, chi svolger\u00e0 la funzione essenziale di contestare lo stato <i>dall\u2019esterno<\/i> e di preparare eventualmente gruppi alternativi di funzionari, chi lo far\u00e0 se e quando i soviet saranno divenuti tutt\u2019uno con lo stato, <i>saranno<\/i> lo stato? Infatti, se dico che lo stato \u00e8 inevitabile, dico anche che \u00e8 inevitabile la tendenza alla degenerazione autoritaria o autoreferenziale dello stato; e quindi aggiungo immediatamente che nel momento in cui costruiamo un nuovo stato dobbiamo da subito creare dei contrappesi:<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">le garanzie del diritto, l\u2019attivit\u00e0 di organismi sociali autonomi, la separazione del partito dagli apparati di stato. Se invece penso che lo stato o il semi-stato socialista siano in linea di principio esenti da tare interne in quanto espressione immediata del popolo o della moltitudine, mi consegno disarmato alla riproduzione, su scala pericolosamente allargata, dei poteri indiscutibili ed informali che inevitabilmente lievitano nelle situazioni di formale assenza di potere. Qui si vede come le posizioni consiliariste, democraticiste, anarchiche possono giungere anch\u2019esse ad esiti del tutto opposti a quelli sbandierati \u2013 tragedia che quindi non colpisce soltanto il bolscevismo. E possono giungervi non soltanto perch\u00e9 il disordine sociale generato dall\u2019applicazione integrale delle loro tesi provocherebbe una inevitabile reazione autoritaria. Ma perch\u00e9 esse contengono un forte elemento di <i>autoritarismo implicito<\/i> in quanto condividono con lo stalinismo una idea <i>monistica<\/i> del potere. Stalin assorbe la societ\u00e0 nel partito-stato. I suoi avversari fanno l\u2019opposto. Ma in questo come in altri casi bisogna, al contrario, mantenere la tensione fra i due poli. E, come diceva Mao \u2013 forse il pi\u00f9 importante critico dello stalinismo \u2013 <i>dividere l\u2019uno in due<\/i>.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>1960 \u2013 1980<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Se la prima ondata causata dal terremoto del \u201917 si \u00e8 infranta sugli scogli dell\u2019Europa centrale, se la seconda (1935-1949) ha rotto quegli argini, guadagnando in ampiezza ma diminuendo in intensit\u00e0 (salvo che in Cina e Jugoslavia), e quindi facendo sedimentare le Costituzioni democratico-sociali europee, la terza ondata, iniziata nella seconda met\u00e0 degli anni \u201960, pur non essendo paragonabile alle prime due quanto ad intensit\u00e0 e ferocia delle vittorie e delle sconfitte, e pur rappresentando, a ben vedere, soltanto una mezza rivoluzione, ha dato comunque la stura ad una controrivoluzione in piena regola. Vien da dire che anche se solo una parte minoritaria degli operai e degli intellettuali che occupavano fabbriche, scuole, piazze in quegli anni di libert\u00e0 era consapevole di aver alzato la stessa bandiera del \u201917, la totalit\u00e0 della classe opposta avrebbe invece compreso molto in fretta che la posta in gioco del conflitto era in fondo la stessa.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La forza dei movimenti sociali di quegli anni era dovuta agli effetti di quelle Costituzioni che a loro volta erano debitrici di Lenin e di Stalin. L\u2019americanismo fondato su alti salari ed alti consumi era una tendenza interna del capitale, ma la sua diffusione e la coloritura socialista che esso assunse in Europa molto devono alla concreta esistenza di un minaccioso blocco comunista. La piena occupazione consentiva di porre nuovamente non solo il problema del salario, ma anche quello del controllo della produzione. Lo stridore fra le permanenti diseguaglianze e l\u2019aumento della ricchezza materiale, reso pi\u00f9 evidente dal contrasto con le promesse costituzionali, allargava il conflitto e faceva convergere strati sociali diversi.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La lotta esplose, e dur\u00f2 a lungo. Ma nonostante ci\u00f2 <i>non fu una rivoluzione<\/i>. I suoi punti alti furono i consigli operai ed alcuni momenti di alleanza fra diverse classi popolari (in particolare fra operai e studenti di origine piccolo borghese). Nonch\u00e9 alcune riforme che accentuavano il potere dello stato rispetto a quello della singola impresa privata. Ma non fu una rivoluzione perch\u00e9 manc\u00f2 l\u2019aspetto della crisi generale del sistema, perch\u00e9 l\u2019intervento pubblico seppe lenire gli effetti della crisi economica, perch\u00e9 partiti e sindacati operai erano gi\u00e0 da tempo divenuti parte integrante dell\u2019apparato di stato (intendendo lo stato nel senso ampio, \u201cgramsciano\u201d del termine). Il problema ben compreso dai capitalisti, per\u00f2, era che la forza del movimento dei lavoratori non derivava da vicende occasionali ma dalla <i>posizione strutturale<\/i> del lavoro in un quadro di piena occupazione, dall\u2019ideologia dell\u2019eguaglianza che a questo quadro era connessa, dalla convergenza dell\u2019intellettualit\u00e0 su questa stessa ideologia, e infine dal ruolo <i>diretto<\/i>assunto nella gestione dell\u2019economia da uno stato che, almeno in linea di principio, avrebbe potuto davvero cadere in mani pericolose. Ripeto: le lotte di quegli anni erano il risultato della lunga durata della Rivoluzione.