{"id":38550,"date":"2018-02-01T11:00:31","date_gmt":"2018-02-01T10:00:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38550"},"modified":"2018-02-01T10:53:53","modified_gmt":"2018-02-01T09:53:53","slug":"quelle-sinistre-che-odiano-il-popolo-contro-lideologia-del-politicamente-corretto-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38550","title":{"rendered":"Quelle sinistre che odiano il popolo. Contro l&#8217;ideologia del politicamente corretto"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CARLO FORMENTI<\/strong><\/p>\n<div id=\"swp-container\" style=\"text-align: justify\">\n<div id=\"swp-contA\">\n<div id=\"swp-sidebar-left\">\n<div id=\"menu-2\" class=\"beforewidget widget widget_menu\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div id=\"swp-contB\">\n<div class=\"generic-articles\">\n<div class=\"detail-articles\" style=\"text-align: justify\">Il saggio di Jonathan Friedman contro il politicamente corretto (<em>Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime<\/em>, Meltemi editore) pu\u00f2 essere nato da un\u2019occasione contingente (il risentimento per le accuse di razzismo rivolte alla moglie \u2013 antropologa come lui \u2013 \u201ccolpevole\u201d di avere sostenuto che in alcune comunit\u00e0 di migranti africani persistono credenze tribali), e qualcuno potrebbe rimproverargli di essersi eccessivamente concentrato sulla realt\u00e0 svedese, ma nessuno pu\u00f2 negargli il merito di avere magistralmente messo a nudo la dinamica e le radici di un fenomeno che ha contribuito in misura significativa alla mutazione genetica delle sinistre occidentali (e non solo di quella svedese). Il suo lavoro \u00e8 di importanza pari a quella di autori come Boltanski e Chiapello (cfr. <em>Il nuovo spirito del capitalismo<\/em>, ancora Meltemi), che hanno analizzato l\u2019integrazione delle culture sessantottine nelle politiche aziendali del capitalismo postfordista, e di Nancy Fraser (vedi, fra gli altri, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2017\/12\/11\/contraddizioni-del-capitale-e-del-%E2%80%98lavoro-di-cura%E2%80%99\">un suo recente articolo<\/a>), la quale ha evidenziato la convergenza fra correnti mainstream del femminismo e ideologia neoliberista.<\/p>\n<p>Per esporre le tesi del libro non ne rispetter\u00f2 la struttura espositiva ma seguir\u00f2 un percorso in sei tappe: l\u2019\u201dibridismo\u201d come collante ideologico della <em>politically correctness<\/em>; le giustificazioni filosofiche del politicamente corretto; gli interessi di classe che la sfruttano come strumento di un progetto egemonico; l\u2019ideologia politicamente corretta come dispositivo per la ridefinizione del nemico; \u00e9lite transnazionali versus popolazioni locali e totalitarismo globalista; considerazioni conclusive: il politicamente corretto \u00e8 un attacco alla civilt\u00e0 moderna o un sintomo della sua natura autodistruttiva?<\/p>\n<p>Tratter\u00f2 insieme i primi due punti in quanto appaiono strettamente intrecciati. Essi sono infatti il prodotto di due processi che si sono sviluppati parallelamente per poi convergere. Da un lato, le sinistre post sessantottine hanno abbandonato il concetto di lotta di classe e i progetti di trasformazione sociale, spostando progressivamente il proprio impegno sul terreno della lotta culturale e dell\u2019identificazione di s\u00e9, (le cause di tale evoluzione, ben descritta da Boltanski e Chiapello, sono molteplici e complesse, ma personalmente ritengo che a svolgere un ruolo decisivo siano stati il contraccolpo delle sconfitte subite negli anni Settanta e l\u2019influenza esercitata dai movimenti femministi attraverso le pratiche di autocoscienza e il principio del \u201cpartire da s\u00e9\u201d). Dall\u2019altro lato, la svolta linguistica delle scienze sociali, innescata da teorie postcoloniali, <em>gender<\/em> e <em>cultural studies<\/em> e altre discipline accademiche emergenti, svolta che, unitamente all\u2019enorme prestigio acquisito dal pensiero di autori come Michel Foucault e Gilles Deleuze, ha ipertrofizzato il ruolo del <em>discorso<\/em>, delle <em>narrazioni<\/em>, che ha elevato a fattori strategici della dinamica del potere e della sua distribuzione sociale.