{"id":39359,"date":"2018-02-26T15:16:45","date_gmt":"2018-02-26T14:16:45","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=39359"},"modified":"2018-02-26T15:20:38","modified_gmt":"2018-02-26T14:20:38","slug":"vladimiro-giacche-ecco-perche-uscire-dalleuro-non-ci-farebbe-tornare-indietro-nella-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=39359","title":{"rendered":"Vladimiro Giacch\u00e9 &#8211; Ecco perch\u00e9 uscire dall\u2019euro non ci farebbe tornare indietro nella storia"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.lantidiplomatico.it\/resizer\/picscache\/700x350c50\/795bb5fa2f2f9728a408436248874d7e.jpg\" alt=\"http:\/\/www.lantidiplomatico.it\/resizer\/picscache\/700x350c50\/795bb5fa2f2f9728a408436248874d7e.jpg\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 difficile oggi considerare la sinistra europea come qualcosa di diverso da un cumulo di macerie. Questo \u00e8 vero in tutta Europa (emblematico il caso della Germania, in cui a un crollo senza precedenti della SPD &#8211; che secondo gli ultimi sondaggi riceverebbe oggi appena il 16% dei voti &#8211; fa riscontro una Linke incapace di beneficiare di questa situazione, restando intorno al 10%, mentre l\u2019AfD sarebbe diventata addirittura il secondo partito). Ma \u00e8 soprattutto nel nostro paese che la distruzione della sinistra ha raggiunto livelli semplicemente inimmaginabili soltanto pochi anni fa \u2013 per non parlare di quando l\u2019Italia vedeva la presenza del pi\u00f9 grande partito comunista d\u2019Occidente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In molti si sono interrogati sulla genesi di questa situazione, che ovviamente ha pi\u00f9 di una causa. Non per\u00f2 quella cara a una vulgata ormai in voga da decenni: quella, cio\u00e8, secondo cui i problemi della sinistra italiana nascerebbero da una presunta \u201cincapacit\u00e0 di riformarsi\u201d, e cio\u00e8 \u2013 in concreto &#8211; dal rifiuto di far proprie parole d\u2019ordine moderate e di adottare politiche di semplice gestione dell\u2019esistente, abbandonando ogni velleit\u00e0 di trasformazione sociale.<\/p>\n<p>Questa teoria appare platealmente smentita dai fatti: mai la sinistra italiana, nelle sue componenti numericamente pi\u00f9 significative, \u00e8 stata pi\u00f9 \u201ccompatibile\u201d e arrendevole all\u2019ordine costituito &#8211; e mai \u00e8 stata pi\u00f9 vicina a un tracollo elettorale di portata storica. Si sarebbe tentati di essere pi\u00f9 drastici, e dire che mai la sinistra \u00e8 stata pi\u00f9 lontana dalla realt\u00e0 di quanto accada oggi. \u00c8 una lontananza, per\u00f2, che non nasce dall\u2019ostinato tener fermo alla propria tradizione e alla propria cultura, ma proprio dall\u2019atteggiamento opposto: dal cedimento totale e incondizionato alle parole d\u2019ordine dell\u2019avversario (un tempo si sarebbe aggiunto \u201cdi classe\u201d), dall\u2019assimilazione della sua ideologia, e \u2013 conseguentemente \u2013 dal perseguimento dei suoi interessi, anzich\u00e9 di quelli dei propri ceti di riferimento.<\/p>\n<div id=\"publy-phb-12058\" style=\"text-align: justify\">Con questo abbiamo a che fare quando ascoltiamo \u201cesperti\u201d o politici \u201cdi sinistra\u201d affermare che i problemi di competitivit\u00e0 delle imprese italiane si possono risolvere smantellando le tutele previste dall\u2019art. 18 dello Statuto dei lavoratori, quando li udiamo vantarsi di quello che sono riusciti a privatizzare e ripromettersi di fare ancora di pi\u00f9 e meglio al riguardo, o quando li vediamo votare in Parlamento l\u2019innalzamento dell\u2019et\u00e0 pensionabile o lo stravolgimento dell\u2019art. 81 della Costituzione su proposta del \u201cgoverno dei tecnici\u201d (un governo &#8211; varr\u00e0 la pena di ricordarlo \u2013 che, nato per ridurre il debito pubblico, si \u00e8 rivelato talmente capace da lasciarci con il 13% di debito in pi\u00f9).Ma cosa accomuna queste concretissime (e sbagliatissime) scelte politiche? Il fatto che esse sono state prescritte dalle autorit\u00e0 europee quali cure per