{"id":37863,"date":"2018-01-12T10:30:06","date_gmt":"2018-01-12T09:30:06","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=37863"},"modified":"2018-01-11T23:47:11","modified_gmt":"2018-01-11T22:47:11","slug":"francois-mitterrand-e-le-svolte-degli-anni-ottanta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=37863","title":{"rendered":"Francois Mitterrand e le svolte degli anni ottanta"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di ALESSANDRO VISALLI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su <em>Jacobin<\/em> un vecchio articolo del 2015 di Jonah Birch \u201c<a href=\"https:\/\/www.jacobinmag.com\/2015\/08\/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity\/\">Le molte vite di Francois Miterrand<\/a>\u201d, rilanciato dalla <a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/12\/13\/le-molte-vite-di-francois-mitterrand\/\">traduzione<\/a> di <em>Voci dall\u2019Estero<\/em>, e citato anche nelle \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/01\/sergio-cesaratto-sei-lezioni-di-economia.html\">Sei lezioni<\/a>\u201d di Sergio Cesaratto (un libro da non perdere), consente di riprendere la lettura di uno snodo essenziale della storia del novecento: la repentina svolta verso il liberismo dei governi francese, nel 1982-3, e inglesi gi\u00e0 nel 1976.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Barba e Pivetti, nel loro \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/11\/aldo-barba-massimo-pivetti-la-scomparsa.html\">La scomparsa della sinistra in Europa<\/a><\/em>\u201d, sottolineano in proposito che \u201c<em>le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti<\/em>\u201d (Marx). E\u2019 sicuramente giusto, ma la massima \u00e8 bifronte: le idee dominanti sono quelle che si qualificano come moderne, potenti e giuste al contempo, e che si affermano insieme alla classe che le incarna meglio. Un cambiamento di idee \u00e8 anche un cambiamento del dominio di una classe, o per meglio dire della creazione del dominio. Ci\u00f2 che avviene in Francia e Inghilterra \u00e8 quindi una scelta della classe dominante, prima ancora che delle sue idee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con questo cambio di orientamento da una, sia pure parziale, egemonia delle forze del lavoro e quindi della visione, oltre che degli interessi, dei ceti produttivi allargati si passa al dominio del capitale e della sua logica e quindi della visione, oltre che degli interessi, dei rentier e dei ceti speculativi. Un passaggio che si verifica in particolare nel decennio che va dal 1975 al 1985, anche se si dispiega pi\u00f9 compiutamente in quello successivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per avere qualche confronto, una tempestiva presa di coscienza di questo cambiamento \u00e8 nel prezioso libricino di Leonardo Paggi e Massimo d\u2019Angelillo \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/09\/leonardo-paggi-massimo-dangelillo-i.html\">I comunisti italiani e il riformismo<\/a>\u201d, edito da Einaudi nel 1986, o in alcuni interventi di economisti critici come Federico Caff\u00e8 (ad esempio <a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/05\/federico-caffe-la-spontaneita-del.html\">questo<\/a>), ma potrebbe essere ricordata anche la riflessione retrospettiva dell\u2019anziano Bruno Trentin in \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2016\/11\/bruno-trentin-la-citta-del-lavoro.html\">La citt\u00e0 del lavoro<\/a>\u201d, del 1994. Per quanto riguarda il punto di svolta in Italia, rappresentato dal biennio 1976-78 con la vicenda del \u201ccompromesso storico\u201d ed i suoi esiti, con la finale offerta di sacrifici \u201csenza contropartite\u201d, ne abbiamo parlato <a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2015\/07\/sacrifici-senza-contropartite-il.html\">qui<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma vediamo prima ci\u00f2 che accade in quegli anni cruciali in Inghilterra: Challagan nel 1976, ben prima della Thatcher, si trova a confrontarsi con quella inflazione galoppante e mondiale che \u00e8 il sintomo di molti mali e viene trainato dal raddoppio del prezzo del greggio nel biennio 1973-74 (Guerra del Kippur e formazione del cartello dei produttori) e con le conseguenze della tempesta avviata quasi dieci anni prima dalle conseguenze dello squilibrio commerciale e finanziario americano, esposto per 70 miliardi (una delle ricostruzioni migliori delle conseguenze in Amato e Fantacci \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/07\/massimo-amato-luca-fantacci-fine-della.html?q=contropartite\">Fine della finanza<\/a>\u201d). La sospensione della convertibilit\u00e0 del dollaro in oro, pilastro del sistema di Bretton Woods, apre quindi la guerra delle valute e delle reciproche svalutazioni competitive. L\u2019oro arriva in poco tempo a moltiplicare per dodici il suo valore e il dollaro perde il 30% sul Marco e il 20% sullo Yen, il petrolio sale di dieci volte in otto anni (da 3$ nel 1971 a 30$ nel 1979), ma non solo, la bauxite del 165%, il piombo del 170%, lo stagno del 220%, l\u2019argento di dieci volte. Questo aumento delle materie prime, in termini del potere di acquisto delle monete e in termini reali (per effetto di mutati rapporti di forza e anche della decolonizzazione che aveva preso tutto il ventennio precedente) porta un aumento dei costi di produzione, dell\u2019inflazione e quindi anche della disoccupazione. Agisce, cio\u00e8, come potente motore di ridisciplinamento; contribuisce anche la politica monetaria imposta, come surrogato di altri mezzi di offesa, da Volcker a partire dal 1978 (viene nominato da Carter) il quale avvia coscientemente \u201cuna disintegrazione controllata nell\u2019economia mondiale\u201d, come dir\u00e0, innalzando i tassi della FED e lavorando per contenere i costi della