{"id":38512,"date":"2018-01-31T11:00:34","date_gmt":"2018-01-31T10:00:34","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38512"},"modified":"2018-01-30T19:54:19","modified_gmt":"2018-01-30T18:54:19","slug":"la-repubblica-in-crisi-breve-storia-non-ortodossa-del-giornale-partito-liberal","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38512","title":{"rendered":"La Repubblica in crisi: breve storia (non ortodossa) del giornale-partito \u201cliberal\u201d"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di FEDERICO DEZZANI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Il secondo quotidiano italiano, La Repubblica, attraversa una profonda crisi, certificata dall\u2019inarrestabile emorragia di copie: le tensioni, latenti sin dall\u2019avvicendamento alla direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, sono recentemente esplose con la diatriba che ha pubblicamente contrapposto Eugenio Scalfari, \u201cil fondatore\u201d, a Carlo De Benedetti, \u201cl\u2019editore\u201d. Circola addirittura la voce che l\u2019Ingegnere voglia liberasi del giornale. Le disgrazie di Repubblica sono da collegare alla crisi dell\u2019area politica di riferimento, quella sinistra \u201cliberal\u201d di cui il quotidiano romano \u00e8 stato il padre nobile. Il progetto \u201cLa Repubblica\u201d nasce, infatti, negli ambienti atlantici, per traghettare la sinistra dall\u2019ideologia sovietico-marxista a quella atlantico-liberale: breve storia non ortodossa, dal \u201cgruppo del Mondo\u201d all\u2019attuale crisi.<\/em><\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify\">I \u201cliberals\u201d sono in crisi. Il loro giornale-partito, anche.<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify\">Il crepuscolo della <strong>Seconda Repubblica<\/strong> avanza minaccioso e non \u00e8 certo casuale che sia accompagnato dalla crisi del quotidiano che, senza dubbio, ha dominato questo periodo della storia italiana, <strong>La Repubblica<\/strong>. Il quotidiano romano nasce, infatti, nel 1976 (vedremo, nel proseguo dell\u2019articolo, in quali particolari \u201ccircostanze\u201d) per affiancare<strong> L\u2019Unit\u00e0<\/strong>, quotidiano ufficiale del <strong>Partito Comunista<\/strong> e sensibilizzare Botteghe Oscure sulle tematiche \u201cliberali\u201d; cavalca nei primi anni \u201880 il caso P2; assiste l\u2019assalto giudiziario che nel 1992-93 demolisce la Prima Repubblica; assume la funzione di mentore della sinistra post-comunista, traghettandola nella metamorfosi PCI-PDS-DS-PD; detta l\u2019agenda al governo, se la sinistra vince le elezioni, guida l\u2019opposizione antiberlusconiana, se le sinistra le perde. Assumendo<strong> la funzione di giornale-partito<\/strong>, Repubblica segue cos\u00ec le fortune dell\u2019<strong>area politica di riferimento<\/strong>: patisce il governo Monti, si smarrisce con quello Letta, affonda, svelato il bluff iniziale, con l\u2019esecutivo Renzi<strong> e si sfalda con quello Gentiloni.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La diffusione \u201ccartaceo+digitale\u201d, che nel 2011 si attesta ancora attorno alle <strong>425.000 copie<\/strong>, cala cos\u00ec alle 315.000 dell\u2019autunno 2015, quando <strong>Ezio Mauro<\/strong>, direttore sin dal 1996, cede la poltrona a <strong>Mario Calabresi<\/strong>, in arrivo da La Stampa. L\u2019avvicendamento, prodromo del matrimonio tra L\u2019Espresso ed un altro gruppo editoriale \u201cliberal\u201d per eccellenza,<strong> l\u2019Itedi degli Agnelli-Elkann<\/strong>, non