<\/p>\n<p>L\u2019effetto combinato di questa duplice evoluzione fa s\u00ec che, oggi, la maggioranza di coloro che si dichiarano progressisti pensino che non esistono fenomeni sociali \u201coggettivi\u201d, dotati di realt\u00e0 autonoma, ma solo \u201cregimi di verit\u00e0\u201d generati dal linguaggio. La teoria degli atti linguistici (vedi l\u2019uso che ne fece, fra gli altri, Jean-Fran\u00e7ois Lyotard ne <em>La condizione postmoderna<\/em>) \u00e8 diventata la bibbia delle scienze sociali, al punto che l\u2019atto del denotare viene concepito come qualcosa che <em>crea<\/em> la realt\u00e0 piuttosto che rappresentarla. Questa convinzione sta alla radice dell\u2019orrore che intere generazioni di giovani intellettuali e militanti provano nei confronti del \u201csostanzialismo\u201d del pensiero novecentesco, della sua fede nell\u2019esistenza di categorie e identit\u00e0 reali e oggettive; per costoro il pensiero moderno incarna la tirannia di categorie che inchiodano i soggetti individuali e collettivi a identit\u00e0 predefinite. Questo atteggiamento attinge esiti estremi nella <em>gender theory<\/em> e nel pensiero di autrici come Judith Butler, che esaltano il nomadismo, l\u2019ibridismo e il meticciato fra generi e culture e sostengono che le identit\u00e0 possano divenire il prodotto di libere scelte individuali, sempre reversibili (per inciso, questo non vale solo per i singoli ma anche per le identit\u00e0 collettive: alle weberiane \u201ccomunit\u00e0 di destino\u201d si contrappongono le comunit\u00e0 \u201celettive\u201d). I nuovi eroi di questa cultura sono i trans (termine da intendere in senso lato, non solo sessuale) e i migranti (quelli consapevoli e volontari, non quelli spinti dalla fame e dalla disperazione). Quest\u2019ultima visione trova espressione nei saggi dell\u2019antropologo indiano Arjun Appadurai, il quale esalta il cosmopolitismo di comunit\u00e0 nomadi che rimpiazzano le obsolete identit\u00e0 nazionali, etniche, culturali, dando vita a inedite combinazioni ibride che prefigurano l\u2019avvento del \u201ccittadino del mondo\u201d (vedi, in merito, le tesi del sociologo tedesco Ulrich Beck).<\/p>\n<p>Friedman non si limita tuttavia a descrivere queste tendenze culturali: ne analizza le <em>implicazioni morali<\/em>. Se si presume che l\u2019atto di definire\/denotare persone, culture, fenomeni, comunit\u00e0, popolazioni, ecc. comporti \u201ccostruirne\u201d l\u2019identit\u00e0 e condizionare ci\u00f2 che questi soggetti possono\/devono fare, se si presume cio\u00e8 che sia in primo luogo il linguaggio a detenere il potere di istituire gerarchie sociali, allora chi vuole sottrarsi all\u2019ordine gerarchico dovr\u00e0 a sua volta utilizzare il linguaggio come strumento contro egemonico (per inciso, urgerebbe riscattare il povero Antonio Gramsci dal tentativo di farne il precursore di questa visione). \u00c8 qui che entra trionfalmente in scena il politicamente corretto: nel momento cio\u00e8 in cui ci si propone di sfruttare le strategie di definizione come armi per distinguere il buono e il vero dal malvagio e dal falso. \u00c8 a partire da questo momento che il catalogo delle parole \u201cpericolose\u201d si arricchisce a ritmo esponenziale, esponendo chiunque ne faccia uso all\u2019infamante accusa di essere, a seconda del contesto e delle circostanze, razzista, fascista, sessuofobo, omofobo. A mano a mano che l\u2019etica del politicamente corretto si diffonde e viene adottata da intellettuali, media, \u00e9lite politiche ed economiche, uomini e donne di spettacolo, queste accuse non hanno nemmeno pi\u00f9 bisogno di essere sostenute da argomenti o prove, perch\u00e9 pretendono di asserire verit\u00e0 evidenti e assolute.