{"id":38347,"date":"2018-01-26T10:30:10","date_gmt":"2018-01-26T09:30:10","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38347"},"modified":"2018-01-25T23:38:41","modified_gmt":"2018-01-25T22:38:41","slug":"un-no-global-a-tutto-tondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38347","title":{"rendered":"Un No-global a tutto tondo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SINISTRA IN RETE (Antonio Castronovi)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Il 20 gennaio di un anno fa ci ha lasciati Bruno Amoroso, economista e saggista italiano, allievo di Federico Caff\u00e8 (<a href=\"https:\/\/comune-info.net\/autori\/bruno-amoroso\/\"><strong>qui gli articoli inviati a Comune<\/strong><\/a>). Per ricordarlo pubblichiamo questo articolo (titolo originale\u00a0Mondializzazione e comunit\u00e0, lavoro e bene comune in Bruno Amoroso), uscito in\u00a0Ciao Bruno\u00a0(Castelvecchi) di Antonio Castronovi<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/Behind-The-Curtain-by-Martin-Whaton.jpg\" alt=\"Behind The Curtain by Martin Whaton\" width=\"300\" height=\"245\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Quelli che sono in alto hanno dichiarato guerra ai popoli. Come resistere, come ricostruire comunit\u00e0 solidali passando \u201cdalla cooperazione per competere\u201d alla \u201ccompetizione per cooperare\u201d per dirla con Bruno Amoroso? La priorit\u00e0, al tempo della globalizzazione, dovrebbe essere liberare territori e comunit\u00e0. \u201cLa globalizzazione non \u00e8 un fenomeno oggettivo della modernizzazione, \u00e8 una forma contingente assunta dal capitalismo \u2013 scrive Amoroso -, uno stadio particolare ed eventualmente, il suo ultimo stadio. \u00c8 il capitalismo nella sua forma pi\u00f9 maligna, poich\u00e9 si diffonde come una forma tumorale; come una metastasi si concentra su poche aree strategiche, \u2026 sul resto enormi effetti distruttivi. Con buona pace delle moltitudini di Toni Negri e dei new-global della globalizzazione buona\u2026\u201d. Mondializzazione, comunit\u00e0, bene comune: un viaggio nel pensiero di Bruno Amoroso<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">* * * *<\/p>\n<blockquote><p>\u201cCi sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono pi\u00f9 bravi, ci sono quelli che lottano pi\u00f9 anni e sono ancora pi\u00f9 bravi, per\u00f2 ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili\u201d (Bertolt Brecht, In morte di Lenin).<\/p><\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Da alcuni anni, anzi decenni, <strong>\u00e8 in corso nel mondo una guerra che \u00e8 stata definita come \u201cterzo conflitto mondiale\u201d. I protagonisti ne sono le \u00e9lite globali del capitalismo<\/strong> triadico che la combattono \u2013 con gli strumenti della guerra democratica, della politica, del terrorismo, della guerra economica e delle guerre di religione \u2013 <strong>contro i popoli<\/strong>, gli stati sovrani, le comunit\u00e0 locali che non intendono sottomettersi ai diktat della omologazione del mondo ai dettami dell\u2019impero globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non ci sarebbe posto nel mondo globalizzato per i popoli e le comunit\u00e0 che praticano la sovranit\u00e0 nei loro territori, che aspirano a vivere in territori deglobalizzati e liberi dal dominio delle transnazionali e della finanza, che aspirano alla sovranit\u00e0 politica ed economica, orientate e centrate sullo sviluppo locale, sull\u2019autodeterminazione, sulla democrazia sovrana. Lo scontro in atto \u00e8 tra fautori di un mondo unipolare e fautori di un mondo multipolare. Questa guerra distrugge e disintegra stati, nazioni, popoli ed economie locali e nazionali attraverso le guerre democratiche e religiose, la depredazione delle risorse pregiate, il monopolio e la privatizzazione della conoscenza e attraverso le migrazioni forzate di milioni di disperati e profughi ambientali, di guerre e di conflitti religiosi, verso altri paesi, specie europei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Come affrontare il presente stato del mondo?<\/strong> Come schierarsi in questo immane conflitto che divide e supera le antiche contrapposizioni tra destra e sinistra? Schierarsi dalla parte della globalizzazione, universalizzando i diritti umani contro i nazionalismi e i \u201cvecchi\u201d Stati-Nazione, oppure dalla parte dei <em>no-global<\/em> e propugnare una de-globalizzazione del mondo, difendendo spazi di sovranit\u00e0 di popoli e comunit\u00e0 in un quadro di nuova solidariet\u00e0 e cooperazione reciproca per rispondere alla sfida della mondializzazione? <strong>Come si ricostruisce una comunit\u00e0 solidale passando \u201cdalla cooperazione per competere\u201d alla \u201c competizione per cooperare\u201d per dirla con le parole di Bruno Amoroso?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come affrontano questi dilemmi l\u2019opera e il pensiero di Bruno Amoroso? Sono convinto che per rispondere a queste alternative, sfuggendo da tentazioni <em>new globaliste,<\/em> occorra sporcarsi le mani e <em>interrogare<\/em> e <em>attraversar<\/em>e i vari populismi, nazionalismi, sovranismi, l\u2019opposizione popolare all\u2019immigrazione, le domane identitarie, le comunit\u00e0 ribelli, e interpretarli come forme, anche se non tutte accettabili, della attuale resistenza alla globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La <strong>p<\/strong><strong>arola d\u2019ordine prioritaria dovrebbe essere quella di \u201cliberare\u201d territori, comunit\u00e0<\/strong>, nazioni, popoli dal potere globale e dalle sue influenze locali: \u00e8 l\u2019 \u201d<em>agire locale e pensare globale\u201d<\/em> del primo movimento no-global. <strong>La rivoluzione, che in parte \u00e8 gi\u00e0 in atto in forme a noi estranee, sar\u00e0 innanzitutto politica e non economica, e sar\u00e0 dei popoli contro la attuale globalizzazione e i suoi poteri<\/strong>. I <em>lavoratori<\/em>, orfani della classe e del partito operaio e rivoluzionario \u2013 illusi prima e vittime poi del fallimento dei miti del progresso e della rivoluzione proletaria \u2013 devono provare a <em>fare e<\/em> a <em>farsi<\/em> <em>popolo <\/em>e mettersi alla testa o comunque diventare parte del movimento di resistenza nelle comunit\u00e0, nei territori, nelle nazioni, contro il dominio della globalizzazione. Il fronte del conflitto nel mondo oggi passa, infatti, nella divisione tra globalizzatori e