{"id":36924,"date":"2017-12-11T11:30:41","date_gmt":"2017-12-11T10:30:41","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36924"},"modified":"2017-12-11T00:39:44","modified_gmt":"2017-12-10T23:39:44","slug":"di-classe-quindi-nazionale-per-una-politica-allaltezza-dei-tempi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36924","title":{"rendered":"Di classe, quindi nazionale. Per una politica all\u2019altezza dei tempi"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Mimmo Porcaro)<\/strong><\/p>\n<p>In un paese abitato da gente meno disposta a farsi ingannare dalle evidenti bischerate dei propri governanti, le elezioni di fine maggio avrebbero visto non il 60, ma il 100% di affluenza e avrebbero premiato non col 40, ma col 50% e pi\u00f9 un partito capace di dire l\u2019opposto di quanto strombazzato dal trionfale, ma precario, vincitore di oggi.<\/p>\n<p>Capace di dire, cio\u00e8, che l\u2019Italia, se vuole interrompere la sua costante discesa, deve mutare la propria collocazione internazionale e trasformare decisamente i propri rapporti sociali. Deve uscire dall\u2019Unione europea e dall\u2019euro trovando nuovi partner e cercando anche (se possibile) di ricostruire l\u2019europeismo su basi paritarie. Data la tirchieria del capitalismo nostrano e l\u2019inaffidabilit\u00e0 dei capitali esteri, deve sostituire l\u2019iniziativa pubblica all\u2019inerzia privata, riappropriandosi del sistema bancario e nazionalizzando le pi\u00f9 grandi imprese. Deve tornare alla repressione finanziaria e ad un ragionevole controllo del flusso dei prodotti, ma soprattutto dei capitali. Deve creare le condizioni occupazionali, salariali e giuridiche perch\u00e9 i lavoratori cessino di essere umiliati e divengano invece protagonisti attivi del processo produttivo, e quindi fonte di innovazione. Deve centralizzare molte delle competenze attualmente attribuite alle Regioni (che sono origine, come disse a suo tempo l\u2019inascoltato Ugo la Malfa, di innumeri sprechi) e con i conseguenti risparmi finanziare un ammodernamento dell\u2019apparato di stato fatto sia di occupazione giovanile sia di moduli organizzativi basati sull\u2019interazione cittadini\/amministrazione.<\/p>\n<p>Ma un partito che dica queste cose, ed altre consimili, ovviamente non c\u2019\u00e8. C\u2019\u00e8 piuttosto un PD lanciato sulla via della privatizzazione, un PD che ha saputo mirabilmente mescolare populismo e tecnocrazia e che potrebbe perci\u00f2 divenire il perno del potere statale da qui a venti, trent\u2019anni\u2026non fosse per il piccolo inconveniente costituito dal fatto che tra pochi anni lo strapotere del capitale tedesco e, pi\u00f9 in generale, dei capitali europei pi\u00f9 forti, avr\u00e0 ridotto i lavoratori e le imprese italiane a ben poca cosa. C\u2019\u00e8 un M5S inconseguente ed ambiguo sul tema dell\u2019Europa, quasi del tutto afono, nonostante l\u2019urlare del suo leader, sui problemi dell\u2019assetto economico-sociale del paese, risolti con qualche battuta stantia sulla decrescita e contro l\u2019industrialismo, buona forse a fidelizzare tutti quelli che vedono come il fumo negli occhi l\u2019esistenza dei lavoratori organizzati, ma perci\u00f2 stesso incapace ad allargare l\u2019area di influenza del movimento. C\u2019\u00e8 una Lega che, dopo le iniziali inclinazioni filogermaniche, tipiche di una certa borghesia lombardo-veneta, ha abbracciato alla disperata la battaglia anti-euro lucrandone un qualche successo, ma trovandosi subito dopo di fronte all\u2019interrogativo insolubile: come pu\u00f2 un partito antinazionale fare seriamente una politica nazionale? C\u2019\u00e8 poi una destra post berlusconiana di cui al momento non mette conto dire granch\u00e9.