manodopera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Challagan sceglie di ascoltare chi indica la necessit\u00e0 di lasciare i vecchi obiettivi di politica economica e sociale, imperniati sulla piena occupazione e la giustizia sociale, per concentrarsi invece sulla lotta alla inflazione che presuppone l\u2019abbandono della logica keynesiana. Nello scontro culturale che segu\u00ec con l\u2019ala sinistra del Partito Laburista (rappresentata dall\u2019indimenticato Tony Benn) una \u201c<em>Alternative Strategy<\/em>\u201d fatta di controllo delle importazioni per dare il tempo ad appropriate politiche industriali di condurre alla trasformazione della struttura produttiva, riducendo l\u2019enorme deficit commerciale del paese, perde e viene accantonata in favore di un approccio deflazionario che abbandona le classi lavoratrici al loro destino. L\u2019esito sar\u00e0, nel \u201c<a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Winter_of_Discontent\">Winter of discontent<\/a>\u201d della base elettorale del partito, quindi il disastro del 1979 e la vittoria della Thatcher.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Era partita la corsa alla sostituzione della classe con l\u2019individuo e all\u2019indebolimento del potere contrattuale del lavoro, in primis di quello dipendente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Poco prima, nel 1973, si era avuto sia la feroce repressione degli esperimenti cileni (il cui impatto, quale monito, fu rilevante almeno in Italia) sia la repentina caduta nel 1974 del governo socialdemocratico di impronta keynesiana di Willy Brandt in Germania e la sua sostituzione con il pi\u00f9 \u201cAtlantico\u201d governo di Schmidt. In Italia i tentativi del PCI di avvicinarsi alle componenti \u201cpi\u00f9 progressiste\u201d della Democrazia Cristiana, e di accreditarsi come forza responsabile, incontrano la dura opposizione di La Malfa e Guido Carli, che negoziano un prestito al FMI per indurre un vincolo esterno, rappresentato dalla \u201cLettera di impegni\u201d che obbligava a politiche fortemente deflattive. Le pressioni economiche indotte dall\u2019esterno sono utili ad impedire ogni politica di redistribuzione, di espansione e piena occupazione, che dal punto di vista dell\u2019establishment economico-politico al governo sarebbe solo utile a spingere ulteriormente i prezzi, quindi ridurre i profitti e dunque accumulazione del capitale e quindi investimenti. A seguito di questa strategia il PCI fu messo davanti al fatto compiuto; nella visita in USA il 6 e 7 dicembre 1976, Andreotti mette sul tavolo del FMI e del Tesoro un denso documento preconcordato di 54 pagine (oggi nell\u2019Archivio Andreotti) che articola una politica di \u201crisanamento\u201d fortemente basata su incremento della tassazione e contenimento delle pressioni sociali e sindacali. La manovra mette i comunisti nelle condizioni di dover accettare \u201csacrifici senza contropartite\u201d, seguir\u00e0 \u201cl\u2019affare Moro\u201d e quindi l\u2019adesione allo SME.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pochi anni dopo Francois Mitterrand vince le elezioni in Francia nel 1981, realizzando una doppietta clamorosa (Presidenza e controllo dell\u2019Assemblea Nazionale), con un programma \u201c<a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/110_Propositions_for_France\">110 proposte per la Francia<\/a>\u201d radicale e coraggioso. L\u2019obiettivo dichiarato era la \u201crottura\u201d e l\u2019apertura di una \u201cvia francese al socialismo\u201d. Appena dieci anni prima il Partito Socialista francese aveva, nel <em>Congresso di Epinay<\/em>, fuso le diverse correnti della sinistra non comunista e Mitterrand si era trovato a mutare le proprie posizioni da moderate a radicali. Un radicalismo che si imperniava sulla proposta di \u201criforme strutturali\u201d di rottura con l\u2019ordine stabilito per fondare una nuova societ\u00e0 socialista. Questi toni sono l\u2019effetto del clima sociale e politico e della necessit\u00e0 di competere con il forte <em>Partito Comunista Francese<\/em> (PCF) che era la forza egemonica della sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In tutta la sinistra europea negli anni sessanta e primi settanta, del resto, le socialdemocrazie si stavano radicalizzando sotto la spinta delle crisi economiche connesse con le dinamiche prima ricordate (ne \u00e8 espressione ad esempio Willy Brandt in Germania, che sale nel 1966 e si dimette nel 1974). Il clima anche in Francia, all\u2019avvio degli anni ottanta, vedeva crescere la disoccupazione, l\u2019inflazione e soffrire il mondo della produzione. Grandi gruppi industriali erano in difficolt\u00e0 e soffrivano sempre pi\u00f9 la competizione (all\u2019epoca in particolare tedesca, giapponese e americana). Ad esempio la vicina Germania, con Schmidt aveva abbandonato le politiche keynesiane del suo predecessore e stava spingendo su un modello esteroflesso che non ha pi\u00f9 abbandonato (cfr. la <a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/02\/massimo-dangelillo-la-germania-e-la.html\">lettura<\/a> di d\u2019Angelillo). Inoltre gi\u00e0 dal 1974 i governi della Germania, Francia (guidata dalla destra), Gran Bretagna e USA, nei \u201c<em>Quadripartite meetings<\/em>\u201d erano impegnati a definire lo schema dell\u2019austerit\u00e0 e della governance internazionale (G6) per disciplinare il sud Europa (Portogallo, Spagna, Italia), e soprattutto era stato approvato, su forte spinta tedesca, nel 1978 lo SME (Andreotti, ad esempio dir\u00e0 in Parlamento di aver avuto telefonate con il Cancelliere Tedesco e il Presidente Francese che spingevano per la pronta ratifica, malgrado le perplessit\u00e0 di molti, ad esempio di\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2014\/04\/eugenio-scalfari-1978-parole-al-vento.html\">Eugenio