risolvere i problemi del nostro paese. Con il risultato evidente di aggravarli, e in particolare di distruggere capacit\u00e0 produttiva, di raddoppiare il numero dei disoccupati e di impoverire chi un lavoro ancora ce l\u2019ha. Ma non basta riferirsi a Sch\u00e4uble e alla Troika, n\u00e9 al succedaneo di quest\u2019ultima in Italia, Mario Monti, per intendere l\u2019origine di quelle scelte politiche. Esse sono in effetti perfettamente coerenti con i Trattati europei &#8211; di chiara impronta liberista almeno dall\u2019Atto Unico Europeo del 1986 in poi -, e ancor pi\u00f9 con l\u2019appartenenza del nostro Paese a una moneta unica entro la quale, grazie all\u2019eliminazione di un meccanismo automatico di riequilibrio tra i differenziali di competitivit\u00e0 quale quello rappresentato dai riaggiustamenti del cambio, \u00e8 divenuta un percorso obbligato la strada della deflazione salariale (in un inseguimento impossibile del paese egemone dell\u2019area, che da decenni fa di un mercantilismo monetario basato sulla \u201cmoderazione\u201d salariale la sua bandiera).<\/p>\n<p>Ora, quando si prova a osservare questo, a sinistra ci si trova di fronte a un muro. E non soltanto da parte della cosiddetta \u201csinistra moderata\u201d (definizione in verit\u00e0 ormai pericolosamente prossima a quella di \u201cfuoco bagnato\u201d), ma anche da parte di molti esponenti della cosiddetta \u201csinistra radicale\u201d. I quali, pur condividendo a parole la critica alle politiche degli ultimi anni, si fermano un passo prima di affrontare alle radici il problema: ossia di porre in discussione la moneta unica e l\u2019Unione Europea. Anche molti di loro, infatti, invece di prendere atto che l\u2019Unione Europea \u00e8 irriformabile (e lo \u00e8 letteralmente, visto che i Trattati possono essere cambiati soltanto all\u2019unanimit\u00e0), e che la moneta unica \u00e8 in tutta evidenza quantomeno una parte significativa dei problemi che ci troviamo di fronte, preferiscono fuggire da un lato nel sogno radioso di un\u2019\u201caltra Europa\u201d (senza mai riuscire a definirne n\u00e9 i contorni, n\u00e9 una strada concretamente percorribile per arrivarci), dall\u2019altro in una cupa metafisica. Una metafisica dell\u2019impossibilit\u00e0 (\u201cuscire \u00e8 impossibile\u201d), dell\u2019angoscia (\u201cuscire sarebbe una catastrofe\u201d) e della regressione (\u201cuscire sarebbe storicamente regressivo\u201d).<\/p>\n<p>Smontare i tre pilastri di questa metaf\u00edsica rappresenta un\u2019assoluta priorit\u00e0 per chiunque oggi voglia fare un po\u2019 di chiarezza a sinistra. Un libro appena uscito di Domenico Moro,\u00a0<em>La gabbia dell\u2019euro. Perch\u00e9 uscirne \u00e8 internazionalista e di sinistra<\/em>\u00a0(Imprimatur), ha il grande merito di affrontare con solidi argomenti in particolare la metafisica della regressione. Che nel testo \u00e8 sintetizzata cos\u00ec:\u00a0<em>\u201cl\u2019uscita dall\u2019euro\u201d<\/em>\u00a0sarebbe\u00a0<em>\u201cpoliticamente e storicamente regressiva, perch\u00e9 rappresenterebbe il ritorno alla nazione\u201d<\/em>\u00a0(concetto, quest\u2019ultimo, a sua volta, osserva giustamente l\u2019autore,\u00a0<em>\u201cidentificato con quello di nazionalismo\u201d<\/em>). A questa posizione Moro risponde in maniera molto articolata e convincente, non disdegnando tra le altre cose di operare una lettura critica del Manifesto di Ventotene (uno dei testi pi\u00f9 citati e meno letti del XX secolo), nonch\u00e9 di ripercorrere la storia dell\u2019idea di nazione dal Settecento in poi.