{"id":39180,"date":"2018-02-23T08:00:56","date_gmt":"2018-02-23T07:00:56","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=39180"},"modified":"2018-02-21T13:13:18","modified_gmt":"2018-02-21T12:13:18","slug":"luigi-pasinetti-sulla-valutazione-della-ricerca-in-economia-le-situazioni-scandalose-non-possono-persistere-allinfinito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=39180","title":{"rendered":"Luigi Pasinetti sulla valutazione della ricerca in economia: \u201cLe situazioni scandalose non possono persistere all\u2019infinito\u201d"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ROARS &#8211; RETURN ON ACADEMIC RESEARCH (intervista raccolta da Emiliano Brancaccio e Nadia Garbinelli)<\/strong><\/p>\n<div class=\"td-post-header td-container\">\n<div class=\"td-post-header-holder td-image-gradient\">\n<div class=\"td-post-featured-image\"><a class=\"td-modal-image\" href=\"https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/pasinetti.png\" data-caption=\"\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"entry-thumb td-animation-stack-type0-2\" title=\"pasinetti\" src=\"https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/pasinetti.png\" sizes=\"(max-width: 482px) 100vw, 482px\" srcset=\"https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/pasinetti.png 482w, https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/pasinetti-300x213.png 300w, https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/pasinetti-100x70.png 100w\" alt=\"\" width=\"482\" height=\"342\" \/><\/a><\/div>\n<header class=\"td-post-title\">\n<div class=\"td-module-meta-info\">\n<div class=\"td-post-comments\"><\/div>\n<\/div>\n<\/header>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"td-container\">\n<div class=\"td-pb-row\">\n<div class=\"td-pb-span12 td-main-content\" role=\"main\">\n<div class=\"td-ss-main-content\">\n<div class=\"td-post-content\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Il settore dell\u2019Economia \u00e8 tra quelli in cui pi\u00f9 chiaramente si avvertono le contraddizioni e i limiti dei sistemi di valutazione della ricerca accademica in Italia. Una scienza economica ancora fragile, che per evolvere necessiterebbe di apertura, pluralismo e confronto tra i diversi approcci, \u00e8 oggi condizionata nel suo sviluppo da criteri di valutazione e di selezione delle leve accademiche in larga misura arbitrari e schiacciati su un unico paradigma, bench\u00e9 questo sia sottoposto a crescenti obiezioni epistemologiche, teoriche ed empiriche. Il parere in materia di Luigi Pasinetti uno dei massimi esponenti mondiali del pensiero economico critico, intervistato da Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini.\u00a0\u00a0\u00a0<\/strong> \u00a0<\/em><\/p>\n<p><strong>************<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel nostro paese le decisioni sulla qualit\u00e0 della ricerca, sulle abilitazioni scientifiche e sulle procedure concorsuali risultano dominate dalla zelante applicazione di contestati criteri di classificazione delle riviste, talvolta persino pi\u00f9 restrittivi di quelli stilati dall\u2019ANVUR. Il settore dell\u2019Economia \u00e8 uno di quelli in cui pi\u00f9 forte si avverte la tendenza a valutare le pubblicazioni in base al <em>ranking<\/em> delle riviste piuttosto che al contenuto effettivo delle ricerche. In questo ambito, per giunta, si presenta un problema ulteriore: nelle classifiche vigenti sono fortemente discriminate quelle riviste che accettano approcci di ricerca alternativi al cosiddetto \u201cmainstream\u201d, la visione oggi prevalente in economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ovvia conseguenza \u00e8 che gli economisti, specie pi\u00f9 giovani, sono indotti a reprimere i loro interessi verso i paradigmi scientifici alternativi pur di sopravvivere in accademia. Questo fatto \u00e8 tanto pi\u00f9 grave se si considera che quella economica \u00e8 una