Scalfari<\/a>, e la posizione\u00a0<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2014\/03\/giorgio-napolitano-il-rilevante.html\">contraria<\/a>\u00a0del PCI, che rompe anche su questo il \u201ccompromesso storico\u201d). Prende quindi l\u2019esordio in forma molto pi\u00f9 forte per i paesi europei il \u201c<a href=\"http:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/07\/sacrifici-senza-contropartite-il.html\">vincolo esterno<\/a>\u201d. Lo SME \u00e8 comunque un salto di qualit\u00e0 nelle politiche di integrazione europee, e si innesta in modo perfetto nella logica tedesca della moneta forte e delle esportazioni prioritarie (dato che ostacola le svalutazioni altrui). Prefigura anche, nelle intenzioni di alcuni, una competizione con il dollaro come moneta di riserva (\u201c<em>l\u2019Esorbitante privilegio<\/em>\u201d, come lo aveva chiamato Giscar D\u2019Estaing) per la quale serviva una base territoriale molto pi\u00f9 grande, che solo l\u2019Europa poteva garantire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La situazione in Francia vede in questi anni la disoccupazione in costante aumento, dal 6,3% era salita al 7% in solo un anno tra il 1979 ed il 1980; ma anche l\u2019inflazione era salita al 12%; gli investimenti e produttivit\u00e0 erano stagnanti; infine il deficit commerciale era salito ad un livello insostenibile mettendo sotto pressione la moneta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo contesto \u00e8 preso inizialmente di petto dal nuovo Presidente francese, che propone un drastico programma di nazionalizzazioni delle industrie in difficolt\u00e0. Si tratta di una manovra ambigua e non ancora \u201cdi rottura\u201d con gli ambienti del capitalismo francese, le nazionalizzazioni sono infatti per lo pi\u00f9 ben viste dalla parte imprenditoriale, in quanto indennizzano a valore di mercato industrie a forte rischio di fallimento e dai sindacati in quanto salvano i posti di lavoro. si tratta, inoltre, di una politica abbastanza tradizionale: gi\u00e0 dal 1946 era attiva una <em>Commissione di Pianificazione<\/em> ed erano elaborati <em>Piani Quinquennali<\/em>, nel 1980 gi\u00e0 la met\u00e0 del credito era controllato dal pubblico. Si tratta quindi dell\u2019estensione di una tradizione dirigista molto radicata nel modello francese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una politica dunque tradizionale e condotta dal governo con l\u2019idea che la crisi fosse sostanzialmente congiunturale anche se avviata nel 1971, e dunque gi\u00e0 con un decennio di corso e con i suoi molteplici effetti a catena.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma in realt\u00e0 questo programma normalmente keynesiano cade in un momento in cui sia in America, come in Gran Bretagna e in Germania il capitalismo stava svoltando la pagina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella crescente ostilit\u00e0 della parte dell\u2019opinione pubblica influenzata dagli ambienti imprenditoriali e finanziari, Mitterrand si trov\u00f2 allora ad incontrare i limiti accuratamente progettati dai \u201c<em>Quadripartite Meetings<\/em>\u201d e dallo SME. In particolare l\u2019impossibilit\u00e0 di accompagnare la politica industriale e fiscale con quella monetaria (agganciata al Marco, quindi eterodiretta dalla molto pi\u00f9 potente Bundesbank) mise il governo di fronte alla scelta se rompere il processo di unificazione europeo, di cui lo schema monetario era cardine, o \u201ccostruire la giustizia sociale\u201d. Per come la mette Mitterrand si trattava della scelta tra \u201cdue ambizioni\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 1982-3 il Presidente sceglie il rigore e le politiche deflazionarie, abbandonando quindi il tentativo di reflazionare il sistema e sostenere l\u2019occupazione. Nel 1983 il Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen raggiunge il suo primo successo elettorale a Dreux e l\u2019anno successivo avanza nelle europee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019obiettivo del programma comune delle sinistre di \u201cspezzare il dominio del grande capitale e attuare una nuova politica economica e sociale\u201d \u00e8 quindi abbandonato. Anche la Francia, come l\u2019America e la Germania, optano per il pacchetto di politiche rivolte a rafforzare la moneta, il cosiddetto \u201cFranco forte\u201d, passando per una diretta ed intenzionale contrazione dei consumi (dato che i francesi consumavano prodotti energetici e merci estere pi\u00f9 di quanto ne producessero per l\u2019estero), ovvero per la riduzione del potere di acquisto della gran parte della popolazione. La riduzione, in altre parole, del tenore di vita come politica espressa per competere sulla scena internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una delle cause di questa svolta fu la percezione di essere messi con le spalle al muro dalla fuga, massiccia e crescente, dei capitali francesi all\u2019estero. Una fuga che fu anche preventiva, la sola vittoria cost\u00f2 circa 5 miliardi di dollari (cifra che va moltiplicata almeno per quattro per avere un\u2019idea dell\u2019impatto) e che costrinse Mitterrand a <a href=\"http:\/\/www.lesechos.fr\/11\/10\/1999\/LesEchos\/18002-167-ECH_mitterrand-et-les-patrons---l-histoire-d-un-dialogue-tumultueux-et-ambigu.htm\">rassicurare<\/a> la confindustria francese specificando che il suo era un programma riformista e non rivoluzionario: sulla strada, insomma, della tradizionale economia mista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma la rassicurazione non funzion\u00f2 mai, gli investimenti privati non tornarono e i capitali continuarono a fuggire. Non si trattava solo di fuga degli investitori e dei capitali mobili, durante il biennio del governo delle sinistre le varie corporazioni di