{"id":40195,"date":"2018-03-25T09:00:20","date_gmt":"2018-03-25T07:00:20","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40195"},"modified":"2018-03-23T23:28:22","modified_gmt":"2018-03-23T22:28:22","slug":"leta-dellesposizione-totale-cambridge-analytica-e-la-visibilita-in-rete","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40195","title":{"rendered":"L\u2019et\u00e0 dell\u2019esposizione totale. Cambridge Analytica e la visibilit\u00e0 in rete"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (Jacopo Di Nicola)<\/strong><\/p>\n<header class=\"single-entry-header\"><\/header>\n<div class=\"single-entry-content\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le rivelazioni di Christopher Wylie, il whistleblower di Cambridge Analytica, raccolte e pubblicate dall\u2019<em>Observer<\/em> e dal <em>New York Times<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><strong>[1]<\/strong><\/a><\/em> hanno riaperto il dibattito sulla raccolta dati e il tracciamento online. Grazie ad un\u2019applicazione, <em>thisisyourdigitallife<\/em>un semplice quiz sulla personalit\u00e0, utilizzata da 270 mila utenti di Facebook<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> la societ\u00e0 di comunicazione Cambridge Analytica \u00e8 riuscita a raccogliere i dati di circa 50 milioni di persone. Secondo Wylie questi dati sarebbero stati utilizzati per promuovere la propaganda online di Donald Trump durante la campagna per le presidenziali in maniera mirata e personalizzata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ovviamente il fatto che ci fossero di mezzo alcuni collaboratori del presidente degli Stati Uniti ha dato alla vicenda una lettura quasi esclusivamente politica. D\u2019altronde lo scoop rientra perfettamente nella complessa ed intricata discussione riguardo possibili influenze russe nelle elezioni americane e il ruolo delle <em>fake news<\/em> nelle ultime campagne politiche. Tuttavia sarebbe un errore non provare ad andare oltre questa prima interpretazione, l\u2019elezione di Trump va aldil\u00e0 dell\u2019uso di target pubblicitari individualizzati. Quello che lo scandalo di Cambridge Analytica ci mostra chiaramente \u00e8 il metodo con cui una societ\u00e0 privata \u00e8 riuscita a raccogliere, analizzare e utilizzare i dati di milioni di persone tramite Facebook, senza che gli utenti ne fossero informati. Non si tratta di un\u2019agenzia di sicurezza nazionale come la NSA ma di una societ\u00e0 di comunicazione che personalizza le sue strategie di marketing a seconda dei dati che riesce ad ottenere. Dati forniti inconsapevolmente dagli utenti, sepolti nei grovigli delle condizioni d\u2019uso e sui quali si basa l\u2019attuale struttura del web. Il caso sollevato da Wylie porta finalmente alla luce quella zona grigia delle terze parti che regolano l\u2019advertising online e contribuiscono a costruire l\u2019architettura dello spazio digitale in cui ci muoviamo, svelando un meccanismo rimasto troppo a lungo escluso dal dibattito pubblico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo senso ritorna utile un saggio uscito nel 2015, <em>Exposed: Desire and Disobedience in the Digital Age<\/em> di Bernard E. Harcourt, professore di scienze politiche e diritto alla Columbia University e studioso di Michel Foucault. Per l\u2019autore il mondo digitale riprende la struttura dell\u2019opera paesaggistica di Dan Graham <em>Hedge Two-Way Mirror Walkabout<\/em>: due sezioni di curve di vetro a rifrazione differenziata divise da una siepe: un <em>pavillon<\/em> di specchi tra cui passeggiare ridendo della propria immagine distorta. A met\u00e0 tra il palazzo di cristallo e un Applestore, questo spazio ludico-distensivo ricrea le condizioni dell\u2019ambiente mediatico in cui siamo costretti, e dove, circondati dai nostri riflessi trasparenti, cediamo la nostra visibilit\u00e0 in cambio di pochi secondi di divertimento. Per Harcourt, si tratta di una nuova condizione esistenziale ormai radicalizzata nel mondo contemporaneo. L\u2019individuo