{"id":40094,"date":"2018-03-20T13:46:44","date_gmt":"2018-03-20T12:46:44","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40094"},"modified":"2018-03-20T13:46:44","modified_gmt":"2018-03-20T12:46:44","slug":"aldo-moro-i-terroristi-parte-di-un-gioco-piu-grande-di-loro-cosi-le-potenze-nato-volevano-sbarazzarsene-prima-delle-br","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40094","title":{"rendered":"\u201cAldo Moro, i terroristi parte di un gioco pi\u00f9 grande di loro\u201d. Cos\u00ec le potenze Nato volevano sbarazzarsene. Prima delle Br"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di IL FATTO QUOTIDIANO<\/strong><\/p>\n<h4 style=\"text-align: justify\">Nel libro di Giovanni Fasanella, &#8220;Il Puzzle Moro&#8221;, l&#8217;analisi di documenti inglesi e americano oggi desecretati. Raccontano che non erano le Brigate rosse le sole nemiche del presidente della Dc sequestrato il 16 marzo 1978 e ucciso 55 giorni dopo. Usa, Uk, Francia e Germania erano preoccupate dal rischio di un Pci al governo e dalla sua apertura verso il mondo arabo. Nei vertici al massimo livello l&#8217;ipotesi di intervenire anche con &#8220;metodi per noi ripugnanti&#8221;<\/h4>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" title=\"\u201cAldo Moro, i terroristi parte di un gioco pi\u00f9 grande di loro\u201d. Cos\u00ec le potenze Nato volevano sbarazzarsene. Prima delle Br\" src=\"https:\/\/st.ilfattoquotidiano.it\/wp-content\/uploads\/2016\/09\/moro675.jpg\" alt=\"\u201cAldo Moro, i terroristi parte di un gioco pi\u00f9 grande di loro\u201d. Cos\u00ec le potenze Nato volevano sbarazzarsene. Prima delle Br\" width=\"675\" height=\"275\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Non \u00e8 questione di dietrologia e complotti. Sono i documenti a parlare. E i documenti mostrano che non erano solo le <strong>Brigate rosse<\/strong> a vedere in <strong>Aldo Moro<\/strong> un nemico. E\u2019 il filo conduttore del libro di <strong>Giovanni Fasanella<\/strong> <\/em>Il puzzle Moro<em> (Chiarelettere,\u00a0368 pagine, 17,60 euro), basato su testimonianze e documenti inglesi e americani oggi desecretati. Negli anni Sessanta e Settanta Londra, Washington, Parigi e Berlino temono innanzitutto che in Italia il <strong>Partito comunista italiano<\/strong> pi\u00f9 forte d\u2019Europa possa andare al potere, sia pur legittimamente attraverso il voto, sconfiggendo una Dc minata da scandali e clientele. E neppure gradiscono le aperture del nostro Paese verso il mondo arabo, <strong>Libia<\/strong> e <strong>Palestina<\/strong> incluse. Moro era il volto che meglio incarnava questi pericoli, come dimostra il brano tratto dal libro che pubblichiamo di seguito per gentile concessione di Chiarelettere. <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Questo non significa che le potenze straniere siano state partecipi del sequestro e dell\u2019assassinio del presidente della Democrazia cristiana, avvenuti quarant\u2019anni fa a Roma. Ma, scrive Fasanella, i brigatisti sono rimasti ancora oggi \u201cconvinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece pi\u00f9 grandi di loro\u201d, pur non ammettere il loro ruolo da \u201cutili idioti\u201d. Lasciati fare, in quei 55 giorni, in nome di altri interessi. E se l\u2019ultima <a href=\"https:\/\/www.ilfattoquotidiano.it\/2017\/12\/12\/commissione-moro-cio-che-abbiamo-saputo-finora-e-una-verita-dicibile-servi-chiudere-la-stagione-del-terrorismo\/4033574\/\">commissione parlamentare d\u2019inchiesta ha concluso che quella accumulata finora dai processi \u00e8 solo \u201cla verit\u00e0 dicibile\u201d<\/a>, i documenti desecretati illuminano quella indicibile: \u201cCi\u00f2 che non si poteva dire\u201d, scrive ancora l\u2019autore, \u201cera che l\u2019assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l\u2019Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranit\u00e0 di una nazione e alle sue libert\u00e0 politiche portato da interessi stranieri con la complicit\u00e0 di quinte colonne interne\u201d. Ecco un estratto dal libro.