{"id":38161,"date":"2018-01-19T10:30:22","date_gmt":"2018-01-19T09:30:22","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38161"},"modified":"2018-01-18T23:52:40","modified_gmt":"2018-01-18T22:52:40","slug":"le-illusioni-delleconomia-dellequilibrio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38161","title":{"rendered":"Le illusioni dell&#8217;economia dell&#8217;equilibrio"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di KEYNES BLOG (Paolo Leon)<\/strong><\/p>\n<p class=\"\" style=\"text-align: justify\">L\u2019economia come scienza compiuta, quando, pur differenziate, le ricerche riposavano su un apparente solido terreno comune, \u00e8 stata travolta dalla crisi iniziata a settembre 2007. Al progredire della crisi e all\u2019assistere al \u201cdoppio tuffo\u201d \u2013 simile nell\u2019andamento alla crisi del 1929: il \u201cdouble dip\u201d \u2013 molti hanno scoperto <strong>Keynes<\/strong>, ma non le politiche di <strong>Roosevelt<\/strong>, che ebbero un effetto lento ma sicuro sulla ripresa. Anzi, gli economisti \u201cstandard\u201d, che definisco pseudo keynesiani, hanno creduto che il pensiero di Keynes fosse corretto nella crisi, ma sbagliato quando la crisi si fosse risolta, abbandonando una qualsiasi logica e affidandosi a un misto di realismo e fede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche durante la crisi, del resto, le politiche keynesiane non sono state applicate con la forza sufficiente, mentre prevalgono da allora le cosiddette politiche dell\u2019offerta. Si tratta di azioni volte a limitare il ruolo dello Stato, della democrazia rappresentativa e del sindacato (per ridurre il deficit pubblico e, inevitabilmente, anche la domanda che ne derivava), a stimolare l\u2019aumento della produttivit\u00e0 e, riducendo i salari e peggiorando la distribuzione del reddito, a rincorrere una maggiore competitivit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insieme, maggiore produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0 offrirebbero, attraverso le esportazioni, l\u2019occasione per risolvere la crisi, e cio\u00e8 la disoccupazione di massa e la riduzione della capacit\u00e0 produttiva, dimenticando che si tratta di manovre immediatamente depressive, per di pi\u00f9 mercantiliste, che attendono la controffensiva dei Paesi danneggiati. Queste politiche hanno un nome: le \u201criforme strutturali\u201d, desiderate dai partiti conservatori in tutto il pianeta, che sono soltanto una ripresa di vigore di ci\u00f2 che veniva chiamato anni addietro il famigerato <strong>\u201cWashington Consensus\u201d<\/strong>. All\u2019epoca, il <strong>Fondo Monetario<\/strong> e la <strong>Banca Mondiale<\/strong> cercavano di correggere i disavanzi nei conti con l\u2019estero di tanti Paesi (in via di sviluppo o gi\u00e0 sviluppati: la ricetta era la stessa), impoverendone le masse per accrescere le esportazioni, ignorando che, in molti casi, le misure erano depressive e che spesso si trattava di merci che al calare del prezzo non mostravano aumenti negli acquisti. Bisogna per\u00f2 dichiarare l\u2019eccezione <strong>Obama<\/strong> che, nella sua prima presidenza, non si \u00e8 allineato ai sostenitori dell\u2019austerit\u00e0, ma che nella sua seconda ha perso il controllo della Camera e ha visto la crescita di una destra estrema, tutta all\u2019attacco delle politiche keynesiane. \u00c8 evidente una diffusa cultura individualista, fortemente retriva, che ritiene il successo di Obama frutto della capacit\u00e0 e volont\u00e0 dei singoli individui. Del resto, si pu\u00f2 notare un certo titanismo, tipico dell\u2019individualismo, in chi opera per ridurre il ruolo pubblico, che pretende che sia lo Stato l\u2019artefice della sua stessa esautorazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche cosa sia la \u201cstruttura\u201d da riformare \u00e8 in realt\u00e0 oscuro: l\u2019economia sarebbe composta di lavoro e capitale e lo Stato-titano (che per\u00f2 dovrebbe essere rimpicciolito) avrebbe il compito di indebolire il primo (per la competitivit\u00e0) e rafforzare il secondo (per la produttivit\u00e0). La struttura per settori, per imprese, per prodotti, per territori non \u00e8 considerata, perch\u00e9 \u201cde minimis non curat praetor\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se la crisi non ha veramente cambiato la cultura economica dominante, n\u00e9 la politica economica (con l\u2019eccezione ricordata del primo Obama), vi possono essere ragioni legate alla distribuzione del reddito e della ricchezza. Sappiamo che i redditi da profitti sono