{"id":38865,"date":"2018-02-13T09:30:47","date_gmt":"2018-02-13T08:30:47","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38865"},"modified":"2018-02-13T06:42:44","modified_gmt":"2018-02-13T05:42:44","slug":"quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=38865","title":{"rendered":"Quale politica economica pu\u00f2 fronteggiare il declino italiano?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SINISTRA IN RETE (Nicol\u00f2 Bellanca)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un\u2019analisi del declino economico italiano che, oltre ad essere scientificamente robusta, comporta preziose indicazioni di <em>policy<\/em> per una Sinistra rinnovata, prende le mosse dall\u2019assunzione secondo cui, nel lungo periodo, corre una relazione costante tra il saggio di crescita dell\u2019output e il saggio di crescita della produttivit\u00e0 del lavoro<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn1\">[1]<\/a>. Questa relazione \u00e8 biunivoca, nel senso che ogni suo termine, nel mentre influenza l\u2019altro, ne \u00e8 influenzato. Nel caso concreto dell\u2019Italia, sembra rilevante interpretare la relazione dal lato della domanda aggregata: \u00e8 la prolungata caduta, da almeno un ventennio, della domanda interna a spiegare, in misura sostanziale, il rallentamento della produttivit\u00e0. Ci\u00f2 \u00e8 accaduto per molteplici intrecciate ragioni, che si sono amplificate a vicenda: l\u2019innalzamento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi ha ridotto la quota dei salari sul Pil, e quindi il potere d\u2019acquisto di ampie fasce della popolazione; l\u2019orientamento degli imprenditori a dirigere gli elevati profitti degli scorsi decenni verso rendite, anzich\u00e9 verso impieghi produttivi, ha indebolito gli investimenti privati; l\u2019elevata propensione al risparmio, specialmente da parte delle classi medie, ha, per tanti anni, trovato uno sbocco sicuro e redditizio nell\u2019acquisto dei titoli di Stato, per rifinanziare il colossale debito pubblico; la scelta politica di tassare poco le banche e le imprese ha comportato una pronunciata pressione fiscale sui redditi da lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre l\u2019alta evasione fiscale ha redistribuito gli oneri tributari ancora sui redditi da lavoro (dipendente), in molti casi tassabili alla fonte; la riduzione della spesa pubblica, per addomesticare il rapporto tra il debito pubblico e il Pil, \u00e8 stata accentuata dai parametri di Maastricht e dal Patto di stabilit\u00e0 e sviluppo; infine, la contrazione del saggio di crescita delle esportazioni italiane \u00e8 derivata dalla loro minore competitivit\u00e0 di prezzo dopo l\u2019entrata nell\u2019euro. Tutti questi fattori hanno contratto i mercati interni, contribuendo a mantenere piccole le dimensioni di quella gran parte delle imprese italiane che esportano poco o nulla; hanno compresso i profitti, rendendo le imprese pi\u00f9 dipendenti dal credito bancario; hanno limitato la spesa in R&amp;S (Ricerca&amp;Sviluppo) e hanno reso pi\u00f9 costosa l\u2019innovazione. Ne \u00e8 seguito il declino della produttivit\u00e0 del lavoro, dato che quest\u2019ultima aumenta soprattutto in presenza di ampi investimenti, privati e pubblici, che aprano a economie di scala e a percorsi di progresso tecnico e specializzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo schema di spiegazione del declino economico italiano \u00e8 persuasivo. Tuttavia, come osservano Roberto Romano e Stefano Lucarelli, esso tende a trascurare l\u2019interdipendenza tra l\u2019andamento della domanda aggregata e le caratteristiche strutturali dell\u2019offerta<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn2\">[2]<\/a>. L\u2019evoluzione del capitalismo non avviene mai a composizione merceologica invariata, bens\u00ec mediante cambiamenti qualitativi che plasmano nel tempo consumi e investimenti. All\u2019aumentare del reddito le persone non consumano una maggiore quantit\u00e0 degli stessi beni, bens\u00ec principalmente si volgono a beni diversi, che assecondano il variare dei loro bisogni. A sua volta, al mutare della struttura della domanda, muta anche quella della produzione: sorgono, o si espandono, industrie in grado di offrire quei beni che adesso sono desiderati dai consumatori. Nella domanda aggregata conviene dunque distinguere tra una componente che riempie l\u2019usuale paniere dei consumi, e quella, davvero trainante, che apre ad altri beni<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn3\">[3]<\/a>; allo stesso modo, conviene differenziare tra gli investimenti conservativi, che alimentano l\u2019offerta tradizionale, e quelli innovativi, che diversificano e ampliano l\u2019insieme degli output<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn4\">[4]<\/a>. Immaginiamo due Paesi, A e B, che abbiano entrambi una regolare crescita del reddito, ma dei quali soltanto A investa nel progresso tecnologico e nelle innovazioni. Il risultato \u00e8 che B, per non restare ancora pi\u00f9 indietro, dovr\u00e0 importare beni strumentali a pi\u00f9 alto contenuto tecnologico da