<\/p>\n<p>E infine c\u2019\u00e8 una sinistra radicale che raggiunge, se non sbaglio, il suo minimo storico, e varca la fatidica soglia solo grazie all\u2019astensionismo, che sta in rapporto di 1 a 10 rispetto al suo principale concorrente, e che soprattutto \u00e8 farcita di nobili ideali ma di idee sbagliate, che la portano a difendere oltre ogni logica ed evidenza l\u2019illusione della riformabilit\u00e0 dell\u2019Unione e della neutralit\u00e0 dell\u2019euro. E a svolgere cos\u00ec in Italia (altrove son successe cose diverse), forse per la prima volta nella sua storia, una funzione sostanzialmente conservatrice: quella di impedire la nascita, a sinistra, di una forza capace di contendere alla destra il campo dell\u2019inevitabile battaglia antiunionista. Spiace che in questa palude si sia impantanata anche Rifondazione Comunista. Spiace che essa si sia completamente nascosta dietro la lista Tsipras e che la lista Tsipras si sia completamente nascosta dietro alla lotta alla coppia austerity\/populismo: ossia dietro ai temi cari a Renzi: mettendosi cos\u00ec nell\u2019assurda impresa di competere col PD condividendone per\u00f2 le scelte internazionali e le parole d\u2019ordine. Eppure Rifondazione aveva concluso il suo recente congresso facendo proprio dell\u2019autonomia dal PD la sua bandiera ed aprendo alla possibilit\u00e0, pur se solo in casi estremi, di una rottura dell\u2019euro. Ma tutto \u00e8 svanito nel corso della campagna elettorale, ed altro svanir\u00e0 ulteriormente nella trasformazione della lista in movimento organizzato. Forse il suicidio del PRC era iniziato nel 2008, con l\u2019incomprensione del nesso strettissimo che lega la sconfitta di Prodi, il tracollo del partito e l\u2019illusione dell\u2019 \u201daltra Europa\u201d. Ma di certo si \u00e8 concluso nel corso di questa stentata primavera.<\/p>\n<p>Come spiegare l\u2019incapacit\u00e0 di tutti i partiti di affrontare questo momento storico? Come spiegare la completa connivenza degli uni e la completa inadeguatezza degli altri? Certo, si possono chiamare a consulto il politologo, il sociologo, lo storico della cultura, e l\u2019uno parler\u00e0 della crisi della forma-partito, l\u2019altro della polverizzazione dei soggetti sociali, l\u2019altro ancora dell\u2019assenza di centri di formazione di una classe politica che sia autonoma dalle grandi imprese e dalle banche. Ma una volta ogni tanto converrebbe chiedere una perizia anche al dottor Marx: che ci direbbe che, al fondo, \u00e8 questione di classi. E che l\u2019inesistenza di un discorso razionale ed innovativo sui destini del paese dipende dal fatto che chi potrebbe portare un punto di vista diverso, ossia il mondo del lavoro, \u00e8 decisamente diviso al suo interno e privo di autonomia culturale e politica.<\/p>\n<p>Infatti. Il successo del PD dipende dalla tenuta dell\u2019alleanza tra lavoratori ad alta e media qualificazione, lavoratori sindacalizzati e grande capitale europeista: un\u2019alleanza in cui i lavoratori svolgono la poco esaltante funzione di \u201cclasse di sostegno\u201d del blocco dominante perch\u00e9, pur perdendo continuamente quote del reddito nazionale, hanno pur sempre un lavoro (quasi) stabile ed uno stipendio fisso. E quindi paventano i rischi della rottura dell\u2019euro, temono l\u2019inflazione pi\u00f9 della peste, e si iscrivono cos\u00ec a quella coalizione deflazionista che domina il paese da quando si \u00e8 consumato il divorzio tra Tesoro e Banca d\u2019Italia, e che nell\u2019Unione europea ha trovato il suo spazio ideale. La subalternit\u00e0 della sinistra radicale dipende dalla condivisione