<\/p>\n<\/div>\n<div id=\"publy-phb-12058\" style=\"text-align: justify\"><\/div>\n<p>Sull\u2019europeismo, la sua tesi di fondo \u00e8 questa:<em>\u00a0\u201cl\u2019ideologia europeista \u00e8 articolazione diretta, in Europa, dell\u2019ideologia cosmopolita, che non va confusa nel modo pi\u00f9 assoluto con quella internazionalista\u201d<\/em>. Ora, siccome questa falsa identificazione \u00e8 parte importante dell\u2019equivoco per cui l\u2019europeismo sarebbe \u201cprogressivo\u201d e \u201cdi sinistra\u201d, varr\u00e0 la pena di citare estesamente le affermazioni dell\u2019autore al riguardo:<\/p>\n<p><em>\u201cL\u2019internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall\u2019esistenza delle nazioni e dagli Stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalit\u00e0 nazionali e statali mediante la costruzione di una solidariet\u00e0 e di una unit\u00e0 di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalit\u00e0 differenti, nei confronti del capitale. L\u2019internazionalismo tiene conto dell\u2019esistenza delle nazionalit\u00e0 e sostiene il principio dell\u2019autodeterminazione dei popoli, cio\u00e8 il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l\u2019oppressione dell\u2019imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati. Ma inquadra l\u2019intera questione nazionale all\u2019interno della difesa degli interessi generali del lavoro salariato e delle classi subalterne e lotta contro tutto quanto divida e metta in concorrenza i lavoratori, comprese le differenze nazionali.<\/em><\/p>\n<p><em>Il cosmopolitismo, invece, prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L\u2019individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato a una determinata comunit\u00e0 territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l\u2019aspetto della mobilit\u00e0, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l\u2019esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo pu\u00f2 offrire, sia una ampia libert\u00e0 di movimento al di sopra e attraverso i confini statali. Il cosmopolitismo nasce come ideologia nel periodo illuminista ed \u00e8 fatto proprio dalla massoneria, organizzazione segreta che nasce con una impostazione universalistica, e in genere dalle \u00e9lite capitalistiche legate a interessi globali e a reti di relazioni sovranazionali, piuttosto che soltanto a specifiche relazioni territoriali&#8230; Il carattere cosmopolita risulta accentuato in particolari momenti storici, ad esempio in quello attuale, quando si afferma la tendenza all\u2019internazionalizzazione dei capitali. Le contemporanee \u00e9lites transnazionali hanno un carattere marcatamente cosmopolita: studiano nelle stesse Universit\u00e0 di prestigio mondiale, frequentano gli stessi circoli e gli stessi think tank internazionali (la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, l\u2019Aspen Institute), hanno residenze nelle maggiori metropoli europee e statunitensi, ma soprattutto si incontrano nei consigli d\u2019amministrazione di imprese e banche transnazionali. Il cosmopolitismo \u00e8 alimentato da specifici meccanismi d\u2019integrazione delle \u00e9lites: gli interlocking directorates, che prevedono la partecipazione contemporanea a consigli d\u2019amministrazione di imprese diverse, e il meccanismo delle \u201cporte girevoli\u201d, che si basa sulla alternanza di incarichi in imprese e banche, nell\u2019amministrazione statale, negli organismi sovrastatali, e nelle istituzioni universitarie.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Come collocare l\u2019UE e l\u2019Unione monetaria europea in questo contesto? Secondo Moro\u00a0<em>\u201cl\u2019Unione europea (Ue) e la Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l\u2019elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell\u2019imperialismo territoriale degli anni tra il 1870 e il 1945, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra il 1950 e il 1989, anno in cui con la dissoluzione dell\u2019Urss si fa iniziare la cosiddetta globalizzazione, che poi non \u00e8 altro che l\u2019allargamento a livello mondiale del mercato capitalistico, mediante l\u2019abbattimento o la restrizione delle barriere statali alla libera circolazione di capitale e merci. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell\u2019accumulazione dal perimetro di controllo dello Stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell\u2019accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.