A; e che, nel contempo, B dovr\u00e0 importare beni finali dalle industrie di A che sono state innovativamente capaci di rispondere ai diversi bisogni dei consumatori<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn5\">[5]<\/a>. Ne segue che il Paese B, importando dal Paese A sia i beni capitali che gli output <em>high tech<\/em>, restringe la propria domanda interna, rafforzando ulteriormente il declino della produttivit\u00e0 del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il fattore enfatizzato da Romano e Lucarelli non costituisce una mera aggiunta alla lunga lista ricordata all\u2019inizio. Esso \u00e8, piuttosto, il fulcro di una concezione dello sviluppo economico, che illustro mediante le ricerche di C\u00e9sar Hidalgo e colleghi: un filone teorico che Romano e Lucarelli non utilizzano, ma che mi sembra in forte sintonia con il loro<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn6\">[6]<\/a>. Procedo con un\u2019analogia. Una popolazione d\u2019imprese \u00e8 come una trib\u00f9 di scimmie che vive in una zona della foresta, mangiando i frutti degli alberi. La foresta rappresenta l\u2019economia mondiale, mentre ogni albero corrisponde a un bene. Per le scimmie, il processo di crescita economica equivale a spostarsi da una zona pi\u00f9 povera della foresta, dove gli alberi hanno pochi frutti, ad una zona migliore. Per farlo, le scimmie devono saltare le distanze, cio\u00e8 redistribuire il capitale (fisico, umano e istituzionale) per creare nuovi prodotti. Secondo Hidalgo, la teoria economica tradizionale ignora la struttura della foresta, supponendo che esista sempre un albero a portata di mano. Ma in effetti la foresta \u00e8 eterogenea, alternando zone dense di vegetazione in cui le scimmie devono esercitare poco sforzo per raggiungere nuovi alberi, a zone spoglie in cui il salto verso un nuovo albero \u00e8 molto difficile. In prima battuta, le scimmie-imprese si limitano agli alberi tra loro vicini, passando dalla produzione di un bene a quella di un bene che gli \u00e8 prossimo. Ad esempio, un Paese che esporta le mele ha probabilmente condizioni idonee per l\u2019esportazione di pere: dispone gi\u00e0 del suolo, del clima, delle attrezzature per l\u2019imballaggio, dei camion refrigeranti, degli agronomi, delle leggi fitosanitarie e degli accordi commerciali di lavoro. Tutto questo potrebbe essere facilmente reimpiegato per la produzione delle pere; molti di questi elementi sarebbero inutili se il Paese s\u2019impegnasse nella produzione di un bene non-prossimo, come il filo di rame o gli elettrodomestici. Tuttavia, come sottolineano anche Romano e Lucarelli, lo sviluppo economico si basa sul passaggio verso beni sempre pi\u00f9 diversificati e con livelli crescenti di specializzazione, ossia nel tendere verso attivit\u00e0 che incorporano sempre maggiori livelli di conoscenza<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn7\">[7]<\/a>. Ci\u00f2 implica l\u2019esigenza di saltare verso zone lontane della foresta, modificando la struttura settoriale dell\u2019occupazione e conferendo una crescente rilevanza agli investimenti <em>high tech<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn8\"><strong>[8]<\/strong><\/a><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le scimmie-imprese possono effettuare tali salti soltanto se acquisiscono nuove conoscenze. Anche su questo aspetto Hidalgo si distacca dall\u2019approccio ortodosso, nel quale le economie producono \u00abcose\u00bb e se tu vuoi che pi\u00f9 cose escano dal processo di produzione (<em>outputs<\/em>), devi mettervi dentro pi\u00f9 cose (<em>inputs<\/em>). Piuttosto, egli annota, le economie non emettono \u00abcose\u00bb, bens\u00ec miliardi di tipi distinti di beni, dalla taglia 34 del jeans nero al piatto vegano basato sull\u2019avocado. La differenza tra l\u2019economia cinese e quella degli Stati Uniti non sta tanto nella grandezza dei rispettivi PIL, quanto in una struttura di beni prodotti che \u00e8 molto diversa. Le economie sono collezioni di capacit\u00e0 informative combinabili in tanti modi per produrre tanti diversi prodotti. Poich\u00e9 queste capacit\u00e0 non possono essere facilmente identificate e osservate, Hidalgo le misura attraverso le statistiche commerciali: se un bene viene significativamente esportato dal paese, allora si suppone che il Paese abbia le capacit\u00e0 correlate alla sua produzione. Il grado di sviluppo di un\u2019economia pu\u00f2 cogliersi all\u2019incrocio di due categorie: la Diversit\u00e0 (il numero di prodotti distinti esportati da quell\u2019economia) e l\u2019Ubiquit\u00e0 (il numero di Paesi che esportano un dato prodotto). La Diversit\u00e0 e l\u2019Ubiquit\u00e0 stabiliscono competitivit\u00e0 o <em>fitness<\/em> di ciascuna zona della foresta. Un\u2019alta Diversit\u00e0 per beni con bassa Ubiquit\u00e0 rende complessa (o sviluppata) l\u2019economia di un Paese, la quale offre tanti beni distinti, e tra questi anche i beni che pochi altri Paesi producono. Ovviamente, le economie che esportano molti tipi di beni hanno pi\u00f9 probabilit\u00e0 di essere sofisticate (alta