che \u00e8 pronto a condividere pubblicamente la sua intimit\u00e0 per ottenere gratificazioni narcisistiche di vario genere (like, followers, messaggi) si confeziona un io digitale che una volta \u00abesposto\u00bb diventa disponibile a qualsiasi forma di controllo e di sorveglianza, sia essa esercitata dallo Stato o dalle agenzie di advertising. Tramite le nuove possibilit\u00e0 di raccolta dati viene cos\u00ec a costituirsi un alter ego digitale in costante aggiornamento che acquisisce forma e senso al di fuori della sfera individuale. Nella presunta leggerezza del Cloud, tra le banche dati delle varie piattaforme il \u201cnuovo s\u00e9 digitale permanente\u201d, solido e concreto annichilisce i \u201cnostri mortali analogici s\u00e9\u201d<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>.<span id=\"more-31622\"><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per il suo taglio, <em>Exposed<\/em> si iscrive esplicitamente nella tradizione novecentesca della <em>French Theory<\/em>. L\u2019attuale societ\u00e0 mediatica, secondo Harcourt, pu\u00f2 essere considerata un\u2019evoluzione delle distopie denunciate da Debord e Foucault, e le sue dinamiche pulsionali si adattano a essere analizzate con gli strumenti di Deleuze e Guattari. In un m\u00e9lange di societ\u00e0 dello spettacolo, societ\u00e0 disciplinare e societ\u00e0 del controllo prende forma l\u2019\u00ab<em>Expository society<\/em>\u00bb, la societ\u00e0 dell\u2019esposizione totale. Questa si presenta come un mondo in cui il potere offre all\u2019individuo la possibilit\u00e0 di dare interamente sfogo al suo desiderio. Nella rilettura che Harcourt fa dell\u2019<em>Anti-Edipo<\/em>, il soggetto contemporaneo \u00e8 diventato una macchina desiderante attaccata ad un alimentatore illimitato, il web, che gli promette un godimento infinito e all\u2019apparenza gratuito. Pur di partecipare al suo gioco, il soggetto cede entusiasta dati e informazioni, scambia la propria privacy per un effimero palliativo al proprio desiderio. E proprio in questo scambio iniquo consiste il ricatto occulto della societ\u00e0 dell\u2019esposizione: ci illudiamo che l\u2019uso illimitato di prodotti digitali ci sia offerto in dono e ignoriamo, spesso perch\u00e9 <em>non vogliamo<\/em> sapere, il prezzo che paghiamo in termini di difesa della vita personale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa chiave di lettura rende obsoleto il vecchio e abusato confronto tra Internet e il Grande Fratello. A differenza di ci\u00f2 che succede nel romanzo di Orwell, il piacere non \u00e8 bandito dal nostro mondo, ma n\u00e9 \u00e8 il nucleo, il motore vitale. L\u2019essenza della rivoluzione digitale risiede nel fatto di aver promesso e resa possibile una soddisfazione edonistica senza limiti. Tra il desiderio e la sua soddisfazione non si frappongono n\u00e9 ostacoli n\u00e9 intermezzi di tempo: al soggetto basta solo chiedere. La superficie palmare dello smartphone reagisce docile ai suoi stimoli, il suo pollice non deve far altro che scostare il velo dello schermo per accedere ad uno spazio ludico sconfinato \u2013 e perdere fatalmente la sua libert\u00e0. In questo scambio tra godimento e asservimento consiste il meccanismo dell\u2019alienazione su cui si concentra la critica di Harcourt: \u00abDesideriamo questi spazi digitali, queste esperienze virtuali, tutti questi gadget elettronici e ne siamo divenuti a poco a poco schiavi. Schiavi di tutto questo e del nostro desiderio, il nostro desiderio di condivisioni, click, amicizie e like\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Siamo troppo presi dalle multiformi possibilit\u00e0 offerteci per poter dubitare di uno scambio che non ci costa apparentemente nulla. Il potere della societ\u00e0 dell\u2019esposizione ha trovato il modo per scardinare ogni possibile resistenza procurandoci riserve infinite di sensazioni con cui appagarci. Ha abbandonato il suo lato violento puntando sulla seduzione, ed ha vinto. La societ\u00e0 dell\u2019esposizione