<\/p>\n<p>Friedman nota giustamente che questi giudizi morali finiscono paradossalmente per cadere a loro volta nel peccato di essenzialismo che i loro promotori rimproverano alle categorizzazioni novecentesche: se ieri i militanti di sinistra bollavano come piccolo borghesi gli appartenenti alla classe media, oggi se sei maschio, bianco, di mezza et\u00e0 ed eterosessuale esiste un\u2019elevata possibilit\u00e0 che tu sia razzista, sessista, omofobo, in base a una logica \u201cassociazionista\u201d che si fonda su un repertorio predefinito di falsi sillogismi. Si potrebbe dire, commenta ironicamente Friedman, che Orwell aveva anticipato la filosofia del politicamente corretto. Personalmente chiamerei in causa altri due autori: Isabelle Noelle Neumann, la sociologa tedesca che ha inventato il concetto di \u201cspirale del silenzio\u201d, con il quale si riferisce al fatto che le persone tendono a esprimersi in modo conforme alle opinioni della maggioranza per paura di subire sanzioni morali, e Max Weber la cui definizione del concetto di potere appare straordinariamente simile a quella che Friedman usa per descrivere la modalit\u00e0 con la quale ci si adatta alle opinioni \u201ccorrette\u201d, modalit\u00e0 che consiste nell\u2019\u201dintroiettare i giudizi morali altrui come se fossero propri\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 arrivato il momento di sollevare un interrogativo cruciale: chi \u00e8 il soggetto di questa operazione \u201ccontro egemonica\u201d? Quali sono gli interessi in campo? Chiariamo subito che non si tratta qui di \u201csmascherare\u201d cosa e chi \u201csi nasconde\u201d dietro al politicamente corretto, applicando la categoria di \u201cfalsa coscienza\u201d nel modo classico del marxismo volgare, bens\u00ec di capire come e perch\u00e9 questa mutazione culturale abbia potuto imporsi, di analizzare quali strutture socioeconomiche (quali \u201cinteressi di classe\u201d, si sarebbe detto un tempo) ne hanno accompagnato e favorito la diffusione. A questi interrogativi Friedman risponde affermando che il politicamente corretto \u00e8 connesso alla globalizzazione delle \u00e9lite, dalla quale discende l\u2019esigenza di costruire un mondo multiculturale e transnazionale. Forse nel suo lavoro manca un\u2019analisi dettagliata del \u201cblocco sociale\u201d (e delle sue gerarchie interne) di cui sono fatte queste \u00e9lite, tuttavia non bisogna dimenticare che Friedman non \u00e8 un sociologo n\u00e9 un economista e, in ogni caso, riesce a tracciare un quadro sia pur semplificato delle forze in campo. Cita, per esempio, l\u2019esigenza delle grandi imprese di promuovere la mobilit\u00e0 internazionale, sia per importare forza lavoro a buon mercato, sia per andare a cercarla altrove; sottolinea come tale pratica abbia contribuito a distruggere i rapporti di forza delle classi lavoratrici occidentali, livellandone verso il basso redditi e condizioni di lavoro e di vita e alimentando tensioni fra autoctoni e immigrati (e in questo contesto il politicamente corretto funziona come un\u2019arma per bollare come razzista il risentimento dei primi nei confronti dei secondi, distogliendo l\u2019attenzione dalle cause reali della rabbia operaia).<\/p>\n<p>L\u2019altro pezzo di \u00e9lite cui Friedman rivolge la propria attenzione coincide con la \u201cclasse creativa\u201d: il mondo degli analisti simbolici, la nuova classe manageriale che si muove e pensa velocemente, le \u00e9lite mediatiche e accademiche che svolgono un ruolo essenziale nella fondazione del nuovo regime di legittimit\u00e0. Gli antenati di questi strati socioprofessionali, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, furono il terreno di coltura degli intellettuali di opposizione, i loro nipoti, al contrario, sfornano un nuovo tipo di \u201cintellettuale organico\u201d i cui interessi convergono con