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il <strong>\u00abdirettorio politico\u00bb dei \u00abQuattro<\/strong>\u00bb, nato su iniziativa americana per decidere che fare per risolvere una volta per tutte il caso italiano, si riun\u00ec la prima volta a Helsinki il 31 luglio 1975. Subito dopo le elezioni amministrative che, in giugno, avevano decretato un clamoroso successo del <strong>Pci<\/strong> e una secca sconfitta della <strong>Dc<\/strong>, travolta da scandali a ripetizione. Nella capitale finlandese era in corso la conferenza sulla sicurezza europea. E in quell\u2019occasione, i rappresentanti di <strong>Usa<\/strong>, <strong>Gran Bretagna<\/strong>, <strong>Francia<\/strong> e <strong>Germania<\/strong> approfittarono di una pausa per appartarsi e discutere lontani da occhi indiscreti. Si videro a pranzo nella sede dell\u2019ambasciata inglese. Ma senza alcun risultato utile. Tutti erano d\u2019accordo sui rischi che avrebbe corso l\u2019<strong>Alleanza atlantica<\/strong> nel caso in cui il Pci si fosse avvicinato al governo. Tutti pensavano che si dovesse fare qualcosa. Ma quando cominciarono a esaminare le varie opzioni, la discussione si aren\u00f2. Prevalse un atteggiamento di prudenza fra gli europei, ancora molto \u00absensibili riguardo alla macchia di un\u2019ingerenza cos\u00ec vicino a casa\u00bb, come emerge dai documenti americani pubblicati dalla storica Lucrezia Cominelli. Cos\u00ec, l\u2019unica decisione presa fu quella di tornare a incontrarsi un paio di mesi dopo, a New York.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019appuntamento negli Usa fu fissato per il 5 settembre 1975. E anche quella volta i \u00abQuattro\u00bb si videro nella sede diplomatica britannica. C\u2019erano, oltre a <strong>Kissinger<\/strong>, i ministri degli Esteri inglese, James Callaghan, francese, Jean Sauvagnargues, e tedesco, <strong>Hans-Dietrich Genscher<\/strong>. In quel secondo incontro, le rispettive posizioni cominciarono a delinearsi con pi\u00f9 chiarezza.<br \/>\nIl padrone di casa, Callaghan, prospett\u00f2 un quadro drammatico della situazione. L\u2019intera <strong>Europa<\/strong> meridionale rischiava di finire sotto l\u2019influenza comunista, disse. Ma non per colpa dell\u2019<strong>Urss<\/strong>, che \u00abnon sembra avere tutta questa fretta di aggiudicarsi altri costosi clienti\u00bb, si affrett\u00f2 a precisare. Anzi, secondo lui il Cremlino avrebbe accettato \u00abuna <strong>dottrina Bre\u017enev<\/strong> rovesciata\u00bb, in base alla quale l\u2019Alleanza atlantica era autorizzata a intervenire con la mano pesante in un paese a rischio del proprio campo; cos\u00ec come il <strong>Patto di Varsavia<\/strong> aveva fatto in Cecoslovacchia in base al principio della \u00absovranit\u00e0 limitata\u00bb teorizzato da Leonid Bre\u017enev per i satelliti dell\u2019Urss. In ogni caso, per il ministro degli Esteri inglese, era necessario escogitare qualcosa che fosse \u00ab<strong>a met\u00e0 strada fra metodi per noi ripugnanti e la necessit\u00e0 di scoraggiare l\u2019influenza sovietica<\/strong>\u00bb. Insomma, anche se dal Cremlino non arrivavano incoraggiamenti al Pci, un intervento era comunque necessario per frenare eventuali, future tentazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per Callaghan la situazione italiana era tale da non giustificare ulteriori esitazioni. Durante l\u2019estate aveva incontrato <strong>Rumor<\/strong> (trasferitosi alla Farnesina dopo che <strong>Moro<\/strong> ne aveva preso il posto a Palazzo Chigi) e dal colloquio ne era uscito con l\u2019impressione che non ci fosse niente, fra i metodi democratici, che potesse \u00abfermare la presa del potere da parte dei comunisti\u00bb. E allora, come impedirlo? Il ministro britannico non si sbilanci\u00f2. Probabilmente voleva che fossero gli altri a scoprirsi, per capire fino a che punto fossero disposti a spingersi. Sul tavolo, una delle opzioni per bloccare l\u2019avanzata comunista era costringere la Dc a rinnovare la propria classe dirigente, troppo chiacchierata per la sua disinvolta gestione del potere. Ma Kissinger non nutriva molte speranze in proposito: \u00ab<strong>Mi sento bloccato, non ho alcuna idea brillante per riformare la Dc<\/strong>\u00bb disse. \u00abCi vorrebbe un partito che spazzasse via tutta la spazzatura\u00bb comment\u00f2 Callaghan con un moto di sconforto. Una radicale riforma morale della Democrazia cristiana, ai \u00abQuattro\u00bb doveva sembrare un\u2019impresa davvero titanica, che richiedeva troppo tempo. Ma il tempo a disposizione si stava paurosamente consumando. E quell\u2019opzione, bench\u00e9 auspicabile, non era certo la pi\u00f9 efficace per una situazione che si era trasformata ormai in un\u2019emergenza