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Per contrastarle ci volle quindi una controrivoluzione che fu diversa dalle altre solo per il tasso minore di violenza ed il tasso maggiore di ristrutturazione economica ed ideologica. Una ristrutturazione che ha il suo apice nella globalizzazione: incalzato dal lavoro, il capitale si libera dai confini degli stati nazionali e dai pericolosi progetti semisocialisti delle burocrazie ed inizia la fantastica avventura della finanziarizzazione. Disoccupazione e delocalizzazione frammentano la classe operaia, aumentano le divisioni tra <i>skilled<\/i> e no, i ceti prima attratti dalla classe operaia vengono ora nuovamente sedotti dal capitale, che opera una magistrale sussunzione degli aspetti individualistici e libertari del\u201968 a scapito di quelli egualitari. Proprio quando la rivoluzione sembrava essersi impadronita delle dinamiche sociali pi\u00f9 profonde ed essere pronta a riemergere direttamente, il neoliberismo e la contemporanea sconfitta del socialismo la rendono remota come non mai. Nulla testimonia di pi\u00f9 di questo fatto quanto la spensierata spregiudicatezza con la quale oggi, quando si vuole spacciare una nuova merce, si pu\u00f2 parlare di rivoluzione senza temere che la parola assuma altri significati.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong><i>2017<\/i><\/strong><\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">E\u2019 finita la Rivoluzione? Apparentemente s\u00ec. Apparentemente la globalizzazione ha dissolto tutti gli effetti derivanti dalla lunga durata della rottura bolscevica. E soprattutto ha chiuso <i>lo spazio<\/i> di ogni rivoluzione, o, meglio, lo ha aperto in modo tale da far divenire inattingibile quel potere che il \u201917 aveva spezzato. Gli effetti (e con essi la prospettiva) della rivoluzione sembrano quindi morti. Ma a ben vedere tutto ci\u00f2 riguarda l\u2019ideologia e non la realt\u00e0 della globalizzazione. E non mi riferisco soltanto al fatto, importantissimo, che il sogno unipolare dei Bush e di Toni Negri \u00e8 da tempo finito, infranto da due paesi che in forza della rivoluzione si sono dati un capitalismo di stato che collide col capitalismo liberista e che in tal modo pu\u00f2 aprire spazi a chi deve allontanarsi dal blocco occidentale. Mi riferisco a qualcosa di ancor pi\u00f9 immediato e tangibile. Mi riferisco proprio <i>a noi<\/i>, perch\u00e9 si sta ricostituendo lo spazio della nostra azione, e perch\u00e9 questa azione deve di nuovo urtare contro <i>lo sviluppo<\/i> del capitalismo europeo.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">La globalizzazione divora s\u00e9 stessa: i suoi squilibri riproducono l\u2019esigenza di una politica nazionale e con questo riaprono la possibilit\u00e0 di un intervento dei comunisti su un potere <i>localizzato<\/i>. Gi\u00e0 nella semiperiferia latinoamericana si sono da tempo aperte possibilit\u00e0 per importanti esperienze orientate al socialismo. Ma <i>nella stessa Europa avanzata <\/i>si realizzano <i>inedite<\/i> situazioni di subordinazione di interi paesi, condannati ad essere strangolati dai meccanismi che rendono <i>permanenti<\/i> gli squilibri interni all\u2019area e dal conseguente indebitamento. La Grecia, che \u00e8 la nostra culla, \u00e8 anche la nostra verit\u00e0: dimostra che anche una semplice richiesta di redistribuzione del reddito non pu\u00f2 essere soddisfatta se non scegliendo una <i>via<\/i> <i>rivoluzionaria,<\/i> che \u00e8 tale perch\u00e9 implica la conquista (e la ricostruzione) delle leve di comando, il mutamento del personale di governo e del suo rapporto con le classi subalterne, il rilancio dello stato come centro di orientamento dell\u2019economia, la ricollocazione internazionale del paese.