quelli delle \u00e9lite emergenti. La Silicon Valley e gli altri distretti dove si concentrano i settori pi\u00f9 innovativi dell\u2019economia e della finanza mondiali sono i luoghi in cui questa sinergia di interessi fra neocapitalismo e classi medie colte emerge con chiarezza. Basti pensare alla solerzia con la quale imprese come Google, Apple e Facebook si fanno promotrici dei principi del politicamente corretto, esaltando le pari opportunit\u00e0 di carriera che vengono offerte ai propri dipendenti e collaboratori a prescindere dalle appartenenze etniche, di genere, preferenza sessuale, ecc. e sanzionando duramente l\u2019uso di linguaggi \u201cinappropriati\u201d al proprio interno (Nancy Fraser sostiene come \u00e8 noto che \u00e8 precisamente su tale terreno \u2013 sul terreno cio\u00e8 della convergenza fra emancipazionismo e meritocrazia \u2013 che il femminismo mainstream si allea con i settori innovativi del capitalismo).<\/p>\n<p>Del ruolo svolto dalla classe politica, mi occuper\u00f2 poco pi\u00f9 avanti, esaminando il tema del conflitto fra \u201cglobalisti\u201d e \u201clocalisti\u201d. Prima richiamer\u00f2 brevemente come Friedman descrive il modo in cui le sinistre \u201cprogressiste\u201d stanno riconfigurando l\u2019immagine del nemico: dimentiche delle antiche celebrazioni dei movimenti di liberazione nazionale, bollano qualsiasi forma di nazionalismo come fascismo, al punto che perfino gli atteggiamenti positivi nei confronti della propria identit\u00e0 culturale vengono percepiti come negazione della ineluttabilit\u00e0 di un futuro cosmopolita, quindi sostanzialmente reazionari (in base a tale criterio, commenta ironicamente Friedman, Levi Strauss, il quale aveva affermato che \u201cle culture, ognuna delle quali collegata a un proprio stile di vita e sistema di valori, enfatizzano le proprie peculiarit\u00e0, e questa \u00e8 una tendenza sana, non patologica, come vorrebbero farci credere\u201d, rischierebbe oggi di essere accusato di fascismo). Di pi\u00f9: offese dalle reazioni delle classi lavoratrici contro la svolta liberista \u2013 associata alla Terza Via imboccata dai vari Clinton Blair, Giddens \u2013 le socialdemocrazie insultano la loro ex base sociale come retriva, conservatrice, di destra, ribadendo che essere di sinistra vuol dire oggi in primo luogo difendere i diritti civili di individui e minoranze culturali. N\u00e9 sono solo i socialdemocratici a disprezzare gli \u201csdentati\u201d (insulto che il presidente socialista Hollande ha rivolto ai lavoratori francesi): anche gli intellettuali di sinistra radicale, dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti e l\u2019esito del referendum inglese sulla Brexit, hanno manifestato odio e disprezzo per quel \u201cpopolo demente\u201d (parole di Franco Bifo Berardi, al quale dobbiamo anche il neologismo \u201cnazional operaismo\u201d) che aveva effettuato certe scelte elettorali; anche loro si arruolano, assieme ai liberali di destra, centro e sinistra, nel fronte unito contro il \u201cpopulismo\u201d \u2013 categoria in cui vengono associati ed equiparati movimenti diversi o addirittura ideologicamente opposti, accomunati esclusivamente dall\u2019odio nei confronti delle \u00e9lite. Applicando la logica \u201cassociazionista\u201d di cui sopra, gli elettori vengono identificati con i personaggi che hanno votato, rimuovendo il fatto, come ricorda Andrew Spannaus (cfr. <em>La rivolta degli elettori<\/em>, Mimesis), che la maggioranza degli elettori di Trump dichiara di averlo votato non <em>perch\u00e9<\/em> \u00e8 razzista, omofobo, sessista, ecc. ma <em>malgrado<\/em> queste sue caratteristiche, in odio a una candidata come la Clinton, considerata ancor pi\u00f9 vicina di Trump agli interessi dell\u20191% dei super ricchi.