dell\u2019identica base sociale del PD (ad esclusione, va da s\u00e9, delle componenti pi\u00f9 direttamente capitalistiche di essa): una base che, in particolare in tempi di crisi, preferisce l\u2019organizzazione grande e potente alle frasi di una minoranza. E dipende dal prevalere, nelle sue fila, di lavoratori di alta e media qualificazione che ripetono narcisisticamente l\u2019elogio della loro democrazia partecipata e del lobbismo delle loro associazioni, e sono incapaci di comprendere la distanza tra queste forme di politica (che spesso sono forme di condivisione del potere) e la vita quotidiana dei quelle masse che vorrebbero rappresentare.<\/p>\n<p>La gran parte dei lavoratori di bassa qualificazione ed alta precariet\u00e0, nonch\u00e9 dei lavoratori autonomi di prima generazione (ossia meno qualificati) \u00e8 alleata, o per meglio dire lo era, al blocco del capitalismo quasi-protezionista gi\u00e0 guidato da Berlusconi. Disgregatosi un tale blocco, l\u2019alleanza si \u00e8 in parte dissolta (unica buona notizia in questi grami giorni), e nessuno sembra in grado di raccogliere l\u2019eredit\u00e0 del Cavaliere, n\u00e9, tantomeno, di conquistare tali lavoratori ad una coalizione alternativa.<\/p>\n<p>Il movimento di Grillo, composto pi\u00f9 degli altri da un coacervo pluriclasse in cui molto spazio hanno le forme pi\u00f9 precarie di lavoro, anche intellettuale, resta comunque egemonizzato (nonostante la forte discussione interna) dal discorso del \u201cpiccolo produttore\u201d: no ai corrotti, no alle banche, s\u00ec alla piccola impresa e all\u2019autoproduzione. E no comunque allo stato, ai sindacati, all\u2019industria, ai \u201cprivilegi\u201d dei lavoratori organizzati, in primis di quelli pubblici. La Lega ha le tetre e ben note idee, che da tempo contribuiscono attivamente a disgregare un possibile fronte del lavoro, aggiungendo alle divisioni abituali anche quelle territoriali ed etniche .<\/p>\n<p>Insomma \u00e8 del tutto evidente che l\u2019attuale sistema dei partiti ha, tra le altre, proprio la funzione di dividere i lavoratori e di impedire che essi comincino a capire che ci\u00f2 che li divide \u00e8 oggi assai meno importante di ci\u00f2 che li pu\u00f2 unire. E ci\u00f2 che li pu\u00f2 unire \u00e8 la consapevolezza del rischio letale che corre il paese, del rischio concreto che tutta la ricchezza creata dal lavoro e dal risparmio della gran parte dei cittadini italiani, (ricchezza che in passato assumeva in buona misura forma pubblica e che adesso \u00e8 in gran parte privatizzata), sia oggi svenduta al capitalismo estero col beneplacito, e con la \u201ccresta\u201d dei governanti italiani. Dove il guaio non \u00e8 che il capitalista acquirente sia \u201cstraniero\u201d, ma che non esista uno spazio giuridico che consenta ai cittadini italiani di controllare in qualche modo l\u2019utilizzo dei propri beni, essendo l\u2019Unione europea fatta apposta per impedire qualsiasi controllo del genere. Questa \u201cdevoluzione\u201d della nostra ricchezza, che concluderebbe tragicamente decenni di privatizzazioni, metterebbe la parola fine ad ogni velleit\u00e0 di costruire ogni e qualunque politica a favore del lavoro e renderebbe definitivi ed irreversibili gli effetti del neoliberismo. E\u2019 la lotta contro questa completa sottomissione della nostra vita al neoliberismo a costituire, oggi, quel \u201ccomune interesse di classe\u201d che \u00e8 una vuota astrazione se non \u00e8 definito sulla base delle condizioni concrete di ogni paese. E\u2019 chiaro infatti che l\u2019unit\u00e0 dei lavoratori non pu\u00f2 essere costruita sommando le diverse rivendicazioni degli uni e degli altri, oggi