{"id":38537,"date":"2018-02-01T09:00:21","date_gmt":"2018-02-01T08:00:21","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38537"},"modified":"2018-01-31T23:00:10","modified_gmt":"2018-01-31T22:00:10","slug":"per-un-superamento-del-superamento-del-fiscal-compact-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38537","title":{"rendered":"Per un superamento del superamento del Fiscal Compact"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE (Marcello Spano)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-img\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-ideapark-big-thumb size-ideapark-big-thumb wp-post-image\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/juncker-merkel.jpg\" sizes=\"(max-width: 648px) 100vw, 648px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/juncker-merkel.jpg 648w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/juncker-merkel-300x180.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/juncker-merkel-390x234.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"648\" height=\"388\" \/><\/div>\n<div class=\"post-content\">\n<div class=\"post-entry\">\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 circolato, a fine anno 2017, un appello sottoscritto da diversi economisti, italiani e non solo, favorevole a un superamento del Fiscal Compact, contrario a un suo \u201crafforzamento istituzionale\u201d, preoccupato per il rischio di implosione dell\u2019Unione Europea che una riconferma del patto fiscale, ormai scaduto, comporterebbe. Tra gli economisti firmatari figurano anche nomi importanti per il loro contributo alla critica della teoria economia mainstream. Per quanto sia apprezzabile una posizione critica, ed altrettanto apprezzabile il tentativo di mettere in agenda una discussione sul Fiscal Compact che, colpevolmente, non sembra appassionare i nostri media, devo tuttavia confessare che il contenuto dell\u2019appello mi lascia molto perplesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Noto una sproporzione ingiustificabile tra i principi generali di allarme e denuncia che si leggono in apertura e in chiusura dell\u2019appello, e le concrete proposte di riforma, che mi suonano invece timide, non risolutive e anche incoerenti con lo stesso desiderio di un superamento del patto fiscale che ha inutilmente soffocato le economie e peggiorato le condizioni materiali dell\u2019esistenza di gran parte della popolazione dei paesi che l\u2019hanno sottoscritto. La biografia scientifica di alcuni firmatari, su cui nutro anche profondo rispetto personale e professionale, mi lasciano ancora pi\u00f9 sorpreso. Come cantava De Andr\u00e9, \u201cvoi avevate voci potenti\u2026.\u201d; ebbene, perch\u00e8 usare quelle voci per bisbigliare, e per promuovere proposte che qualunque economista consensuale e dottrinario potrebbe sottoscrivere, e niente di pi\u00f9?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo mio intervento vorrei appunto mettere in luce alcune contraddizioni che mi sembrano emergere fra le due proposte concrete di revisione del Fiscal Compact e i principi pi\u00f9 generali e astratti delineati nell\u2019appello. Se non altro, questo mio contributo avr\u00e0 il merito di discutere, che \u00e8 sempre meglio che sonnecchiare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1. Lo scorporo degli investimenti<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una prima proposta di riforma consiste nello \u201cscorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo\u201d. In sintesi, pareggiamo entrate e uscite dello Stato, ma teniamo fuori dal conteggio le uscite per investimenti. La ragione dello scorporo \u00e8 che \u201cgli Stati nazionali hanno il dovere di sostenere, con il conforto dell\u2019Unione Europea, l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019economia e l\u2019occupazione con robuste misure di struttura e non solo anticicliche\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1.1. Qui direi che \u00e8 opportuna una prima precisazione. Qualcuno ha visto perseguire misure anticicliche da queste parti negli ultimi venticinque\/quarant\u2019anni? Io personalmente