scienza tutt\u2019altro che pacificata, nella quale le analisi e le ricette suggerite in base al paradigma dominante trovano spesso riscontri empirici contrari e sono sottoposte a varie obiezioni epistemologiche e teoriche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 2010 un <a href=\"http:\/\/www.economiaepolitica.it\/primo-piano\/manifesto-per-la-liberta-del-pensiero-economico-contro-la-dittatura-della-teoria-dominante-e-per-una-nuova-etica-2\/\"><em>manifesto per la libert\u00e0 di pensiero economico<\/em><\/a>, firmato da centinaia di economisti appartenenti a varie correnti di ricerca, prov\u00f2 a sollevare il problema, ma \u00e8 finora rimasto lettera morta. Di questa situazione abbiamo avuto l\u2019opportunit\u00e0 di discutere con Luigi Pasinetti, professore emerito di Analisi economica presso l\u2019Universit\u00e0 Cattolica di Milano. Esponente di punta di quel filone alternativo della ricerca economica talvolta definito \u201cpost-keynesiano\u201d che si svilupp\u00f2 a Cambridge negli anni Sessanta, Pasinetti \u00e8 autore di numerosissimi articoli di frontiera nel campo della teoria della crescita, della distribuzione del reddito e dei cambiamenti strutturali dell\u2019economia. I suoi celebri dibattiti con alcuni tra i massimi esponenti della teoria economica dominante \u2013 con Robert M.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Solow, John Hicks, Paul Samuelson, Franco Modigliani, Joe Stiglitz, per citare solo quelli insigniti del Premio Nobel \u2013 hanno contribuito a individuare in essa rilevanti aporie e hanno oggettivamente modificato il sentiero di sviluppo della ricerca contemporanea. Il parere di Pasinetti sulla qualit\u00e0 della ricerca \u00e8 importante anche perch\u00e9 nel 2006 egli fu membro del <strong>CIVR<\/strong>, il comitato di valutazione della ricerca antesignano dell\u2019 <strong>ANVUR<\/strong>, nel quale <a href=\"http:\/\/vtr2006.cineca.it\/rel_area\/panel_13.pdf\">si trov\u00f2 a fronteggiare<\/a> le proposte di Guido Tabellini, ex rettore dell\u2019Universit\u00e0 Bocconi, che gi\u00e0 all\u2019epoca suggeriva di adottare meccanismi di giudizio basati sui <em>rankings<\/em> delle riviste [<a href=\"https:\/\/www.ineteconomics.org\/perspectives\/blog\/pasinetti-on-institutional-forces-and-the-discipline-of-economics\">si veda anche qui<\/a>].<\/p>\n<p>**************<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Professor Pasinetti, gli attuali criteri di valutazione della ricerca economica e delle relative carriere accademiche sono basati su classificazioni delle riviste che palesemente danneggiano i paradigmi alternativi all\u2019approccio prevalente. Per citare un esempio tra tanti, nella lista di oltre mille riviste di economia definite di \u201cclasse A\u201d dall\u2019ANVUR e utilizzata per le abilitazioni nazionali, le testate che accettano contributi di orientamento critico non raggiungono lo 0,5% del totale. <\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>All\u2019epoca del CIVR Guido Tabellini difese questa tipologia di criteri arrivando a sostenere che le scuole di pensiero alternative fossero delle mere \u201csette di economisti in via di estinzione\u201d. In quella frase, che all\u2019epoca parve pi\u00f9 un auspicio che una constatazione, il concetto di \u201cestinzione\u201d sembrava rinviare a una sorta di fenomeno spontaneo, per cos\u00ec dire naturale. Forse oggi si dovrebbe adottare un\u2019espressione diversa: per esempio, anche alla luce degli attuali criteri di valutazione della ricerca, potremmo affermare che in Italia gli economisti alternativi sono in \u201cvia di eliminazione\u201d?