antiglobalizzatori, tra unipolaristi e multipolaristi, che destabilizza le antiche divisioni tra destra e sinistra storica incentrata sul conflitto capitale-lavoro, e su quello democrazia-autoritarismo. <strong>\u201cLa lotta alla globalizzazione \u2013 afferma Amoroso \u2013 non viene dal centro, dalla destra o dalla sinistra, ma da forze trasversali, in quanto le vecchie divisioni non rappresentano pi\u00f9 i poli del conflitto\u201d (Per il Bene Comune)<\/strong>. Esistono, infatti, oggi nel mondo una destra e una sinistra sia globalista che antiglobalista. La sinistra globalizzatrice parla di diritti universali ed \u00e8 antisovranista e cosmopolita come le \u00e9lite globali. La sinistra <em>no-global<\/em> aspira e lotta invece per un mondo multipolare che cooperi fra popoli, stati, regioni, nazioni, comunit\u00e0 per una economia sostenibile e solidale radicata nei territori e nelle comunit\u00e0 sottratti al dominio e al controllo delle grandi multinazionali e governati da popoli sovrani. Il disegno dei globalizzatori liberisti \u00e8 il dominio sul mondo, regolato da un solo potere, quello delle transnazionali e dei loro organi, senza stati sovrani ma frantumati in protettorati divisi tra loro per linee etniche e religiose, per poter essere pi\u00f9 facilmente dominati. Non c\u2019\u00e8 posto in questa visione del mondo per grandi Sati meso-regionali come la Russia, la Cina, l\u2019India, per l\u2019Europa politica e federata, perch\u00e9 troppo grandi e perch\u00e9 ostacolano il potere e il pieno dispiegarsi degli interessi dei globalizzatori e dei loro stati-guida, USA e Gran Bretagna. Il sovranismo \u00e8 una bandiera in prevalenza delle \u00e9lite locali e statali di destra tradizionale, non inserite fra le \u00e9lite globali, che resistono alla omologazione e alla distruzione della loro sovranit\u00e0 minacciata. Questi Stati vengono additati come stati-canaglia e antidemocratici, quindi da destabilizzare anche attraverso le \u201cguerre umanitarie\u201d o condotte per procura, oppure attraverso rivoluzioni finanziate ed orchestrate dalle \u00e9lite globali, come le cosiddette \u201crivoluzioni colorate\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Penso, senza tema di sbagliare, che Bruno Amoroso sia stato tra i pi\u00f9 convinti e combattivi sostenitori di una lotta senza tregua alla globalizzazione e ai suoi apologeti, che lui ha definito come progetto criminale. Cos\u00ec lui la descrive<em>: <\/em><strong>\u201cLa globalizzazione non \u00e8 un fenomeno oggettivo della modernizzazione, \u00e8 una forma contingente assunta dal capitalismo, uno stadio particolare ed eventualmente, il suo ultimo stadio. \u00c8 il capitalismo nella sua forma pi\u00f9 maligna, poich\u00e9 si diffonde come una forma tumorale; come una metastasi si concentra su poche aree strategiche, ..sul resto enormi effetti distruttivi. Con buona pace delle moltitudini di Toni Negri e dei new-global della globalizzazione buona\u201d (Persone e Comunit\u00e0)<\/strong>. Citando K. Galbraith (<em>Lo Stato Predatore<\/em>) definisce, ne <em>Il Bene Comune<\/em>, criminale e predatorio il sistema della globalizzazione: \u201cLo stato industriale \u2013 scrive Galbraith \u2013 \u00e8 stato sostituito dallo stato predatorio, una coalizione di instancabili oppositori ad ogni idea di interesse pubblico che ha lo scopo di controllare la struttura dello stato per dare potere a un\u2019alta plutocrazia provvista solo di obiettivi immorali e di rapina\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lui \u00e8 stato, senza dubbio alcuno, un <em>no- global<\/em> a tutto tondo!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Mondializzazione e comunit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C\u2019\u00e8 una domanda e un<strong> bisogno di comunit\u00e0<\/strong> crescente nel mondo, anche nei paesi che hanno vissuto le stagione dell\u2019abbondanza e della ricchezza e che soffrono oggi i morsi della crisi e dell\u2019emarginazione progressiva dal nucleo dei paesi pi\u00f9 forti delle economia della Triade. <strong>Questa domanda e questo bisogno trovano risposte diverse e non sempre piacevoli e condivisibili<\/strong> \u2013 il ritorno alla sovranit\u00e0, alla Stato-Nazione, al nazionalismo o alle comunit\u00e0 e alla cooperazione fra Stati \u2013 ma hanno un comune carattere: contestare e contrapporsi alla globalizzazione dei vincenti. Tardano invece a trovare risposte da parte delle culture e del pensiero della vecchia sinistra sociale e politica. Anzi, <strong>a tale bisogno di ricucitura dei legami comunitari, distrutti dal capitalismo globalizzato, si risponde in prevalenza con le categorie dell\u2019universalismo e dei diritti universali, rinnegando o avversando queste aspirazioni alla sovranit\u00e0 e alla comunit\u00e0 delle popolazioni<\/strong> \u2013 derubricate come <em>populismi<\/em> \u2013 spingendo cos\u00ec questo legittimo bisogno di sicurezza popolare verso ideologie e pratiche razziste ed identitarie. Chi ha conosciuto Bruno sa che spesso le sue posizioni <em>eretiche<\/em> in politica potevano procurare <em>\u201cscandalo\u201d<\/em> per le preferenze da lui spesso accordate a posizioni antisistemiche, rispetto a quelle <em>politically correct, <\/em>quando erano orientate a contrastare l\u2019oligarchia finanziaria europea o a difendere il capitalismo nazionale<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno non avrebbe certo disdegnato di autodefinirsi \u201cpopulista\u201d o di polemizzare contro quelli che etichettano i vari <em>populismi<\/em> come <em>proto-fascismo<\/em> diventato questo, purtroppo, uno slogan semplificatorio di una certa sinistra rivoluzionaria globalista nonch\u00e9 della vecchia sinistra neo-liberista dal \u201cvolto umano\u201d, che osteggiano come <em>\u201csovranisti\u201d<\/em> quelli che vogliono ricostruire comunit\u00e0 riunificando le comunit\u00e0 frantumate dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione capitalistica e che sostengono la necessit\u00e0 che popoli e territori lottino per riconquistare autonomia scollegandosi dal mercato globale. \u00c8, questa, una<strong> sinistra<\/strong> incapace di distinguere fra <em>mondializzazione <\/em>dei mercati (tendenza insita nella natura del capitalismo fin dalle sue origini) e <em>globalizzazione<\/em>, che \u00e8 la forma assunta dal capitalismo triadico contemporaneo. Senza comprendere o voler comprendere che la globalizzazione \u00e8 la risposta delle \u00e9lite dominanti dell\u2019occidente al processo di mondializzazione e all\u2019ingresso di popoli e paese nuovi (Cina e India, e non solo ) nell\u2019economia e nel mercato mondiale he si vogliono invece ingabbiare ed escludere dallo sviluppo. Confusione che porta a esaltare sia la globalizzazione come apportatrice di benessere per i popoli del mondo per la sua presunta capacit\u00e0 di liberarli dalla miseria e dall\u2019indigenza, e sia il <em>cosmopolitismo<\/em> come forma suprema della moderna libert\u00e0!