non le ricordo. Senza andare troppo indietro a parlare di forze politiche ormai vetuste, dal trattato di Maastricht del 1992 in poi, ricordo soltanto due tipi di politiche fiscali: quelle finalizzate alla riduzione del deficit pubblico prevalentemente attraverso un convinto aumento delle tasse e una malcelata riduzione della spesa pubblica, tipiche del centrosinistra, e quelle finalizzate alla riduzione del deficit pubblico attraverso una convinta riduzione della spesa pubblica e un malcelato aumento delle tasse, tipiche del centrodestra. Le politiche del centrosinistra hanno notoriamente funzionato meglio nel ridurre il deficit, quelle del centrodestra meno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma non c\u2019era alcuna volont\u00e0 anticiclica nel metterle in atto, semplicemente una furia ideologica: contro il governo che scialacqua ai danni delle future generazioni, per il centrosinistra, contro il governo che tassa ai danni dell\u2019iniziativa privata, per il centrodestra. In ogni caso, contro il governo. Sono state politiche di un solo segno: recessive, che sono anticicliche non per volont\u00e0 ma per caso, cio\u00e8 nel caso, sempre pi\u00f9 raro, in cui la domanda del settore privato abbia una dinamica vagamente \u2018trotterellante\u2019. <strong>Le politiche anticicliche, di per s\u00e9, se esistessero davvero, sarebbero anche una bella novit\u00e0, magari non sufficiente a rimettere in piedi il paese, ma pur sempre un lusso al giorno d\u2019oggi annoverabile nella categoria della fantapolitica.<\/strong> Alla luce della storia recente, proporre misure di struttura come se avessimo mangiato pane e misure anticicliche tutti i giorni mi sembra una rivendicazione piuttosto scollegata con la realt\u00e0 in cui siamo immersi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1.2. Veniamo al merito dell\u2019idea dello scorporo. <strong>Di solito gli economisti amano molto parlare di investimenti in ricerca e sviluppo come chiave strategica per innescare la crescita economica. Sono ben visti perch\u00e8 si tratta di una formula magica che mette d\u2019accordo tutti.<\/strong>Infatti, non oserei mai negare la loro importanza, e condivido la critica che in Italia manca quasi del tutto una sensibilit\u00e0 a questi favorevole. Il ruolo dello Stato nel finanziare la ricerca, tanto per cambiare, viene vituperato. Di conseguenza, l\u2019universit\u00e0 \u00e8 vista come una voce di costo, la scuola elementare e media, non ne parliamo. Ma\u2026. un momento\u2026 nell\u2019appello leggo che nello scorporo va incluso, \u201cse non l\u2019insieme della spesa pubblica in istruzione e ricerca, troppo vasta e articolata, almeno quella per l\u2019industrializzazione della ricerca di base e l\u2019occupazione di ricercatori e tecnologi.\u201d Quindi c\u2019\u00e8 qualcosa va scorporata dallo scorporo. Forse la scuola non va considerata come investimento? Forse i salari degli insegnanti devono rientrare nel vincolo di bilancio? La carta igienica nelle scuole devono ancora portarsela i bambini?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E se va scorporata dal vincolo di bilancio soltanto la ricerca utile alla crescita economica, come si distingue quella utile da quella inutile? L\u2019appello parla di \u201cindustrializzazione della ricerca di base\u201d e anche di \u201coccupazione di ricercatori e tecnologi\u201d. E la ricerca di base che non \u00e8 industrializzabile che fine fa? E gli umanisti, i non tecnologi, non hanno nessun contributo da apportare all\u2019economia? Bisogner\u00e0 premiare solo i ricercatori pi\u00f9 produttivi? E come misuriamo la produttivit\u00e0 della ricerca? Con criteri bibliometrici, come stiamo facendo negli ultimi anni? (by the way, grazie, ANVUR, per l\u2019immenso lavoro!) Ci affidiamo all\u2019impact factor che premia gli articoli pi\u00f9 convenzionali che pubblicano sulle riviste pi\u00f9 di moda: tanti lavori piccoli noiosi e irrilevanti? Chiss\u00e0 come galopperanno le innovazioni con questo metodo di selezione! Capisco che qui stiamo un po\u2019 uscendo fuori tema, perch\u00e9 la scelta di quali sono i settori strategici non \u00e8 forse specificabile in un semplice appello.