{"id":36876,"date":"2017-12-10T08:00:31","date_gmt":"2017-12-10T07:00:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36876"},"modified":"2017-12-09T18:26:55","modified_gmt":"2017-12-09T17:26:55","slug":"ricominciare-da-keynes","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36876","title":{"rendered":"Ricominciare da Keynes?"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Massimo D\u2019Angelillo)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/Screen_Shot_2014-08-23_at_12.08.19_PM.0.0.jpg\" alt=\"Screen Shot 2014 08 23 at 12.08.19 PM.0.0\" width=\"300\" height=\"241\" \/>Domenica 26 Novembre 2017 presso il Coworking Moltivolti di Palermo la redazione di PalermoGrad ha incontrato in un forum di discussione l\u2019economista Massimo D\u2019Angelillo. Abbiamo chiesto a Massimo, traendo spunto dai contenuti di un memorabile libro pubblicato insieme a Leonardo Paggi per Einaudi nel 1986,<em> I comunisti italiani e il riformismo<\/em>, delle ragioni storiche che hanno determinato la tragica deriva della sinistra che ha finito per abbracciare, culturalmente oltre che politicamente, le parole d\u2019ordine dell\u2019austerit\u00e0 liberista. A partire da questa ricostruzione storica, l\u2019autore di <em>La Germania e la crisi europea<\/em> (Ombre corte, 2016) e di un saggio all\u2019interno del volume collettaneo <em>Rottamare Maastricht<\/em>(DeriveApprodi, 2016), si \u00e8 soffermato sulle cause della crisi economica del 2008, sui vincoli della moneta unica e dell\u2019egemonia tedesca, sul declino italiano e sulle drammatiche condizioni del Mezzogiorno. Nel ringraziare D\u2019Angelillo, pubblichiamo un suo contributo e ci auguriamo di collaborare con lui anche in futuro.<\/p>\n<p>* * * *<\/p>\n<p>Gli ultimi anni si sono contraddistinti per una stagnazione economica decennale, e allo stesso tempo per una singolare incapacit\u00e0 di comprendere le origini della crisi italiana, soprattutto da parte dello schieramento culturale e politico che \u00e8 sempre stato fonte di visioni alternative allo <em>status quo<\/em>: la sinistra.<\/p>\n<p>Tre volumi di recente pubblicazione hanno il merito di affrontare la questione di come, nel dispiegarsi della crisi, la voce della sinistra sia stata singolarmente debole.\u00a0In tutti i volumi aleggia il tema della subalternit\u00e0 culturale della sinistra, un tratto che viene da lontano, almeno dagli anni \u201970.<\/p>\n<p>La tesi del libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti (<em>La scomparsa della sinistra in Europa<\/em>, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016) \u00e8 in proposito chiara. La sinistra ha concorso attivamente al drammatico passaggio dai \u201cTrenta anni Gloriosi\u201d del dopoguerra a quelli che gli autori etichettano come i \u201cTrenta anni pietosi\u201d.<\/p>\n<p>Al trentennio della grande crescita post-bellica e del rafforzamento delle posizioni dei lavoratori, propiziati da politiche keynesiane e dal riconoscimento del ruolo del sindacato, \u00e8 succeduto cos\u00ec un lungo periodo di instabilit\u00e0, crisi, impoverimento del lavoro, fino alla stagnazione e alla austerit\u00e0 dei giorni nostri.\u00a0Questa drammatica evoluzione \u00e8 stata causata, secondo Barba e Pivetti, dal prevalere di politiche liberiste (privatizzazioni, contrazione del ruolo dello stato, tagli della spesa), a cui la sinistra ha prestato il suo attivo e acritico consenso, finendo per suicidarsi politicamente.<\/p>\n<p>Fin dagli anni \u201970 il PCI di Berlinguer e la CGIL di Lama e Trentin palesarono un vuoto ideologico; finirono per accettare la logica dei \u201csacrifici\u201d, in nome di quella che fu esibita come una prova del senso di responsabilit\u00e0 nazionale del movimento operaio.