<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Adesso la situazione \u00e8 naturalmente cambiata; eppure per certi versi sembrerebbe addirittura peggiorata. E ci\u00f2 \u00e8 particolarmente preoccupante. Gli approcci alternativi sono scomparsi anche dall\u2019insegnamento. Con i neoclassici di un tempo si poteva almeno discutere alla pari: aderire ad un approccio o ad un altro era una scelta, ma tutti erano noti. I \u201cvecchi\u201d neoclassici conoscevano gli approcci alternativi al loro, e lo stesso valeva per noi. Adesso non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec. Le nuove leve non conoscono pi\u00f9 gli approcci alternativi. Non essendo questi insegnati, a volte addirittura ne ignorano l\u2019esistenza, convinti, come sentono dire dai loro docenti, che si tratta di simulacri del passato, di elaborazioni appunto di \u201csette di economisti\u201d ormai estinte. In questo modo, non si tratta pi\u00f9 di pluralismo, ma di egemonia: un processo che viene portato cos\u00ec ampiamente a compimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Alcuni esponenti dell\u2019approccio prevalente hanno riconosciuto il rischio che un eccessivo conformismo possa pregiudicare lo sviluppo generale della ricerca economica. L\u2019ex capo economista del FMI, Olivier Blanchard, ha dichiarato che a seguito della grande recessione del 2008 \u201ccentinaia di fiori intellettuali stanno spuntando\u201d e ha fatto esplicito riferimento a un rinnovato interesse verso alcuni contributi alternativi tipici delle scuole di pensiero critico, come l\u2019ipotesi dell\u2019instabilit\u00e0 finanziaria di Minsky o i modelli di crescita e distribuzione del reddito elaborati da Nicholas Kaldor e da Lei stesso. Quali sono le ragioni principali, a Suo avviso, per salvaguardare il pluralismo dei paradigmi di ricerca in campo economico?<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 un dato di fatto che gli economisti \u201calternativi\u201d siano, nonostante tutto, in aumento. La crisi economica ha dato forte impulso al lancio di nuove riviste che si propongono di esaminare spiegazioni e soluzioni alternative. Parallelamente per\u00f2, si sono sviluppati diversi stratagemmi che cercano di contrastare l\u2019emarginazione indotta dai criteri di valutazione della ricerca. In particolare, si cerca di spezzettare i risultati in diversi articoli, che vengono pubblicati con la firma di molti autori. Non si \u00e8 mai visto in passato una moltiplicazione cos\u00ec accentuata di\u00a0 co-autori. Articoli anche brevi, di 3 o 4 autori, sono diventati quasi la regola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo modo, si cerca di aumentare il numero degli autori che possono dire di aver pubblicato articoli nelle poche riviste classificate di fascia A, che in gran parte non accettano approcci alternativi. Naturalmente, tutto questo non favorisce n\u00e9 la qualit\u00e0 della ricerca n\u00e9 degli stessi articoli pubblicati. Ma il guaio principale di questo metodo di classificazione sorge poi al livello della selezione; infatti, rimane proprio il fatto che coloro che poi devono esprimere un giudizio sulla qualit\u00e0 dei lavori non leggono pi\u00f9 il contenuto dei lavori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure \u00e8 persino ovvio che solo la lettura permette di rendersi conto dei contenuti e dei risultati originali degli autori. Se questi contenuti non vengono letti, ci\u00f2 danneggia non solo gli autori, ma anche la stessa scienza economica, che non progredisce. Certo, viene anche il sospetto che questi criteri siano stati pensati con l\u2019intento esplicito di emarginare coloro che non seguono il \u201cmainstream\u201d, ma naturalmente non c\u2019\u00e8 modo di provarlo. Piuttosto, quello che fa impressione \u00e8 il rinnovato atteggiamento di continuare ad affermare che le teorie alternative sono in estinzione, anche se nello stesso tempo i risultati pubblicati sulle riviste che si ritengono di prestigio continuano a non dare indicazioni utili per la comprensione dei fatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>Nel corso della sua carriera Lei ha contribuito non solo alla edificazione di un approccio alternativo di teoria economica, ma