di Harcourt, da questo punto di vista, somiglia a quello che Gilles Lipovetsky e Jean Serroy chiamano il <em>Capitalismo artistico<\/em> nel saggio <em>L\u2019estetizzazione del mondo<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><strong>[5]<\/strong><\/a><\/em>appena tradotto in Italia da Sellerio. La seduzione avvolge la societ\u00e0 dell\u2019esposizione nella sua interezza. La competizione online si gioca infatti sulla capacit\u00e0 estetica del prodotto di se-ducere, di condurre a s\u00e9. Ottenere l\u2019attenzione del cliente \u00e8 il prerequisito fondamentale per poter accedere alle sue informazioni con cui personalizzare ancora di pi\u00f9 la proposta grafica e contenutistica in modo da irretire l\u2019individuo in un regno di richiami e ammiccamenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Navigando online, indossando uno smartwatch, l\u2019individuo espone la sua persona a quello che Harcourt chiama <em>trasparenza virtuale<\/em>. La sua condizione di visibilit\u00e0 lo rende trasparente permettendo l\u2019accesso alla sua <em>autenticit\u00e0 virtuale<\/em>: un io identificato attraverso i dati da lui prodotti, quantificato, archiviato e reso disponibile a qualsiasi tipo di sorveglianza. D\u2019altronde, spiega Harcourt, il s\u00e9 digitale \u00e8 un <em>s\u00e9 narrante<\/em> che non pu\u00f2 far altro che raccontarsi per esistere, producendo delle vere e proprie <em>confessioni digitali<\/em> a uso e consumo di governi, agenzie pubblicitarie e agenzie di sicurezza che non devono neanche pi\u00f9 sforzarsi per ottenerle<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Exposed<\/em> sembra rilanciare l\u2019ennesima condanna di una nuova tipologia di alienazione, identificata in questo caso nella perdita della propria individualit\u00e0 digitale. Difatti, nella sua critica, Harcourt sembra leggere qualsiasi attivit\u00e0 online sotto una lente passivo-istintiva. L\u2019individuo sembra non aver alcun controllo del suo desiderio n\u00e9 della tecnologia con cui interagisce. Ogni forma di presentazione di s\u00e9 viene reinterpretata come un\u2019irresponsabile esposizione edonistica del proprio io. In questo modo Harcourt esclude a priori che possano esserci alternative. Tutte le nuove forme di socializzazione e costruzione identitaria che si sono affermate con l\u2019avvento dei social network sono per lui espressione di un esibizionismo desiderante privo di qualsiasi tipo di consapevolezza: un selfie non pu\u00f2 essere un nuovo modo di raccontare e gestire la propria immagine ma solamente lo specchiarsi inebetito nel proprio riflesso. Non c\u2019\u00e8 alcuna forma di mediazione: visibilit\u00e0 significa trasparenza. L\u2019espressione nel nuovo spazio mediatico ci rende del tutto leggibili e gestibili, la presenza nel mondo digitale \u00e8 dunque sinonimo di totale vulnerabilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa fragilit\u00e0 \u00e8 la conseguenza diretta, per Harcourt, del nostro narcisismo esacerbato dalle promesse strabilianti e dal luccichio accattivante dei nuovi dispositivi digitali. Le nuove modalit\u00e0 espressive non sono mai viste come una forma democraticizzata di visibilit\u00e0 attraverso la quale, potenzialmente, ognuno di noi ha la possibilit\u00e0 di raccontare e proporre il proprio io in maniera autonoma e non pi\u00f9 legata a forme di rappresentazione dall\u2019alto. Al contrario, ogni espressione di s\u00e9 non \u00e8 altro che esibizione, uno sfogo narcisistico alimentato dal desiderio che produce un\u2019esposizione indifesa alle nuove tipologie di potere. Una bulimia autobiografica che ci spinge a rilasciare liberamente informazioni che fino a dieci anni fa avremmo considerato esclusivamente private. Questo punto meriterebbe una discussione a parte. Il concetto di privacy elaborato alla fine del diciannovesimo secolo non combacia pi\u00f9 con gli strumenti digitali che utilizziamo ogni giorno. Gli smartphone, infatti, non ci appartengono del tutto: per poterne far uso