{"id":36958,"date":"2017-12-13T08:00:26","date_gmt":"2017-12-13T07:00:26","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36958"},"modified":"2017-12-11T15:40:16","modified_gmt":"2017-12-11T14:40:16","slug":"perche-la-rivoluzione-tech-non-spiega-i-bassi-salari-italiani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=36958","title":{"rendered":"Perch\u00e9 la rivoluzione tech non spiega i bassi salari italiani"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ECONOPOLY<\/strong><\/p>\n<p><em>Gli autori di questo post sono <strong>Marta Fana<\/strong>, dottore di ricerca in Economia e autrice di \u201cNon \u00e8 lavoro, \u00e8 sfruttamento\u201d (Laterza 2017) e <strong>Davide Villani<\/strong>, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito) \u2013<\/em><\/p>\n<p>All\u2019interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. Secondo la teoria dominante, ripresa\u00a0qui su Econopoly in un recente\u00a0<a href=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2017\/11\/30\/salari-bassi-grande-nodo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">articolo<\/a>\u00a0firmato da Luca Foresti, i cambiamenti tecnologici (e la globalizzazione) hanno contribuito alla polarizzazione del mercato del lavoro in cui gli strati pi\u00f9 bassi della piramide hanno sempre pi\u00f9 difficolt\u00e0 a inserirsi o, una volta inseriti, sono condannati a salari e condizioni di lavoro meno edificanti. Allo stesso tempo, lavoratori capaci di integrarsi o essere integrati in settori pi\u00f9 produttivi (quelli maggiormente innovativi e tecnologici) sarebbero maggiormente ricompensati, in quanto pi\u00f9 produttivi. Si consumerebbe cos\u00ec la polarizzazione (e di conseguenza aumento delle diseguaglianze interne), spinta(e) principalmente dalla tecnologia.<\/p>\n<p>Come in ogni visione a tradizione marginalista, inoltre, spetta ai lavoratori, schiacciati dalla concorrenza di altri lavoratori nella fascia bassa delle retribuzioni, \u201cprepararsi a fare lavori pi\u00f9 complessi e meglio pagati\u201d e a quelli pi\u00f9 produttivi reclamare la propria fetta, \u201cmeritata\u201d, di valore aggiunto prodotto. All\u2019interno di questo ragionamento, nessuno spazio \u00e8 accordato, come ricorda Bogliacino (2014), al potere, o in termini classici ai rapporti di forza tra aziende e lavoratori.<\/p>\n<p>Mantenendo per un attimo da parte quest\u2019ultimo aspetto che tuttavia \u00e8 dirimente nello spiegare perch\u00e9 la tesi di una polarizzazione (e quindi diseguaglianza) indotta dalla tecnologia non sia in grado di spiegare la situazione italiana, \u00e8 opportuno guardare ai fatti che caratterizzano il mondo del lavoro italiano. Rimanendo quindi ancorati alla teoria <em>mainstream<\/em>, ci si chiede se in Italia l\u2019impoverimento dei salari sia dovuto alla polarizzazione e\/o un\u2019insufficienza di capitale umano capace di soddisfare le richieste tecnologiche del mercato.<\/p>\n<p>Partendo dal rapporto Eurofound (2016) sulla struttura lavorativa dei Paesi europei, si nota che l\u2019Italia, insieme all\u2019Ungheria \u00e8 il paese in cui la polarizzazione tra lavori qualificati e non qualificati non ha luogo. Tra il 2011 e il 2015 \u00e8 un vero e proprio declassamento generalizzato: ad aumentare sono soltanto il numero di posizioni lavorative peggio retribuite (quelle appartenenti al primo quintile delle retribuzioni).<\/p>\n<p>Inoltre, si legge nello stesso rapporto, la struttura occupazionale italiana si caratterizza per maggiori livelli di lavoro fisico e per un uso inferiore delle ICT, soprattutto rispetto a paesi come la Francia e la Germania, ma non solo. <strong>Quindi, non \u00e8 l\u2019offerta di lavoro a non essere adeguata, ma la struttura produttiva in costante impoverimento<\/strong>. In altre parole, pi\u00f9 che un problema di offerta di lavoro l\u2019Italia attraversa un problema di quantit\u00e0 e qualit\u00e0 di domanda di lavoro. Quanto alla quantit\u00e0, \u00e8 sufficiente ricordare che il monte ore lavorate \u00e8 ancora inferiore ai valori precrisi e che la domanda di lavoro in Italia \u00e8 tra le pi\u00f9 basse in Europa, come riporta l\u2019Eurostat.