anche a una critica degli attuali indirizzi di politica economica. Celebre \u00e8 un suo paper pubblicato nel 1998 sul Cambridge Journal of Economics, in cui Lei considerava un \u201cmito\u201d e una \u201cfollia\u201d il famigerato limite di Maastricht del tre percento nel rapporto tra deficit pubblico e Pil. Quel vincolo oggi ancora sussiste, e per certi versi \u00e8 stato reso anche pi\u00f9 stringente. <\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>Ci\u00f2 nonostante, i problemi di sostenibilit\u00e0 dei debiti in Europa, non solo pubblici ma anche privati, sembrano tutt\u2019altro che risolti. Esiste a suo avviso un nesso tra conformismo accademico e conformismo politico? Ossia tra l\u2019assenza di un dibattito tra i paradigmi alternativi nelle aule universitarie e la reiterazione, da parte delle autorit\u00e0 di governo, di ricette di politica economica che disattendono gli obiettivi annunciati di crescita,\u00a0 occupazione e sostenibilit\u00e0 dei debiti?\u00a0<\/em>\u00a0 <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La risposta viene dai dati di fatto. La crisi continua ormai da dieci anni, e non solo non se ne esce, ma ci si rende prigionieri di qualcosa che \u00e8 stato tentato senza avere successo. Tutto questo \u00e8 paradossale. Si continua a perseguire quelle politiche economiche che si sono dimostrate inefficienti, senza aprirsi a delle analisi e quindi a delle soluzioni alternative. Poi ogni tanto si scopre qualche errore addirittura nei calcoli ufficiali, come \u00e8 successo nel caso dei moltiplicatori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, poi non si abbandona la teoria che ha condotto alle previsioni sbagliate e inoltre non si esplorano gli approcci alternativi. Eppure politiche alternative potrebbero tranquillamente essere giustificate anche sul piano analitico. Le mie stesse critiche ai parametri concernenti l\u2019ammontare sostenibile dei saldi passivi di bilancio\u00a0 e del debito pubblico non sono mica stati inventati da me. Derivano da contributi analitici elaborati gi\u00e0 alla fine della II<sup>a<\/sup> guerra mondiale da un autorevole economista americano, Evsey Domar, e pubblicati (con sorpresa della tradizione) nell\u2019<em>American Economic Review<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 evidente ad esempio che, in periodi di recessione, l\u2019applicazione di misure di espansione della domanda effettiva porterebbe risultati positivi su occupazione e produzione, eppure non si fa. Il dramma \u00e8 che quando la capacit\u00e0 produttiva rimane inutilizzata e il lavoro \u00e8 disoccupato, quello che si perde \u00e8 perso per sempre, non si potr\u00e0 pi\u00f9 recuperare in futuro. E questo non lo si dice mai: l\u2019accademia si \u00e8 accomodata sullo <em>status quo<\/em>. Invece che aiutare almeno ad applicare le misure che pi\u00f9 si conoscono, non lo fa. Invece di esplorare vie nuove e diverse, sembrerebbe che le si volessero nascondere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso fenomeno della finanziarizzazione \u00e8 stato utilizzato come un espediente per coprire politiche fallimentari, quando sarebbe stato pi\u00f9 utile analizzarlo e studiarlo da un punto di vista alternativo, che avrebbe consentito di comprenderlo pi\u00f9 a fondo. Sul desiderio di ampliare la conoscenza ed esplorare approcci alternativi, prevale la conservazione, e \u2013 sembrerebbe \u2013 la paura del nuovo, il che invita alla staticit\u00e0. C\u2019\u00e8 naturalmente anche il desiderio della calma, e dell\u2019evitare di esporsi. Ma questo non giustifica tutto. Non \u00e8 poi possibile determinare se sia il dibattito accademico a influenzare quello politico, o viceversa. Pi\u00f9 credibilmente, la cosa avviene in entrambe le direzioni, come \u00e8 sempre stato, eppure \u00e8 impressionante\u00a0 la pressione della conservazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>A suo avviso, quali criteri alternativi bisognerebbe adottare per una valutazione pi\u00f9 equilibrata e non lesiva della pluralit\u00e0 dei paradigmi di ricerca? Per esempio, le attuali procedure di valutazione massive, andrebbero reiterate o no?