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Devo confessare un certo fastidio, per non dire rabbia, verso l\u2019ideologia cosmopolita del <em>nomadismo<\/em> e la sua esaltazione acritica da parte di questa sinistra. Nel futuro saremo davvero tutti apolidi? L\u2019ideologia del nomadismo ci racconta che siamo tutti cittadini del mondo. Sar\u00e0 vero? O si dimentica che il 99 per cento dell\u2019umanit\u00e0 \u00e8 per sua natura stanziale e che il nomadismo e l\u2019emigrazione sono una tragedia, una rottura forzata con la propria storia e cultura, con le proprie radici, con le amicizie, con gli affetti e con la famiglia, una lacerazione profonda nella identit\u00e0 che provoca spaesamento e sofferenze? \u00c8 questo il <em>lato oscuro del cosmopolitismo<\/em> che viene nascosto in questa narrazione edulcorata del nomadismo! Ma chi sono i veri cittadini del mondo? Adam Smith, il fondatore dell\u2019economia classica, ce lo spiega ne <em>La Ricchezza delle nazioni<\/em>: \u201cIl possessore di capitali \u00e8 propriamente un cittadino del mondo e non \u00e8 necessariamente legato a nessun paese particolare. Egli sarebbe pronto ad abbandonare il paese in cui \u00e8 stato esposto a una indagine vessatoria per l\u2019accertamento di un\u2019imposta gravosa e trasferirebbe i suoi fondi in qualche altro paese dove poter svolgere la sua attivit\u00e0 o godersi la sua ricchezza a suo agio\u201d. Il cosmopolitismo \u00e8 oggi una ideologia costruita su misura per le \u00e9lite del capitalismo globalizzato, per quell\u20191 per cento che si considerano \u201ccittadini del mondo\u201d ma senza gli obblighi che la cittadinanza normalmente comporta. \u00c8 l\u2019ideologia della <em>libert\u00e0 irresponsabile<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Ma <\/em>\u201c<strong>senza comunit\u00e0 non c\u2019\u00e8 libert\u00e0 <\/strong>\u2013 ci ricorda Bruno Amoroso in <em>L\u2019apartheid globale<\/em> \u2013 ma solo la concorrenza di tutti contro tutti. Proprio le spinte disgregatrici della globalizzazione rendono urgente ridefinire il concetto di comunit\u00e0. Il primo elemento costitutivo della comunit\u00e0 \u00e8 la popolazione. La globalizzazione immagina sistemi di societ\u00e0 in cui la popolazione non serve, non ha ruolo. Le economie si delocalizzano rispetto alla gente di cui non hanno bisogno oppure trasferiscono altre persone da altre comunit\u00e0 all\u2019interno del paese. Non esiste comunit\u00e0 senza popolazione. Il secondo elemento \u00e8 il territorio, il radicamento della popolazione nel territorio. La caratteristica principale della globalizzazione, invece, \u00e8 la de-territorializzazione: il territorio non conta perch\u00e9 si pu\u00f2 produrre ovunque\u2026 Altro aspetto fondamentale della comunit\u00e0 sono le istituzioni, basate su forme di rappresentanza dal basso di persone saldamente ancorate al territorio. La globalizzazione distrugge il sistema istituzionale esistente e lo evolve in forme tecnocratiche di rappresentanza\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno Amoroso \u00e8 stato un fervente sostenitore dell\u2019idea e del progetto di costruzione di <em>comunit\u00e0<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In <em>Memorie di un intruso<\/em> \u00e8 narrato lo svilupparsi del suo senso della comunit\u00e0 a partire dalla sua precoce militanza nella sezione del Pci di Donna Olimpia a Monteverde, che si esplicava con la sua attitudine a coniugare la militanza politica con forme di vita collettive e di svago. <strong>Per lui \u201ccomunismo\u201d non era solo espressione di un\u2019adesione ideale ma di una \u201cempatia che trasformava il gruppo in comunit\u00e0\u201d e la vita culturale della sezione era animata: si ospitavano gruppi teatrali e il \u201cteatro di massa\u201d e le persone del quartiere partecipavano con grande passione alle domeniche del ballo, alle gite, alle feste, alle attivit\u00e0 sportive, alle cene collettive. Combinare militanza, amicizia, affetti era l\u2019essenza del suo fare comunit\u00e0 che gli valse una crescente ostilit\u00e0 nel partito che le considerava estranee e nocive all\u2019impegno politico<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive Bruno in<em> Persone e Comunit\u00e0: \u201c<\/em>La <strong>comunit\u00e0<\/strong> \u00e8 una costruzione umana e sociale. Il locale \u00e8 la comunit\u00e0. La sua dimensione \u00e8 variabile. La cellula fondamentale \u00e8 la persona e il suo nucleo di appartenenza (la famiglia, gli amici). Questi diversi nuclei s\u2019intrecciano tra di loro come anelli olimpici e formano la comunit\u00e0. Essa \u00e8 fortemente connessa a un determinato territorio e con forte identit\u00e0 culturale. Questo spazio vitale scopre il bisogno di organizzarsi per far fronte alle sollecitazioni esterne della mondializzazione e della globalizzazione. Alla mondializzazione la comunit\u00e0 risponde, per far fronte alla crescente interdipendenza delle varie comunit\u00e0, con politiche di cooperazione e solidali nel campo sociale, ambientale e nell\u2019uso delle risorse (gli anelli e le reti della solidariet\u00e0). Alla globalizzazione, alla quale non ci si pu\u00f2 opporre col localismo, (la comunit\u00e0 risponde) con strutture nazionali di cooperazioni tra Stati della medesima<strong> meso-regione<\/strong> per proteggere le comunit\u00e0 dalle forze omologanti della globalizzazione\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa concezione della comunit\u00e0 penso debba molto al progetto di <em>Stato comunitario, <\/em> propugnato da Adriano Olivetti e illustrato nel <em>Manifesto programmatico di Comunit\u00e0 <\/em>nel 1953<em>: \u201c<\/em>Lo Stato comunitario\u2026 fondato sulla integrazione armonica delle forze del lavoro e della cultura con quelle della democrazia, su una propriet\u00e0 socializzata e radicata agli Enti territoriali autonomi (le Comunit\u00e0), insister\u00e0 sulla tradizionale separazione dei