dobbiamo accettare un\u2019infinit\u00e0 di illeggibili condizioni che istaurano una sorta di nuova giurisdizione all\u2019interno di quella che un tempo sarebbe stata una nostra esclusiva propriet\u00e0. Quello di cui disponiamo non \u00e8 altro che un\u2019interfaccia grafica, il software \u00e8 escluso dal contratto di vendita. I cavilli che accettiamo senza leggere regolano la gestione delle nostre informazioni. Spuntare la casella \u201caccetto\u201d permette alla piattaforma o app con cui entriamo in contatto di comporre un nostro alter ego digitale a cui non abbiamo accesso e di cui non conosciamo i dettagli. Harcourt spiega il principio in maniera particolarmente chiara: il nostro s\u00e9 \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 trasparente e i dispositivi sempre pi\u00f9 opachi. Sono scatole nere a cui non abbiamo pi\u00f9 accesso. <em>Provate a rimuovere la batteria dei vostri cellulari\u2026<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Harcourt purtroppo non approfondisce la critica del rapporto sbilanciato tra dispositivi e individuo, del vuoto legale che permane all\u2019interno delle regolamentazioni delle piattaforme web, ma preferisce scagliarsi contro il bisogno espressivo dell\u2019internauta. Seguendo il suo ragionamento, la sorveglianza di massa, le banche dati e tutti gli altri tipi di controllo di cui descrive il funzionamento sono la diretta conseguenza dell\u2019attitudine esibizionistica dell\u2019individuo. Nel saggio non viene mai menzionata la possibilit\u00e0 che questo bisogno espressivo sia necessario al confronto con l\u2019altro e alla costruzione di un s\u00e9 riconoscibile. Per questo motivo \u00e8 bene ricordare che il rapporto tra soggetto e medium non si limita ad uno scambio pericoloso tra desiderio e informazioni. Per cercare di capire meglio il contesto mediatico attuale possiamo provare a ripensare la correlazione intima tra individui e media seguendo l\u2019esempio di Yves Citton, una delle voci pi\u00f9 originali della critica sociale contemporanea, nel suo recente <em>M\u00e9diarchie<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><strong>[7]<\/strong><\/a><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ispirandosi al concetto di <em>medium<\/em> di Walter Benjamin (il medium inteso come l\u2019ambiente percettivo, il <em>milieu<\/em> interno e esterno, in cui agisce il soggetto<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>) e riattualizzando il pensiero di Marshall McLuhan, Citton descrive la compenetrazione assoluta tra uomo e medium. In questo senso i media digitali possono essere considerati estensioni delle sensibilit\u00e0 umane (parafrasando la celebre definizione di McLuhan) che modificano e sono modificati dal mondo che riproducono. Il titolo <em>M\u00e9diarchie<\/em> (Mediarchia) va pertanto inteso nel duplice valore che riveste il termine <em>arch\u00e9<\/em>: i media come \u00abprincipe\u00bb e come \u00abprincipio\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019interno di questo sistema mediatico universale, l\u2019essere esposti non \u00e8 pi\u00f9 la conseguenza di un presunto esibizionismo, ma la condizione di partenza di ogni presenza sensibile. I nostri sensi prolungati attraverso i media digitali non possono far altro che condizionare ed essere condizionati dall\u2019ambiente circostante. Si tratta di un fenomeno antecedente a qualsiasi pulsione desiderante<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. A questo punto la sorveglianza online assume un\u2019altra sfumatura. L\u2019invasione nella nostra sfera privata \u00e8 un\u2019invasione nella nostra sensibilit\u00e0. Ci\u00f2 che \u00e8 delineato, catalogato, archiviato \u00e8 la nostra superficie sensibile. Nella collezione illimitata di dati viene tratteggiato il nostro profilo come superfice mediale, la nostra \u201cpelle\u201d digitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo la prospettiva aperta da Citton, per rispondere all\u2019invasivit\u00e0 dei nuovi media non si