\u00a0Solo qualche anno dopo, in Francia, la presidenza socialista di Mitterrand avrebbe rinnegato le sue prime misure riformiste e il programma di nazionalizzazioni che avevano determinato la vittoria elettorale, svoltando verso le politiche liberali di Rocard e Delors che a livello europeo avrebbero di l\u00ec a poco ispirato anche il Rapporto Delors (1988), base del futuro Trattato di Maastricht.<\/p>\n<p>Furono esiti politici ed economici propiziati in modo determinante, secondo Barba e Pivetti, da un profondo mutamento avvenuto in quegli anni nella cultura francese, dove si verificarono un rigetto del tradizionale filone statalista di ascendenza colbertiana (Rosanvallon e la fondazione Saint-Simon), la svalutazione del ruolo della politica come strumento del cambiamento (con lo strutturalismo di Levi-Strauss), il confuso ribellismo di Jacques Derrida e le simpatie di Michel Foucault verso l\u2019ordoliberalismo tedesco.<\/p>\n<p>Questa miscela culturale avrebbe determinato, secondo gli autori, un profondo allontanamento da una visione keynesiana in cui lo Stato e non il mercato \u00e8 l\u2019attore primario dello sviluppo.\u00a0In epoche pi\u00f9 recenti il filone ecologista e le idee pre-industriali di decrescita, autoproduzione e frugalit\u00e0 estrema dei consumi non avrebbero fatto che determinare un ulteriore allontanamento da quella visione.\u00a0Gli anni \u201970 e la svolta delle politiche avvenute in quel periodo (caratterizzato dalla fine del sistema monetario di Bretton Woods nel 1971 e dalla crisi petrolifera del 1973), sono centrali anche negli altri due volumi.<\/p>\n<p>Proprio in quel periodo, afferma Salvatore Biasco (<em>Regole, Stato, uguaglianza<\/em>, Luiss University Press, Roma, 2016), la destra liberista ha iniziato a elaborare nuove teorie che cercavano di smontare e indebolire il paradigma keynesiano fin l\u00ec dominante (a partire dal dopo crisi del \u201929), sostenendo la flessibilit\u00e0 del lavoro come unica soluzione alla disoccupazione, la riduzione delle tasse come stimolo alla crescita, la necessit\u00e0 di smantellare lo stato sociale trasformatosi ormai (secondo questa visione) in un incentivo all\u2019ozio e al tempo libero, piuttosto che alla crescita, la centralit\u00e0 del consumatore piuttosto che quella del cittadino e del lavoratore.<\/p>\n<p>Il nuovo pensiero economico dominante (<em>mainstream<\/em>) teorizza come un mantra l\u2019economia dell\u2019offerta, piuttosto che quella keynesiana della domanda. Lo sviluppo economico, non dipenderebbe cio\u00e8 da un sostegno dei consumi e degli investimenti, privati e pubblici, ma dalla pura efficienza dei fattori produttivi. Non a caso il Trattato europeo di Maastricht (1992) ritiene che la chiave per la competitivit\u00e0 europea stia nella competizione tra i diversi paesi, oltre che tra le diverse imprese, attirate dalla flessibilit\u00e0 dei mercati e dalla libert\u00e0 delle imprese di stabilirsi in qualunque paese membro della UE.<\/p>\n<p>A questo nuovo apparato di pensiero, la sinistra non ha saputo rispondere adeguatamente, si \u00e8 fatta prendere dall\u2019entusiasmo per il mercato, la flessibilit\u00e0 e la finanza, abbandonando qualunque velleit\u00e0 di pensiero critico, ogni visione industriale e soprattutto l\u2019idea di interpretare gli interessi dei lavoratori, favorendo come aveva fatto in passato una pi\u00f9 equa distribuzione del reddito e la partecipazione dei cittadini alle decisioni.<\/p>\n<p>In Italia le \u201clenzuolate\u201d pro-mercato di Bersani sono forse state il momento pi\u00f9 eloquente, mentre a livello europeo la cosiddetta Agenda di Lisbona, partorita nel 2000 da 15 governi di cui 13 di sinistra (da Schroeder a Blair a Prodi), ha bene evidenziato il vuoto culturale della sinistra europea, con un documento grondante di retorica per la flessibilit\u00e0, il mercato e la competitivit\u00e0, che sarebbe stato smentito successivamente dai fatti, e soprattutto dalla grande crisi apertasi nel 2007, per la responsabilit\u00e0 non certo di un eccesso di vincoli e di tutele, ma al contrario di una finanza speculativa troppo libera di agire.