<\/p>\n<p><em>Tasso di posti vacanti in Europa<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-11423\" src=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/vacancy-rate-600x251.png\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" srcset=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/vacancy-rate-600x251.png 600w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/vacancy-rate-300x125.png 300w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/vacancy-rate-768x321.png 768w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/vacancy-rate.png 1576w\" alt=\"vacancy-rate\" width=\"600\" height=\"251\" \/><\/p>\n<p>La scarsa qualit\u00e0 della domanda di lavoro, \u00e8 dimostrata dall\u2019esodo di lavoratori teoricamente pi\u00f9 qualificati (cio\u00e8 in possesso di una laurea) verso altri paesi, come rileva di recente l\u2019Istat: nel 2016, si legge nel rapporto Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente, i laureati italiani che lasciano il Paese, sono quasi 25 mila nel 2016 (+9% sul 2015) anche se tra chi emigra restano pi\u00f9 numerosi quelli con un titolo di studio medio-basso (56mila, +11%), a riprova del fatto che scarsa qualit\u00e0 e quantit\u00e0 di domanda di lavoro vanno di pari passo nel nostro Paese.<\/p>\n<p>Inoltre, per confermare i dati Eurofound sulla scarsa qualit\u00e0 delle offerte di lavoro in Italia, basta guardare alla distribuzione \u00a0delle nuove assunzioni nel nostro paese, riportati mensilmente dall\u2019Osservatorio sul precariato Inps, secondo cui circa <strong>il 35% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato tra il 2015 e il 2017 si concentrano nei settori dei servizi a scarsa produttivit\u00e0<\/strong>: commercio all\u2019ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e motocicli; trasporto e magazzinaggio; servizi di alloggio e di ristorazione.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-11422\" src=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/fana_tabella-600x454.png\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" srcset=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/fana_tabella-600x454.png 600w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/fana_tabella-300x227.png 300w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/fana_tabella.png 765w\" alt=\"fana_tabella\" width=\"600\" height=\"454\" \/><\/p>\n<p>Fin qui pi\u00f9 che una polarizzazione, siamo di fronte a <strong>un impoverimento generalizzato della struttura produttiva che di conseguenza genera un impoverimento del lavoro<\/strong>. All\u2019interno di questo contesto tuttavia, i guadagni tra le parti non sono distribuiti equamente: infatti, la distribuzione del valore aggiunto tra aziende e lavoratori, tra quota profitti e salari, ha favorito i redditi dei primi a discapito dei secondi. Come mostra, l\u2019ultimo rapporto OCSE in merito (si veda il grafico qui sotto), <strong>in Italia la quota di reddito complessivo che va ai salari \u00e8 diminuita di quasi il 15%<\/strong> tra gli anni Settanta e il 2014. Una dinamica che non si riassorbe con la crisi.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-11424\" src=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/change-labor-share-600x331.png\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" srcset=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/change-labor-share-600x331.png 600w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/change-labor-share-300x166.png 300w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/change-labor-share-768x424.png 768w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/change-labor-share.png 860w\" alt=\"change-labor-share\" width=\"600\" height=\"331\" \/><\/p>\n<p><em><strong>Fonte:<\/strong> OECD \u2013 The labor share in the G20 economies<\/em><\/p>\n<p>Non stupisce, allora, ritrovare una distanza profonda tra le retribuzioni dei salariati e quelle, in aumento, di dirigenti e lavoratori ai piani alti della piramide, la quale per\u00f2 non rappresenta un cambiamento neutrale nelle forme retributive. Infatti, l\u2019aumento delle seconde \u00e8 determinato da forme di retribuzione non legate al salario ma appunto ai profitti; non a caso esse avvengono tramite <em>bonus<\/em> e <em>stock options<\/em>.