<\/p>\n<p>Veniamo ora al conflitto globale\/locale e al ruolo delle \u00e9lite politiche. Friedman espone in modo semplice quanto efficace le ragioni di un sovranismo di sinistra non equiparabile ai tradizionali nazionalismi di destra. Lo stato nazione che ha senso difendere, scrive, non \u00e8 tanto il vecchio stato nato dalle rivoluzioni borghesi, quanto quel progetto di cittadini, della popolazione di un territorio che cerca di ottenere il controllo sulle proprie condizioni di esistenza e riproduzione, un progetto storicamente recente, scaturito dai rapporti di forza che le classi lavoratrici hanno saputo conquistare nella seconda parte del Novecento. Il cittadino del mondo di cui parla l\u2019utopia cosmopolita \u00e8 un\u2019astrazione priva di consistenza reale: cittadini si \u00e8 nella misura in cui si condivide un progetto comune in un determinato territorio, a prescindere dal fatto che vi si parli la stessa lingua o meno scrive Friedman (e io aggiungo: a prescindere che si appartenga allo stesso gruppo etnico o religioso), cittadini si \u00e8 se si appartiene a una comunit\u00e0 solidale che stabilisce come distribuire la ricchezza prodotta in quel territorio.<\/p>\n<p>Contro questa concezione territoriale\/localista \u00e8 in atto l\u2019offensiva di quelle \u00e9lite globaliste che considerano le nazioni come meri contenitori di risorse (materie prime, capitali, forza lavoro, terreni, ecc.) e non come unit\u00e0, e la classe politica si adatta a questa filosofia. Friedman cita ad esempio un progetto di legge svedese che, alla fine dei Novanta, preso atto che la Svezia, a causa dell\u2019immigrazione di massa, non dispone pi\u00f9 di una storia comune condivisa, dichiara che i cittadini svedesi vanno considerati come un gruppo etnico al pari di altri. Il multiculturalismo cos\u00ec inteso, commenta Friedman, significa che \u201cil ceto politico viene a trovarsi al di sopra della nazione, cessando di esserne un\u2019estensione\u201d. Questa forma di \u201cpluralismo\u201d, aggiunge, non \u00e8 inedita: i primi a teorizzarla sono stati gli imperi coloniali, istituendo un ordine basato sulla segmentazione e sul conflitto fra sudditi appartenenti a gruppi in competizione reciproca; l\u2019eliminazione dei concetti di popolo, nazione e popolazione discende dunque in linea diretta dalla pratica politica di imperi e regimi coloniali. \u00c8 per questo che il rapporto fra governanti e governati tende a somigliare sempre pi\u00f9 a quello fra colonizzatori e colonizzati; \u00e8 per questo che il conflitto fra destra e sinistra viene soppiantato da quello fra centri e periferie (non solo a livello globale ma anche all\u2019interno di ogni singola nazione)\u00b8 \u00e8 per questo, infine, che i sistemi politici occidentali assumono sempre pi\u00f9 l\u2019aspetto di regimi dispotici retti da un autoritarismo liberale o un liberalismo autoritario (non \u00e8 un caso se, laddove le persone \u201csbagliate\u201d vincono le elezioni sia loro che i loro elettori vengono considerati antidemocratici e si tenta in ogni modo di neutralizzare i risultati elettorali).<\/p>\n<p>Il lettore avr\u00e0 intuito che chi scrive condivide in larga misura le argomentazioni di Friedman. In particolare, la sua contrapposizione fra prospettiva imperiale delle \u00e9lite globali e prospettiva nazional popolare delle classi subordinate evoca la tesi dell\u2019antagonismo fra flussi e luoghi che ho sostenuto nel mio ultimo lavoro (<em>La variante populista<\/em>, DeriveApprodi). \u00c8 possibile che in alcuni passaggi abbia eccessivamente enfatizzato la convergenza fra il mio punto di vista e quello di Friedman; se \u00e8 cos\u00ec me ne scuso, tuttavia ritengo di essere rimasto sostanzialmente fedele sia allo spirito che alla lettera del testo qui commentato. Prima di concludere, tuttavia, non posso esimermi dall\u2019evidenziare due aspetti del libro che mi lasciano perplesso. Il primo si riferisce al fatto che l\u2019autore sostiene che la cultura del politicamente corretto non si rivolge solo contro alcuni principi tipici della modernit\u00e0 quali