{"id":36851,"date":"2017-12-09T09:30:16","date_gmt":"2017-12-09T08:30:16","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36851"},"modified":"2017-12-09T11:59:13","modified_gmt":"2017-12-09T10:59:13","slug":"noi-le-rane-infelici-del-consumismo-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36851","title":{"rendered":"Noi, le rane infelici del consumismo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di MEGACHIP (Massimo Fini)<\/strong><\/p>\n<p>In un bel articolo sul Corriere (26\/10) Paolo Di Stefano cerca di definire quel sfuggevolissimo stato d\u2019animo, pi\u00f9 sfuggente anche dell\u2019amore, che chiamiamo felicit\u00e0. E lo fa attraverso le definizioni che ne hanno dato importantissimi personaggi: da Einstein a Montale, da Aristotele a Seneca, da Tolstoj a Winston Churchill. Ma nessuno ci azzecca. Naturalmente, a cospetto di tali cervelli, non posso certo esser io a farcela quando nella mia opera teatrale Cyrano, se vi pare\u2026 dico: \u201cEsiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicit\u00e0\u201d.<br \/>\nChi ci arriva pi\u00f9 vicino \u00e8 quel genio di Oscar Wilde, che oltre a essere un grande scrittore era anche un filosofo non preso sul serio in questa veste perch\u00e9 lui stesso, per il gusto della battuta a cui era disposto a sacrificar tutto, era il primo a non prendersi sul serio (\u201cNella mia vita ho messo la mia arte, nella mia opera ho messo solo il mio talento\u201d. \u00c8 vero il contrario). Nel suo modo paradossale Wilde definisce la felicit\u00e0 attraverso il suo contrario l\u2019infelicit\u00e0: \u201cFelicit\u00e0 non \u00e8 avere tutto ci\u00f2 che si desidera, ma desiderare ci\u00f2 che si ha\u201d.<\/p>\n<div class=\"testo \">\n<p>Purtroppo la societ\u00e0 moderna ha preso, intellettualmente e concretamente, la direzione opposta. Gli americani nella loro <em>Dichiarazione di indipendenza<\/em> del 1776 sanciscono \u201cil diritto alla ricerca della Felicit\u00e0\u201d, che per\u00f2 l\u2019edonismo straccione contemporaneo ha trasformato in un diritto alla felicit\u00e0 che \u00e8 cosa ben diversa. Perch\u00e9, come tale, non solo \u00e8 un diritto impossibile ma si rovescia nel suo opposto. Pensare che l\u2019uomo abbia un diritto alla felicit\u00e0 significa renderlo <em>ipso facto<\/em>, e per ci\u00f2 stesso, infelice. La sapienza antica era invece consapevole che la vita \u00e8 innanzitutto fatica e dolore, per cui tutto ci\u00f2 che viene in pi\u00f9 \u00e8 un frutto insperato.<br \/>\nL\u2019uomo occidentale, che ha creato un modello di sviluppo imperniato sull\u2019inseguimento spasmodico del bene, anzi del meglio, invece che sulla ricerca dell\u2019armonia in ci\u00f2 che gi\u00e0 c\u2019\u00e8, come dice indirettamente Wilde, si \u00e8 costruito, con le sue stesse mani, il meccanismo perfetto e infallibile dell\u2019infelicit\u00e0. Perch\u00e9 ci\u00f2 che si ha \u00e8 un bene circoscritto, invece ci\u00f2 che non si ha e si desidera non ha limiti. Ma \u00e8 proprio su questo meccanismo psicologico che si sostiene tutta l\u2019economia dell\u2019Occidente e ormai anche di buona parte dell\u2019Oriente.<\/p>\n<p>Rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e orientale (\u201c\u00e8 bene accontentarsi di ci\u00f2 che si ha\u201d) Ludwig von Mises, uno dei pi\u00f9 estremi ma anche coerenti teorici dell\u2019industrialcapitalismo, afferma: \u201cNon \u00e8 una virt\u00f9 accontentarsi di ci\u00f2 che gi\u00e0 si ha\u201d. E cos\u00ec prosegue parlando della situazione dei suoi tempi (Mises scrive La mentalit\u00e0 anticapitalistica negli anni 50 del Novecento): il vagabondo invidia l\u2019operaio, l\u2019operaio invidia il capo officina, il capo officina invidia il dirigente, il dirigente invidia il padrone che guadagna un milione di dollari, costui quello che ne guadagna tre. E cos\u00ec via. Mises quindi ammette, come cosa positiva, che l\u2019intero meccanismo economico e sociale \u00e8 basato sull\u2019invidia che non \u00e8 certamente un sentimento che ti fa star bene. Per\u00f2 centra perfettamente il <em>core<\/em> dell\u2019industrialcapitalismo.Oggi la stragrande maggioranza di noi vive di questo sentimento e su questo sentimento si regge tutta la filiera economica. Se noi smettessimo di invidiare il vicino pi\u00f9 ricco tutto il castello dell\u2019attuale modello economico franerebbe miseramente su se stesso.<br \/>\nMa c\u2019\u00e8 un ulteriore paradosso, che era stato gi\u00e0 avvertito da Adam Smith che pure \u00e8, insieme a David Ricardo, uno dei padri e dei teorici del libero mercato, che oggi \u00e8 arrivato al suo culmine: noi non produciamo pi\u00f9 per consumare, ma consumiamo per produrre, cio\u00e8 per perpetuare il meccanismo. Siamo i lavandini, i water attraverso cui deve passare il pi\u00f9 rapidamente possibile ci\u00f2 che altrettanto rapidamente dobbiamo produrre.<\/p>\n<p>Non siamo noi, poveri o ricchi che si sia, a governare la macchina ma \u00e8 la macchina a governar noi. L\u2019uomo, nella modernit\u00e0, \u00e8 stato degradato a consumatore. Ci sono Associazioni di consumatori che non si vergognano di definirsi tali, hanno accettato, con un realismo che provoca un brivido di orrore, la degradazione.<\/p>\n<\/div>\n<div><\/div>\n<div class=\"testo \">Non siamo nemmeno consumatori coscienti e volontari, ma ranocchie che, opportunamente stimolate, devono saltare anche quando vorrebbero star ferme, per non inceppare l\u2019onnipotente meccanismo che ci sovrasta. Se questo \u00e8 un uomo\u2026<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Fonte:<\/strong>\u00a0<a href=\"http:\/\/megachip.globalist.it\/democrazia-nella-comunicazione\/articolo\/2014239\/noi-le-rane-infelici-del-consumismo.html\">http:\/\/megachip.globalist.it\/democrazia-nella-comunicazione\/articolo\/2014239\/noi-le-rane-infelici-del-consumismo.html<\/a><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MEGACHIP (Massimo Fini) In un bel articolo sul Corriere (26\/10) Paolo Di Stefano cerca di definire quel sfuggevolissimo stato d\u2019animo, pi\u00f9 sfuggente anche dell\u2019amore, che chiamiamo felicit\u00e0. E lo fa attraverso le definizioni che ne hanno dato importantissimi personaggi: da Einstein a Montale, da Aristotele a Seneca, da Tolstoj a Winston Churchill. Ma nessuno ci azzecca. 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