poteri e sul principio di un nuovo integrale federalismo interno, inteso nel senso di equilibrio di autonomie tra periferia e centro\u201d. Visione, questa, coniugata alla \u201cnecessit\u00e0 di concentrare gli sforzi in favore del<strong> superamento degli Stati nazionali<\/strong> interamente sovrani e in favore della costituzione di ordinamenti giuridici superiori, federazioni continentali o sub continentali\u201d. La Federazione europea, che Olivetti auspicava, \u201cdar\u00e0 all\u2019Europa autonomia e salvezza, ma ci\u00f2 stabilmente per s\u00e8 e in modo esemplare per gli esterni, solo se federazione \u00e8 intesa nel senso integrale di decentramento assoluto, di autonomia generale anche nei confini degli Stati, di articolazione politica e amministrativa antimonopolistica in ogni senso\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La costruzione di un\u2019alternativa al capitalismo globale si fonda per Bruno proprio su un progetto di alleanze solidali di comunit\u00e0, di paesi, di nazioni (le meso-regioni), di tipo federalista, che restituiscano loro la possibilit\u00e0 di scegliere le proprie forme di organizzazione economica, sociale e politica in <strong>una configurazione policentrica e plurale del mondo<\/strong>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La rifondazione delle comunit\u00e0 in un quadro di mondializzazione \u00e8 la risposta all\u2019affermarsi della globalizzazione come sistema dell\u2019apartheid globale del capitalismo triadico dei paesi ricchi contro il resto del pianeta. Lui guardava alla modernit\u00e0 non dalla prospettiva dei globalizzatori, ma da quella delle \u201dcomunit\u00e0 e dei villaggi del mondo per sette miliardi di persone\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fare comunit\u00e0 e \u201crisocializzare\u201d lo Stato, passare dallo \u201cStato del Benessere\u201d alla \u201cSociet\u00e0 del Benessere\u201d, questo \u00e8 stato il suo programma e il filo rosso della sua elaborazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Bruno Amoroso e il sindacato <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno Amoroso \u00e8 stato in vita un attento e acuto studioso e osservatore delle trasformazioni dell\u2019economia-mondo e dei sistemi sociali, in particolare di quelli scandinavi, nonch\u00e9 del movimento sindacale e del suo ruolo nel sistema produttivo e nello Stato del Benessere. Fin da giovane, da militante comunista, da osservatore e partecipe delle vicende sindacali della Manifattura Tabacchi in cui lui lavor\u00f2 per un breve periodo \u2013 del cui sindacato suo padre Pelino fu segretario nazionale nella Cgil unitaria \u2013 mostr\u00f2 una capacit\u00e0 straordinaria di saper cogliere la natura e l\u2019essenza delle questioni in campo. Comprese in anticipo sui tempi la deriva burocratica in cui stava scivolando il sindacato con la decisione verticistica del PCI e della Cgil, non pi\u00f9 unitaria, di sopprimere la Federazione sindacale dei Monopoli di Stato per accorparla alla Federazione degli Statali \u2013 con l\u2019umiliante e cinica estromissione del padre dalla direzione del sindacato \u2013 e colse con lucida preveggenza l\u2019errore della scelta dell\u2019<em>americanizzazione<\/em> del sistema produttivo nazionale che anche il PCI e la Cgil a loro modo sostennero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Manifattura Tabacchi a Roma con le vicende sindacali dell\u2019epoca a cui suo padre partecip\u00f2, furono il companatico quotidiano di cui si nutr\u00ec la sua formazione e la sua concezione del sindacato che \u201ctrasforma gli interessi corporativi e i bisogni diversi in un progetto comune di organizzazione aziendale ispirato alla solidariet\u00e0 verso i pi\u00f9 deboli\u201d. Bruno ricorda che suo padre era solito \u201csaggiare le sue tesi politiche, o le sue relazioni per convegni o congressi discutendone in famiglia, sul tavola di cucina fino a tarda notte e questa fu in parte \u2013 racconta \u2013 la nostra scuola\u201d. Non amava Bruno i sindacalisti col sigaro e la sigaretta e poi quelli con la pipa. Lui amava i sindacalisti alla Di Vittorio che diventarono comunisti per esperienza di vita famigliare e di povert\u00e0 e non per scelte ideologiche o per ambizioni politiche e di carriera personale. Bruno riporta in <em>Memorie di un intruso<\/em> una risposta di Giuseppe Di Vittorio alla domanda di un giornalista sul perch\u00e9 fosse diventato comunista: \u201cDa bambini \u2013 rispose Di Vittorio \u2013 le nostre mamme lavoravano sui campi dei padroni dall\u2019alba alla sera per la raccolta della frutta, ed erano costrette a portarci con loro. Noi venivamo deposti intorno ad un albero e i \u2018caporali\u2019 ci mettevano la museruola per essere sicuri che non mangiassimo la frutta. Io sono uno di quei bambini ed \u00e8 per questo che sono diventato comunista\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno era stato un convinto assertore dell\u2019unit\u00e0 del sindacato e del mondo del lavoro contro le rotture che intervennero nel 1948, ma anche della sua autonomia come motore di una alleanza popolare pi\u00f9 vasta con il ceto medio e i vari e diversi settori produttivi della societ\u00e0 che lui auspicava anche in polemica contro le tendenze opposte che avanzavano nel partito e nel sindacato<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019americanizzazione delle forme di produzione e consumo. Il fordismo e il post- fordismo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno Amoroso \u00e8 sempre stato un critico avveduto del processo di \u201camericanizzazione\u201d delle forme di produzione e consumo introdotti in Italia dopo la liberazione e che impront\u00f2 il miracolo economico del dopoguerra con una forte crescita e sviluppo del sistema industriale incentrato sulla grande impresa e con un forte incremento dei consumi popolari. Il prezzo pagato per questo tipo di sviluppo sono inscritte nelle devastazioni del territorio, nella crescita abnorme delle citt\u00e0, nello spopolamento dei piccoli centri e nel biblico flusso migratorio da Sud verso il Nord che svuot\u00f2 le campagne in pochi anni di oltre due milioni di addetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel dibattito all\u2019interno del PCI e del Sindacato convivevano <em>due Italie<\/em>: quella di Emilio Sereni che indicava una via alla modernit\u00e0 che includesse il mondo rurale e contadino, e quella di Manlio Rossi Doria che spingeva per