formulate da un semplice punto di vista di categoria. Certo, si dovr\u00e0 trovare una politica fiscale, occupazionale e di welfare che medi tra interessi diversi. E certamente si dovr\u00e0 costruire, a partire dalle esperienze extraconfederali, un nuovo e combattivo sindacalismo \u201cgenerale\u201d. Ma il vero collante, nel permanere di profonde differenze materiali tra ogni settore, potr\u00e0 essere dato solo da una comune coscienza della situazione storica e dalla comune identificazione in un destino condiviso: quello di cittadini che lottano per la dignit\u00e0 della propria (vastissima) classe sociale e del proprio paese. Ci\u00f2 che serve \u00e8 quindi un partito (un movimento, una coalizione, una rete con alcuni hub\u2026 si vedr\u00e0) che sappia unire il lavoro sulla base di una corretta analisi dei rapporti di classe e del loro legame con la posizione del paese sulla scena mondiale. Un partito di classe: dunque nazionale.<\/p>\n<p>So gi\u00e0 che a questo punto molti dei miei compagni di fede scrolleranno il capo e sbufferanno, citando (a casaccio, per\u00f2) i classici del marxismo: \u201cMa come? Che c\u2019entra la nazione con la classe? La classe \u00e8 internazionalista o non \u00e8: il nazionalismo \u00e8 solo un modo per nascondere il conflitto sociale dietro il velo di una fittizia unit\u00e0\u2026\u201d. Ed altri aggiungeranno, scimmiottando invece le odierne gazzette padronali: \u201cIl nazionalismo? Follia! Ormai il mondo \u00e8 globalizzato, non si torna indietro\u2026e poi lo stato e la nazione sono sinonimi di potere, repressione, chiusura, quando noi siamo invece per le libert\u00e0, per l\u2019apertura al mondo intero\u2026\u201d. Faccio pazientemente notare ai miei immaginari interlocutori che da tutta la migliore tradizione marxista si pu\u00f2 desumere che la nazione svolge, nei confronti del lavoro, funzioni assai diverse. Nell\u2019epoca delle rivoluzioni democratiche nazione e lavoro possono marciare, almeno inizialmente, di pari passo. Nell\u2019epoca dell\u2019imperialismo novecentesco la nazione \u00e8 evidentemente, quasi sempre, un nemico della lotta di classe. Quando invece, come oggi, la riproduzione di una forma determinata del capitalismo richiede l\u2019indebolimento o la dissoluzione degli stati nazionali \u201cminori\u201d per meglio sfruttarne il lavoro e le risorse a vantaggio dei capitali pi\u00f9 forti, e dunque degli stati egemoni in cui questi si identificano, allora classe e nazione possono di nuovo incontrarsi, senza temere di riprodurre l\u2019autarchia ed il bellicismo fascista o qualche riedizione del \u201cpatto fra produttori\u201d. E faccio inoltre notare che il mondo sta gi\u00e0 tornando \u201cindietro\u201d rispetto alla (presunta) globalizzazione e che tutti i paesi che in questi decenni hanno saputo darsi un sentiero di crescita, quando non un indirizzo tendenzialmente socialista, sono appunto paesi in cui \u201cstato\u201d e \u201cnazione\u201d non sono affatto bestemmie. Era bello fare i globalisti alternativi all\u2019ombra del governo brasiliano o di quello venezuelano, ed ha prodotto anche qualche buon frutto: ma perch\u00e9 non riconoscere che senza il nazionalismo brasiliano e venezuelano non ci sarebbero stati nemmeno i Social Forum mondiali? E che, in generale, senza i nazionalismi progressivi dell\u2019America latina non ci sarebbe stato nemmeno l\u2019internazionalismo di quel continente?<\/p>\n<p>Allora: costruiamo senza tema il partito di classe e nazionale.