<\/p>\n<p>Alcuni economisti (vedasi Lazonick e O\u2019Sullivan, 2000; Mason, 2015) inseriscono questo fenomeno all\u2019interno della denominata <em>shareholders revolution<\/em>, che negli ultimi decenni <strong>ha contribuito a spostare le imprese verso un modello in cui vengono privilegiati investimenti speculativi<\/strong>, principalmente orientati al breve periodo, con l\u2019obiettivo di massimizzare i ritorni di un numero ridotto di azionisti. Come contropartita diminuiscono gli investimenti produttivi di lungo periodo, gi\u00e0 colpiti dal basso livello di domanda aggregata.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 una diminuzione della quota di profitti reinvestiti nell\u2019economia \u201creale\u201d, mentre aumenta quella destinata alla distribuzione di dividendi. <strong>Sono allora premiati coloro che lavorano per aumentare i rendimenti finanziari e\/o i risparmi negli investimenti reali da drenare nelle attivit\u00e0 speculative.<\/strong><\/p>\n<p>Fin qui quindi nulla conferma la teoria della polarizzazione indotta dalla tecnologia.<\/p>\n<p>Tuttavia, per quanto riguarda le caratteristiche dei lavoratori italiani bisogna tener presente che l\u2019abbassamento della qualit\u00e0 (e spesso anche quantit\u00e0) delle condizioni lavorative \u00e8 generalizzato e riguarda anche i cosiddetti lavoratori qualificati (<em>skilled<\/em>). In particolare, come mostrano Naticchioni-Raitano-Vittori (2016) nel grafico qui sotto, <strong>l\u2019evoluzione delle retribuzioni dei lavoratori italiani si riduce nel tempo, ma in misura maggiore per i laureati<\/strong> nati tra il 1975 e il 1979 relativamente ai colleghi delle coorti precedenti.<\/p>\n<p><em>Stime dell\u2019evoluzione delle retribuzioni medie annue lorde per coorte di nascita. Lavoratori laureati<\/em><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-11425\" src=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/rait3-600x394.png\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" srcset=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/rait3-600x394.png 600w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/rait3-300x197.png 300w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/rait3-768x504.png 768w, http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/wp-content\/uploads\/sites\/96\/2017\/12\/rait3.png 979w\" alt=\"rait3\" width=\"600\" height=\"394\" \/><\/p>\n<p><em><strong>Fonte<\/strong>: Naticchioni-Raitano-Vittori (2016)<\/em><\/p>\n<p>Come spiegano gli autori citati, \u201cper quanto riguarda le spiegazioni di \u2018mercato\u2019, si potrebbe sostenere che, essendo aumentati i livelli di istruzione della forza lavoro, il lavoro qualificato sia diventato pi\u00f9 diffuso e, quindi, meno remunerato\u201d. Tale ragionamento vale, per\u00f2, solo se la domanda di lavoro qualificato \u00e8 rimasta stabile, o \u00e8 cresciuta meno dell\u2019offerta. Un\u2019interpretazione sebbene parziale, plausibile, come abbiamo gi\u00e0 visto. Tuttavia, non \u00e8 esaustiva un\u2019interpretazione basata esclusivamente sulla dinamica della domanda e dell\u2019offerta. <strong>Bisogna infatti considerare l\u2019effetto distributivo dei cambiamenti istituzionali, cio\u00e8 delle riforme del mercato del lavoro intervenute negli ultimi venti anni.