internazionale. (\u2026)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019ultima delle tre riunioni, quella del gennaio 1976, si tenne nel quartier generale della<strong> Nato<\/strong>, a Bruxelles. C\u2019erano tutti i ministri degli Esteri, tranne il tedesco Genscher, che questa volta invi\u00f2 a rappresentarlo un funzionario, G\u00fcnther van Well. Il clima era ancora pi\u00f9 cupo. Il Psi di <strong>Francesco De Martino<\/strong>, con una mossa a sorpresa, aveva appena provocato la crisi di governo, e Moro si era dimesso. La decisione socialista, in effetti, aveva complicato ancora di pi\u00f9 le cose. De Martino si sentiva schiacciato nella morsa del dialogo a distanza tra Moro e <strong>Berlinguer<\/strong>. Non era pi\u00f9 disposto ad accettare che, a sinistra,fosse solo il suo partito a pagare il prezzo elettorale per una politica economica di sacrifici. La rabbia dei ceti pi\u00f9 deboli si stava scaricando sul Psi che, pur non avendo propri ministri nel governo Moro, lo aveva comunque appoggiato dall\u2019esterno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma, De Martino non intendeva pi\u00f9 dissanguarsi a vantaggio del Pci, che continuava a guadagnare consensi nell\u2019opinione pubblica. Perci\u00f2 fece sapere che non avrebbe pi\u00f9 fatto parte di una maggioranza se anche i comunisti non si fossero assunti delle responsabilit\u00e0 dirette. La sua decisione gett\u00f2 tutti nel panico. E fu giudicata intempestiva anche da Berlinguer.<br \/>\nIl quale, ben conscio dei condizionamenti internazionali e dei rischi che correva l\u2019Italia, aveva tarato la sua strategia su tempi molto pi\u00f9 lunghi, quindi non fremeva certo dal desiderio di vedere i comunisti nel governo. N\u00e9 Moro, d\u2019altra parte, ce li voleva. Ma De Martino era irremovibile. E l\u2019Italia stava andando a passi veloci verso <strong>elezioni anticipate<\/strong>.<br \/>\nAl tavolo dei \u00abQuattro\u00bb, a Bruxelles, ora si stava materializzando lo scenario pi\u00f9 drammatico che potessero immaginare: quello di una disfatta della Dc e, per la prima volta nella storia repubblicana, il sorpasso comunista, pronosticato ormai da tutti gli osservatori. Se il Pci fosse diventato il primo partito italiano, sarebbe stato impossibile escluderlo dal governo senza ricorrere a una soluzione alla cilena. Di qui il senso di impotenza e di frustrazione, come riferisce Lucrezia Cominelli. (\u2026)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A Kissinger non interessava quanto Berlinguer fosse autonomo da Mosca, ma soltanto il grado di pericolosit\u00e0 della sua politica per Usa e Urss. Quanto agli inglesi, la preoccupazione principale, molto ben mimetizzata dietro la loro continua, sistematica esasperazione della minaccia comunista, era che la scena politica italiana continuasse a essere dominata dalla figura di Aldo Moro. E lo fecero capire ancora pi\u00f9 chiaramente alla vigilia delle elezioni italiane.<br \/>\nI \u00abQuattro\u00bb stavano valutando la possibilit\u00e0 di un nuovo vertice segreto. Prevaleva l\u2019idea di tenerlo subito dopo il voto. Ma per Callaghan sarebbe stato troppo tardi. Disse al cancelliere tedesco <strong>Schmidt<\/strong>: \u00abSe vogliamo cercare di avere una qualche influenza dovremmo farlo prima. In caso contrario avremmo il vecchio Moro seduto e mezzo addormentato per tutto il tempo come un primo ministro con la spina dorsale spezzata e i comunisti che hanno ottenuto un grande successo\u00bb.<br \/>\nEcco perch\u00e9, fra i \u00abQuattro\u00bb, la Gran Bretagna spingeva con pi\u00f9 forza. Voleva che gli alleati l\u2019aiutassero a <strong>sbarazzarsi di Moro<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong>https:\/\/www.ilfattoquotidiano.it\/2018\/03\/16\/aldo-moro-i-terroristi-parte-di-un-gioco-piu-grande-di-loro-cosi-le-potenze-nato-volevano-sbarazzarsene-prima-delle-br\/4227882\/<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di IL FATTO QUOTIDIANO Nel libro di Giovanni Fasanella, &#8220;Il Puzzle Moro&#8221;, l&#8217;analisi di documenti inglesi e americano oggi desecretati. Raccontano che non erano le Brigate rosse le sole nemiche del presidente della Dc sequestrato il 16 marzo 1978 e ucciso 55 giorni dopo. Usa, Uk, Francia e Germania erano preoccupate dal rischio di un Pci al governo e dalla sua apertura verso il mondo arabo. 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