<\/p>\n<p>Esso sar\u00e0 nazionale in due sensi. Prima di tutto perch\u00e9 dovr\u00e0, come abbiamo gi\u00e0 detto, parlare a tutti i lavoratori di tutto il paese, garantiti e no, pubblici e privati, autoctoni e migranti, uomini e donne. E dovr\u00e0 unire al composito universo dei lavoratori dipendenti anche quella marea di piccoli imprenditori che costituiscono una figura intermedia tra capitalista (perch\u00e9 si appropriano del risultato del lavoro dei propri operai) e lavoratore (perch\u00e9 si dannano nei loro stessi capannoni e spesso condividono cultura, valori e stili di vita dei loro dipendenti). Dovr\u00e0 inoltre costruire un\u2019alleanza tra questo \u201cblocco del lavoro\u201d e quelle imprese private che siano in grado di competere esaltando e non deprimendo il ruolo (ed il salario) dei loro lavoratori. Dovr\u00e0 infine cementare questa alleanza popolare prima con la prospettiva e poi con lo strumento della banca e dell\u2019impresa pubbliche, uno strumento sottoposto per\u00f2 ai controlli di cittadinanza oggi resi possibili dalla diffusione della cultura, dall\u2019abitudine all\u2019autorganizzazione civica e dai mezzi informatici (un controllo che deve estendersi anche ai pi\u00f9 importanti snodi dell\u2019amministrazione).<\/p>\n<p>Parlare a tutti i lavoratori. Parlare a tutti i ceti che non abbiano una funzione regressiva. Costruire una dialettica dura ma positiva tra stato e cittadini. Unire, insomma, dopo anni di divisioni enfatizzate a vantaggio dei soliti noti. Preferire alla profusione delle \u201cfrasi scarlatte\u201d, ormai gergali ed illeggibili, pi\u00f9 sobrie ed anche trite parole capaci di attrarre pi\u00f9 persone nello spazio della lotta sociale.<\/p>\n<p>Per anni abbiamo ricordato ai lavoratori i loro interessi di classe, li abbiamo chiamati all\u2019antagonismo, al conflitto e ci siamo stupiti del fatto che essi non capissero le nostre proposte, nemmeno quando queste erano, come pure \u00e8 accaduto, sensate ed argomentate. Ma forse questi lavoratori capivano molto meglio di noi che oggi lottare direttamente come classe \u00e8 davvero molto difficile, e all\u2019idea di organizzarsi come classe preferivano quella di farlo come cittadini (anche da questo deriva il successo del M5S), dimostrando di aver ben compreso le condizioni attuali del conflitto: oggi la lotta non parte \u201cdalla fabbrica\u201d per arrivare poi \u201callo stato\u201d (perch\u00e9 la fabbrica si \u00e8 frantumata e lo stato ha trovato mille modi per rendere inefficace la classica lotta sindacale) oggi devi lottare direttamente per incidere con efficacia sul potere politico, e se \u00e8 possibile per conquistarlo e trasformarlo. Se lotti soltanto come operaio non puoi farlo, perch\u00e9 come operaio sei debole e spesso solo. Se lotti come cittadino, invece, sei molto meno solo, hai molti strumenti in pi\u00f9 e puoi mirare a cose pi\u00f9 grandi. Certo, questa intuizione si \u00e8 espressa in modi confusi ed ambigui: ma ci\u00f2 \u00e8 avvenuto anche perch\u00e9 la sinistra radicale ha capito solo a tratti il significato di questo mutamento dell\u2019azione sociale. E non ha mai compreso, in fondo, tutte le implicazioni dell\u2019assunto di Marx secondo il quale la classe operaia, abolendo il dominio del suo antagonista abolisce anche s\u00e9 stessa come classe: per superare la propria subordinazione bisogna diventare qualcos\u2019altro.