una pi\u00f9 spinta applicazione del modello fordista della grande impresa da estendere anche alla produzione agricola, per incrementare la produttivit\u00e0 del settore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La sinistra e il sindacato abbracciarono il modello di produzione fordista contrastando le posizioni di Emilio Sereni e il modello \u201c comunitario\u201d propugnato da Adriano Olivetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il convegno dell\u2019Istituto Gramsci del 1962 sulle <em>Tendenze del capitalismo italiano<\/em> legittim\u00f2 teoricamente questa scelta on l\u2019illusione che questo salto forzato nello sviluppo sarebbe stato ricambiato con una maggiore partecipazione dei lavoratori alla spartizione dei dividendi dello sviluppo illimitato e del crescente profitto. Il sindacato fu cos\u00ec ridisegnato sul modello della grande impresa fordista, abbandonando il sindacalismo popolare e confederale di Di Vittorio, per il nuovo <strong>sindacalismo contrattualista e verticale<\/strong> degli anni 60-70, che godette dell\u2019introduzione dell\u2019istituto della contrattazione articolata con i contratti del 1962.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive in <em>Persone e Comunit\u00e0<\/em>: \u201cIl paradigma fordista (grande impresa, economia di scala, consumi di massa, organizzazione taylorista del lavoro) fu immediatamente percepito come il paradigma della modernizzazione assunto passivamente anche dai sindacati e dai partiti operai, socialisti e comunisti. Il suo effetto fu la distruzione delle pluralit\u00e0 dei sistemi produttivi e dei saperi locali, dei territori e delle citt\u00e0, l\u2019emigrazione di massa, il declino dell\u2019artigianato tradizionale, lo spopolamento delle aree interne montane e collinari, l\u2019abbandono delle campagne, l\u2019americanizzazione dell\u2019agricoltura e la fine delle societ\u00e0 rurali\u201d, che forn\u00ec con gli esodi biblici dalle campagne del sud la manodopera necessaria per l\u2019impresa fordista del Nord industrializzato. E cos\u00ec prosegue: \u201cTutta l\u2019organizzazione della societ\u00e0 e delle citt\u00e0 ruota attorno alla fabbrica capitalistica e la serve. Le strategie sindacali e loro strutture organizzative furono ridisegnate sul modello della produzione di massa e delle economie di scala del fordismo. Partiti e sindacato della classe operaia videro nella crescita accelerata della classe operaia fordista e nel proletariato agricolo e bracciantile \u2013 formatosi con la crisi della famiglia e dell\u2019impresa contadina \u2013 il formarsi delle forze che avrebbero messo in crisi il capitalismo. Il mito dello sviluppo infinito e del progresso sotto il segno dell\u2019industrialismo segn\u00f2 una stagione di lotte e di rivendicazioni del movimento operaio che arriv\u00f2 a toccare livelli di consumi e di benessere materiale mai raggiunti nella storia, n\u00e9 prima e mai pi\u00f9 dopo. L\u2019altra faccia nascosta di questo progresso fu, come denunciava un inascoltato Pasolini, l\u2019integrazione della classe operaia nel meccanismo distributivo e la sua omologazione culturale in quello della mercificazione consumistica\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019abbandono del modello di produzione fordista, a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201970, da parte del capitalismo \u201cpensante\u201d per rispondere alle crescenti pressioni redistributive del movimento operaio e ai costi crescenti dello Stato del benessere \u2013 per riprendere il controllo della produzione e dello Stato e ridurre l\u2019influenza dei sindacati in una fase di sovrapproduzione di merci e di costi crescenti delle materie prime \u2013 colse di sorpresa il movimento operaio e i sindacati. La vertenza Fiat con la successiva sconfitta operaia agli inizi degli anni \u201880 segn\u00f2 una lunga fase difensiva del conflitto sindacale che, di cedimento in cedimento, ha accompagnato in questi decenni lo <em>\u201csmantellamento progressivo del sistema produttivo nazionale e del welfare pubblico, la de-centralizzazione dell\u2019impresa nei territori, la fine del ruolo propulsivo dei contratti collettivi\u201d, <\/em>la precarizzazione del lavoro, la nascita dei contratti individuali (Pacchetto Treu) e, infine, il declino stesso del sindacato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive ancora in <em>Persone e Comunit\u00e0<\/em>: \u201cUn errore interpretativo della globalizzazione che ha coinvolto la sinistra e il Movimento Operaio, \u00e8 stato quello di concepirla come uno stadio di rilancio del ciclo di accumulazione, con il risultato di alimentare strategie rivendicative difensive in vista di una ripresa futura del ciclo espansivo. Il suo effetto \u00e8 stato quello di non cogliere la novit\u00e0 propria della natura della globalizzazione che espelleva dal suo interno aree di mercato e sistemi produttivi, de-centralizzandoli e de-nazionalizzandoli, per sottrarre la produzione al controllo sociale e politico locale e nazionale\u201d. Nella sua relazione al seminario del circolo romano de Il Manifesto nel 2011 su Lavoro e Territorio all\u2019indomani del referendum della Fiat di Pomigliano, cos\u00ec concluse questa riflessione:\u201cL\u2019assenza di questa consapevolezza ha fatto si che siamo rimasti a lungo attaccati alla speranza di poterci integrare in un modello che non ci comprendeva, anzi ci respingeva, e per di pi\u00f9 a noi in gran parte estraneo. Trascurando invece scelte possibili di un altro modello di organizzazione sociale, di crescita territoriale e sociale e di cooperazione sia europea sia mediterranea\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bruno Trentin fu forse l\u2019unico che nel movimento sindacale avvert\u00ec nel 1989 <strong>la tempesta<\/strong> che si avvicinava e colse correttamente la novit\u00e0 della fine di un ciclo storico, dell\u2019epoca dello sviluppo infinito e dell\u2019occupazione come variabile da questo dipendente, insieme al tramonto di politiche salariali espansive. Nella sua relazione alla Conferenza di Programma della Cgil di quell\u2019anno a Chianciano, cos\u00ec introdusse il suo intervento: \u201cLe trasformazioni delle societ\u00e0 industriali, i vincoli crescenti\u2026rimettono in questione la stessa concezione dello sviluppo economico\u2026 ma, soprattutto, il presupposto economico e ideologico sul quale il sindacato fondava, sin dalle sue origini, la sua funzione di unificazione del mondo del lavoro\u2026ossia uno sviluppo economico, pieno di contraddizioni e di diseguaglianze, ma senza limiti quantitativi di lungo periodo, uno sviluppo economico \u00abinarrestabile\u00bb e, come tale, condizione e garanzia di un progresso sociale e umano, condizione materiale dell\u2019azione emancipatrice del movimento operaio; questo presupposto e questa premessa di valore dell\u2019azione solidale del sindacato sono stati duramente contestati dalle trasformazioni intervenute..