porta fortuna: la diffusione subisce un nuovo tracollo, calando sino alle <strong>210.000 copie<\/strong> dello scorso autunno: in redazione sono forti i malumori nei confronti del neo-direttore, forse non del a ragione, considerato che Calabresi ha l\u2019ingrato compito di \u201ccoprire\u201d gli impopolari esecutivi Renzi e Gentiloni. Le tensioni accumulatosi dentro il quotidiano debordano in pubblico nel gennaio 2018, con il velenoso confronto a distanza tra \u201cil Fondatore\u201d,<strong> Eugenio Scalfari,<\/strong>\u00a0e \u201cl\u2019Editore\u201d, <strong>Carlo De Benedetti:<\/strong> una considerazione politica del primo (<i>\u201cPreferisco Berlusconi a Di Maio\u201d<\/i>) incendia le polveri, spingendo il secondo ad una velenosissima replica (<i>\u201cScalfari? Un signore molto anziano che non \u00e8 pi\u00f9 in grado di sostenere domande e risposte\u201d<\/i>). Il Fondatore mena l\u2019ultimo fendente: <i>\u201cCredo che quell\u2019accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore. (\u2026) De Benedetti ama Repubblica, ma vuole liberarsene<a class=\"sdfootnoteanc\" href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/la-repubblica-crisi-breve-storia-non-ortodossa-del-giornale-partito-liberal\/#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>\u201d. <\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Imputare l\u2019emorragia di copie al direttore Calabresi, oppure alle pi\u00f9 generalizzate difficolt\u00e0 dell\u2019editoria e della carta stampata, come fatto da Scalfari, o alla<em> \u201cperdita d\u2019identit\u00e0\u201d<\/em> di cui parla De Benedetti, \u00e8 superficiale.<strong> Il Corriere delle Sera<\/strong>, concorrente per eccellenza, ha superato pi\u00f9 brillantemente gli ultimi anni, perdendo <strong>solo un terzo<\/strong> della diffusione totale (dalle 470.000 copie del 2011 alle 310.000 dello scorso anno). La Repubblica vive una crisi strutturale perch\u00e9<strong> la sua funzione storica<\/strong>, quella di essere il giornale-partito che inspira e guida la sinistra \u201cliberal\u201d,<strong> \u00e8 esaurita<\/strong>, causa collasso della sinistra stessa: le prossime elezioni, infatti, certificheranno la caduta ai minimi storici del PD, incapace ormai di intercettare due categorie chiave dell\u2019elettorato di sinistra, \u201cgiovani e lavoratori\u201d, disperse tra Movimento 5 Stelle, astensionismo e partiti di destra. L\u2019Ingegnere, cui non manca il senso per gli affari, ha probabilmente fiutato che il destino di Repubblica \u00e8 segnato e perci\u00f2 medita, nell\u2019intimo, di sbarazzarsene.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le rotative della Repubblica sono in funzione dal 1976: hanno egregiamente adempiuto al loro compito, <strong>forse sar\u00e0 presto ora di spegnerle.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma come \u00e8 nato questo giornale-partito che, affiancando l\u2019Unit\u00e0, ha progressivamente acquistato la guida della sinistra, spostandola <strong>dai valori marxisti a quelli liberali?<\/strong> Chi \u00e8 Eugenio Scalfari, ormai considerato da tutti soltanto un vegliardo che ama vantare le sue conoscenze con papa Jorge Mario Bergoglio e col direttore della BCE, Mario Draghi?