tratta di limitare la nostra volont\u00e0 desiderante, come invece lascia pensare Harcourt. Non \u00e8 quella la causa scatenante. Qualsiasi forma di mediazione o di trasmissione produce un prolungamento dei nostri sensi che comporta inevitabilmente una perdita di controllo. L\u2019evoluzione degli strumenti mediali e la loro democratizzazione hanno comportato un ampliamento del nostro campo sentivo-percettivo che ci rende inevitabilmente <em>exposed<\/em>. Tuttavia il rischio di essere visti senza poter vedere fa parte della nostra stessa corporalit\u00e0. Il filosofo tedesco Hans Blumenberg descriveva il passaggio antropogenico alla postura bipede come un ampliamento incontrollato della visibilit\u00e0 umana carico di ambivalenza: l\u2019uomo guadagnava una percezione elevata del mondo, ma allo stesso tempo si condannava ad una visibilit\u00e0 indifesa, offrendo ad esempio la schiena a potenziali aggressori. Allo stesso modo, se connettendoci al mondo online abbiamo guadagnato una visione ancora pi\u00f9 ampia sul mondo esterno, questo ci ha reso inevitabilmente pi\u00f9 esposti. Percepiamo e siamo percepiti in maniera pi\u00f9 estesa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo motivo il \u201cpotere\u201d (sorveglianza di stato, piattaforme digitali, agenzie di advertising\u2026) non approfitta delle nostre debolezze edonistiche ma di qualcosa di molto pi\u00f9 profondo e primordiale. Segmentato tra gli interstizi della rete, il potere registra, archivia, cataloga la nostra estensione virtuale. Poter seguire le nostre interazioni, le nostre preferenze, le nostre scelte, poter entrare in contatto con produzioni sensibili individuali permette il funzionamento del mondo online cos\u00ec come lo conosciamo attualmente, sia a livello economico (la pubblicit\u00e0) sia a livello informatico (le varie forme di riconoscimento algoritmico che producono il paesaggio digitale in cui ognuno di noi si muove). In questo risiede il valore inestimabile delle nostre informazioni: nella loro capacit\u00e0 di produrre senso. Dal momento in cui queste informazioni non rispondono pi\u00f9 al controllo dell\u2019individuo che le rilascia, ma producono senso solo ed esclusivamente per le piattaforme ed agenzie in grado di raccoglierle si produce la frattura tra il <em>s\u00e9 analogico<\/em> e il <em>s\u00e9 digitale<\/em> di cui parla Harcourt.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nuovo fronte percettivo del s\u00e9 digitale non risponde alle nostre sollecitazione ma appartiene a server e banche dati di cui ignoriamo persino l\u2019esistenza ed \u00e8 su questo punto che convergono infine le analisi di Citton e Harcourt: l\u2019individuo contemporaneo \u00e8 vittima di una nuova tipologia di alienazione e deve trovare il modo di riconquistare gli spazi mediatici con cui si confronta quotidianamente. Purtroppo le soluzioni avanzate dagli autori restano aleatorie: non si va oltre gli esempi di casi di resistenza isolati quali Edward Snowden, Chealsea Manning, gli hacker, difficili se non impossibili da replicare per la persona comune. Leggendo le ultime pagine dei due saggi quello che resta \u00e8 la sensazione di inadeguatezza delle nostre risposte alle nuove condizioni mediatiche ed esistenziali che si sono venute a creare con l\u2019avvento del mondo digitale. Aldil\u00e0 della nuova pedagogia dei media immaginata da Citton <strong>\u2013 <\/strong>presupposto comunque inaggirabile di ogni ipotesi costruttiva<strong> \u2013<\/strong> non sembra esserci nessuna prospettiva concreta di miglioramento. Gli open data o i consigli per la privacy elencati da Harcourt non sono altro che palliativi, come dimostra il caso Cambridge Analytica. Forse ci\u00f2 che deve destare pi\u00f9 preoccupazione \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 della critica di immaginare nuovi modelli interpretativi con cui predisporre una resistenza o, pi\u00f9 prosaicamente, una convivenza con le nuove tecnologie.