<\/p>\n<p>In secondo luogo il partito di classe sar\u00e0 nazionale perch\u00e9, proprio per tutelare gli interesse immediati e storici dei lavoratori, dovr\u00e0 appunto tutelare anche la sovranit\u00e0 nazionale (e con essa la sovranit\u00e0 popolare), senza peraltro credere che sovranit\u00e0 significhi onnipotenza e senza pensare che si possa restare a lungo in una piccola dimensione. \u201cSovranit\u00e0\u201d significa, qui, possibilit\u00e0 di scelta collettiva. E \u201cnazione\u201d indica, qui, l\u2019unico spazio attualmente ancora in grado di ospitare procedure di scelta democratica. Dopo di che, \u00e8 chiaro che una scelta collettiva e democratica garantita dalla sovranit\u00e0 nazionale dovr\u00e0 ovviamente vertere sul come allearsi ad altri stati, sul come cooperare con altre economie (condizione essenziale della sopravvivenza di qualunque paese), e sul come far fronte alle conseguenze della scelta stessa, ossia alle inevitabili reazioni degli stati dominanti alla rottura di equilibri pluridecennali. Questa reazione ci sar\u00e0. Ci saranno delle contromosse e noi dovremo saper manovrare, giungere a compromessi, tener conto dei rapporti di forza mentre tentiamo di modificarli. Ma gli inevitabili condizionamenti della scena internazionale non possono essere presi a motivo del rifiuto di qualunque idea di sovranit\u00e0. Sarebbe come dire che, siccome gli individui nascono in situazioni storico sociali che non determinano e vivono sotto il vincolo di numerosi condizionamenti esterni (per non parlare delle interne pulsioni inconsce) siccome, insomma, la libert\u00e0 di scelta \u00e8 di fatto notevolmente limitata, sarebbe inutile e dannoso sancire la libert\u00e0 individuale come principio giuridico fondamentale.<\/p>\n<p>E della libert\u00e0 di scelta abbiamo oggi un estremo bisogno. Il paese ha prosperato prima ed ha vivacchiato poi come anello del sistema di potere statunitense. La subalternit\u00e0 a Washington era ripagata dalla redistribuzione della ricchezza garantita dal capitalismo \u201ckeynesiano\u201d, e poi \u00e8 stata bilanciata dalla diffusione della ricchezza finanziaria. Ora che il capitalismo occidentale mostra il suo nuovo volto, non \u00e8 pi\u00f9 possibile pensare di vivacchiare e nemmeno di risalire la china in cui il paese \u00e8 scivolato se si resta all\u2019interno del blocco atlantico. La permanenza nell\u2019Unione europea comporta, oltre alla subalternit\u00e0 all\u2019euro, la subalternit\u00e0 a tutti i processi di privatizzazione e di liberalizzazione a marchio Usa-Ue che rendono impossibile attivare gli strumenti pubblici che ci sono necessari, come sempre, a superare i momenti di crisi. Inoltre, la permanenza nell\u2019Unione europea comporta la connivenza con un blocco imperialista ed avventurista (si veda il comportamento ella Germania nell\u2019attuale crisi ucraina) che espone il vecchio continente, e noi in esso, ai rischi di un conflitto micidiale. La rottura dell\u2019Unione, la nascita di un\u2019alleanza sudeuropea aperta all\u2019Africa ed all\u2019oriente, la costruzione di rapporti particolari coi Brics sono i passi necessari per costruire su nuove basi una nuova Europa, capace di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto mondiale o capace addirittura di svolgere una funzione di equilibrio. La scelta a cui siamo chiamati \u00e8 assai difficile. Modificare la collocazione internazionale del paese \u00e8 modificare una cultura politica sedimentata da decenni. Di pi\u00f9: \u00e8 effettuare la vera rottura con la cultura dominante e quindi con la classe dominante, perch\u00e9 l\u2019inevitabilit\u00e0 del dominio di questa classe viene giustificata con l\u2019inevitabilit\u00e0 dell\u2019Unione europea, e quest\u2019ultima con l\u2019inevitabilit\u00e0 della nostra fedelt\u00e0 atlantica.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la posta in gioco, ed \u00e8 inutile nasconderne la pesantezza. Anche per questo abbiamo bisogno del massimo di unit\u00e0 trai lavoratori e trai cittadini, del massimo di consenso sulle scelte decisive. Ci aiuter\u00e0 il fatto che l\u2019idea di partecipare ad un vero e proprio riscatto nazionale dovrebbe cementare con pi\u00f9 forza l\u2019alleanza popolare.