<strong> Chi ha messo i soldi<\/strong> per l\u2019avvio del settimanale L\u2019Espresso e poi de La Repubblica? Perch\u00e9, alla fine negli anni \u201880, \u00e8 entrato nell\u2019azionariato del quotidiano il finanziere <strong>De Benedetti<\/strong>, che ha giocato un ruolo di primo piano nel saccheggio dell\u2019economia nazionale? Perch\u00e9, infine, La Repubblica \u00e8 sempre stata la punta di lancia di<strong> tutte le operazioni euro-atlantiche<\/strong> contro il nostro Paese, da Tangentopoli agli attacchi all\u2019ENI, <strong>dal Rubygate al caso Regeni?<\/strong> Per rispondere a questa domanda, bisogna scrivere una breve, ma puntuale, storia del quotidiano romano<strong>: una storia, ovviamente, non ortodossa<\/strong>. Per fare ci\u00f2, ci serviremo di una preziosa fonte di informazioni:<strong> <i>\u201cLa sera andavamo in Via Veneto. <\/i><i>Storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica<\/i><\/strong><i><strong>\u201d<\/strong>,<\/i> scritto dallo stesso Scalfari e edito da Mondadori nel 1986. \u00c8 un libro che spiega \u201ctutto\u201d, purch\u00e9 <strong>si abbia la giusta chiave per decifrarlo.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La semi-autobiografia di Scalfari racconta le gesta, lunghe un quarantennio, del gruppo di <strong>\u201cliberals\u201d, alias \u201cliberali\u201d, alias \u201cradicali\u201d<\/strong> che, nell\u2019immediato dopoguerra, si fa rappresentante degli interessi dell\u2019establishment atlantico,<strong> quello basato sull\u2019asse Londra-New York<\/strong>. All\u2019indomani delle elezioni del 1948 l\u2019Italia, infatti, \u00e8 dominata dal <strong>bipolarismo DC-PCI<\/strong>: la fedelt\u00e0 del Partito Comunista a Mosca obbliga l\u2019establishment atlantico a sostenere la Democrazia Cristiana, <strong>ma \u00e8 un\u2019alleanza forzata.<\/strong> Questo partito cattolico di massa, un po\u2019 terzomondista e molto statalista, non \u00e8 certo in sintonia con l\u2019oligarchia atlantica:<strong> ebraica o protestante, ovviamente atlantista, convinta sostenitrice del libero mercato e delle libert\u00e0 individuali (divorzio, aborto, droghe, etc.)<\/strong>. Il grande disegno dell\u2019establishment liberal \u00e8 quindi di <strong>insinuarsi nella sinistra italiana, fagocitare progressivamente il PCI e, una volta conquistato, spostarlo su valori \u201catlantici e liberali<\/strong>\u201d: l\u2019operazione, che parte nel 1955 con la nascita del <strong>Partito Radicale,<\/strong> si conclude con pieno successo nel 1991, con la nascita del <strong>Partito Democratico di Sinistra<\/strong>. In questa manovra, gioca un ruolo decisivo Eugenio Scalfari ed il suo gruppo di \u201cliberals\u201d: a loro va imputata la paternit\u00e0 del Partito Radicale, del settimanale l\u2019Espresso, del quotidiano La Repubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Chi sono quindi questi liberals,<i> \u201cspesso longilinei, spesso benestanti\u201d, <\/i>come li definisce Scalfari? Sono gli esponenti di <strong>quel milieu economico-finanziario-culturale, di chiara matrice massonica,<\/strong> che, soffocato o perlomeno domato sotto il regime fascista, rifiorisce con la conquista della penisola da parte degli alleati. <strong>Quelli del Partito d\u2019Azione:<\/strong> Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Bruno Visentini, Mario Paggi e Altiero Spinelli, etc.