\u201d. E cos\u00ec prosegu\u00ec:\u201c Lo sviluppo quantitativo dell\u2019economia, la crescita della produzione di merci e di servizi, e lo sviluppo dell\u2019occupazione e del lavoro salariato, che del primo sono stati sempre considerati come dei fattori derivanti e rigidamente subordinati (delle variabili dipendenti si usava dire), si scontrano sempre pi\u00f9 con dei limiti oggettivi, strutturali\u2026 Al punto che oggi l\u2019idea di progresso, quella di civilt\u00e0 e quella stessa di solidariet\u00e0 sono sempre pi\u00f9 associate al rispetto di questi vincoli e alla subordinazione dello sviluppo dell\u2019economia ai limiti qualitativi che rimettono in questione i suoi obiettivi e le sue regole\u201d. Aggiunse che era destinata alla sconfitta \u201cuna solidariet\u00e0 difensiva fondata sulla salvaguardia di un modello autarchico di sviluppo, sul rifiuto di confrontarsi con le scelte ardue di una nuova divisione internazionale del lavoro e con la ricerca di una nuova solidariet\u00e0 dei lavoratori in Europa\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per proteggere il lavoro da questi rischi incombenti, deline\u00f2 cos\u00ec una strategia difensiva fondata sui diritti individuali e collettivi, sulla valorizzazione della persona e della sua prestazione lavorativa, sulla formazione permanente, sulla contrattazione anche individuale nel posto di lavoro: \u201cDobbiamo compiere il tentativo di ricondurre alla contrattazione collettiva e ad una difesa solidale dei diritti individuali fondamentali relazioni di lavoro, anche molto diverse fra loro, che non coincidono pi\u00f9 con il modello tradizionale dell\u2019occupazione a tempo pieno per tutta la vita\u2026. Non crediamo al salario o al costo del lavoro come variabili indipendenti. Ma crediamo ad una strategia rivendicativa che liberi tutte le potenzialit\u00e0 culturali e professionali delle lavoratrici e dei lavoratori e che trasformi la persona al lavoro in un patrimonio ricco e costoso nella sua formazione..\u201d. Ancora: \u201cDiventer\u00e0 sempre pi\u00f9 un tema della contrattazione collettiva nei luoghi di lavoro quella dell\u2019informazione sui percorsi professionali individuali e sui sistemi di remunerazione individuali, in modo da offrire la garanz\u00eca di criteri trasparenti anche all\u2019estendersi di forme di contrattazione individuale del salario e delle condizioni di lavoro..\u201d. Caratteristiche queste \u2013 dell\u2019autonomia, dell\u2019autodeterminazione, della libert\u00e0 e della creativit\u00e0 del lavoro \u2013 che sarebbero state fatte proprie dal capitalismo post-fordista sotto le sembianze del lavoratore imprenditore di se stesso e artefice del suo stesso auto-sfruttamento<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Manc\u00f2 per\u00f2 in Trentin, ed \u00e8 mancata nel sindacato anche dopo lui, la visione di un progetto alternativo al modello di sviluppo e di produzione fordista e industrialista abbandonato dal capitalismo; e anche lui fu costretto ad accettare di contrattare nel 1992, con l\u2019accordo che abol\u00ec la scala mobile, l\u2019arretramento del movimento operaio dalle posizioni conquistate in precedenza per allineare il paese alle politiche deflazioniste dell\u2019Unione Europea, che lo costrinse alle dimissioni da segretario generale della Cgil prima e all\u2019uscita definitiva di scena successivamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019occasione persa dal sindacato \u00e8 stata quella di non aver scommesso sul rilancio dei luoghi, delle produzioni e dei sistemi produttivi abbandonati al loro destino dal fordismo prima e dalla globalizzazione poi, ricreando forme di aggregazione tra produttori locali<\/strong>, rilanciando un nuovo modello di sviluppo a partire dalla rigenerazione delle citt\u00e0 devastate dall\u2019inurbamento selvaggio e dal consumo di suolo, dal ripopolamento delle zone interne abbandonate con politiche di sviluppo locale e culturale e mettendo in sicurezza il territorio. Di non aver offerto in questo modo un\u2019alternativa di mercati locali e regionali al quel mondo della produzione radicato nei territori, ed estromessi dai mercati della globalizzazione, attraverso il rilancio dell\u2019Altra Economia, dei mercati contadini, della nuova ruralit\u00e0. Da ci\u00f2 derivava e deriva la necessit\u00e0 di un alleanza tra questa economia e la societ\u00e0 civile per ricostruire comunit\u00e0 di vita, di produzione e consumo. Invece abbiamo stoltamente continuato sulla strada delle sconfitte difendendo e promuovendo lo sviluppo dei grandi centri commerciali delle multinazionali straniere, che hanno ancor pi\u00f9 indebolito la piccola impresa locale e regionale che fatica a trovare sbocchi autonomi nel mercato e che ora, ironia della sorte, per effetto dell\u2019automazione crescente, stanno espellendo proprio quei lavoratori che avevano giustificato l\u2019iniziale consenso sindacale e politico locale al loro insediamento nel territorio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Lavoro e Bene Comune<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Cos\u2019\u00e8 per Amoroso il Bene Comune?