<\/p>\n<p>Nazionalismo? Perch\u00e9 no? Il nazionalismo difensivo, costituzionale e democratico \u00e8 una scelta obbligata per chi voglia pensare ad un nuovo destino per i lavoratori e per il paese. Tanto obbligata da ricomparire come \u201cnon detto\u201d anche nelle proposte di chi lo avversa. Rifondazione comunista aborre il nazionalismo, ma propone poi di recuperare la sovranit\u00e0 nazionale per contestare i trattati fondativi dell\u2019Ue: questo \u00e8 una caso di nazionalismo avventurista, perch\u00e9 prospetta, di fatto, la rottura dell\u2019Unione sulla base di una scelta nazionale, senza per\u00f2 dotarsi degli strumenti politici e simbolici per far fronte alla situazione che si verrebbe a creare. In altro modo anche la Rete dei Comunisti, ed in parte Ross@, pur se con lucidit\u00e0 politica maggiore, propongono obiettivi di distruzione dell\u2019Unione europea ma contemporaneamente rifiutano di riferirsi ad un qualsiasi nazionalismo. E\u2019 vero, la Rete non propone l\u2019autarchia (e chi la vorrebbe?) ma un coordinamento coi Piigs: e va benissimo. Ma il terrore del nazionalismo impedisce di vedere che, a meno di pensare ad un improbabile formazione istantanea di questo coordinamento, ci sar\u00e0 pure un momento (in realt\u00e0 saranno pi\u00f9 momenti) in cui l\u2019Italia dovr\u00e0 decidere da sola, definire gli specifici bisogni della propria struttura economico-sociale, parlare da un punto di vista nazionale e quindi fare, in un modo o nell\u2019altro, del nazionalismo? Che paura ne abbiamo? Non riusciamo proprio a ricordare che nessuna grande esperienza del movimento comunista e socialista, dalla Comune di Parigi alla guerra patriottica antinazista dell\u2019Unione Sovietica, dalla Resistenza italiana al socialismo latinoamericano ha potuto svilupparsi senza intrecciare temi classisti e temi nazionalisti?<\/p>\n<p>E\u2019 vero: con la fine della II Guerra mondiale \u00e8 finita anche la sovranit\u00e0 di moltissimi stati, quasi tutti subordinati all\u2019uno dei due blocchi dominati da un solo, potente stato sovrano. Ma il grande rivolgimento iniziato coi fatti del 1989 \u00e8 destinato, a lungo andare, a sconvolgere questa situazione e a riproporre, come avviene oggi, la questione della sovranit\u00e0 nazionale anche a chi l\u2019aveva del tutto rimossa. Considerare irreversibile, con rammarico o compiacimento, la \u201ccrisi della sovranit\u00e0\u201d, significa considerare irreversibile il dominio del sovrano attuale e condannarsi a non comprendere che l\u2019epoca che viviamo \u00e8 invece quella della ridefinizione della sovranit\u00e0, quindi della politica e della stessa politica di classe.<\/p>\n<p>A noi il compito di ridefinire la sovranit\u00e0 come momento essenziale, anche se per nulla esaustivo, della ripresa dell\u2019iniziativa dei lavoratori.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<\/strong> <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/3789-mimmo-porcaro-di-classe-quindi-nazionale.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/3789-mimmo-porcaro-di-classe-quindi-nazionale.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Mimmo Porcaro) In un paese abitato da gente meno disposta a farsi ingannare dalle evidenti bischerate dei propri governanti, le elezioni di fine maggio avrebbero visto non il 60, ma il 100% di affluenza e avrebbero premiato non col 40, ma col 50% e pi\u00f9 un partito capace di dire l\u2019opposto di quanto strombazzato dal trionfale, ma precario, vincitore di oggi. 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