cresciuti, mentre quelli da lavoro sono diminuiti o sono aumentati meno che in proporzione, ma forse la novit\u00e0 maggiore sta nella crescita straordinaria dei volumi e dei valori finanziari \u2013 pur nella crisi o nella stagnazione delle economie. \u00c8 vero che le economie dei Paesi emergenti non hanno visto grandi crolli del PIL, e ci\u00f2 pu\u00f2 aver influito sulla dinamica degli indici finanziari. \u00c8 per\u00f2 dubbio, perch\u00e9 la crescita economica di quei Paesi \u00e8 stata inferiore al loro stesso potenziale, perci\u00f2, i valori dei titoli ivi investiti avrebbero dovuto mostrare una caduta superiore a quella verificatasi. Non \u00e8 la prima volta nella storia che accade una separazione tra ricchezza e reddito, ma ogni volta sembra una novit\u00e0, anche perch\u00e9 il fenomeno \u00e8 classificato come un errore (dello Stato, non delle imprese) o come una distorsione casuale (la \u201cbolla\u201d, parola tanto suggestiva quanto inspiegata); certo, nei modelli di equilibrio questa separazione \u00e8 assente perch\u00e9 non \u00e8 razionale. Il libro coglie, invece, il problema, che \u00e8 uno dei casi pi\u00f9 clamorosi di squilibrio, ed \u00e8 andato alla ricerca dei fattori di quella separazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In tutto questo la scienza economica \u00e8 stata piuttosto silenziosa, la critica resta inascoltata \u2013 pur avendo a disposizione economisti rivoluzionari come <strong>Sraffa<\/strong>, <strong>Pasinetti<\/strong> e <strong>Garegnani<\/strong> -. Le poche elaborazioni intelligenti sui modelli di equilibrio standard operano variandone le ipotesi di base, senza preoccuparsi se poi il modello stia in piedi. L\u2019uso della calibrazione \u2013 utilizzare i dati reali al posto delle ipotesi iniziali senza accertarsi se siano compatibili con l\u2019impianto teorico-filosofico del modello \u2013mi sembra la prova dello sfinimento dell\u2019economia tradizionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 qualcosa che impedisce a economisti e a chi pratica la politica economica di liberarsi del fardello della scuola neoclassica, quella che dobbiamo sia a <strong>Walras<\/strong>, e al suo primo modello di equilibrio, sia ad <strong>Arrow-Debreu<\/strong>, con l\u2019elaborazione del moderno modello di <strong>equilibrio economico generale<\/strong>: ambedue affondano le loro radici alla met\u00e0 del XIX secolo, con <strong>Menger<\/strong>, <strong>Jevons<\/strong>, per citarne solo alcuni, e con qualche rilevante diversit\u00e0, <strong>Marshall<\/strong> e <strong>Pigou<\/strong>; pi\u00f9 di recente con <strong>Hicks<\/strong>, che per\u00f2 ha avuto il coraggio di smentirsi. Dovrei ricordare <strong>Milton Friedman<\/strong> e, pi\u00f9 ancora, <strong>von Hayek<\/strong>, che hanno costruito una struttura filosofica intorno ai modelli di equilibrio nei quali il mercato si autosostiene e si corregge.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il libro ritiene invece che il vero ostacolo a una nuova riflessione stia proprio nel cuore dei modelli, nel concetto di equilibrio, ed \u00e8 scritto con lo scopo di demolirlo o di ridurne drasticamente la portata. Per far ci\u00f2, bisogna ricominciare daccapo, e questo libro riprende alcune proposizioni derivanti dai Classici (<strong>Smith<\/strong>, <strong>Ricardo<\/strong>, <strong>Marx<\/strong>) e dagli economisti che li hanno seguiti. Spesso si pensa che, in assenza di equilibrio, tutto si risolva in conflitto, in \u201chomo homini lupus\u201d, ma non \u00e8 cos\u00ec, perch\u00e9 lo squilibrio \u00e8 un modo di essere del capitalismo che pur senza rendersene conto, ha bisogno di stabilizzatori (i governi, i corpi intermedi, le deontologie) che non rispondano ai soggetti ipotizzati nei modelli di equilibrio, proprio perch\u00e9 cambia continuamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insieme al concetto di <strong>squilibrio<\/strong>, il libro lavora sul concetto di <strong>struttura<\/strong> (non quella dei nuovi riformatori): nome che apparentemente sembra solido, quasi petroso, ma che in realt\u00e0 \u00e8 ci\u00f2 che cambia in continuazione. La struttura dell\u2019economia \u00e8 stata studiata a fondo nella letteratura moderna, ma nella maggioranza degli studiosi la struttura non \u00e8 che il complesso delle regole che guidano le scelte individuali: in fondo, il modello di equilibrio \u00e8 un modello di struttura, che ha per\u00f2 il difetto di essere, appunto, solido e immutabile \u2013 come le leggi economiche individuali (ottimizzazione, utilit\u00e0, egoismo, costi