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lasciamo allora in sospeso queste domande e veniamo al nocciolo del mio argomento: il deterioramento prolungato del sistema della spesa pubblica \u00e8 tale da rendere del tutto artificiosa e indeterminata la proposta di selezionare alcuni tipi di spesa come pi\u00f9 importanti di altri. <strong>In Italia \u00e8 urgente una visione sistemica della spesa pubblica, e occorre che questa visione sia liberata da ogni complesso sulla sua sostenibilit\u00e0 finanziaria.<\/strong> L\u2019idea di assegnare a una non troppo ben definita spesa in ricerca e sviluppo un canale prioritario si inserisce, invece, in una logica di sostanziale accettazione di un criterio di contenimento, sorvegliato da controllori esterni, della spesa pubblica italiana, e l\u2019appello si limita quindi a una richiesta di eccezioni, senza tenere conto che <strong>la spesa in ricerca e sviluppo non risolve, se non forse dopo lungo tempo, il problema di una generazione senza lavoro, n\u00e9 quello di un aumento della povert\u00e0 relativa e assoluta, n\u00e9 quello della sacca di lavoratori soli e senza protezione sociale travestiti di self-made men con partita iva, n\u00e9 quello del calo delle nascite.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1.3. Gli economisti mainstream sostengono che il vero problema dell\u2019Italia \u00e8 la produttivit\u00e0 stagnante. La triste letteratura della scienza triste \u00e8 piena zeppa di modelli che descrivono come il bello e il cattivo tempo in economia viene determinato dagli andamenti della produttivit\u00e0. La produttivit\u00e0, in linguaggio \u201ceconomese\u201d, \u00e8 quasi sempre considerata come una variabile esogena, magari stocastica, ma pur sempre esogena, cio\u00e8 non spiegabile all\u2019interno della teoria economica. E\u2019 per questo che i difensori dell\u2019ordine economico esistente sostengono che \u00e8 inutile trovare capri espiatori per spiegare i problemi italiani, come il patto di Maastricht, l\u2019euro, il Fiscal Compact, il precariato sul mercato del lavoro, perch\u00e9 per loro il problema \u00e8 la scarsa crescita della produttivit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al pi\u00f9, il pensiero economico mainstream \u00e8 disposto a concedere che la produttivit\u00e0 possa crescere come effetto di investimenti specifici in ricerca e sviluppo per l\u2019innovazione, e\/o nel cosiddetto \u201ccapitale umano\u201d (termine discutibile finalizzato a ridefinire i lavoratori pi\u00f9 istruiti e specializzati come qualcosa di ontologicamente diverso dai lavoratori con pi\u00f9 basse qualifiche \u2013 un\u2019\u00e9lite di lavoratori quasi non pi\u00f9 umani e quasi gi\u00e0 \u2018capitale\u2019, qualunque cosa voglia dire). Ecco la ragione per cui, dal mio punto di vista, questo appello promuove lo scorporo degli investimenti in ricerca e sviluppo: perch\u00e9 \u00e8 sostanzialmente una proposta che potrebbe risultare comprensibile alle teste meno irrigidite che popolano l\u2019universo degli economisti ortodossi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se \u00e8 cos\u00ec, tuttavia, <strong>vale la pena sottolineare come l\u2019appello sia largamente inadeguato, in quanto prende forma in un contesto di subordinazione in cui i limiti del dicibile vengono stabiliti dal pensiero economico egemone.<\/strong> E mi spiace lanciare questa accusa, perch\u00e9 so per certo che molti dei firmatari non sono ingenui economisti mainstream. Anzi, alcuni di loro sono agguerriti combattenti. Ci\u00f2 nonostante, <strong>l\u2019appello si limita a chiedere soltanto ci\u00f2 che l\u2019economista mainstream, che presiede al rigore dei conti pubblici, \u00e8 in grado di capire, e quindi \u2013 sarebbe questa la speranza \u2013 a concedere.