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\">Via rivoluzionaria che richiede di trovare ed esplicitare il legame tra autonomia di classe ed indipendenza nazionale, e quindi di ribaltare la strategia di distruzione delle nazioni, tipica dell\u2019attuale forma dell\u2019imperialismo. Tutto ci\u00f2 (che per alcuni palati difficili \u00e8 ancora \u201ctroppo poco\u201d, ma per gli imperialisti \u00e8 comunque inaccettabile) non \u00e8 altro che il farsi di nuovo tangibile del problema dello stato. E il \u201917 altro non \u00e8, in fondo, che la dimostrazione che per le classi subalterne \u00e8 <i>necessario<\/i> ed \u00e8 <i>possibile<\/i> conquistare e trasformare il potere di stato in funzione dello sviluppo di un progetto socialista. Forme, tempi, modi del processo sono indiscutibilmente mutati dal \u201917; e la sconfitta finale del socialismo di stato pesa ancora sulle nostre spalle. Ma nessun movimento popolare attende, per svilupparsi, che qualcuno abbia elaborato il lutto di una sconfitta: se deve nascere nasce <i>comunque<\/i>. Ed ogni volta che verr\u00e0 posto concretamente il problema dello stato, e quindi ogni volta che una rivoluzione anticapitalista cercher\u00e0 la sua strada, \u00e8 al \u201917 che si dovr\u00e0 fare riferimento.<\/p>\n<p align=\"JUSTIFY\"><strong>NOTE<\/strong>:<\/p>\n<div id=\"sdendnote1\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote1anc\" name=\"sdendnote1sym\">i<\/a><sup>\u0002<\/sup> Luciano Canfora, <i>L\u2019uso politico dei paradigmi storici<\/i>, Laterza, Bari 2010, p. 59.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote2\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote2anc\" name=\"sdendnote2sym\">ii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Walter Benjamin, <i>Sul concetto di storia<\/i>, Einaudi, Torino, 1997, p. 45. Nel volume, ottimamente curato da Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti, si trovano, tra l\u2019altro, anche i materiali preparatori delle <i>Tesi<\/i>, da cui traggo questa limpida osservazione: \u201cMarx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia universale. Ma forse le cose stanno in modo del tutto diverso. Forse le rivoluzioni sono il ricorso al freno di emergenza da parte del genere umano in viaggio su questo treno.\u201d (p.101).<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote3\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote3anc\" name=\"sdendnote3sym\">iii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Anatolij Lunacarskij, <i>Profili di rivoluzionari<\/i>, De Donato, Bari, 1968, pp. 47 e 65.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote4\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote4anc\" name=\"sdendnote4sym\">iv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Isaac Deutscher, <i>I dilemmi morali di Lenin<\/i>, in <i>Ironie della storia<\/i>, Longanesi, Milano, 1972, pp.133-145.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote5\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote5anc\" name=\"sdendnote5sym\">v<\/a><sup>\u0002<\/sup> Gy\u00f6rgy Luk\u00e1cs, <i>Lenin. Teoria e prassi nella personalit\u00e0 di un rivoluzionario<\/i>, Einaudi, Torino, 1970, p. 127.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote6\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote6anc\" name=\"sdendnote6sym\">vi<\/a><sup>\u0002<\/sup> Pierre Brou\u00e9, <i>Rivoluzione in Germania 1917-1923,<\/i> Einaudi, Torino, 1977; F.L. Carsten, <i>La rivoluzione nell\u2019Europa centrale 1918\/1919<\/i>, Feltrinelli, Milano, 1978.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote7\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote7anc\" name=\"sdendnote7sym\">vii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Pierre Brou\u00e9, <i>op.cit<\/i>., p.101.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote8\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote8anc\" name=\"sdendnote8sym\">viii<\/a><sup>\u0002<\/sup> <i>Ibidem<\/i>, p. 756. Cfr. anche Enzo Collotti, <i>Socialdemocratici e spartachisti: conquista o rottura dello stato borghese<\/i>, in AA.VV., <i>Dopo l\u2019ottobre. La questione del governo: il movimento operaio tra riformismo e rivoluzione<\/i>, Mazzotta, Milano, 1977, p. 40.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote9\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote9anc\" name=\"sdendnote9sym\">ix<\/a><sup>\u0002<\/sup> Un giudizio analogo si trova in Andreina De Clementi, <i>L\u2019Internazionale, il fascismo e Gramsci<\/i>, in <i>Dopo l\u2019Ottobre<\/i>, <i>cit<\/i>., pp. 139-140.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote10\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote10anc\" name=\"sdendnote10sym\">x<\/a><sup>\u0002<\/sup> Per la genesi ed i temi del VII congresso \u00e8 utile la lettura di Franco De Felice, <i>Fascismo, democrazia, fronte popolare. Il movimento comunista alla svolta del VII Congresso dell\u2019Internazionale<\/i>, De Donato, Bari, 1973. L\u2019orientamento togliattiano di questo libro pu\u00f2 essere bilanciato dai testi di Nicos Poulantzas, <i>Fascismo e dittatura. La terza internazionale di fronte al fascismo<\/i>, Jaca Book, Milano, 1971 e di Stefano Merli, <i>Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia<\/i>, 1923 \u2013 1939.