crescenti, libera concorrenza, ecc.) nelle quali \u00e8 rappresentato. Qui, invece, la struttura \u00e8 proprio l\u2019elemento variabile, ma non \u00e8 il ciclo economico che, negli economisti tradizionali, \u00e8, s\u00ec, un cambiamento strutturale, ma tale da ricostruire sempre l\u2019equilibrio: se si eccettuano <strong>Schumpeter<\/strong> e <strong>Sylos Labini<\/strong>, per i quali i cicli sono storia. Chi se n\u2019\u00e8 occupato pi\u00f9 di recente li ha identificati come forme di comportamento razionale, riconducibili al modello di equilibrio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Squilibrio e struttura vanno studiati insieme, perch\u00e9 sono i cambiamenti strutturali che generano squilibrio. Cambiano i beni prodotti, perch\u00e9 cambia la domanda dei beni al crescere del reddito: i beni necessari occupano sempre meno spazio, e quelli cosiddetti secondari ne acquistano di nuovo, per poi ripiegare all\u2019apparire di nuovi beni. \u00c8 la legge di <strong>Engel<\/strong>, simile al cambiamento del livello di sussistenza al passare del tempo, ben presente nel modello di Pasinetti, ma mai ricordato nei modelli standard, nei quali il prodotto \u00e8 sempre uguale. Ora, se la struttura dei consumi varia, varier\u00e0 anche la struttura della produzione; se \u00e8 vero che esiste una qualche elasticit\u00e0 nella produzione nel passaggio da un prodotto a un altro, tuttavia il passaggio implica nuovi costi, nuove forniture, nuove capacit\u00e0 professionali, nuove comunicazioni. Probabilmente anche nuove tecnologie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le ragioni dello squilibrio sono essenzialmente nell\u2019incapacit\u00e0 delle imprese e delle famiglie di conoscere gli effetti macroeconomici delle loro azioni. Nelle teorie tradizionali delle imprese, l\u2019imprenditore (o il capitalista, non \u00e8 mai chiaro chi comanda) massimizza il profitto, sia riducendo i costi di produzione sia accrescendo la produttivit\u00e0 della propria impresa attraverso nuove tecnologie. Egli non sa, tuttavia, come misurare il suo profitto, se non assegnando un valore al capitale gi\u00e0 speso, che per\u00f2 contiene gi\u00e0 il tasso di interesse (e perci\u00f2, il tasso di profitto presente sul mercato), e non pu\u00f2 rendersi conto se la sua scelta influenza a sua volta il tasso di interesse e perci\u00f2 anche il valore del suo capitale. In genere, le imprese guardano al passato, ma si tratta di una procedura destinata alla sconfitta, perch\u00e9 il passato non si ripete, anche proprio per le decisioni prese dagli imprenditori. Naturalmente, sono le decisioni di impresa che muovono l\u2019economia, ma non \u00e8 chiaro come tali decisioni sono prese, e quanto influenzino e siano influenzate dall\u2019andamento dell\u2019economia nel suo complesso. Nel libro si accenna a una mia ipotesi, in base alla quale sono le singole funzioni (o divisioni) dell\u2019impresa che cercano di ottimizzare il proprio specifico tasso di profitto (la produzione, la progettazione, le vendite, la finanza, il personale, ecc.) a loro volta mediate dall\u2019imprenditore per massimizzare il profitto, ma anche queste funzioni prendono decisioni senza conoscerne l\u2019effetto sull\u2019economia. \u00c8 invece la dinamica economica generale che altera i poteri delle singole funzioni e obbliga ogni volta l\u2019imprenditore a variare la mediazione che ha esercitato nel passato tra interessi interni contrapposti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cos\u00ec, se \u00e8 indubbio che l\u2019economia \u00e8 trainata dalle decisioni imprenditoriali, tuttavia, sono gli effetti non conosciuti di queste decisioni che alterano continuamente la struttura. Una delle ragioni per l\u2019intervento pubblico, sta proprio nell\u2019ignoranza dei decisori: anche lo Stato sbaglia, ma a differenza delle imprese, pu\u00f2 correggere gli effetti negativi della propria azione sull\u2019economia nel suo complesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Molto rilievo, in questo libro, \u00e8 dato al progresso tecnico, specialmente nella sua forma di nuove tecniche \u201csuperiori\u201d \u2013 ovvero quelle che costano di meno e producono di pi\u00f9 rispetto a quelle esistenti, quali che siano i rapporti tra i prezzi dei fattori della produzione -. L\u2019idea \u00e8 che nessun imprenditore sceglier\u00e0 mai una tecnica che costa di meno e produce di meno, o cambier\u00e0 la propria tecnica se si altera il rapporto tra costo del lavoro e costo del capitale, dato che non sa nulla del secondo; andr\u00e0 perci\u00f2 