Diversit\u00e0), mentre i beni esportati soltanto da economie sofisticate sono pi\u00f9 probabilmente complessi (bassa Ubiquit\u00e0). Non sempre la complessit\u00e0 si associa immediatamente ad un elevato reddito. La Cina e l\u2019India sono pi\u00f9 complesse di quanto suggeriscono i loro redditi, mentre le economie della Nigeria e del Qatar, basate sulle risorse naturali, sono pi\u00f9 ricche di quello che ti aspetteresti, ma anche pi\u00f9 semplici, come si constata dal loro export assai poco diversificato. Quando un\u2019economia (una zona della foresta, nella nostra analogia) \u00e8 piuttosto complessa, seppur in una relativa povert\u00e0, presenta il potenziale di una crescita rapida (le scimmie possono saltare da essa verso altre zone), proprio come sta accadendo in Cina e India. Al contrario, se un\u2019economia si limita alla prossimit\u00e0, le sue imprese-scimmie restano confinate a una sola zona della foresta, dipendendo da altre trib\u00f9 di scimmie (ossia da altre economie) per tutti i beni non-prossimi. Hidalgo documenta che la complessit\u00e0 \u00e8 correlata al livello di reddito procapite di un paese e che la sua evoluzione aiuta a predirne la crescita futura: i Paesi tendono a convergere al livello di reddito determinato dal grado di complessit\u00e0 delle loro strutture produttive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Giungiamo cos\u00ec al tema che pi\u00f9 ci preme: la teoria eterodossa di Hidalgo, e l\u2019analisi similare che Romano e Lucarelli applicano all\u2019Italia, implicano peculiari indicazioni di <em>policy<\/em>. Anzitutto, l\u2019unit\u00e0 di analisi e di intervento sono le zone della foresta, dove ciascuna \u00e8 connotata da un gruppo di alberi, ossia da un \u201cgrappolo di beni\u201d. Le scimmie-imprese non compiono la scelta tra un albero e un altro, bens\u00ec tra una zona e l\u2019altra della foresta: non investono tanto su un bene specifico isolato dal resto, bens\u00ec su uno spettro di opportunit\u00e0 collocato in un\u2019economia. Una <em>policy<\/em> efficace deve dunque agire al livello di zone della foresta, ovvero di economie. In secondo luogo, occorre aumentare la complessit\u00e0 dell\u2019economia per (provare a) rendere prossimi gli alberi o le zone che, altrimenti, le nostre scimmie non raggiungerebbero. A sua volta, l\u2019aumento della complessit\u00e0 dipende dalla capacit\u00e0 collettiva di elaborare l\u2019informazione, permettendo di cogliere le occasioni d\u2019innovazione senza restare confinati a poche zone della foresta, anche quando queste hanno alberi con meno frutti. Occorre dunque che il <em>policy-maker<\/em> s\u2019impegni a creare e implementare il \u201csistema innovativo\u201d, inteso come il complesso di istituzioni, pubbliche e private, che coordina l\u2019accumulazione e la circolazione della conoscenza economica condivisa<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn9\">[9]<\/a>. Al riguardo, appare strategicamente decisivo uno Stato imprenditore che investa nell\u2019innovazione, selezionando le tecnologie, le industrie, i territori e le imprese da sostenere. In particolare, le banche d\u2019investimenti pubbliche (come la Banca europea per gli investimenti) potrebbero orientare i finanziamenti verso progetti a lunga scadenza e a pi\u00f9 alto rischio, fare leva sui capitali privati e stimolare effetti moltiplicatori. Insomma, le politiche d\u2019innovazione <em>mission-oriented<\/em>, cos\u00ec dal lato della domanda come dal lato dell\u2019offerta, potrebbero contribuire a creare nuovi mercati per nuovi beni, realizzando una trasformazione strutturale dell\u2019economia<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In conclusione, come annotano Romano e Lucarelli, non \u00e8 possibile uscire definitivamente dalla crisi, se non s\u2019individua un traino adeguato per la domanda effettiva. Questo traino richiede una forma di programmazione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva, in grado non semplicemente di pompare gli investimenti pubblici, ma di (provare ad) anticipare i cambiamenti qualitativi dei consumi e degli investimenti privati, al fine di favorire l\u2019affermarsi di un nuovo paradigma socio-economico<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano\/#_edn11\">[11]<\/a>. \u00c8 una prospettiva di politica economica che dovrebbe collocarsi al centro del programma della Sinistra.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica-economica\/11624-nicolo-bellanca-quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica-economica\/11624-nicolo-bellanca-quale-politica-economica-puo-fronteggiare-il-declino-italiano.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Nicol\u00f2 Bellanca) Un\u2019analisi del declino economico italiano che, oltre ad essere scientificamente robusta, comporta preziose indicazioni di policy per una Sinistra rinnovata, prende le mosse dall\u2019assunzione secondo cui, nel lungo periodo, corre una relazione costante tra il saggio di crescita dell\u2019output e il saggio di crescita della produttivit\u00e0 del lavoro[1]. 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