{"id":40253,"date":"2018-03-27T13:50:50","date_gmt":"2018-03-27T11:50:50","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40253"},"modified":"2018-03-27T13:50:50","modified_gmt":"2018-03-27T11:50:50","slug":"a-partire-da-limperialismo-globale-e-la-grande-crisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40253","title":{"rendered":"A partire da L\u2019imperialismo globale e la grande crisi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SINISTRA IN RETE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/sacre-napoleon-david.jpg\" alt=\"sacre napoleon david\" width=\"300\" height=\"256\" \/><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Premessa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Presentiamo all\u2019attenzione dei lettori di <em>Materialismo storico<\/em> un\u2019intervista a Ernesto Screpanti a proposito del suo libro <i>L\u2019imperialismo globale e la grande crisi <\/i>(1)<i>.<\/i> L\u2019autore ci offre una ricostruzione assai chiara, documentata ed esaustiva dell\u2019ormai classico concetto marxista di <em>imperialismo<\/em>, rilevandone al contempo l\u2019evoluzione sia nell\u2019ambito della storia mondiale contemporanea che in quello della teoria economico-politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Screpanti sostiene che oggi sia finalmente visibile a occhio nudo, anche sul piano meramente empirico, la predominanza di una forma di capitale essenzialmente multinazionale e liberoscambista, rispetto al capitale monopolistico, nazionale e mercantilista caratteristico del Novecento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un predominio questo che tuttavia non va considerato meramente come esito del processo storico di globalizzazione del capitalismo, ma anzi, come condizione trascendentale, se non addirittura proprio come condizione di esistenza del capitalismo stesso, in quanto processo tendenzialmente illimitato di accumulazione ovvero di riproduzione allargata, secondo la celebre definizione marxiana per cui il capitale produce essenzialmente capitale e lo fa nella misura in cui produce plusvalore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il riferimento teorico principale \u00e8 Marx, citato a pi\u00f9 riprese, laddove sostiene che il capitale tenderebbe inesorabilmente al cosmopolitismo della produzione, tramite l\u2019estensione del mercato mondiale per mano borghese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La nuova forma assunta da questo dominio capitalistico sull\u2019orbe terracqueo sarebbe appunto l\u2019attuale imperialismo globale, una sorta di processo di semplificazione, astrazione e omologazione universale del rapporto di produzione capitalistico, che andrebbe a modificare dalle fondamenta innanzitutto il rapporto fra Stato e Capitale, incrinando quella simbiosi che gli era stata sinora attribuita, almeno da parte marxista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo Stato rimane essenziale e insostituibile nel disciplinamento del lavoro salariato ovvero nella funzione di \u201cgendarme sociale\u201d per lo pi\u00f9 interno. L\u2019ordine mondiale, tuttavia, andrebbe incontro ad una <i>Sovereignless Global Governance <\/i>articolata in tre funzioni principali, incarnate ciascuna da Stati particolari: Sceriffo globale, Banchiere globale, Motore dello sviluppo. L\u2019esercizio di queste funzioni mette in campo da una parte la possibilit\u00e0 sempre aperta del conflitto internazionale e della guerra, dall\u2019altra lo svuotamento di sovranit\u00e0 dei singoli Stati a favore dell\u2019automatismo e dell\u2019inintenzionalit\u00e0 del mercato. \u2019irrompere della crisi si presenta infine come acceleratore non solo e non ta nto delle contraddizioni insite in questo processo globale in corso d\u2019attuazione, ma come vera e propria accelerazione dell\u2019asservimento degli Stati, dei popoli e delle classi subalterne ai cosiddetti \u201cmercati\u201d, in realt\u00e0 al capitale multinazionale [C.M.F.].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>* * * *<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>1. Se interpreto bene, Lei ci propone fin da subito una ripresa di Marx a partire dal celebre <i>Discorso sul libero scambio <\/i>insieme agli ultimi capitoli del primo libro del <i>Capitale<\/i>, sull\u2019accumulazione originaria e la teoria moderna della colonizzazione. Potremmo, secondo Lei, aggiungere a questi scritti l\u2019attivit\u00e0 giornalistica di Marx sulle pagine della \u201cNew York Daily Tribune\u201d a proposito dell\u2019India e della Cina? In ogni caso, Lei ritiene che se d\u2019imperialismo oggi occorre parlare, dal punto di vista teorico, dobbiamo rintracciarlo gi\u00e0 a quell\u2019altezza, senza nulla o poco concedere alle diverse teorie sull\u2019imperialismo che lo hanno poi seguito? Ci pu\u00f2 chiarire meglio questo punto?