\u00a0<strong>Quelli dell\u2019alta finanza internazionale, in contatto con i Rothschild, i Rockefeller ed i Lazard<\/strong>: Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia, Donato Menichella, Guido Carli, etc. <strong>Quelli del \u201cgrande capitale\u201d:<\/strong> Vittorio Valletta, Adriano Olivetti, Cesare Merzegora, etc. <strong>Quelli del \u201cCongresso per la libert\u00e0 della cultura\u201d, ossia, detta brutalmente, gli intellettuali al soldo della CIA-MI6:<\/strong> Mario Pannunzio, Benedetto Croce, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Alberto Moravia, Nicol\u00f2 Carandini, etc. Il giovane Eugenio Scalfari, dimenticati i suoi esordi giovanili<strong> su <i>\u201cRoma fascista\u201d, <\/i><\/strong>\u00e8, ovviamente, in contatto con tutti i membri del gruppo, assolvendo spesso alla funzione di cerniera<strong> tra il nucleo di Roma e quello di Milano<\/strong>. Perch\u00e9 proprio Scalfari? Perch\u00e9 rampollo di <strong>una benestante famiglia<\/strong> che frequenta da generazioni quell\u2019ambiente (nel 1950, Scalfari sposa Simonetta De Benedetti, <strong>figlia di Giulio, storico direttore de La Stampa<\/strong>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La scalata alla sinistra italiana da parte dei \u201cliberals\u201d prevede, fin dal principio, <strong>la creazione di un giornale<\/strong> che possa evolversi in movimento politico: il 19 febbraio 1949, esce cos\u00ec il primo numero del settimanale<strong> \u201cMondo\u201d<\/strong>, <i>\u201claico ed anticlericale\u201d, <\/i><strong>diretto da Mario Pannunzio<\/strong>. Scrive Scalfari: <i>\u201cIl Mondo lanci\u00f2 quella che sarebbe stata l\u2019idea guida ed il programma politico del gruppo per 18 anni: la formazione di una terza forza politica che bilanciasse i due super-partiti DC e PCI\u201d. <\/i>Nel 1955, germoglia dal seme del Mondo <strong>il Partito Radicale<\/strong> che, non a caso, \u00e8 dominato dalle stesse personalit\u00e0 \u201claiche ed anglofile\u201d del settimanale: Pannunzio, Scalfari e Paggi. Scopo del Partito Radicale italiano (in Francia si ripete l\u2019esperimento con <strong>Pierre Mend\u00e8s France)<\/strong> \u00e8 quello di <strong>erodere lo spazio a sinistra occupato dal Partito Comunista,<\/strong> fedele a Mosca, facendo leva, pi\u00f9 che sui diritti del lavoro, sui \u201cdiritti delle persona\u201d, tanto cari al pensiero massonico. Il 1955, per\u00f2, \u00e8 soprattutto l\u2019anno in cui al progetto del Mondo,<strong> troppo elitario e autoreferenziale per avere un impatto sulla politica<\/strong>, \u00e8 affiancato un esperimento editoriale destinato ad avere ben altro successo: <strong>il settimanale l\u2019Espresso.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con la benevolenza del potente <strong>Raffaele Mattioli<\/strong>, allora direttore della <strong>Comit<\/strong> e massimo rappresentante in Italia della<strong> \u201cfinanza laica\u201d<\/strong> connessa alle grandi piazze internazionali,<strong> Eugenio Scalfari e Arrigo Benedetti<\/strong> (gi\u00e0 direttore de L\u2019Europeo) ideano un settimanale (che in origine avrebbe dovuto essere un quotidiano) che non si rivolga pi\u00f9 soltanto ai salotti degli intellettuali, <strong>ma al grande pubblico,<\/strong> sensibilizzandolo sulle tematiche <i>\u201clibertarie, progressiste, libertine\u201d<\/i> care ai <i>liberals. <\/i>Un settimanale nazionale, poi, che facci<strong>a molti <i>\u201cscoop\u201d <\/i>comodi ai poteri atlantici,<\/strong> colpendo ora la DC, ora l\u2019ENI, ora qualche fazione avversa, ora lo Stato-imprenditore, ora pungolando il PCI.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il progetto editoriale comporta per\u00f2 ingenti investimenti: a quale porta Mattioli consiglia loro di bussare? Don Raffaele indirizza Scalfari e Benedetti dal magnate di Ivrea, <strong>Andriano Olivetti.