<\/strong><\/p>\n<p>Ad esempio, in un recente studio (Fana e Raitano, 2016), viene mostrato in che modo la liberalizzazione del contratto a termine prevista dal decreto 368\/2001 abbia colpito negativamente i salari di ingresso e quelli dei primi anni di carriera dei giovani laureati, quindi del gruppo teoricamente pi\u00f9 istruito (tenendo sotto controllo la dimensione e il settore economico del datore di lavoro), che si \u00e8 affacciato al mondo del lavoro dopo la riforma. Un esempio che, tuttavia, rispecchia i veri obiettivi delle repentine riforme volte a flessibilizzare e liberalizzare il mercato del lavoro: <strong>ridurre il potere contrattuale dei lavoratori per mantenere un livello di competitivit\u00e0 (senza intaccare i profitti) delle imprese adeguato a non scivolare fuori dal mercato stesso<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>La ricerca della competitivit\u00e0 da parte del settore privato sembra passare unicamente dalla riduzione dei salari e del costo del lavoro in generale, pi\u00f9 che da investimenti produttivi e innovazione<\/strong>. In Italia, infatti, si investe meno che nel resto d\u2019Europa: gli investimenti in rapporto al PIL sono costantemente al di sotto della media europea, sin dagli inizi degli anni Ottanta. Lo stesso vale per la <strong>spesa in ricerca e sviluppo<\/strong>: secondo dati Eurostat, in Italia il settore privato destina 207 euro pro capite mentre la media europea \u00e8 di 427 euro per abitante. <strong>Per non parlare degli investimenti in istruzione<\/strong> che languono in basso alla classifica dei paesi europei. A questo si deve aggiungere <strong>una retorica che spesso ha enfatizzato le piccole e medie imprese<\/strong>, dimenticandosi che queste imprese sono meno innovative e meno produttive rispetto alle grandi aziende.<\/p>\n<p>Occorre poi riflettere su come l\u2019aumento della disuguaglianza del reddito ha effetti a livello macroeconomico. Una societ\u00e0 pi\u00f9 diseguale implica che una quota sempre minore del reddito \u00e8 assicurata ai piani alti della piramide.<strong> Questa distribuzione del valore aggiunto prodotto, per\u00f2, ha effetti negativi su crescita economica ed occupazione.<\/strong> La maggior propensione al consumo delle classi popolari rispetto a quelle pi\u00f9 abbienti fa s\u00ec che una distribuzione pi\u00f9 egualitaria porterebbe a una pi\u00f9 rapida crescita economica, per via dell\u2019effetto moltiplicatore.<\/p>\n<p>In questo contesto, le politiche di restrizione della domanda aggregata (meglio conosciute come <em>austerity<\/em>) non fanno che peggiorare la situazione, determinando crollo degli investimenti pubblici, blocco degli stipendi del settore pubblico e riduzione della spesa sociale (reddito indiretto per le famiglie), minori consumi. <strong>Considerati questi aspetti sembra quantomeno improbabile raggiungere aumenti di produttivit\u00e0 che invertano il declino italiano<\/strong>. La produttivit\u00e0 \u00e8 infatti un fenomeno prociclico nel lungo periodo, legato alla crescita (che non pu\u00f2 avvenire in assenza o in stagnazione di domanda aggregata e forti diseguaglianze, come scrivono ormai anche il Fondo Monetario Internazionale e l\u2019Ocse). Nel breve e medio periodo, \u00e8 strettamente connessa agli investimenti e all\u2019innovazione di processi e prodotti.<\/p>\n<p>In questo contesto, l\u2019aumento dei minimi salariali spronerebbe le imprese a investire, dato il maggior livello di consumi. Una volta fatta chiarezza sulla natura della produttivit\u00e0, dal punto di vista politico (e quindi anche economico) bisogna infine chiedersi come tali aumenti di produttivit\u00e0 saranno o dovrebbero essere distribuiti: avallare o invertire la dinamica crescente di diseguaglianza, superando l\u2019economicismo produttivista per cui soltanto chi occupa il vertice della piramide \u00e8 ammesso a beneficiarne.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2017\/12\/10\/rivoluzione-tech-salari-italiani\/?uuid=96_juXEftVi\">http:\/\/www.econopoly.ilsole24ore.com\/2017\/12\/10\/rivoluzione-tech-salari-italiani\/?uuid=96_juXEftVi<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ECONOPOLY Gli autori di questo post sono Marta Fana, dottore di ricerca in Economia e autrice di \u201cNon \u00e8 lavoro, \u00e8 sfruttamento\u201d (Laterza 2017) e Davide Villani, dottorando di ricerca in Economia, Open University (Regno Unito) \u2013 All\u2019interno del dibattito sulle attuali condizioni del mondo del lavoro italiano, si colloca la questione salariale. 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