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1.4. La tradizione eterodossa in economia, con importanti contributi italiani, ha sollevato sufficienti critiche che, se fossero conosciute e ascoltate, indurrebbero qualunque economista serio a esercitare estrema prudenza nell\u2019uso di concetti come \u2018capitale\u2019 o \u2018produttivit\u00e0\u2019, e tanto pi\u00f9 nel tentativo di misurarli empiricamente. Tralasciamo di imbarcarci in questo dibattito, facciamo finta di ignorarlo e accettiamo di misurare la produttivit\u00e0 del lavoro in valore (valore aggiunto per unit\u00e0 di lavoro) anzich\u00e9 in unit\u00e0 fisiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Andrebbe almeno sottolineato, per\u00f2, che <strong>la battuta d\u2019arresto alla produttivit\u00e0 italiana, che gli economisti mainstream esibiscono come una prova del nove, pu\u00f2 benissimo essere spiegata come una conseguenza della stagnazione della domanda,<\/strong> a partire dal 1996, con la rivalutazione della lira nei confronti del marco in preparazione dell\u2019unione monetaria, poi <strong>come una conseguenza del ricorso, da parte delle imprese, al lavoro a basso costo e bassa qualit\u00e0 in seguito al pacchetto Treu del 1997, poi ancora con l\u2019istituzionalizzazione definitiva della cintura troppo stretta: l\u2019unione monetaria<\/strong> che segna il congelamento definitivo del cambio nominale (1999), e obbliga, come regola del gioco, i paesi membri a una gara a chi \u00e8 pi\u00f9 abile a ridurre il corso del lavoro (riforme Hartz in Germania, 2003-05).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Una gara in cui alcuni paesi vincono a danno di altri, mentre i governi restano a guardare<\/strong>, legati e imbavagliati dal patto di stabilit\u00e0 e crescita, dopo la crisi cristallizzatosi nel Fiscal Compact (2013), che rende impossibile allestire un serio programma di spesa pubblica adeguato alla piena occupazione di tutte le risorse. <strong>Tutto questo ha decisamente poco a che fare con la mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo. Scorporare questi ultimi dal pareggio di bilancio non toccherebbe in alcun modo le altre cause della stagnazione della produttivit\u00e0 appena evidenziate.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Il pareggio strutturale: ricalcolo<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo punto cardine della proposta \u00e8 l\u2019obbligo di \u201cpareggio strutturale dei conti pubblici\u201d. Per \u2018strutturale\u2019 si intende: corretto per gli effetti del ciclo economico e per le misure transitorie. In parole povere, il Fiscal Compact concede un po\u2019 pi\u00f9 di deficit nei periodi di recessione, da recuperare con surplus nei periodi, idealmente simmetrici, di crescita economica, cos\u00ec da pareggiare, su un arco di tempo ampio, entrate e uscite del governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2.1<\/strong>. Come quasi tutti in Italia devono ormai aver capito, i margini per questo \u2018sforamento\u2019 in tempi di recessione sono talmente esigui che, con le regole esistenti, solo un meteorite di discrete dimensioni pu\u00f2 aiutarci a ridurre numericamente i disoccupati nel nostro paese. E se non si pu\u00f2 uscire dalla recessione, non arriveranno mai le fasi \u2018positive\u2019 che dovrebbero compensare le fasi \u2018negative\u2019 del ciclo economico. Gi\u00e0, perch\u00e9 ci\u00f2 che l\u2019appello manca di chiarire \u00e8 che <strong>le fluttuazioni economiche non sono come le onde del mare, che vanno, vengono e ritornano, indipendentemente dal nostro sguazzare in acqua, ma sono la conseguenza delle nostre azioni, e segnatamente delle politiche fiscali del governo.<\/strong> L\u2019appello sottolinea, giustamente, che \u201cla non prevalenza delle fasi recessive\u2026. allo stato attuale dell\u2019economia globale \u00e8 tutt\u2019altro che scontata\u201d; ci\u00f2 che non chiarisce \u00e8 che <strong>una delle pi\u00f9 importanti cause di questa prevalenza delle fasi recessive, ma io direi anche la causa di gran lunga pi\u00f9 importante, \u00e8 proprio il patto di austerit\u00e0 fiscale a cui i governi dei paesi intrappolati nella stagnazione sono sottoposti.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2.2.