<\/strong> Nel capitolo \u201c<i>A Ivrea incontrammo Adriano il Mago\u201d<\/i>, leggiamo:<em> \u201cL\u2019incontro tra noi e Adriano Olivetti fu uno di quei fatti del tutto occasionali, assolutamente non prevedibili nell\u2019economia d\u2019un destino di gruppo, eppure determinanti come pochi altri incontri sono stati nei 35 anni di questa vicenda. Se non fosse avvenuto in quel momento e in quelle circostanze, probabilmente l\u2019Espresso non sarebbe mai nato e il viaggio dei liberali nel frastagliato arcipelago della vita italiana avrebbe dovuto inventarsi altri vascelli e forse seguire un diverso itinerario\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Perch\u00e8 proprio <strong>Adriano Olivetti,<i> \u201cil mago\u201d<\/i>?<\/strong> La risposta a questa domanda va cercata nella poliedrica figura dell\u2019impreditore eporediese: <strong>in stretto contatto con i servizi segreti inglesi gi\u00e0 durante la guerra<\/strong> (nome in codice \u201cBrown\u201d),<strong> vicino ad esponenti del Partito d\u2019Azione<\/strong> come Ferruccio Parri, sostenitore delle<strong> idee euro-federaliste di Altiero Spinelli,<\/strong> Olivetti \u00e8 pienamente ascrivibile a quel <strong>milieu dell\u2019alta borghesia \u201claica\u201d<\/strong> (cio\u00e8 iniziata alla massoneria) <strong>e anglofila.<\/strong> Di pi\u00f9. Scalfari lo definisce \u201cil mago\u201d, perch\u00e9 Olivetti, come Mattioli, appartiene<strong> a quel mondo occulto-esoterico<\/strong> (messianesimo ebraico, divinit\u00e0 femminili, astrologia, dottrine di George Gurdjieff e Carl Jung, etc.) che conta tra le sue fila i massimi rappresentati dell\u2019establishment italiano \u201claico e liberale\u201d.<a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/addio-a-gianroberto-casaleggio-lanima-british-del-movimento-5-stelle\/\"> Il Movimento 5 Stelle, attraverso Gianroberto Casaleggio, \u00e8 sotto quest\u2019aspetto l\u2019ultimo prodotto dell\u2019agente \u201cBrown\u201d, Andriano Olivetti.<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La permanenza di Olivetti nell\u2019azionariato dell\u2019Espresso, dove ha investito<strong> l\u2019ingente cifra di 125 milioni di lire,<\/strong> controllando cos\u00ec il 70% del capitale, \u00e8 per\u00f2 breve. Trascorre a malapena un anno ed Olivetti decide di <strong>spossessarsi delle azioni a titolo gratuito<\/strong>,<strong> regalandone il 60% de L\u2019Espresso a Carlo Caracciolo, il 5% ad Arrigo Benedetti ed il 5% ad Eugenio Scalfari.<\/strong> Sorge, a questo punto, <strong>un legittimo interrogativo:<\/strong> i 125 milioni erano effettivamente di Olivetti o questi \u00e8 stato soltanto il prestanome di poteri \u201cliberal\u201d occulti, come la finanza internazionale o i servizi atlantici? Resta il fatto che, nel 1956, il principale azionista de l\u2019Espresso \u00e8 ora il principe <strong>Carlo Caracciolo.<\/strong> Scrive Scalfari: \u201c<i>Da quel momento l\u2019azionista di maggioranza fu Carlo Caracciolo, un bel giovane biondo di trent\u2019anni, di nobile famiglia napoletana, figlio di Filippo Caracciolo di Castagneto (diplomatico e amicissimo di La Malfa e di Parri con i quali aveva lavorato intensamente durante la Resistenza), cognato di Gianni Agnelli, che aveva sposato sua sorella Marella. Carlo era stato anche lui nella Resistenza e a 17 anni aveva combattuto in Val d\u2019Ossola nelle brigate di Giustizia e Libert\u00e0\u201d.<\/i> Un aristocratico, il principe Carlo Caracciolo, nelle cui vene scorre<strong> il miglior sangue dell\u2019alta societ\u00e0 anglofila e liberal.