<\/strong><em> \u201c<\/em> Bisogna evitare, usciti dall\u2019incubo della fabbrica fordista e del consumismo di massa (con i quali abbiamo perso mezzo secolo di storia), di inseguire ancora una volta il capitalismo nelle sue convulsioni con il mito delle tecnologie, della societ\u00e0 dell\u2019informazione, della societ\u00e0 dei servizi e, ora, con la societ\u00e0 della conoscenza\u201d\u2026 E ancora:\u201cDecrescita e sobriet\u00e0 significano partire dai nostri bisogni, dai bisogni delle comunit\u00e0 -societ\u00e0 nelle quali viviamo, per ricostruire intorno a noi quelle istituzioni, saperi e sistemi produttivi che ridiano spazio ad una vita normale\u201d e per riscoprire quella che lui chiama \u201c l\u2019acqua calda\u201d della \u201cbuona vita\u201d e del \u201cbene comune\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il progetto del Bene Comune, cos\u00ec introdotto da Amoroso in <em>Per il Bene Comune,<\/em> nasce come risposta all\u2019esaurirsi dell\u2019esperienza dello Stato del Benessere, sorto nel novecento per far fronte alle crisi del mercato capitalistico e ai disastri della guerra e della ricostruzione successiva. Il suo stretto legame col capitalismo fordista, il suo carattere prevalentemente corporativo, ne ha segnato anche la progressiva decadenza con l\u2019affermarsi di politiche neoliberiste di contenimento della spesa pubblica e del welfare. Il bene comune \u00e8 un progetto diverso di societ\u00e0 e di modernizzazione che per le societ\u00e0 europee significa anzitutto il \u201c<em>distacco dalla crescita quantitativa e individualistica e un rifiuto della globalizzazione e delle sue politiche neoliberali<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<strong>Il <em>bene comune<\/em><\/strong> <em>non \u00e8 il singolare di beni comuni, n\u00e9 la somma dei beni individuali\u201d<\/em> ma, citando Robert Vachon, Bruno afferma che<em> \u201c<strong>\u00e8 l\u2019essere comunitario <\/strong>non riconducibile alla somma delle parti e che non pu\u00f2 essere propriet\u00e0 di qualcuno\u201d. <\/em>\u00c8<em>, <\/em> continua ancora in <em>Per il Bene Comune, \u201cl\u2019essenza del progetto,<strong> il nucleo fondamentale della vita materiale delle persone e delle comunit\u00e0, <\/strong> intorno al quale si articolano gli obiettivi e le funzioni economiche, sociali e culturali della societ\u00e0. \u00c8 quel nucleo che sprigiona i valori, i principi che danno contenuto e forma in una certa epoca storica al vivere insieme e dal quale si possono derivare i beni comuni necessari, come strumenti per riavviare un discorso su una diversa forma di organizzazione sociale e di partecipazione\u201d.<\/em> Insomma un nuovo <em>patto sociale<\/em> che sostituisca lo <em>Stato del Benessere<\/em>, creato intorno all\u2019obiettivo della crescita economica, con quello della <em>Societ\u00e0 del Benessere<\/em> costruita sul Bene Comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cos\u00ec definito il progetto di Bene Comune, la nuova Societ\u00e0 del Benessere non pu\u00f2 prescindere dalla solidariet\u00e0 tra lavoratori e cittadini, cio\u00e8 dal concepire il lavoro come bene comune legato alla comunit\u00e0 e al territorio di appartenenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di questa concezione del lavoro sono debitore verso l\u2019opera di Bruno Amoroso che ha nutrito, negli ultimi anni della mia esperienza di dirigente sindacale della Cgil, la mia rielaborazione, inascoltata, di un nuovo e diverso approccio al rapporto tra sindacato e societ\u00e0, come chiave del rinnovamento del sindacato stesso e della sua fuoriuscita dall\u2019orbita dello schema fordista di rappresentanza del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella sua Prefazione al mio libro, <em>Il Lavoro tra Globalizzazione e Bene Comune<\/em> ( 2006), individua gli elementi forti della esperienza politica e sindacale in Italia nella natura popolare del sindacato nel dopoguerra e nella la sua costante preoccupazione di legare rivendicazioni e proposte parziali a una idea e progetto di societ\u00e0 pi\u00f9 giusta e solidale. Infatti, scrive : \u201c Le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori hanno rappresentato sia la forza maggiore di difesa e di elaborazione di proposte alternative allo sfruttamento capitalistico e alla degenerazione della societ\u00e0 e del mercato da questo prodotto, sia il punto di fusione di tutte le componenti e le istituzioni della societ\u00e0 civile. L\u2019emancipazione della \u2018classe operaia\u2019 coinvolgeva tutte le componenti personali e sociali della societ\u00e0 e produceva un cambiamento di liberazione (dalle ineguaglianze e dalle discriminazioni) per tutti\u201d. Questo legame organico tra sindacato e societ\u00e0 \u201csi \u00e8 venuto via via indebolendo dagli anni Sessanta in poi fino alla rottura verso la fine del decennio. Le ragioni sono da ricercare nell\u2019affermarsi di un modello industrialista e fordista di crescita economica che ha plagiato anche i sindacati e i partiti del movimento operaio acquisendoli cos\u00ec ad una linea di subordinazione al modello della crescita capitalistica in Italia su basi corporative\u201d. E cos\u00ec conclude: \u201cQuesta \u00e8 la ragione per il venir meno della anima popolare del movimento\u2026 Ma il primo anello da ricostruire \u00e8 la <strong>ricongiunzione tra movimento operaio e societ\u00e0 civile, <\/strong>sulla base di un progetto di societ\u00e0 fuori della globalizzazione e diverso da quello del capitalismo di mercato\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Commentando nel 2011 un mio articolo su il Manifesto, <a href=\"http:\/\/www.controlacrisi.org\/joomla\/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=10657&amp;catid=39&amp;Itemid=68\"><strong>Ripartiamo dal binomio locale-globale<\/strong><\/a> , nella sua relazione al gi\u00e0 citato seminario organizzato dal circolo romano de il manifesto, cos\u00ec si espresse a proposito di lavoro e bene comune: \u201cRicordo che di questo tema si parl\u00f2 in ambito sindacale. Reagendo al grande interesse che i sindacati mostravano per l\u2019\u2018acqua bene comune\u2019 proposi di trattare invece del tema \u2018lavoro bene comune\u2019. Gelo totale, perch\u00e9 avevano intuito che se il lavoro \u00e8 un bene comune \u00e8 compito delle comunit\u00e0 salvaguardarlo, regolarlo, inserirlo nelle funzioni necessarie, retribuirlo ecc.. Al che tutta l\u2019impalcatura del lavoro e dei suoi diritti costruita per una societ\u00e0 industriale capitalistica crolla. Ma con ci\u00f2 anche il ruolo che il sindacato si \u00e8 disegnato dentro di questa. Dobbiamo prendere atto positivamente che espressioni recenti anche da parte del sindacato indicano una riflessione critica su questi temi e sul bisogno di ripensarsi insieme alle altre istituzioni e organizzazioni della societ\u00e0 civile\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cio\u00e8 il <em>lavoro come bene comune<\/em> \u00e8 parte costitutiva dell\u2019essere, del vivere nella comunit\u00e0 con gli obblighi ed i doveri che ne derivano, esce cio\u00e8 dalla pura funzione contrattuale-redistributiva del rapporto di lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo dato implica che il progetto del bene comune va visto come \u201csuperamento