<\/strong> Come nel caso della proposta dello scorporo, anche la proposta della riforma del pareggio strutturale si limita a delineare una strada che i firmatari giudicano potenzialmente ricevibile da parte dei custodi dell\u2019ortodossia (cio\u00e8 del governo tedesco, allo stato attuale degli equilibri politici in Europa). <strong>L\u2019appello, ancora una volta, non mette in discussione il principio del pareggio di bilancio, ma si concentra sulla proposta di riforma di un meccanismo di calcolo<\/strong>, quello del cosiddetto output gap, cio\u00e8 la differenza fra il PIL realizzato nell\u2019anno in corso e il PIL che potenzialmente saremmo in grado di realizzare date le risorse disponibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo gli economisti firmatari, occorre cambiare il criterio con cui si calcola il cosiddetto \u201coutput potenziale\u201d, che a loro giudizio, e anche a giudizio dell\u2019OCSE, sarebbe pi\u00f9 alto di quello calcolato dalla Commissione Europea. Se riconosciamo che l\u2019output potenziale \u00e8 pi\u00f9 alto, allora vuol dire che siamo pi\u00f9 distanti da questo obiettivo, di conseguenza siamo autorizzati a concederci pi\u00f9 deficit (pi\u00f9 flessibilit\u00e0, beninteso: da parte dei controllori esterni, arbitri e sanzionatori delle scelte italiane) per incentivare la \u201cripresa\u201d. La discussione viene dunque presentata come una questione meramente tecnica. L\u2019OCSE sostiene che l\u2019output potenziale \u00e8 definito dal NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment), cio\u00e8 un tasso di disoccupazione compatibile con aspettative di inflazione stabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Commissione lo definisce invece in base al NAWRU (non-accelerating wage of unemployment), cio\u00e8 un tasso di disoccupazione compatibile con una dinamica salariale stabile. In breve, per convincere i guardiani europei a concedere un maggior margine di manovra fiscale per il governo italiano, l\u2019appello si limita a suggerire che hanno sbagliato i conti. Molti dei firmatari, tuttavia, sanno meglio di me che <strong>ci\u00f2 che \u00e8 sbagliato non sono tanto i conti, quanto l\u2019intero paradigma economico utilizzato per definire gli spazi di manovra a disposizione del governo.<\/strong> Allora \u2013 \u201cvoi che avevate voci potenti\u201d \u2013 perch\u00e9 non scriverlo?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2.3. Perch\u00e8 non rivendicare la piena occupazione, e non il pareggio di bilancio, come obiettivo della politica economica? <strong>E perch\u00e9, anzich\u00e9 discutere se \u00e8 meglio il NAIRU o i NAWRU, non mettiamo in discussione il presupposto che il livello dell\u2019occupazione debba essere uno strumento funzionale a controllare i prezzi e stabilizzarli? Perch\u00e8 non rivendicare la piena occupazione come obiettivo prioritario della politica economica?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e8 non ragionare su altri metodi per ancorare i prezzi? Le idee non mancano. Il piano di lavoro garantito, per esempio, \u00e8 una proposta compatibile sia con la piena occupazione che con la stabilit\u00e0 dei prezzi, per il fatto che prevede un serbatoio di lavoratori remunerati a un salario deciso istituzionalmente. Questo serbatoio, in quanto si svuota in tempi di espansione (meno spesa pubblica) e si riempie in tempi di recessione (pi\u00f9 spesa pubblica), svolge un ruolo di stabilizzatore del ciclo economico, e al contempo garantisce \u2013 whatever it takes \u2013 la piena occupazione, in tal modo eliminando il meccanismo che Marx aveva denominato dell\u2019esercito industriale di riserva, e che oggi si incarna nel NAIRU o nel NAIWU.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La disoccupazione, con il piano di lavoro garantito, non \u00e8 pi\u00f9 uno strumento di ricatto contro le rivendicazioni salariali.<\/strong> L\u2019intero sistema dei prezzi, a sua volta, ruota intorno a un perno: l\u2019unit\u00e0 di salario, decisa istituzionalmente, storicamente ed esogenamente dalla politica. Infine, il deficit di bilancio non \u00e8 pi\u00f9 definito come un obiettivo, ma torna ad essere uno strumento, come \u00e8 giusto che sia concepito. <strong>Il pareggio di bilancio strutturale non va ridefinito e ricalcolato: va proprio abbandonato.