\u201d<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 in questa chiave che Moro legge il nesso tra l\u2019unione monetaria e la teoria (e la pratica) del \u201cvincolo esterno\u201d, che ha accompagnato le diverse fasi dell\u2019integrazione europea dell\u2019Italia dagli anni Ottanta in poi:\u00a0<em>\u201cL\u2019euro \u00e8 stato lo strumento principale di riorganizzazione dell\u2019accumulazione nella fase capitalistica globale, nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell\u2019Europa occidentale&#8230; In Europa continentale, soprattutto in Italia, Spagna e Francia, a causa dei particolari rapporti di forza economici e politici esistenti tra le classi sociali, si \u00e8 reso necessario far ricorso alla leva del vincolo esterno europeo. Questa leva ha consentito di bypassare parlamenti e sistemi elettorali che, esprimendo interessi variegati, non consentivano la tanto auspicata governabilit\u00e0, cio\u00e8 la capacit\u00e0 dei governi di mettere in pratica le controriforme del welfare e dei mercati dei capitali, delle merci e del lavoro, volute dal capitale e imposte per suo conto dalla Bce e dalla Commissione europea\u201d<\/em>. Ed \u00e8 per queste ragioni &#8211; conclude Moro &#8211; che\u00a0<em>\u201cl\u2019ideologia dominante, cio\u00e8 l\u2019ideologia dei circoli economici egemoni, oggi non \u00e8 quella nazionalista, bens\u00ec quella cosmopolita\u201d<\/em>. In effetti, l\u2019ideologia nazionalista\u00a0<em>\u201cnon rappresenta, in questa fase storica, gli interessi di fondo del grande capitale europeo\u201d<\/em>. Questo, osserva Moro, si pu\u00f2 capire considerando che\u00a0<em>\u201cil concetto di nazione, e quelli di patria e di popolo a esso legati, sono mutati nel corso del processo storico e, in ogni periodo, hanno assunto significati diversi a seconda del punto di vista, cio\u00e8 dell\u2019orientamento politico e di classe.\u201d<\/em>\u00a0Tra la fine dell\u2019Ottocento e l\u2019inizio del Novecento,\u00a0<em>\u201ci concetti di nazione e di patria divengono lo strumento ideologico delle potenze europee nuove e vecchie in competizione, in Francia e in Italia cos\u00ec come in Germania, per la creazione di consenso attorno alle politiche imperialiste e infine per la mobilitazione delle masse nella guerra mondiale. Dalla nazione si passa quindi al nazionalismo, cio\u00e8 a una concezione di superiorit\u00e0 della propria nazione sulle altre. In contemporanea, per\u00f2, si assiste allo sviluppo del concetto di nazione in senso progressivo, cio\u00e8 come lotta contro l\u2019oppressione imperialista dei popoli, in Europa e soprattutto nelle colonie.\u201d<\/em><\/p>\n<p>In Europa, dopo la prima guerra mondiale,\u00a0<em>\u201cil concetto di nazione viene egemonizzato ed esasperato dal fascismo e dal nazismo. L\u2019idea di nazione e di patria riprende linfa soprattutto a seguito dell\u2019invasione nazi-fascista dei Paesi europei, soprattutto dopo l\u2019invasione dell\u2019Urss. Qui il partito comunista fa appello a tutto il popolo per la difesa della patria nella lotta contro l\u2019invasione nazista, che, infatti, verr\u00e0 definita Grande guerra patriottica. Anche in Occidente la Resistenza \u00e8 non solo lotta contro il fascismo ma insieme anche lotta contro l\u2019invasore straniero. Di conseguenza, assume, tra le altre connotazioni, quella di guerra patriottica. Le formazioni partigiane italiane, indipendentemente dalla loro coloritura politico-ideologica, scelgono spesso di chiamarsi con nomi che si riferiscono a patrioti risorgimentali: Mazzini, Pellico, Menotti, fratelli Bandiera, ecc. Le stesse formazioni partigiane del Partito comunista italiano, maggioritarie nella Resistenza italiana, fanno frequente richiamo alla tradizione risorgimentale, assumendo ad esempio la denominazione collettiva di brigate Garibaldi<\/em>.\u201d Dopo la guerra, il PCI di Togliatti come noto svilupper\u00e0, soprattutto dopo il 1956, la\u00a0<em>\u201cvia nazionale o italiana al socialismo\u201d.