<\/p>\n<p>Oggi quindi, afferma Biasco, occorre ripartire ricostruendo un\u2019alternativa culturale, basata su un pensiero economico nuovo, che non si rinchiuda nelle formule matematiche, ma sia fortemente tributario di altre discipline, quali la sociologia e la scienza politica.\u00a0A tale scopo non serve tanto una uscita dell\u2019Euro (prospettiva illusoria che anzi, secondo Biasco, aprirebbe scenari disastrosi), quanto andare oltre la \u201causterit\u00e0 irresponsabile delle UE\u201d, investendo in un grande piano di investimenti pubblici e introducendo forme efficaci di mutualizzazione del debito.<\/p>\n<p>La tassazione deve ritornare ad essere una leva decisiva, con tributi nuovi (<em>carbon tax<\/em>, tassa sui movimenti finanziari come la <em>Tobin Tax<\/em>), una lotta a fondo contro la evasione fiscale internazionale e una accentuata progressivit\u00e0 (altro quindi che <em>Flat Tax<\/em> per i miliardari, come deciso dal governo Gentiloni!). Le regolamentazioni dei mercati finanziari devono diventare pi\u00f9 stringenti (sulle banche, sugli altri intermediari e sugli influenzatori del mercato, quali le agenzie di <em>rating<\/em>), onde evitare che si ripetano i disastri degli anni scorsi.<\/p>\n<p>La sinistra deve ritornare ad avere un approccio anti oligarchico, favorendo i controlli sui soggetti pi\u00f9 potenti e facendosi portatrice di istanze di politica industriale che favoriscano forme imprenditoriali e aggregazioni cooperative dal basso.\u00a0Che la sinistra italiana fosse impreparata culturalmente gi\u00e0 negli anni \u201970 \u00e8 posizione condivisa anche da Sergio Cesaratto nel suo libro intitolato <em>Sei lezioni di economia<\/em> (Imprimatur, Reggio Emilia, 2016).<\/p>\n<p>Se si pensa che negli anni \u201960 il centro-sinistra aveva fatto riforme importanti (dalla riforma della scuola media fino alla nominativit\u00e0 dell\u2019imposta sui titoli azionari), dice Cesaratto, colpisce che negli anni \u201970, con il PCI al governo, tutto si interrompa e non si arrivi mai ad assetti di tipo socialdemocratico.\u00a0Il fatto \u00e8 che quello del PCI, in cui dominava il moralismo nei confronti del benessere da parte di Enrico Berlinguer, non era un pensiero riformista, come dimostrarono di l\u00ec a poco le scelte sui sacrifici e sull\u2019austerit\u00e0.<\/p>\n<p>Il PCI non ha mai avuto un economista dello spessore di Gunnar Myrdal, capace di ispirare le scelte della socialdemocrazia svedese. Il marxismo da cui proveniva il PCI si basava su una teoria del valore-lavoro che non funzionava (e di cui Piero Sraffa mostr\u00f2 tutti i limiti), e che d\u2019altra parte impediva di assimilare la lezione di Keynes. Dalla teoria del valore si dipartiva infatti la altrettanto sbagliata \u201cLegge della caduta tendenziale del saggio del profitto\u201d, come base di previsioni circa una crisi inevitabile del capitalismo, che aveva impedito di vedere i fenomeni economici reali, illudendo generazioni di militanti su un imminente crollo del sistema, mai verificatosi.<\/p>\n<p>N\u00e9 la sinistra italiana ha mai assimilato quella che Cesaratto chiama la \u201crivoluzione copernicana\u201d di Keynes, basata sul ribaltamento del nesso risparmi-investimenti: non sono i risparmi, quindi la riduzione dei consumi della popolazione (i \u201csacrifici\u201d di Berlinguer) a potere rilanciare gli investimenti, ma gli investimenti, determinabili autonomamente mediante interventi di spesa pubblica, a produrre tramite effetti moltiplicativi una crescita economica complessiva, e quindi un innalzamento del livello tanto dei consumi quanto dei risparmi quanto del gettito fiscale.<\/p>\n<p>Questi limiti culturali della sinistra non hanno fatto che determinare una sua assimilazione acritica della cultura economica <em>mainstream<\/em>, quella del marginalismo ottocentesco, rinnovato in epoca moderna dalle teorie di Milton Friedman, tra cui quella della teoria della disoccupazione volontaria.