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2.4.<\/strong> Veniamo ora al principale spauracchio mediatico: il livello del debito pubblico. L\u2019appello fa presente che ridurre il debito pubblico al 60% del Pil \u00e8 irrealistico. Quale argomento viene avanzato per esprimere questo giudizio? Ancora una volta, un calcolo. Si sostiene che, mentre all\u2019epoca della firma del Trattato di Maastricht il livello medio era il 60%, \u201coggi, a fronte dei risultati di crescita non certo brillanti di un quarto di secolo di politiche economiche europee, il valore medio \u00e8 aumentato fino al 90%\u201d. Qui proprio non riesco a seguire il ragionamento. Verrebbe da chiedersi: e allora? Siamo in grado di dire se c\u2019\u00e8 un livello del debito corretto oltre il quale il debito risulta eccessivo?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ricordo a tutti che Reinhart e Rogoff avrebbero anche provato a \u201cdimostrare\u201d empiricamente che un debito pubblico sopra il 90% inibisce la crescita economica, ma i conti dei due economisti, utilizzati dai governi come giustificazione \u2018scientifica\u2019 per giustificare tagli allo stato sociale, sono stati smontati da un diligente studente di PhD, che ha chiarito che i due luminari hanno fatto un\u2019operazione sporca di \u2018ritocco\u2019 dei dati. Per questo \u2018errore\u2019 (ma l\u2019errore presuppone colpa, invece il forte sospetto \u00e8 che ci sia stato dolo) i due economisti sono stati ampiamente sbertucciati su tutta la blogosfera, nonch\u00e9 nel mondo accademico. Ora, anzich\u00e9 aspettare che qualcuno produca una prova empirica un po\u2019 pi\u00f9 difendibile, io proporrei di occuparci di cose pi\u00f9 serie. Il livello del debito pubblico, purch\u00e9 denominato nella valuta emessa dallo Stato, non comporta alcun problema. Non sussiste alcuna ragione intrinseca da indurre gli investitori finanziari a non acquistare titoli del debito pubblico; innanzitutto perch\u00e9 tali titoli non sono rischiosi, e in secondo luogo, perch\u00e9 se anche, in momenti di confusione, fossero percepiti come rischiosi dai mercati, ad acquistarli basterebbe la banca centrale con la contestuale creazione di nuova moneta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gli investitori finanziari, nonostante spingano perch\u00e9 sui giornali e sugli articoli scientifici si diffondano timori sul debito pubblico a rischio, tendenzialmente conoscono abbastanza bene i principi base della finanza e sanno che i titoli del debito pubblico sono sicuri.<\/strong> Non a caso, nel periodo di maggior turbolenza finanziaria durante la crisi del 2007-08, facevano ressa per acquistarli. Nell\u2019eurozona, purtroppo, non \u00e8 cos\u00ec che funziona, perch\u00e9 la valuta in cui il debito pubblico di ogni stato membro \u00e8 denominato non \u00e8 emessa e controllata da un\u2019autorit\u00e0 nazionale, ma \u00e8 una pseudo valuta estera, e perch\u00e8 la BCE ha il divieto formale di acquisire su base regolare titoli di stato dei paesi membri. Per costruzione, quindi, il debito pubblico degli stati membri dell\u2019eurozona \u00e8 effettivamente soggetto a rischio di fallimento, da cui deriva lo spread in periodi di nervosismo. Ma questo \u00e8 un risultato creato artificialmente da regole disfunzionali. Allora, <strong>di che cosa \u00e8 pi\u00f9 sensato preoccuparsi? del livello corretto o realistico del debito pubblico, o dell\u2019architettura istituzionale dell\u2019intera eurozona?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3. Linee guida<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019ultima parte dell\u2019appello si torna finalmente a respirare un po\u2019 meglio. Ma qui non si leggono proposte concrete, bens\u00ec alcune dichiarazioni di linee guida molto generali che dovrebbero ispirare un processo riformatore su scala europea. Trattandosi di principi generali, finalmente emerge meglio il punto di vista degli economisti critici, che invece si fa fatica a rintracciare nelle righe precedenti dedicate alle proposte pi\u00f9 puntuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3.1.