\u00a0<\/em>Moro osserva &#8211; e con ragione &#8211; che<em>\u00a0\u201cquella fu l\u2019ultima vera strategia che i comunisti si diedero in Italia\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Tornando a noi, qual \u00e8 il significato da attribuire\u00a0<em>oggi<\/em>\u00a0alla nazione? Domenico Moro risponde cos\u00ec:\u00a0<em>\u201cLa nazione \u00e8 un fatto oggettivo, cio\u00e8 che esiste a tutt\u2019oggi come individualit\u00e0 storica. Tuttavia, essa assume un significato politico e ideologico di segno diverso a seconda di chi ne egemonizza l\u2019interpretazione e del contesto socio-economico storico\u201d<\/em>. E la situazione attuale \u00e8 caratterizzata dal fatto che\u00a0<em>\u201cl\u2019\u00e9lite capitalistica ha abbandonato il concetto di nazione o, per essere pi\u00f9 precisi, l\u2019ha messo in secondo piano e reso subalterno all\u2019autoregolazione del mercato, alle istituzioni sovranazionali. Mentre fino a qualche tempo fa esistevano interessi comuni, tra l\u2019\u00e9lite economica e i settori subalterni, o almeno la possibilit\u00e0 che si potesse stabilire un patto sociale a livello nazionale, oggi tale patto \u00e8 stato stracciato proprio da quell\u2019\u00e9lite sempre pi\u00f9 internazionalizzata. In questo modo, la precedente unit\u00e0 della comunit\u00e0 nazionale, per quanto abbia sempre escluso una parte pi\u00f9 meno grande dei subalterni, si \u00e8 profondamente incrinata\u2026 Il capitale ha stracciato il patto sociale keynesiano, cio\u00e8 la base materiale della Costituzione, e oggi i suoi interessi, specie in Italia e negli altri Paesi pi\u00f9 penalizzati dall\u2019integrazione europea, si contrappongono oggettivamente agli interessi popolari, cio\u00e8 a quelli della maggioranza della popolazione. Per il pensiero dominante il concetto stesso di popolo \u00e8 ora \u201cpoliticamente scorretto\u201d, fino al punto che dichiarare di perseguirne gli interessi acquista una accezione negativa, diventando populismo\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Rispetto a tutto questo, l\u2019autore rivendica il valore attuale e il carattere progressivo di un\u00a0<em>\u201cpatriottismo costituzionale, cio\u00e8 dell\u2019appartenenza a una comunit\u00e0 nazionale condizionata al rispetto e al rilancio della Costituzione. Una Costituzione, per\u00f2, non stravolta dalle modifiche richieste dall\u2019Europa come \u00e8 adesso, bens\u00ec nel suo impianto originario e soprattutto unita alla critica al capitalismo. Soprattutto ci\u00f2 che distingue una concezione progressiva e attuale di nazione da una reazionaria e arretrata \u00e8 la questione del potere. La concezione progressiva, infatti, basandosi sul principio della volont\u00e0 popolare, si deve porre in prospettiva la questione della conquista del potere da parte delle classi subalterne e, nell\u2019immediato, quella dell\u2019azione per la modifica dei rapporti di forza tra le classi. Proprio per queste ragioni, il recupero della volont\u00e0 popolare e del patriottismo costituzionale, nel contesto fortemente cosmopolita e internazionalizzato, non pu\u00f2 che configurarsi, se vogliamo stare nel concreto e non nelle astrazioni teoriche, in termini nazionali e internazionalisti insieme. Per\u00f2, solamente il recupero della volont\u00e0 popolare e il miglioramento dei rapporti di forza a livello nazionale, nelle condizioni specifiche dell\u2019integrazione europea, pu\u00f2 porre le fondamenta per lo sviluppo di una politica internazionalista, che sia in grado cio\u00e8 di costruire una collaborazione e una unit\u00e0 di intenti tra i salariati e i subalterni d\u2019Europa.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Ma cosa significa in concreto \u201crecupero della sovranit\u00e0 democratica e popolare\u201d? Significa in primo luogo\u00a0<em>\u201cil ristabilimento di un contesto di lotta in cui i subalterni non siano sconfitti in partenza, mediante la reintroduzione di meccanismi economico-istituzionali che consentano di ridefinire rapporti di forza pi\u00f9 favorevoli al lavoro salariato. Questi meccanismi si concretizzano, innanzi tutto, nella ricollocazione al livello statale del controllo sulla valuta, al fine di manovrare sui cambi e di attribuire alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza e di acquisto dei titoli di Stato.