il monoculturalismo, l\u2019essenzialismo e l\u2019identit\u00e0 nazionale, ma attacca la razionalit\u00e0 occidentale in quanto tale. Tale affermazione si giustifica solo nella misura in cui quest\u2019ultima venga associata \u2013 come Friedman in effetti fa \u2013 alla definizione popperiana di razionalit\u00e0 scientifica, alla razionalit\u00e0 argomentativa habermasiana, o, pi\u00f9 in generale, all\u2019intera tradizione illuminista. Suona assai meno convincente alle orecchie di chi, come il sottoscritto, pensa che la razionalit\u00e0 moderna sia il prodotto della civilt\u00e0 e della cultura borghesi e dell\u2019economia capitalistica. Se questo \u00e8 vero, occorre ammettere che la razionalit\u00e0 moderna si \u00e8 evoluta nel corso del tempo, subendo radicali trasformazioni associate a quelle della civilt\u00e0 capitalistico-borghese. Ecco perch\u00e9 ritengo che la filosofia postmoderna e i suoi prodotti collaterali, come la svolta linguistica nelle scienze sociali di cui sopra, sia figlia legittima della filosofia moderna e, se \u00e8 vero che contiene in s\u00e9 un principio di autodistruzione, ci\u00f2 avviene perch\u00e9 tale principio \u00e8 immanente alla logica del capitale (cfr. Polanyi e Marx). Se oggi registriamo, per esempio, il divorzio fra mercato e democrazia non \u00e8 perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stata una \u201cdegenerazione\u201d di tale binomio ma perch\u00e9 la relazione fra questi due termini era storicamente contingente.<\/p>\n<p>Ancora pi\u00f9 problematico mi pare definire il fenomeno del politicamente corretto come antimoderno in quanto antioccidentale. Basti pensare alla martellante propaganda \u2013 ricca di argomentazioni politicamente corrette! \u2013 con cui l\u2019imperialismo occidentale giustifica le proprie aggressioni al resto del mondo con la necessit\u00e0 morale di diffondere ovunque quei diritti individuali e civili di cui (sempre meno!) godono i propri cittadini (sempre pi\u00f9 sudditi!). Ecco dunque la seconda obiezione: Friedman critica le \u00e9lite intellettuali perch\u00e9 condannano l\u2019unilateralismo dei valori occidentali in nome delle differenze culturali, ma non si rende conto che, in determinate circostanze, l\u2019argomento \u00e8 rovesciabile. Per esempio: certe reazioni dei media occidentali all\u2019episodio di Colonia, ancorch\u00e9 giustificate dall\u2019indignazione femminista, non sono forse sconfinate nel razzismo e nell\u2019islamofobia? Di esempi del genere se ne potrebbero fare molti ma, per farla breve ci\u00f2 che voglio dire \u00e8 che occorrerebbe evitare di attaccare il manicheismo politicamente corretto riproponendone specularmente la logica. Cos\u00ec come occorrerebbe tenere presente che il linguaggio politicamente corretto viene adattato di volta in volta agli interessi delle diverse fazioni che si contendono l\u2019egemonia all\u2019interno del blocco economico, politico e sociale dominante.<\/p>\n<p>Concludo reiterando l\u2019invito \u2013 gi\u00e0 formulato <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2018\/01\/19\/contro-il-femminismo-di-regime\/\">su queste pagine<\/a> \u2013 a non mobilitare un cattivo universalismo contro il cattivo relativismo (e viceversa) e ribadendo \u2013 per non enfatizzare le critiche ai limiti del lavoro di Friedman \u2013 quanto sottolineato in precedenza: non va dimenticato che siamo di fronte a uno sguardo antropologico e non sociologico-economico.<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quelle-sinistre-che-odiano-il-popolo-contro-lideologia-del-politicamente-corretto\/\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quelle-sinistre-che-odiano-il-popolo-contro-lideologia-del-politicamente-corretto\/<\/a><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI Il saggio di Jonathan Friedman contro il politicamente corretto (Politicamente corretto. 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