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Subentrano gli anni \u201860 e l\u2019Espresso conduce, ovviamente,<strong> battaglie dal marcato sapore atlantico<\/strong>: <strong>contro l\u2019ENI di Enrico Mattei<\/strong> (<i>\u201cAvvers\u00f2 costantemente i liberali ed i repubblicani, in quanto partiti da lui considerati padronali e filoamericani\u201d, \u201cL\u2019inquinamento dei partiti comincia da lui\u201d<\/i>) <strong>e di Eugenio Cefis<\/strong> (<i>\u201cil nostro gruppo cerc\u00f2 di fermare o quantomeno di rallentare la marcia verso il potere di Eugenio Cefis e del vasto sistema di alleanze che a lui facevano capo\u201d<\/i>),<strong> contro <i>\u201c<\/i><i>il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo\u201d<\/i>, contro Aldo Moro<\/strong> <i>(\u201cnoi liberals vivemmo Moro, per tutti gli anni del centro-sinistra, dal \u201863 al \u201870 e anche oltre, come un avversario, il grande saponificatore\u201d<\/i>). I meriti de L\u2019Espresso sono riconosciuti dall\u2019establishment atlantico e, nel 1962, il settimanale pu\u00f2 organizzare un convegno all\u2019Eur, <strong>tema \u201cla partnership atlantica\u201d,<\/strong> potendo contare nientemeno che sulla partecipazione <strong>de The Economist:<\/strong><i> \u201cFu per noi un\u2019occasione importante, perch\u00e9 l\u2019Economist godeva del prestigio che si sa, e il fatto che il suo direttore e l\u2019intera redazione fossero venuti a confrontarsi\u00a0con noi dette la misura della stima di cui l\u2019Espresso ormai godeva da parte del miglior giornalismo europeo\u201d.<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il successo dell\u2019Espresso, che cavalca <strong>l\u2019inarrestabile laicizzazione della societ\u00e0<\/strong> (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, femminismo), \u00e8 indiscutibile. Affinch\u00e9, per\u00f2, i \u201cliberals\u201d possano scalare la sinistra italiana, ancora occupata dal monolitico e filo-sovietico PCI, <strong>occorre fare il grande salto, dal settimanale al quotidiano:<\/strong> solo con un simile strumento, sar\u00e0 possibile insidiare l\u2019Unit\u00e0 e traghettare progressivamente <strong>Botteghe Oscure da Mosca verso Washington. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scrive sempre Scalfari: <i>\u201c<\/i><i>I simpatizzanti o addirittura i militanti del PCI avevano il loro giornale di partito, ma i mutamenti in corso nella societ\u00e0 e di riflesso nel partito rendevano quella sola lettura sempre pi\u00f9 insufficiente e insoddisfacente. Infatti, la gente comunista non se ne accontentava e risultava chiaro dai sondaggi d\u2019opinione che molti di loro erano disponibili ad acquistare un secondo giornale, oltre all\u2019Unit\u00e0\u201d. <\/i>Dove trovare i fondi per lanciare il quotidiano,<strong> 5 miliardi di lire,<\/strong> di cui l\u2019Espresso pu\u00f2 metterne al massimo la met\u00e0? Scalfari e Caracciolo trovano un socio della <strong>Mondadori di Mario Formenton<\/strong>, proprietaria del settimanale, anch\u2019esso \u201cprogressista\u201d a suo modo, Panorama: <strong>il 14 gennaio 1976 nasce cos\u00ec La Repubblica<\/strong>. Particolare degno di nota: alla neonata redazione si unisce, di l\u00ec a un anno, Pier Leone Mignanego, in arte<strong> Piero Ottone.