\u201d<\/em>\u00a0Da questo punto di vista, osserva Moro,<em>\u00a0\u201cl\u2019uscita dall\u2019euro&#8230; \u00e8 una condizione certamente non sufficiente ma necessaria, sul piano politico, e non solo sul piano economico, per difendere gli interessi del lavoro salariato e soprattutto per ricostruire una strategia di cambiamento a livello europeo, cio\u00e8 una strategia internazionalista. \u00c8 una condicio sine qua non, senza la quale non si pu\u00f2 n\u00e9 portare avanti una politica di bilancio pubblico espansiva, n\u00e9 un allargamento dell\u2019intervento pubblico, mediante vere ripubblicizzazioni di banche o di aziende di carattere strategico, n\u00e9 tantomeno difendere efficacemente salari e welfare. All\u2019interno dell\u2019euro si pu\u00f2 e si deve lottare per il lavoro, il salario e il welfare, ma non ci sono le condizioni per dispiegare fino in fondo e con efficacia tale lotta.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9, rispondendo al quesito che d\u00e0 il titolo al libro, Moro afferma che uscire dalla gabbia dell\u2019euro \u00e8 \u201c<em>di sinistra<\/em>\u201d. Ma \u00e8 anche \u201c<em>internazionalista<\/em>\u201d? La risposta di Moro \u00e8 affermativa. Essa muove da un\u2019analisi della situazione attuale, in cui\u00a0<em>\u201ci meccanismi dell\u2019integrazione valutaria creano o approfondiscono le divisioni tra le classi operaie dei singoli Paesi, mettendole in competizione le une contro le altre sul piano salariale e della riduzione del welfare e dividendo i popoli in \u201ccicale\u201d e spreconi, come i greci e gli italiani, e in \u201cformiche\u201d e probi, come i tedeschi. Ben altro, quindi, che lo sviluppo di solidariet\u00e0 e valori comuni, ben altro che il superamento del nazionalismo e la ricomposizione di classe grazie alla globalizzazione e all\u2019Europa\u201d. Contro tutto questo, \u201csolamente una elaborazione politica che metta al centro la pratica dell\u2019obiettivo del superamento dell\u2019euro e dei trattati europei, collegandola a una critica dei rapporti di produzione, alla crisi del capitale e al neoliberismo, pu\u00f2 permettere di rilanciare una politica che sia insieme efficace a livello nazionale e internazionalista a livello europeo, permettendo alla sinistra di ricreare una forza politica che non sia vista come residuale e ormai destinata al cimitero della storia.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Sarebbe gioco fin troppo facile misurare la distanza che corre tra queste parole e le posizioni di gran parte delle formazioni di sinistra presenti alle elezioni del 4 marzo. Ma \u00e8 senz\u2019altro pi\u00f9 produttivo consegnare queste riflessioni al dopo elezioni. La ripresa di una sinistra politica in Italia non sar\u00e0 cosa facile n\u00e9 di breve periodo. Essa dovr\u00e0 ripartire da una riflessione molto seria sulla propria storia, sugli errori compiuti e sulle cose da fare. A questa riflessione difficilmente potranno essere estranei i temi trattati nel libro di Domenico Moro.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"http:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-vladimiro_giacch__ecco_perch_uscire_dalleuro_non_ci_farebbe_tornare_indietro_nella_storia\/82_23230\/\">http:\/\/www.lantidiplomatico.it\/dettnews-vladimiro_giacch__ecco_perch_uscire_dalleuro_non_ci_farebbe_tornare_indietro_nella_storia\/82_23230\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di L&#8217;ANTIDIPLOMATICO \u00c8 difficile oggi considerare la sinistra europea come qualcosa di diverso da un cumulo di macerie. Questo \u00e8 vero in tutta Europa (emblematico il caso della Germania, in cui a un crollo senza precedenti della SPD &#8211; che secondo gli ultimi sondaggi riceverebbe oggi appena il 16% dei voti &#8211; fa riscontro una Linke incapace di beneficiare di questa situazione, restando intorno al 10%, mentre l\u2019AfD sarebbe diventata addirittura il secondo partito). 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