<\/strong> Una prima linea guida suggerisce \u201cuna riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, tale da prevedere oltre a quello della stabilit\u00e0 della moneta anche l\u2019obiettivo della minimizzazione della disoccupazione. Si pensi a quanto pi\u00f9 rapida e forte sarebbe stata la ripresa dell\u2019occupazione \u2026. se uno strumento di sostegno agli investimenti come l\u2019esile Piano Juncker fosse stato finanziato per cifre mensili pari anche a soltanto un decimo della spesa sostenuta per il QE.\u201d A parte l\u2019uso del termine \u201cminimizzazione dell\u2019occupazione\u201d, che non significa necessariamente piena occupazione, direi che qui abbiamo un elemento di novit\u00e0 che pare emergere dal discorso quasi involontariamente, come un lapsus.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti, si capisce dal contesto che <strong>la BCE avrebbe la possibilit\u00e0 tecnica di sostenere qualsiasi piano di espansione dell\u2019economia.<\/strong> Certo, si parla sempre del tranquillizzante piano di sostegno agli investimenti, ma il dato di verit\u00e0 emerge: la banca centrale pu\u00f2 creare dal nulla risorse monetarie a disposizione del governo per la spesa pubblica. Mentre l\u2019economia mainstream vede l\u2019acquisizione diretta dei titoli del debito pubblico, o la sua monetizzazione, da parte della banca centrale come una vera e propria eresia, i firmatari qui affermano, un po\u2019 tra le righe, che invece la possibilit\u00e0 \u00e8 del tutto ammissibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non possono negarlo, innanzitutto perch\u00e9 \u00e8 innegabile, e poi perch\u00e9 proprio alcuni di loro sono stati, negli anni pi\u00f9 oscuri dell\u2019egemonia della teoria economica ortodossa, fra i pi\u00f9 importanti economisti ad avercelo ricordato, e per questo andranno sempre ringraziati. L\u2019eresia consiste nel suggerire che la BCE, (non i contribuenti! non i detentori privati di ricchezza finanziaria! La BCE!) possa fornire le risorse monetarie necessarie a rendere possibile la spesa del governo senza conseguenze devastanti su prezzi e stabilit\u00e0, anzi, con potenziali effetti benefici sulla crescita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3.2.<\/strong> La seconda linea guida auspica un \u201cnetto orientamento delle politiche economiche europee e nazionali verso un modello di sviluppo trainato dai salari, dai consumi interni e da nuovi investimenti, anzich\u00e9 verso un modello mercantilista\u201d. Anche questo \u00e8 un rovesciamento di prospettiva rilevante, dato che <strong>lo sviluppo degli ultimi quarant\u2019anni si \u00e8 basato sulle disuguaglianze di redditi e ricchezze che hanno generato due tipi di squilibri tra loro simmetrici:<\/strong> i paesi che comprimono i redditi da lavoro ma non i consumi, col risultato di diventare debitori cronici del settore estero (Italia, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo), e i paesi che comprimono sia i redditi da lavoro che i consumi, col risultato di diventare creditori cronici verso l\u2019estero (Germania).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3.3. I due principi per orientare le riforme, tuttavia, per quanto come enunciati siano condivisibili, nel contesto di questo appello mi sembrano in palese contraddizione con le proposte concrete delineate appena prima. Il riconoscimento della possibilit\u00e0 tecnica, per lo Stato, di fare tutta la spesa pubblica in deficit che serve per raggiungere la piena occupazione, senza necessariamente chiedere un soldo di finanziamento al settore privato, rende del tutto superflua la proposta di mantenere un pareggio di bilancio strutturale, seppure con scorporo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019invocazione di uno sviluppo trainato dai redditi da lavoro promuove una distribuzione del reddito pi\u00f9 egualitaria, ma questa non si concilia in modo ovvio con la richiesta di adottare il NAIRU (cio\u00e8 perseguire la stabilit\u00e0 dei salari e dei prezzi sotto il ricatto della disoccupazione) come parametro su cui orientare la politica fiscale. <strong>I principi guida per un\u2019ampia riforma della zona euro, che sono teoricamente del tutto condivisibili, vengono svuotati di credibilit\u00e0 dalle proposte concrete di riforma del Fiscal Compact, che sembrano piuttosto scaturire da principi ispirati alla visione dottrinaria, ristretta e ignorante i contributi critici, tipica da manuale di macroeconomia.