\u00a0I ricchi spunti di riflessione forniti dai tre volumi ora sommariamente sintetizzati meriterebbero ben altri approfondimenti rispetto alle brevi note che lo scrivente si limiter\u00e0 a proporre di seguito.<\/p>\n<p>\u00c8 assolutamente condivisibile individuare una periodizzazione che faccia perno sulla crisi degli anni \u201970, come passaggio da una sorte di \u201cordine americano\u201d a un\u2019epoca di disordine monetario, fino a sfociare a partire dagli anni \u201990 in quello che oggi ci appare sempre pi\u00f9 come un \u201cordine tedesco\u201d.<\/p>\n<p>La sinistra, che aveva saputo trovare una collocazione efficace all\u2019interno di un contesto relativamente stabile come quello dei \u201cTrenta anni Gloriosi\u201d, in cui pur con differenze tra paesi si era attivato un proficuo \u201ccompromesso socialdemocratico\u201d, in Italia gestito politicamente dapprima dal PSI e dalla sinistra democristiana, e poi da quest\u2019ultima e dal PCI, oltre che dal sindacato (non solo la CGIL, ma anche la CISL), viene spiazzata dalla crisi e dalle scelte che la borghesia compie a livello nazionale e internazionale.<\/p>\n<p>Vengono alla luce le conseguenze di una insufficiente riflessione sul marxismo economico, quale la socialdemocrazia tedesca aveva affrontato a Bad Godesberg nel 1959, ma anche, come dicono giustamente alcuni dei nostri autori, la mancata assimilazione della grande lezione keynesiana.\u00a0Ricordiamo a tale proposito l\u2019insulto (\u201csimbionese di Lotta Continua\u201d) che Giancarlo Pajetta lanci\u00f2 addosso proprio a Massimo Pivetti (e Giancarlo De Vivo), che nel loro intervento al convegno del CESPE del 1976 avevano osato criticare le scelte deflattive del governo di solidariet\u00e0 nazionale, da una prospettiva keynesiana.<\/p>\n<p>Materia del contendere allora era come elaborare una strategia per uscire dalla crisi preservando gli interessi dei lavoratori, e partecipando alla costruzione di nuovi assetti internazionali, anche prendendo in considerazione soluzioni quali il controllo delle importazioni da parte di un paese come l\u2019Italia.\u00a0La sicumera di Pajetta e dell\u2019intero PCI di allora portarono invece diritti a scelte economiche che avrebbero senz\u2019altro contribuito a debellare l\u2019inflazione, ma allo stesso tempo a deflazionare l\u2019economia e ridimensionare drasticamente il ruolo del movimento dei lavoratori, con lo stesso PCI che and\u00f2 di l\u00ec a poco incontro a una disfatta elettorale e alla vera e propria cacciata dall\u2019area di governo.<\/p>\n<p>Stava prendendo corpo una soluzione alla crisi che avrebbe portato, passo dopo passo, a quell\u2019\u201cordine tedesco\u201d (inteso come insieme di regole imposte dalla Germania all\u2019Europa) in cui ci troviamo immersi oggi, e in cui l\u2019Italia ha accettato regole che hanno strangolato progressivamente il suo apparato produttivo (la &#8220;scomparsa della Italia industriale&#8221;, come la chiam\u00f2 Luciano Gallino), con drammatiche conseguenze per i lavoratori.<\/p>\n<p>In questo senso ritengo che nessuno dei tre contributi abbia dato l\u2019opportuno risalto ai lineamenti di questo ordine tedesco, che non pu\u00f2 assolutamente essere visto come un ordine liberista classico, quale lo avevano immaginato un Reagan, una Thatcher, o sul piano teorico un economista come Milton Friedman.<\/p>\n<p>L\u2019architettura dell\u2019Euro, le politiche della UE, la stessa organizzazione economica della Germania, sono una costruzione complessa (potremmo forse chiamarla \u201cgotica\u201d), in cui si mescolano un rifiuto di politiche classicamente keynesiane (evidente nei parametri di Maastricht), la ricerca della stabilit\u00e0 monetaria in un contesto di globalizzazione, una esaltazione delle virt\u00f9 delle esportazioni ottenute mediante una accresciuta competitivit\u00e0, il mantenimento (almeno in Germania) di elevati livelli di protezione sociale e di investimento sulla ricerca e sull\u2019istruzione.