volta in volta danneggiate si rivoltarono: i piccoli imprenditori, i camionisti (per i dazi che riducevano le importazioni), gli agricoltori (potenti in Francia sin dal tempo della rivoluzione, e preoccupati per l\u2019afflusso di prodotti agricoli, ovvero <em>per<\/em> le importazioni), i cattolici (che temevano l\u2019insorgere di un sistema di istruzione laico), ecc\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tutto sommato proteste normali, ed alcune anche di segno opposto, ma la cosa grave \u00e8 che il governo non riusc\u00ec <em>n\u00e9 a fermare l\u2019inflazione<\/em> (dato che rinnegava le politiche a tal fine portate avanti dagli altri paesi industriali), <em>n\u00e9 a ridurre la crescita del deficit della bilancia commerciale,<\/em> che anzi aument\u00f2 da 56 a 93 miliardi di Franchi in un solo anno. Si trattava in sostanza di effetti dell\u2019aumento della capacit\u00e0 di spesa delle famiglie e dei pensionati (i secondi videro aumentare la percentuale dell\u2019ultimo salario con il quale andavano in pensione, fino al 100%, e videro scendere l\u2019et\u00e0 pensionabile da 66 a 60 anni ed aumentare la pensione minima; le prime videro crescere del 25% gli assegni familiari, aumentare il salario minimo del 40%, e la crescita mediana degli stipendi, insieme alla riduzione a 39 ore della settimana lavorativa e l\u2019aumento delle ferie pagate), ma esso si era riversato nelle pi\u00f9 competitive merci estere. Le automobili straniere aumentarono del 40% e gli apparecchi elettrici del 27%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019inflazione si attest\u00f2 al 12,6% (era di poco sotto in Italia e al 5% in Germania, del 9% negli USA ed era pi\u00f9 o meno nella media mondiale) ma soprattutto continuava a crescere. Costretto nella camicia di forza dello SME il governo ripetutamente, una prima volta nell\u2019ottobre 1981, negozi\u00f2 una nuova parit\u00e0, svalutando, e di nuovo nel giugno 1982. Ma malgrado queste azioni di riassetto, senza poter imporre efficaci controlli sui capitali e senza riserve, non sembravano esserci opzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La seconda svalutazione, che abbassava il tenore di vita e rendeva pi\u00f9 difficile comprare i prodotti intermedi necessari all\u2019industria francese, spingendo quindi l\u2019inflazione importata attraverso le materie prime necessarie (ma attenuando quella autoctona), fu accompagnata da un primo assaggio di austerit\u00e0 compensativa: il congelamento di salari e prezzi per quattro mesi e il tetto al deficit pubblico con contenimento della relativa spesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da questo momento in poi le politiche reflazionistiche incontrano crescente difficolt\u00e0 nel governo e si apre lo scontro tra Jean-Pierre Chev\u00e8nement da una parte, che voleva continuarle e proponeva di uscire dallo SME per liberarsi dei vincoli della grande finanza e il Ministro delle Finanze, Jacques Delors, e il Ministro dell\u2019Economia, Laurent Fabius, che invece sostenevano la necessit\u00e0 di una ritirata, almeno temporanea, dalle opzioni riformiste. <em>La prima strada<\/em> prevedeva necessariamente l\u2019introduzione di controlli stringenti su capitali, salari e prezzi, e aveva come incognita principale il servizio del debito esistente. <em>La seconda<\/em> prevedeva necessariamente il contenimento dei salari e del tenore di vita per la gran parte della popolazione francese, e la distruzione del loro potere di influenzare l\u2019agenda pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa seconda strada, che ormai abbiamo imparato a ben conoscere, era caldamente suggerita dalla maggior parte del mondo \u2018scientifico\u2019 economico (per le mezze virgolette rinvio al ciclo di post della met\u00e0 del 2016 in cui avevamo affrontato il tema del rigore scientifico della disciplina economica, Dani Rodrik \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/04\/dani-rodrik-ragioni-e-torti-delleconomia.html\">Ragioni e torti dell\u2019economia<\/a>\u201d, Hilary Putnam \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/04\/hilary-putnam-la-sfida-del-realismo.html\">La sfida del realismo<\/a>\u201d, Francesco Sylos Labini \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/04\/francesco-sylos-labini-rischio-e.html\">Rischio e previsione<\/a>\u201d, Alan Jay Levinovitz \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/04\/alan-jay-levinovitz-la-nuova-astrologia.html\">La nuova astrologia<\/a>\u201d, Milton Friedman \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2016\/05\/milton-friedman-la-metodologia.html\">La metodologia dell\u2019economia positiva<\/a>\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A piegare comunque la resistenza del governo fu la fuga dei capitali, avviata in seguito allo scontento che negli ambienti del capitalismo francese si diffondeva per l\u2019aumento della tassazione e soprattutto per le <a href=\"http:\/\/wes.sagepub.com\/content\/2\/3\/317.refs\">protezioni legali<\/a> ai lavoratori che erano state introdotte nel primo biennio. E anche la convinzione, promossa dagli ambienti connessi con il governo, che il collasso del Franco era una reale possibilit\u00e0, per la quale era indispensabile contrastare con manovre fortemente deflattive la tendenza all\u2019inflazione e quindi alla progressiva svalutazione. In questo racconto uscire dallo SME avrebbe solo aggravato le cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La carta vincente, sul piano della lotta egemonica per l\u2019affermazione delle idee, fu da parte dei promotori della deflazione di presentarsi come moderni, come connessi con la parte pi\u00f9 dinamica e aggiornata. Nel gennaio 1983 la pressione si fece pi\u00f9 esplicita e il Primo Ministro, Pierre Mauroy, disse infine chiaramente: \u201c<em>vogliamo che i salari aumentino pi\u00f9 lentamente dei prezzi, per ridurre il potere di acquisto dei consumatori e aumentare la redditivit\u00e0<\/em>\u201d, ovvero perch\u00e9 le imprese aumentino la loro parte di profitto a danno di chi produce. E\u2019 chiaro che in prospettiva (e ormai sono passati trentacinque anni) questo determina necessariamente l\u2019allargarsi di una forbice tra la capacit\u00e0 di acquistare i beni e servizi (identificato con il totale dei redditi) e il prezzo cumulato di questi. In altre parole va in ultima analisi a danno degli stessi produttori (con l\u2019eccezione di quelli in grado di spostarsi e di vendere sul mercato internazionale, inseguendolo dove questo si rintana). C\u2019\u00e8, in parole diverse, una divaricazione tra gli interessi dei produttori globali (ovvero \u201cmultinazionali\u201d) e quelli locali, che subiscono i costi indiretti dell\u2019indebolimento del tessuto economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma nel breve termine sembra andare a vantaggio generale delle varie Confindustrie, perch\u00e9 consente di espandere i profitti (fino a che il debito, e la riduzione dei risparmi accumulati, riesce a tenere dietro).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con la terza svalutazione del Franco, nel marzo 1983, si gioc\u00f2 infine a carte scoperte e venne approvato un drastico pacchetto di austerit\u00e0. Aumenti delle tasse per 40 miliardi di Franchi e riduzione della spesa pubblica insieme agli oneri per le imprese, inoltre deindicizzazione dei salari (come in Italia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019articolo sostiene che comunque le politiche espansive, condotte nel biennio 1981-82, nel mezzo di una crisi europea, aiutarono la Francia a subirne meno il peso; la disoccupazione aument\u00f2, \u00e8 vero, e crescita fu lieve, ma in Germania, che con Schmidt avvi\u00f2 politiche di austerit\u00e0 la frenata fu maggiore e la disoccupazione aument\u00f2 del 5%, contro il 2% della Francia. Il peso realmente difficile da sostenere fu determinato dalla stagnante industria francese, che se nazionalizzata finiva a carico del Tesoro: nel 1983 le perdite delle imprese nazionalizzate erano pari a 2,6 miliardi di dollari ed era pi\u00f9 che raddoppiato in due anni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La questione era quindi che lo Stato si era in realt\u00e0 accollato la nazionalizzazione <em>solo<\/em> delle imprese non redditizie, e quindi inevitabilmente, con il prolungarsi della crisi, la situazione metteva sotto pressione le risorse fiscali, gi\u00e0 di per s\u00e9 in contrazione. Una simile crisi fiscale \u00e8 in sostanza senza vie di uscita in questi termini, anche se non intervengono complicazioni gestionali che ci furono in gran quantit\u00e0 per la maggiore scala e complessit\u00e0 dei problemi da affrontare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alla fine in soli tre anni il Franco aveva perso il 30% del valore sul Marco tedesco e il 100% sul dollaro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che era realmente insostenibile, e lo dice Mauroy nel 1983, \u00e8 <em>l\u2019interdipendenza<\/em> delle economie europee: \u201cVoglio cambiare le abitudini di questa nazione<em>.\u00a0<\/em>Se i francesi si rassegnano a vivere con un\u2019inflazione del 12%, allora<em> \u00e8 bene che sappiano\u00a0che, a causa della nostra interdipendenza economica con la Germania, finiremo in una situazione di squilibrio.\u00a0<\/em>La Francia deve sbarazzarsi di questa malattia dell\u2019inflazione<em>\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">O, come <a href=\"http:\/\/www.connectionivoirienne.net\/102533\/gauche-gouvernement-raconte-histoire-serge-halimi-monde-diplomatique\">disse<\/a> in seguito Delors: \u201cDal momento che la crescita \u00e8 stata stimolata da una domanda interna pi\u00f9 forte rispetto ai paesi vicini, abbiamo attirato le importazioni.\u00a0Sarebbe stato diverso se i nostri impianti di produzione fossero stati in grado di rispondere.<em>\u00a0Ma non \u00e8 stato cos\u00ec, per un semplice motivo: negli anni che precedettero l\u2019arrivo della sinistra al potere, gli investimenti produttivi avevano fatto progressi insufficienti &#8230;\u00a0<\/em>Aggiungo che ai dirigenti aziendali questo cambio di governo non \u00e8 piaciuto.<em>\u00a0Quando non c\u2019\u00e8 fiducia, non ci sono investimenti<\/em>\u201d<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>In pratica qui c\u2019\u00e8 l\u2019intero dilemma davanti al quale si ferm\u00f2 l\u2019azione riformista di Mitterrand<\/em>. Di fronte a quello che Streeck ha chiamato nel suo \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2013\/07\/wolfgang-streeck-tempo-guadagnato.html\">Tempo guadagnato<\/a><\/em>\u201d, lo sciopero del capitale, reso decisivo dal sostanziale monopolio degli investimenti lasciato al settore privato, non restava che arrendersi. Gli investimenti sono, infatti, il vero prerequisito per l\u2019aumento della produttivit\u00e0 e quindi per la crescita, dunque per l\u2019occupazione e da ultimo per l\u2019espansione delle entrate fiscali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come dice Birch \u201c<em>l\u2019unica alternativa \u00e8 cercare di assumere il controllo degli investimenti. Ma alla fine, questo non era l\u2019approccio che Mitterrand era intenzionato ad avere<\/em>\u201d. Del resto non si tratta di idee particolarmente straordinarie, come sottolinea Minsky nel suo \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2015\/09\/hyman-p-minsky-keynes-e-linstabilita.html\">Keynes e l\u2019instabilit\u00e0 del capitalismo<\/a><\/em>\u201d, del 1975, se \u201cin un senso assai profondo disoccupazione significa non pieno impiego dei beni capitali\u201d, si rende allora necessaria quella che lo stesso Keynes individu\u00f2 come \u201cuna socializzazione di una certa ampiezza dell\u2019investimento\u201d, come \u201cunico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione\u201d (TG, p.549), in sostanza \u201cdeterminando l\u2019ammontare complessivo delle risorse destinate ad accrescere gli strumenti di produzione e il saggio base di remunerazione\u201d. Ma, al di l\u00e0 dell\u2019abbastanza evidente contraddizione sulla quale richiama l\u2019attenzione lo stesso Minsky (cfr. p. 204) neppure questa limitata strategia divenne possibile per Mitterrand.