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Conclusione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 tante voci potenti si limitano a bisbigliare, e a suggerire nel concreto riforme timide che non cambiano la sostanza del problema? Si tratta, io credo, di una scelta che molti firmatari hanno concepito come diplomatica, finalizzata a convincere gli interlocutori (i fanatici del rigore) a concedere alcuni miglioramenti di buon senso, toccando le corde del loro stesso linguaggio, l\u2019unico che capiscono. La loro speranza \u00e8 che a partire da quelle timide riforme sia possibile introdurne altre di pi\u00f9 ampia portata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La loro tattica consiste nell\u2019indossare una veste di autorevolezza e di seriet\u00e0 professionale. Non a caso, denunciano che il dibattito sul Fiscal Compact, oltre che sporadico, \u00e8 \u201cal tempo stesso acceso e radicale\u201d: evidentemente, la loro preoccupazione \u00e8 non apparire radicali, ma la conseguenza \u00e8 che la loro richiesta si limita pressappoco a mendicare un Fiscal Compact un po\u2019 pi\u00f9 umano di fronte a un\u2019ortodossia del rigore, questa s\u00ec, radicale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Data la situazione di emergenza in cui viviamo, con dieci anni di recessione e stagnazione alle spalle, una disoccupazione giovanile inaudita, la fuga all\u2019estero di diversi neolaureati in cerca di una vita normale, l\u2019aumento delle persone in stato di povert\u00e0, e via dicendo, mi chiedo quanto possa pagare questa tattica che mira a inserire la pulce nell\u2019orecchio di chi comanda in Europa. Se avessimo tempo (e se non avessimo visto pochi anni fa cosa \u00e8 successo in Grecia), sarei forse pi\u00f9 propenso a crederci. Pensando anche alla caratura scientifica di molti firmatari, vorrei invitare tutti a riflettere: cari illuministi, siamo davvero convinti che chiedere ai monarchi un po\u2019 di pane sia la via maestra per superare la monarchia?<\/p>\n<div class=\"bottom \" style=\"text-align: justify;\">\n<div class=\"row\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/marcello-spano\/marcello-spano-marcello-spano\/un-superamento-del-superamento-del-fiscal-compact\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/marcello-spano\/marcello-spano-marcello-spano\/un-superamento-del-superamento-del-fiscal-compact\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Marcello Spano) E\u2019 circolato, a fine anno 2017, un appello sottoscritto da diversi economisti, italiani e non solo, favorevole a un superamento del Fiscal Compact, contrario a un suo \u201crafforzamento istituzionale\u201d, preoccupato per il rischio di implosione dell\u2019Unione Europea che una riconferma del patto fiscale, ormai scaduto, comporterebbe. Tra gli economisti firmatari figurano anche nomi importanti per il loro contributo alla critica della teoria economia mainstream. Per quanto sia apprezzabile una posizione&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":34845,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/SC_logo_granata.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-a1z","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38537"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=38537"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38537\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":38538,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/38537\/revisions\/38538"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/34845"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=38537"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=38537"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=38537"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}