<\/p>\n<p>\u200bLa sinistra si \u00e8 trovata impreparata a misurarsi su questo terreno complesso; in fondo, ci\u00f2 che determin\u00f2 la sconfitta di Mitterrand non furono tanto correnti di pensiero alternativo (senza negare l\u2019influenza dei pensatori citati), quanto il fallimento di un esperimento di \u201ckeynesismo in un solo paese\u201d, che si scontr\u00f2 con un deficit commerciale dilatatosi rapidamente per l\u2019incremento delle importazioni dovuto alle politiche espansive.<\/p>\n<p>\u00c8 indubbio, come dice Sergio Cesaratto, che il vecchio marxismo si sia rivelato inadeguato. Era stato fondamentale nel creare nel movimento operaio la consapevolezza dei rapporti capitalistici e della potenziale forza dei lavoratori.\u00a0Mancando per\u00f2 di una macroeconomia, fin dagli anni \u201920 il marxismo aveva reso la socialdemocrazia tedesca incapace di comprendere le cause della disoccupazione di massa, e di elaborare politiche di rilancio, aprendo la strada al crollo della Repubblica di Weimar e all\u2019avvento del nazismo.<\/p>\n<p>L\u2019invenzione della macroeconomia da parte di Keynes consent\u00ec invece di concepire nuove soluzioni, di predisporre soluzioni per gestire il ciclo economico, di pilotare il mondo fuori dalla crisi del \u201929 e di sostenere dopo la guerra lo sviluppo dei \u201cTrenta anni gloriosi\u201d.\u00a0Anche il keynesismo, fin dalla sconfitta di Mitterrand, si rivel\u00f2 per\u00f2 insufficiente in un contesto sempre pi\u00f9 internazionalizzato, in cui la competizione vedeva coinvolti nuovi protagonisti come i paesi petroliferi e i BRICS.<\/p>\n<p>Oggi quindi, se si accetta il giusto invito di Salvatore Biasco a ricostruire un\u2019alternativa culturale, basata su un pensiero economico nuovo, occorre sfuggire alla semplice identificazione della sinistra con le politiche keynesiane della domanda, e della destra con le politiche liberiste dell\u2019offerta.<\/p>\n<p>Nelle equazioni sinistra=domanda e destra=offerta c\u2019\u00e8 tanto di vero. Tuttavia, cos\u00ec come l\u2019offensiva conservatrice contiene un mix complesso di politiche che attraversano tanto il piano della domanda quanto quello dell\u2019offerta, cos\u00ec la sinistra dovrebbe rifondare una cultura consapevole dei limiti delle sole politiche della domanda, e delle potenzialit\u00e0 di determinate politiche dell\u2019offerta.<\/p>\n<p>Obiettivo primario della sinistra \u00e8 quello di perseguire una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta, promuovendo una redistribuzione il pi\u00f9 possibile egualitaria dei redditi. Essa \u00e8 quindi vitalmente interessata a concetti keynesiani quali l\u2019obiettivo della piena occupazione e il ruolo attivo dello Stato nella promozione della crescita; d\u2019altra parte non pu\u00f2 lasciare alla destra temi cruciali che riguardano il lato della offerta, quali l\u2019istruzione e la formazione dei lavoratori (un lavoratore istruito contribuisce alla produttivit\u00e0 dell\u2019azienda e del paese), l\u2019innovazione tecnologica, le regole di governo delle aziende, gli assetti bancari, il ruolo di ceti sociali non riconducibili alla classe operaia o comunque al tradizionale lavoro dipendente.<\/p>\n<p>Una economia dell\u2019offerta di sinistra pu\u00f2 validamente affiancarsi a una politica keynesiana della domanda.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/keynes\/11131-massimo-d-angelillo-ricominciare-da-keynes.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/keynes\/11131-massimo-d-angelillo-ricominciare-da-keynes.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Massimo D\u2019Angelillo) Domenica 26 Novembre 2017 presso il Coworking Moltivolti di Palermo la redazione di PalermoGrad ha incontrato in un forum di discussione l\u2019economista Massimo D\u2019Angelillo. 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