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In effetti la nazionalizzazione del settore bancario e di parte delle industrie strategiche avrebbe potuto creare la base per farlo, ma occorreva anche disporsi ad uno scontro dirimente con la logica del profitto a breve termine e gli ambienti sociali \u201cdensi\u201d (ovvero costituiti da detentori del capitale e dei saperi tecnici e amministrativi ad esso collegati) che vi proliferano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista politico l\u2019errore, mai pi\u00f9 superato, delle forze di sinistra che appoggiavano il governo fu di restare agganciate ancora per un anno ad un treno che aveva ormai cambiato le motrici e invertito la rotta. Appoggiandosi evidentemente alle forze che sposavano la deflazione e la contrazione salariale queste, infatti, persero definitivamente la loro forza contrattuale. Nelle elezioni europee del 1984 il PCF e la sinistra del PS furono brutalmente ridimensionate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli anni successivi videro lo smantellamento del modello del dopoguerra, provocando la contrazione dei settori non competitivi e massive perdite di posti di lavoro oltre che riduzioni salariali. In una quindicina di anni furono privatizzati tutti i settori chiave, flessibilizzato il lavoro, liberalizzati i movimenti di capitale, spezzato il potere dei sindacati e delle organizzazioni dei lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La \u201cpausa\u201d si era rilevata permanente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Osservando il mondo dal lato delle imprese e della redditivit\u00e0 del capitale investito si era trattato di un successo: <em>l\u2019inflazione<\/em> (che riduce il potere di acquisto del capitale) scese<em>, il disavanzo delle partite correnti<\/em> (ovvero il saldo tra ci\u00f2 che si compra per vivere e ci\u00f2 che si vende, in altre parole tra quel che comprano le persone e quel che vendono le imprese) si ridusse fin quasi a zero, per poi diventare un surplus (ora le persone compravano meno dall\u2019estero di quel che le imprese vendevano all\u2019estero), <em>le imprese tornarono a guadagnare<\/em>, compreso i gruppi ex nazionalizzati (nel frattempo per lo pi\u00f9 riprivatizzati).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Osservando il mondo dal lato dei cittadini e dei lavoratori lo fu molto meno: <em>le retribuzioni<\/em> diminuirono del 2,5%; <em>la disoccupazione<\/em> aument\u00f2 per superare la quota del 10% nel 1985; <em>la \u201cquota salari\u201d<\/em>, che \u00e8 alla fine l\u2019inverso della redditivit\u00e0, cal\u00f2 costantemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista dello Stato invece: <em>la spesa sociale <\/em>continu\u00f2 a crescere, trainata dalla spesa per welfare necessaria per l\u2019aumento della disoccupazione e della povert\u00e0; nell\u2019istruzione fu abbandonato il modello laico e nella giustizia furono promosse politiche sempre pi\u00f9 severe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nei primi mesi del 1985 uno dei principali architetti della svolta, Jacques Delors, divenne Presidente della Commissione Europea e fu al centro della svolta liberista di quest\u2019ultima. Egli guid\u00f2 i negoziati per il <em>Trattato di Maastricht<\/em>, e la sua Commissione spinse per costituire una <em>Banca Centrale Europea<\/em> indipendente sul modello Bundesbank, definendo anche la sua unica missione in favore della stabilit\u00e0 dei prezzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La svolta politica cost\u00f2 abbastanza cara a Mitterrand, che dal 74% di consenso del 1982 scese al 32% (il minimo storico) in soli due anni, nel 1984. E nel 1986 perse la maggioranza parlamentare. Mitterrand dovette lavorare per due anni con Chirac, anche se nel 1988 si riprese quanto basta da essere rieletto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per trarre una conclusione su questa vicenda giova ricordare che ad un certo punto Mitterrand disse, al culmine dell\u2019incertezza: \u201c<em>In economia, ci sono due soluzioni.\u00a0O sei un leninista,\u00a0oppure non cambierai nulla<\/em>\u201d. Ovviamente lui non lo era. Ma probabilmente non era neppure necessario esserlo, bastava meno. Bisognava comprendere che il \u201csocialismo per ricchi\u201d (secondo la definizione di Minsky, op cit., p.205) \u00e8 intrinsecamente conservatore e tende ad autoavvitarsi progressivamente. In altre parole ogni misura che tende a conservare un\u2019economia a profitti e investimenti elevati incontra un limite interno per superare il quale occorre cambiare gioco; con le parole di Minsky: \u201ctutte le misure fiscali tendenti a favorire gli investimenti spostano la distribuzione del reddito a favore dei settori risparmiatori\u201d, ovvero dei settori borghesi, della classe media superiore e di quella alta. Ci\u00f2 produce nel tempo un \u201cprocesso autoavvitante nel quale per mantenere la piena occupazione \u00e8 necessario disporre di sempre maggiori quantit\u00e0 di investimenti, per indurre i quali bisogna offrire incentivi sempre pi\u00f9 cospicui sotto forma di profitti e di sussidi alla produzione\u201d. Ad un certo punto il gioco va interrotto, altrimenti i \u201csettori risparmiatori\u201d aspirano ogni risorsa e perch\u00e9 diventa necessario invece avviare \u201cmisure per la redistribuzione dei redditi in modo da tendere ad elevare la propensione al consumo\u201d (Keynes, TG., p. 544).