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote11\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote11anc\" name=\"sdendnote11sym\">xi<\/a><sup>\u0002<\/sup> Questo mi sembra il limite maggiore delle critiche formulate da Arthur Rosenberg, nella sua <i>Storia del bolscevismo<\/i>, Sansoni, Firenze, 1969, anche se il libro contiene acutissime osservazioni, come quelle relative ai limiti della tattica del fronte unito (p.183). Anche Fernando Claud\u00edn, che dello stalinismo \u00e8 critico in fondo equilibrato, condivide questa sopravvalutazione generale delle potenzialit\u00e0 rivoluzionarie, visto che oltre ad enfatizzare, con molte ragioni, l\u2019esperienza spagnola, vede situazioni analoghe anche nella Francia del governo frontista e nell\u2019Italia resistenziale: si veda il suo <i>La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform<\/i>, Feltrinelli, Milano, p. 482 e <i>passim<\/i>. Giudizio senz\u2019altro molto ottimistico nel caso dell\u2019Italia, ma anche nel caso della pur diversissima esperienza francese, come sostenuto da Giorgio Caredda, <i>Il Fronte Popolare in Francia, 1934-1938<\/i>, Einaudi, Torino, 1977.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote12\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote12anc\" name=\"sdendnote12sym\">xii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Jacques Guillermaz, <i>Storia del Partitito comunista cinese 1921\/1949<\/i>, Feltrinelli, Milano, pp. 83 e ss. .<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote13\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote13anc\" name=\"sdendnote13sym\">xiii<\/a><sup>\u0002<\/sup> PierreBrou\u00e9, \u00c9mile T\u00e9mine, <i>La rivoluzione e la guerra di Spagna<\/i>, Mondadori, Milano, 1980.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote14\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote14anc\" name=\"sdendnote14sym\">xiv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Jacques Guillermaz, <i>op. cit<\/i>., pp. 169 e ss.; Enrica Collotti Pischel, <i>Storia della rivoluzione cinese<\/i>, Editori Riuniti, Roma, 1972.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote15\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote15anc\" name=\"sdendnote15sym\">xv<\/a><sup>\u0002<\/sup> Franco Sbarberi, <i>I comunisti italiani e lo stato<\/i>, 1929-1956, Feltrinelli, Milano, 1980.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote16\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote16anc\" name=\"sdendnote16sym\">xvi<\/a><sup>\u0002<\/sup> <i>Ibidem<\/i>, pp. 229 e ss. . Si veda anche Leonardo Paggi e Massimo D\u2019Angelillo, <i>I comunisti italiani e il riformismo. Un confronto con le socialdemocrazie europee<\/i>, Einaudi, Torino, 1986, nonch\u00e9, dello stesso Paggi, <i>Strategie politiche e modelli di societ\u00e0 nel rapporto Usa-Europa (1930-1950)<\/i>, in Leonardo Paggi, a cura di, <i>Americanismo e riformismo. La socialdemocrazia europea nell\u2019economia mondiale aperta<\/i>, Einaudi, Torino, 1989.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdendnote17\">\n<p><a class=\"sdendnotesym\" href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/#sdendnote17anc\" name=\"sdendnote17sym\">xvii<\/a><sup>\u0002<\/sup> Lev Trotskij, <i>La rivoluzione permanente<\/i>, Einaudi, Torino, 1967, p. 127.<\/p>\n<\/div>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/\">http:\/\/www.socialismo2017.it\/2017\/12\/07\/letica-lenin-ed-note-sul-17-2\/<\/a><\/p>\n<p>leggi la 1a parte <strong>QUI<\/strong>:\u00a0<a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36838\">http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36838<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SOCIALISMO 2017 (Mimmo Porcaro) Historia magistra Tutta questa vicenda \u00e8 chiaramente ricca di insegnamenti. Oltre a quello, da tempo oggetto di discussione, dell\u2019impossibilit\u00e0 di concepire le alleanze come rinuncia a qualunque iniziativa autonoma da parte dei comunisti, due insegnamenti mi paiono molto importanti per noi, oggi. Il primo riguarda le forme della politica, prima ancora dei contenuti. Abbiamo imparato che la rivoluzione o \u00e8 spuria o non \u00e8, e che non \u00e8 possibile evitare&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":36839,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/Unknown-2.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9Ad","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36841"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=36841"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36841\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":36846,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/36841\/revisions\/36846"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/36839"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=36841"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=36841"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=36841"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}