<\/strong> Collaboratore dell\u2019angloamericana <strong>Psychological Warfare Division (PWB)<\/strong> nel 1945, <strong>corrispondente da Londra<\/strong> per la Gazzetta del Popolo, corrispondente per il Corriere della Sera dalla Germania Occidentale e poi dall\u2019URSS, Ottone, esponente come Scalfari e Pannunzio del giornalismo \u201canglofilo\u201d, \u00e8 chiamato alla direzione di Piazza Solferino nel 1972, quando<strong> Giulia Maria Crespi<\/strong> decide di rendere lo storico quotidiano milanese \u201cmeno conservatore e pi\u00f9 liberale\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scalfari, poco prima del lancio di Repubblica, nel settembre 1975, incontra personalmente <strong>Enrico Berlinguer<\/strong>, illustrandogli i suoi piani verso il PCI:<em> \u201cnessun pregiudizio ideologico, rifiuto di ogni ghettizzazione e discriminazione, nostra propensione per un\u2019ipotesi di alternativa di sinistra rispetto al suo programma di compromesso storico\u201d.<\/em> La Repubblica, insomma, <strong>deve allontanare il PCI sia dalla Democrazia Cristiana che da Mosca, per avvicinarlo a Washington<\/strong>:<strong> l\u2019omicidio Moro<\/strong> (che avrebbe voluto pilotare l\u2019ingresso dei comunisti al governo, sedendo al Quirinale) <strong>ed il quasi concomitante viaggio di Giorgio Napolitano negli Stati Uniti<\/strong> (primavera dl 1978), completano la manovra. <i>\u201cA partire dal 1979, si pu\u00f2 dire che il segretario del PCI avesse scelto Repubblica quale sede privilegiata per esporre il suo pensiero, a parte ovviamente l\u2019ufficialit\u00e0 del giornale del PCI.\u201d <\/i>Eliminato Moro dalla corsa verso il Quirinale, rimane per\u00f2 ancora l\u2019insidia di <strong>Giulio Andreotti: il caso Gelli-P2,<\/strong> ampiamente cavalcato dal Gruppo l\u2019Espresso, spegne definitivamente <strong>i sogni presidenziali del Divo Giulio.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nonostante la tiratura di Repubblica aumenti, i conti faticano a tornare, tanto che a met\u00e0 degli anni \u201980 il Gruppo l\u2019Espresso \u00e8 in <strong>una situazione tecnica di fallimento<\/strong>: entra cos\u00ec in scena <strong>Carlo De Benedetti<\/strong>, destinato, dopo la \u201cguerra di Segrate\u201d e la spartizione della Mondadori con Silvio Berlusconi, a diventare l\u2019azionista di riferimento del gruppo,<strong> \u201cl\u2019Editore\u201d<\/strong>. Perch\u00e9 interviene proprio De Benedetti a soccorre il quotidiano dell\u2019establishment liberal ed anglofilo? Semplice: l\u2019Ingegnere (cui si deve, ad esempio, la distruzione del settore informatica dell\u2019Olivetti)<strong> \u00e8 il rappresentante di quella finanza internazionale<\/strong> che, attraverso Don Raffaele Mattioli, aveva gi\u00e0 patrocinato la nascita del settimanale Espresso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli anni \u201880 sono dominati dalla figura di <strong>Bettino Craxi:<\/strong> socialista, filo-arabo, attento agli interessi nazionali e, perci\u00f2, \u201cfascista\u201d se non \u201cnazional-socialista\u201d<i> tout court, <\/i>La Repubblica, ovviamente, <strong>guida l\u2019opposizione al segretario del PSI.<\/strong> \u00c8 significativo quanto scrive Scalfari: <i>\u201c<\/i><i>I socialisti del nuovo corso hanno coniato una definizione curiosa: noi saremmo la nuova destra, insieme ad alcuni esponenti dell\u2019imprenditoria (leggi De Benedetti), ad alcuni grandi borghesi (leggi Bruno Visentini), e all\u2019ala berlingueriana del PCI. Una nuova destra tecnocratica, giacobina, illuminata, che per\u00f2 non disdegna gli affari corsari e vagheggia governi presidenziali di tipo (pensate un po\u2019!) badogliano\u201d. <\/i><strong>La definizione data dal PSI di Bettino Craxi e Rino Formica non potrebbe descrivere meglio \u201ci liberals\u201d che fanno capo al Gruppo l\u2019Espresso.