della retorica della solidariet\u00e0 all\u2019interno de movimento operaio, che non tocca mai gli interessi costituiti, i diritti acquisiti in una fase storica\u201d. Concludeva il commento al mio articolo con queste mie parole: \u201cIl lavoro pu\u00f2 affermare la sua utilit\u00e0 e responsabilit\u00e0 verso la societ\u00e0 e le comunit\u00e0 locali, solo pensandosi ed agendo come lavoro non alienato, come produttore consapevole che crea l\u2019economia e non ne rimane succube\u201d. Se si riconcilia, quindi, col sapere e si mette al servizio del progetto di comunit\u00e0 e del bene comune e non di una solidariet\u00e0 ristretta di tipo corporativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Se nella fase della fabbrica fordista il luogo classico della socializzazione e dell\u2019istituzione dei legami sociali e di classe era la fabbrica oggi, con il decentramento produttivo, non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Lo spazio della socializzazione ridiviene il territorio, luogo di esistenza-resistenza e di convivenza quotidiana<\/strong>. E gli attori sociali della trasformazione sono quelli partecipi al territorio e ai suoi bisogni, a partire dai lavoratori, dalle loro famiglie, e dalle loro organizzazioni sindacali, dal mondo delle periferie urbane, del non-lavoro e della precariet\u00e0 esistenziale. Il lavoro con le sue forme di esercizio e di rapportarsi alla societ\u00e0 e al bene comune assume ora una precisa responsabilit\u00e0 sociale verso le comunit\u00e0. Se il lavoro \u00e8 un bene comune, pu\u00f2 essere compatibile con alcune modalit\u00e0 di esercizio corporativo del conflitto sindacale in particolar modo nei servizi di pubblica utilit\u00e0, cio\u00e8 dei beni comuni sociali? \u00c8 compatibile con qualsiasi occupazione, anche in quelle produzioni inquinanti che distruggono e devastano l\u2019ambiente, la terra, l\u2019aria, l\u2019acqua e la vita \u2013 cio\u00e8 i beni comuni naturali \u2013 come nel caso di Taranto? Come conciliare la responsabilit\u00e0 sociale del lavoro con il suo essere anche un mezzo di riproduzione sociale? Come affrontare l\u2019alienazione del lavoro dai fini della produzione nell\u2019impresa capitalistica, irresponsabile verso le comunit\u00e0 e l\u2019ambiente vitale? Come rispondere alla domanda di inclusione sociale del mondo degli esclusi, dei perdenti della globalizzazione, degli operai senza-fabbrica, dei giovani senza futuro? Sono domande, queste, che attendono ancora risposte compiute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel momento in cui l\u2019impresa transnazionale separa territori e sistemi produttivi, istituzioni e popolazioni, si estranea dalle comunit\u00e0 e dai paesi d\u2019origine e diventa apolide e globale, si pu\u00f2 superare tale processo di scissione solo se lavoro e impresa, comunit\u00e0 e cittadini diventano partecipi di una rifondazione del paradigma dell\u2019economia diversa e alternativa a quella impostasi con la globalizzazione. Il lavoro ritroverebbe cos\u00ec una sua ragione sociale non alienante ri-mettendo in discussione la stessa divisione operata dal fordismo fra lavoro e sapere che aveva trasformato l\u2019operaio in <em>gorilla ammaestrato<\/em>, per dirla con la celebre metafora di Gramsci in <em>Americanismo e Fordismo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8, questa, una sfida ancora aperta per una sinistra che voglia rinascere e ritrovare le proprie radici popolari e per un sindacato che abbia voglia di misurarsi con i suoi ritardi e le proprie granitiche in-certezze che certamente non hanno aiutato lo svilupparsi di un movimento popolare e democratico di resistenza alla tragedia della globalizzazione capitalistica preferendo spesso cavalcare il cavallo vincente piuttosto che rischiare le sconfitte in proprio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un mio recente articolo, <em>Considerazioni dalla parte dei vinti<\/em>, pubblicato su Comune-info, cos\u00ec concludevo l\u2019ultimo paragrafo destinato al <em>riscatto dei vinti: <\/em>\u201cLa Storia non \u00e8 solo un susseguirsi di eventi lineari in cui il passato sta alle nostre spalle. Essa ci parla anche con il linguaggio e la memoria dei vinti e degli sconfitti redenti e non solo con quello dei vincitori, affinch\u00e9 quello che non fu possibile ieri diventi possibile oggi o domani\u2026Non so se un giorno il mondo cambier\u00e0 in meglio. Ma se sar\u00e0 cos\u00ec, lo sar\u00e0 non grazie a quelli che sono saliti sul carro dei vincitori, ma grazie ai popoli vinti ma non domati, alle classi oppresse, ai sacrifici e alle testimonianze di tutti quelli che pur sconfitti ed emarginati, non si sono mai arresi\u201d. Grazie anche ad uomini come Bruno Amoroso.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/11491-antonio-castronovi-un-no-global-a-tutto-tondo.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/globalizzazione\/11491-antonio-castronovi-un-no-global-a-tutto-tondo.html<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Antonio Castronovi) Il 20 gennaio di un anno fa ci ha lasciati Bruno Amoroso, economista e saggista italiano, allievo di Federico Caff\u00e8 (qui gli articoli inviati a Comune). Per ricordarlo pubblichiamo questo articolo (titolo originale\u00a0Mondializzazione e comunit\u00e0, lavoro e bene comune in Bruno Amoroso), uscito in\u00a0Ciao Bruno\u00a0(Castelvecchi) di Antonio Castronovi Quelli che sono in alto hanno dichiarato guerra ai popoli. Come resistere, come ricostruire comunit\u00e0 solidali passando \u201cdalla cooperazione per competere\u201d&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":85,"featured_media":37140,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/sinistra-vita-star-trek-grande-rosso.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-9Yv","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38347"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/85"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=38347"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38347\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":38348,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38347\/revisions\/38348"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37140"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=38347"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=38347"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=38347"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}