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> <a href=\"https:\/\/www.nytimes.com\/2018\/03\/17\/us\/politics\/cambridge-analytica-trump-campaign.html\">https:\/\/www.nytimes.com\/2018\/03\/17\/us\/politics\/cambridge-analytica-trump-campaign.html<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> L\u2019intervento del proprietario di Facebook Mark Zuckerberg\u00a0: <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/zuck\/posts\/10104712037900071\">https:\/\/www.facebook.com\/zuck\/posts\/10104712037900071<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Bernard Harcourt, <em>Exposed: Desire and Disobedience in the Digital Age<\/em>, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2015, p.13<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> <em>Ibid<\/em>. p. 228<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Gilles Lipovetsky e Jean Serroy, <em>L\u2019estetizzazione del mondo. Vivere all\u2019era del capitalismo artistico<\/em>, Sellerio, Palermo, 2017. Si veda anche il nuovo volume appena pubblicato, Gilles Lipovetsky, <em>Plaire et toucher. Essai sur la soci\u00e9t\u00e9 de s\u00e9duction<\/em>, Paris, Gallimard, 2017.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Harcourt cita a pi\u00f9 riprese i documenti resi pubblici da Edward Snowden mettendo l\u2019accento sul bassissimo costo delle nuove forme di sorveglianza di massa. Ad esempio PRISM il programma lanciato nel 2007 dalla NSA che permette l\u2019accesso ai dati di Google, Facebook, Microsoft, Yahoo, Paltalk, YouTube, Skype, AOL, Apple e altri ha un costo di \u201cappena\u201d 20 milioni l\u2019anno. Per dare un\u2019idea secondo le rivelazioni del giornalista Glen Greenwald nel 2010, grazie a PRISM e altri programmi, l\u2019NSA era in grado di intercettare e archiviare 1,7 miliardi di messaggi al giorno tra mail, chiamate e altri tipi di comunicazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> Yves Citton, <em>M\u00e9diarchie<\/em>, Seuil, Paris 2017.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Come proposto dalla lettura di Benjamin di Antonio Somaini in, ad esempio, A. Pinotti, A. Somaini, <em>Cultura visuale immagini, sguardi, media, dispositivi<\/em>, Einaudi, Torino 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Yves Citton fa esplicitamente riferimento alle ricerche di estetica sociale portate avanti da Barbara Carnevali, in particolare in <em>Le apparenze sociali<\/em>, Il Mulino, Bologna 2012.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-31620\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?resize=620%2C381\" sizes=\"(max-width: 620px) 100vw, 620px\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?w=1024 1024w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?resize=300%2C184 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?resize=768%2C472 768w\" alt=\"\" width=\"576\" height=\"354\" data-attachment-id=\"31620\" data-permalink=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=31620\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?fit=1024%2C629\" data-orig-size=\"1024,629\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"gbsjkpnqgmwygyny2tml\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?fit=300%2C184\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/gbsjkpnqgmwygyny2tml.png?fit=620%2C381\" \/><\/p>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#more-31622\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31622#more-31622<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Jacopo Di Nicola) &nbsp; Le rivelazioni di Christopher Wylie, il whistleblower di Cambridge Analytica, raccolte e pubblicate dall\u2019Observer e dal New York Times[1] hanno riaperto il dibattito sulla raccolta dati e il tracciamento online. Grazie ad un\u2019applicazione, thisisyourdigitallifeun semplice quiz sulla personalit\u00e0, utilizzata da 270 mila utenti di Facebook[2] la societ\u00e0 di comunicazione Cambridge Analytica \u00e8 riuscita a raccogliere i dati di circa 50 milioni di persone. 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