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma qui si incontra, nelle condizioni date degli anni ottanta (o meglio, nelle condizioni provocate dalle decisioni assunte negli anni settanta), il <em>vincolo esterno<\/em> determinato dal crescente squilibrio della bilancia commerciale; perch\u00e9 se un paese sostiene la sua propensione al consumo e un altro non lo fa quest\u2019ultimo diventer\u00e0 nel tempo pi\u00f9 competitivo e catturer\u00e0 il consumo del primo. \u00c8 la strategia che Schmidt propone a partire dal 1974, in sostituzione dell\u2019approccio redistributivo di Brandt, e per la quale propone lo SME (e poi l\u2019Euro con Kohl).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pi\u00f9 in generale, nel clima aspramente conflittuale che segue al crollo dello schema di Bretton Woods, viene meno in radice l\u2019ipotesi ottimista di Keynes secondo la quale \u201cse le nazioni possono imparare a crearsi una situazione di occupazione piena mediante la propria politica interna \u2026 non \u00e8 pi\u00f9 necessario che le forze economiche importanti siano rivolte al fine di contrapporre l\u2019interesse di un paese a quello dei suoi vicini\u201d (TG., p. 553). Questa ipotesi, infatti, presupponeva il consenso alle politiche redistributive e di controllo degli investimenti (ovvero di parziale espropriazione del potere di autoaccrescimento del capitale) che, restando sempre molto parziale, viene completamente meno negli anni settanta. In tutto il mondo da allora le forze organizzate del capitalismo tornano all\u2019offensiva, e portano ovunque ad un incremento della competizione, a livello di aree continentali, di nazioni e di imprese (multinazionali e non). Un buon riepilogo recente di questa mutata situazione si pu\u00f2 leggere in <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/11316-dani-rodrik-la-grande-menzogna-della-globalizzazione.html\">questo<\/a> recente intervento dell\u2019economista di Harvard Dani Rodick.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Portare in fondo la logica di determinare gli investimenti ed orientare i profitti in direzione socialmente utile, dunque di far \u201cslittare verso l\u2019alto la funzione del consumo\u201d, come dice Minsky, avrebbe reso invece necessario <em>orientare anche la produzione in direzione sociale<\/em>. Ma ci\u00f2 aveva, ed ha, una condizione abilitante necessaria: <em>bisognava scegliere di appoggiarsi su forze sociali interessate a questo effetto, e non ai profitti in s\u00e9<\/em>. Era necessaria, in altre parole, una costante mobilitazione in direzione di un sempre pi\u00f9 determinato scontro con le forze dello status quo, orientata al desiderio di giungere a inaugurare una nuova societ\u00e0 pi\u00f9 sana ed equilibrata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal punto di vista tecnico avrebbe reso necessario fare molto pi\u00f9 che disdettare lo SME: bisognava sottrarre al capitale la sua mobilit\u00e0 (ovvero in qualche misura espropriarlo), orientare i prezzi e anche produzione e consumi con strumenti sempre pi\u00f9 incisivi, controllare importazioni ed esportazioni, modificare profondamente il sistema fiscale e l\u2019apparato di gestione dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mitterrand tutto questo lo voleva solo a parole, alla prova dei fatti si circondava da persone che non ci credevano e che non lo volevano affatto. Persone che non volevano superare quel carattere del capitalismo che lo orienta alla valorizzazione astratta del capitale e tramite questa alla definizione di rapporti sociali di dominazione. Rapporti nei quali il capitalismo cattura, attraverso la forma-lavoro, astratta nella misura in cui \u00e8 misurabile e si rende scambiabile (cio\u00e8 astratta nel suo prodotto, la forma-merce), l\u2019esistenza stessa delle persone e la realt\u00e0 sociale tutta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 che non \u00e8 stato compreso e valutato \u00e8 che la creazione di valore \u00e8 una sorta di feticcio, che si impone alle spalle delle persone e che include leggi cieche che conducono ad una completa perdita di senso. Non \u00e8 pi\u00f9 rintracciabile, nell\u2019accelerata creazione di nuvole che \u00e8 il capitalismo finanziarizzato contemporaneo, il senso di un progetto che possa ambire a qualificarsi come politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ascoltando invece le sirene proposte da Delors il progetto politico della sinistra francese, uno dei pi\u00f9 radicali del secolo, \u00e8 finito per rovesciarsi nel suo contrario: <em>nella resa <\/em>a quel capitale \u201cdi per se stesso contraddizione in divenire\u201d (Marx) che cerca di ridurre sempre il lavoro astratto necessario per la sua riproduzione, quando alla fine questo ne \u00e8 la misura. Infatti \u00e8 \u2018merce\u2019 ci\u00f2 che \u2018vale\u2019, e viene prodotto solo ci\u00f2 che \u00e8 \u2018merce\u2019, quindi il sistema \u00e8 dinamicamente entro una spirale di contraddizioni crescenti, cui pu\u00f2 sfuggire solo allargandosi costantemente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>La questione \u00e8 che la persistenza del capitale<\/em>, come insieme positivo dei segni di valore (fondato come altrove abbiamo sempre visto sulla fiducia complessiva del sistema sociale, e quindi sfidato nel caso storico che qui si osserva dalla crisi della fiducia dei suoi detentori, <em>che non si \u00e8 avuto il coraggio di sostituire<\/em>)\u00a0\u00e8 dipendente, in ultima analisi,<em> dalla capacit\u00e0 sempre rinnovata di immettere nel processo di produzione, al livello di produttivit\u00e0 