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Tangentopoli<\/strong> spazza via il Pentapartito: l\u2019establishment euro-atlantico ha deciso che sar\u00e0 la sinistra a guidare la stagione delle<strong> privatizzazioni e l\u2019ingresso dell\u2019Italia \u201cin Europa\u201d<\/strong>. La Repubblica ha dato il proprio determinante contributo al risultato, fagocitando progressivamente il PCI, ora PDS, sino a dettarne la linea. L\u2019ingresso in politica di<strong> Silvio Berlusconi<\/strong> scatena, nel 1994, una guerra destinata a durare 25 anni:<strong> la Repubblica \u00e8 il campione dell\u2019antiberlusconismo e, di conseguenza, il campione della sinistra.<\/strong> La scalata al campo progressista, iniziata nel lontano 1976, ha ottenuto un tale successo che l\u2019editore del giornale-partito, Carlo De Benedetti,<strong> \u00e8 anche la \u201ctessera numero 1\u201d del Partito Democratico <\/strong>che nasce\u00a0nel 2007: si tratta, proprio come sognato da Scalfari trent\u2019anni prima, di <strong>un grande \u201cpartito radicale\u201d<\/strong> che, accantonati i diritti del lavoro, difende soltanto pi\u00f9 <strong>\u201cle libert\u00e0 personali\u201d<\/strong> (femminismo, omosessualit\u00e0, droga, aborto, immigrazione etc.).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La simbiosi tra il Gruppo l\u2019Espresso ed il Partito Democratico<\/strong> \u00e8 tale che le sfortune del secondo si ripercuotono anche sul primo: La Repubblica, sostenendo prima l\u2019esecutivo Monti, poi quello Renzi ed infine quello Gentiloni, <strong>perde lettori alla stesso ritmo con cui la sinistra perde consensi.<\/strong> Giovani (ormai demograficamente marginali) e \u201clavoratori\u201d, due colonne portanti della sinistra e del pubblico di Repubblica, no<strong>n votano pi\u00f9 PD, n\u00e9 leggono una rivista del Gruppo l\u2019Espresso<\/strong>: l\u2019enorme massa del disagio sociale si rifugia nell\u2019astensionismo, nei partiti di destra o <a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/m5s-la-stampella-del-potere\/\">nel Movimento 5 Stelle, creato ad hoc dagli stessi poteri che nel 1955 avevano incoraggiato la nascita del settimanale l\u2019Espresso.<\/a> I valori \u201cliberali\u201d, inoltre, hanno talmente impregnato la societ\u00e0 che persino il modernista <strong>Jorge Mario Bergoglio<\/strong>, intima conoscenza di Eugenio Scalfari,<strong> li promulga da San Pietro.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non ha torto, l\u2019Ingegnere De Benedetti, a volersi disfare della Repubblica:<strong> la sua funzione storica \u00e8, oggettivamente, esaurita.<\/strong><\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/la-repubblica-crisi-breve-storia-non-ortodossa-del-giornale-partito-liberal\/\">http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/la-repubblica-crisi-breve-storia-non-ortodossa-del-giornale-partito-liberal\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FEDERICO DEZZANI Il secondo quotidiano italiano, La Repubblica, attraversa una profonda crisi, certificata dall\u2019inarrestabile emorragia di copie: le tensioni, latenti sin dall\u2019avvicendamento alla direzione tra Ezio Mauro e Mario Calabresi, sono recentemente esplose con la diatriba che ha pubblicamente contrapposto Eugenio Scalfari, \u201cil fondatore\u201d, a Carlo De Benedetti, \u201cl\u2019editore\u201d. 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