di regola alla ricerca di tecniche superiori. Il progresso tecnico, a sua volta, cambia la struttura della produzione e pu\u00f2 anche cambiare la struttura della domanda (consumi, investimenti, esportazioni). Un avanzamento introdotto nel libro \u00e8 nella qualificazione del progresso tecnico come elemento della domanda effettiva, proprio per gli effetti macroeconomici dell\u2019applicazione delle nuove tecniche. Nello squilibrio, tuttavia, gli imprenditori non sanno se le tecniche scelte sono effettivamente superiori per l\u2019economia nel suo complesso, e cos\u00ec si possono facilmente presentare grandi fallimenti, distorsioni nei prezzi, nei costi, sprechi generalizzati, situazioni che giustificano l\u2019intervento pubblico. L\u2019intuizione \u00e8 da sviluppare, al di l\u00e0 delle classificazioni delle tecnologie che la letteratura offre in abbondanza e qui citate. Il libro insiste sull\u2019innovazione, processo pi\u00f9 complesso, anch\u2019esso responsabile di squilibrio, non necessariamente attraverso tecniche superiori, ma indicatore del potenziale di cambiamento di singoli settori e di intere economie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il campo dei cambiamenti strutturali \u00e8 in realt\u00e0 molto ampio, dalla redistribuzione del reddito, che certamente altera la struttura dell\u2019economia, alla dinamica ambientale, all\u2019immensa variet\u00e0 della storia, e la relazione tra tali cambiamenti e cosa tenga insieme micro e macroeconomia \u00e8 ancora da studiare: del resto, una nuova scienza economica non c\u2019\u00e8 ancora, e va costruita pezzo dopo pezzo. L\u2019opportunit\u00e0 della nuova impostazione sulla politica economica, come anticipato, punta sulla centralit\u00e0 dell\u2019innovazione \u2013 e dello Stato che deve promuoverla-. Guardano al progresso tecnico anche per illustrare la poca fondatezza delle politiche europee, che apparentemente incoraggiano l\u2019innovazione, ma chiudono nella prigione del \u201cconsolidamento fiscale\u201d l\u2019unico soggetto, lo Stato, capace di mettere in moto l\u2019innovazione. Abbracciati alle teorie dell\u2019equilibrio, gli europei non sanno che l\u2019investimento \u2013 in debito, naturalmente \u2013 finanzia se stesso. Forse per questo il libro non analizza tutte le implicazioni per lo squilibrio della presenza maggiore o minore dello Stato, ma non avrebbe torto, se le trasformazioni continue del capitalismo giustificassero volume e specificit\u00e0 dell\u2019intervento pubblico. Poich\u00e9 non \u00e8 cos\u00ec, o non \u00e8 solo cos\u00ec, lo Stato avendo una propria autonomia, il libro conclude il lavoro con la considerazione della necessit\u00e0 di un programma pubblico per l\u2019Europa, proveniente dalle istituzioni europee piuttosto che dai suoi membri egemoni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In tutto ci\u00f2, va notato che l\u2019Europa e i singoli stati hanno umiliato il ruolo del sindacato, riducendo la domanda di lavoro, precarizzandolo e soprattutto riducendone la professionalit\u00e0 (mentre si cerca di stimolare l\u2019innovazione!), e proprio durante la crisi, quando il sindacato avrebbe dovuto essere esaltato come soggetto non legato all\u2019equilibrio\/squilibrio del mercato. Il sindacato \u00e8 forse una delle maggiori forze originarie in grado di qualificare lo squilibrio e l\u2019inevitabile degrado della domanda effettiva in regime capitalistico, ma \u00e8 la politica che lo deve utilizzare a questo scopo, e se i capitalisti sono prigionieri del pensiero economico neoclassico, non lo faranno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019abbondante letteratura citata \u00e8 anche una guida per gli studenti \u2013 e gli studiosi \u2013 che hanno quasi dimenticato l\u2019economia politica, e si limitano a osservare la realt\u00e0, non sollevando il velo di ignoranza sugli effetti macroeconomici dell\u2019azione di ciascuno che Adam Smith aveva, per primo, definito.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<\/strong> <a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2018\/01\/16\/le-fallacie-delleconomia-dellequilibrio-economico-generale\/\">https:\/\/keynesblog.com\/2018\/01\/16\/le-fallacie-delleconomia-dellequilibrio-economico-generale\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di KEYNES BLOG (Paolo Leon) L\u2019economia come scienza compiuta, quando, pur differenziate, le ricerche riposavano su un apparente solido terreno comune, \u00e8 stata travolta dalla crisi iniziata a settembre 2007. 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