dato, altro lavoro vivo per sostituire quello che lo sviluppo tecnico espelle<\/em>. Questo effetto, nelle condizioni della globalizzazione che cresce durante gli anni ottanta e novanta, partendo da qui, si ottiene solo dall\u2019interconnessione ed interdipendenza <em>crescente<\/em> dei sistemi economici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa \u00e8, in fondo, la logica seguita da Delors e compagni: sostituire i riottosi lavoratori occidentali, e francesi in specie, come fornitori di forza-lavoro con altri via via meno esigenti, in modo da estrarre, nel meccanismo deflattivo avviato un adeguato valore differenziale, anche se decrescente. \u00c8 chiaro che in questa prospettiva il consenso popolare diventava un peso e occorreva \u201ccambiare cavallo\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma qui subentra quel che Marx vide solo logicamente: l\u2019esistenza di un limite verso il quale ci stiamo avviando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Certo il limite viene sempre spostato, spesso attraverso le crisi, dall\u2019espansione quantitativa (ad esempio dall\u2019apertura del blocco sovietico nel 1989 e dall\u2019incorporazione delle masse cinesi nel sistema di commercio nel 2001, e soprattutto nel circuito finanziario occidentale, ovvero dalla sussunzione del capitale cinese come sussidiario del capitale occidentale), e da quella tecnologica sempre riprodotta. Il capitale inoltre di tanto in tanto cambia \u2018<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/03\/industria-40-e-le-sue-conseguenze-la.html\"><em>piattaforma tecnologica<\/em><\/a>\u2019 e con questa apre nuovi settori di produzione che riescono ad incorporare altro lavoro vivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Osservando l\u2019esito di quegli anni qui sembra intervenire \u201c<em>l\u2019economia da casin\u00f2<\/em>\u201d (che \u00e8 un\u2019espressione anche di Keynes), che \u00e8 venuta in soccorso di un sistema di anticipazione del valore futuro (ovvero di espansione del debito), mediato dallo Stato, che rapidamente sembrava avere raggiunto i suoi limiti. La \u2018soluzione\u2019 nella quale il sistema inciamp\u00f2 negli anni novanta, trovandola in effetti dal catalogo delle cose in corso e delle forze in via di accumulazione da decenni, fu la liberazione della dinamica di creazione privata di capitale fittizio, nel senso di valore che attualizza anticipandolo il futuro (e dunque strutturalmente l\u2019incertezza).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque, anche a seguito delle scelte compiute in questa vicenda, come in quelle gemelle che si sono date nel breve termine degli anni tra la met\u00e0 dei settanta e quella degli ottanta, oggi \u201cla base dell\u2019economia \u00e8 diventata, a livello generalizzato, il profitto fittizio privato, e l\u2019utilizzazione reale di lavoro sopravvive soltanto come appendice della valorizzazione fittizia di capitale\u201d (Lohoff, \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.it\/2017\/08\/ernst-lohoff-norbert-trenkle-crisi.html\">Crisi<\/a>\u201d, p.79).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qui bisogna capire per\u00f2 i termini, perch\u00e9 si tratta di un\u2019assurdit\u00e0, ma di una assurdit\u00e0 semplice: le catene di debito e credito si sono progressivamente allungate durante tutti gli anni tra gli ottanta e gli anni zero del nuovo millennio, interconnettendosi sistemicamente in modo inestricabile e fragile ad un tempo, fino a sopravanzare e incorporare tutti gli investimenti attuali e le stesse forze di lavoro di tutti. Aver rinunciato al controllo degli investimenti, e delle propensioni al consumo, arrendendosi alle forze della competizione scatenate ha reso queste catene, \u2018fittizie\u2019 in quanto connesse con ci\u00f2 che non c\u2019\u00e8 ancora e potrebbe non esserci mai, alla fine l\u2019unica strada percorribile. Si resta in tal modo dipendenti dalla speranza della restituzione nel tempo di un\u2019anticipazione, che per\u00f2 viene fatta valere come valore attuale attraverso algoritmi di calcolo e complessi sistemi sociali e tecnici di regolazione del rischio accettati per buoni. Dunque attraverso una creazione di \u2018valore\u2019 (finanziario, ovvero di titoli cartolarizzati, di contratti assicurativi complessi, di altre forme di obbligo) che \u00e8 strutturalmente incerta, ma viene tenuta \u2018liquida\u2019 con enorme dispendio di energie politiche e di potere, di enorme momento relativo. In definitiva vengono immessi come capitale profitti ancora non realizzati, ma dai concreti effetti. In questo modo la sovrapproduzione (ovvero il sottoconsumo di troppi, generato dall\u2019assetto deflazionario imposto come logica di sistema) viene superata e pu\u00f2 continuare il processo di accumulazione, con beneficio di molti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalmente non di quelli che costruirono il consenso della coalizione di Mitterrand.<\/p>\n<p>Quelli furono abbandonati.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/11362-alessandro-visalli-francois-mitterrand-e-le-svolte-degli-anni-ottanta.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/11362-alessandro-visalli-francois-mitterrand-e-le-svolte-degli-anni-ottanta.html<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALESSANDRO VISALLI Su Jacobin un vecchio articolo del 2015 di Jonah Birch \u201cLe molte vite di Francois Miterrand\u201d, rilanciato dalla traduzione di Voci dall\u2019Estero, e citato anche nelle \u201cSei lezioni\u201d di Sergio Cesaratto (un libro da non perdere), consente di riprendere la lettura di uno snodo essenziale della storia del novecento: la repentina svolta verso il liberismo dei governi francese, nel 1982-3, e inglesi gi\u00e0 nel 1976. 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