<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi pare che sia ovvio che queste valutazioni di massa dovrebbero essere cambiate. In quale valutazione accademica si pu\u00f2 accettare a occhi chiusi l\u2019implicito invito a non leggere i testi dei ricercatori? Naturalmente, e purtroppo, dobbiamo anche realisticamente constatare che ci troviamo di fronte a \u201cregolamenti\u201d che impongono proprio questo; cio\u00e8 di ignorare le pubblicazioni che sono fuori dalle liste prescelte e \u201cprivilegiate\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 un andazzo che si \u00e8 imposto, ma contro il quale bisogna reagire. Una qualche soluzione che \u00e8 gi\u00e0 in atto all\u2019estero (pi\u00f9 comunemente adottata nel mondo anglosassone) \u00e8 quella di non essere mai troppo rigidi e di lasciare sempre un qualche margine di discrezionalit\u00e0, di autonomia decisionale. Il reclutamento pu\u00f2 anche avvenire al limite per cooptazione, a patto che questa sia guidata da principi etici. Sappiamo tutti che ci si dovrebbe basare sulla bont\u00e0 e sull\u2019originalit\u00e0 dei contributi. In ogni caso, sarebbe certamente un bene che, sia per chi valuta sia per coloro che vengono valutati, sia necessaria una ragionevole conoscenza dei diversi paradigmi tra loro in conflitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Dopo la crisi del 2008, in molti paesi sono tornate a farsi sentire le numerose associazioni di studenti che insistono sull\u2019esigenza di dare spazio ai paradigmi alternativi nei piani didattici e nei dottorati di economia. Al tempo stesso molti giovani ricercatori, desiderosi di approfondire lo studio delle scuole alternative di pensiero economico, temono che assecondando questo loro interesse rischierebbero di pregiudicare le loro possibilit\u00e0 di carriera accademica. Che cosa si pu\u00f2 dire a un ricercatore che si trovi oggi dinanzi a questo tipo di dilemma?<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non ho la risposta perfetta a questa domanda. Ai miei studenti io ho sempre consigliato\u00a0 di seguire il proprio istinto, a dispetto delle condizioni esistenti. Nonostante tutto, vale la pena di andare avanti, anzi si <em>deve<\/em> andare avanti. C\u2019\u00e8 ovviamente, il rischio che a riuscire siano solo coloro che se lo possono permettere: eppure io penso che le situazioni scandalose non possono persistere all\u2019infinito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<h4 style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Intervista raccolta da Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini<\/strong><\/em><\/h4>\n<div id=\"downaspdf\" style=\"text-align: justify;\"><a title=\"Download this article as PDF\" href=\"https:\/\/www.roars.it\/online\/wp-content\/plugins\/down-as-pdf\/generate.php?id=63187\" rel=\"external nofollow\">Download as PDF<\/a><\/div>\n<div id=\"vep-LwWwMHqiA-Vx\" class=\"kindleWidget kindleLight\" style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonte:<a href=\"https:\/\/www.roars.it\/online\/luigi-pasinetti-sulla-valutazione-della-ricerca-in-economia-le-situazioni-scandalose-non-possono-persistere-allinfinito\/\">https:\/\/www.roars.it\/online\/luigi-pasinetti-sulla-valutazione-della-ricerca-in-economia-le-situazioni-scandalose-non-possono-persistere-allinfinito\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ROARS &#8211; RETURN ON ACADEMIC RESEARCH (intervista raccolta da Emiliano Brancaccio e Nadia Garbinelli) Il settore dell\u2019Economia \u00e8 tra quelli in cui pi\u00f9 chiaramente si avvertono le contraddizioni e i limiti dei sistemi di valutazione della ricerca accademica in Italia. 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