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nelle opere che lei cita, inclusi quegli scritti giornalistici, a cui aggiungerei alcuni illuminanti passi del <i>Manifesto<\/i>, Marx esibisce una lungimiranza fuori dal comune. La visione di un processo di accumulazione capitalistica che si dispiega sin dalle origini sulla scala del \u201cmercato mondiale\u201d prefigura proprio il tipo di imperialismo globale che si sta affermando oggigiorno. Rispetto a questa visione, le teorie dell\u2019imperialismo novecentesche di Hobson, Kautsky, Lenin, Luxemburg, Bucharin, costituiscono quasi un regresso teorico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Certamente un regresso giustificato storicamente, perch\u00e9 il capitalismo dell\u2019era colonialista si configur\u00f2 effettivamente in quella maniera (impero nazionale, tendenza al monopolio, protezionismo, capitalismo di Stato etc.). Oggi con il senno di poi possiamo dire che quel tipo di imperialismo non era la \u201cfase suprema del capitalismo\u201d, bens\u00ec solo una fase transitoria. Alcuni di quei teorici, ma soprattutto Hilferding, avendo osservato una tendenza all\u2019espansione degli investimenti diretti esteri, avevano intuito la possibilit\u00e0 di una trasformazione nella direzione della globalizzazione. Per\u00f2 bisogner\u00e0 aspettare la fondazione del Organizzazione Mondiale del Commercio (1996) e l\u2019esplosione del movimento<em> No Global<\/em> per averne una chiara visione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>2. Lei parla di imperialismo globale dei mercati o meglio di sistema di dominio delle imprese multinazionali \u2013 affiancate dalle istituzioni di governance che esse stesse hanno contribuito a produrre (FMI, BM, OMC) \u2013 in termini che ricordano il funzionamento inintenzionale del mondo della ricchezza di stampo smithiano. Vorrei capire se effettivamente \u00e8 questa la visione che Lei intende restituire dell\u2019economia capitalistica. Se cos\u00ec fosse, sarebbe da una parte assai interessante rintracciare una persistenza di Adam Smith in Karl Marx; d\u2019altra parte ci\u00f2 sottrarrebbe alla politica (degli Stati, delle classi, di popoli) capacit\u00e0 autonoma di intervenire significativamente nei processi reali, oltre che capacit\u00e0 esplicativa degli stessi.<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non si pu\u00f2 parlare olisticamente del Capitale come totalit\u00e0 che persegue un fine o un piano pi\u00f9 o meno immanente nel decorso storico. I processi reali sono sempre il risultato di azioni di agenti concreti. Tuttavia spesso accade che l\u2019interazione di molti soggetti produce conseguenze che vanno oltre le intenzioni. Le crisi, per esempio, nessuno le vuole, ma in certi momenti tutti operano in modo tale da farle scoppiare. I soggetti dominanti del processo di accumulazione capitalistica contemporaneo sono le imprese multinazionali. Le pi\u00f9 importanti sono delle enormi organizzazioni che cercano di controllare i mercati e condizionare gli Stati. I mercati moderni non sono di concorrenza perfetta, come ipotizzava Adam Smith, bens\u00ec di concorrenza oligopolistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La concorrenza \u00e8 spietata, ma non passa prevalentemente per la riduzione dei prezzi delle merci. Passa per l\u2019innovazione tecnologica, l\u2019imitazione, il marketing, la pubblicit\u00e0, le strategie oligopolistiche, le fusioni e le acquisizioni. E porta a una crescita costante delle dimensioni d\u2019impresa. Per\u00f2, contrariamente a quanto si sarebbe portati a credere sulla scorta di Kautsky, tale processo di aumento delle dimensioni d\u2019impresa non genera una tendenza alla creazione di un unico trust globale. E ci\u00f2 perch\u00e9 nascono continuamente nuove imprese multinazionali. Nel 1976 ne esistevano 11.000 con 86.200 affiliate estere. Nel 2015 erano diventate 320.000 con 1.116.000 affiliate estere (dati UNCTAD). Resta comunque valida l\u2019intuizione di Smith riguardo al ruolo della competizione come regolatore fondamentale del processo d\u2019accumulazione. E Marx in ci\u00f2 \u00e8 pienamente smithiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I mercati regolano il processo ma sono le imprese che lo determinano. I manager delle imprese sono dei soggetti, i mercati no.\u00a0Per questo \u00e8 pi\u00f9 corretto parlare di \u201cimperialismo globale delle multinazionali\u201d invece che di \u201cglobalizzazione dei mercati\u201d. Di fronte allo strapotere delle multinazionali e alla sua crescita, gli Stati e la politica perdono terreno? Si e no. Certamente i \u201cpiccoli\u201d Stati, e penso a nazioni come il Giappone, il Brasile, la Corea del Sud, perdono autonomia politica, nel senso che i loro governi non sono in grado di attuare politiche economiche in controtendenza rispetto al ritmo dell\u2019accumulazione globale e in contrasto con gli interessi delle multinazionali. Si pensi al Giappone, che ha cercato di tirarsi fuori dal suo \u201cventennio perduto\u201d con l\u2019abenomics (politiche espansive keynesiane protette dalla svalutazione dello Yen), ma non ci \u00e8 riuscito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da 2009 al 2015, un\u2019epoca di rallentamento globale della crescita, l\u2019economia giapponese, nonostante l\u2019abenomics, si \u00e8 sviluppata leggermente pi\u00f9 di quanto faceva nei venti anni precedenti, ma non pi\u00f9 di quanto permetteva il mercato mondiale: il suo PIL \u00e8 cresciuto in media intorno all\u20191% l\u2019anno. Negli ultimi due anni, addirittura \u00e8 cresciuto a un saggio compreso tra lo 0 e lo 0,5%. Nel mondo globalizzato di oggi i governi riescono a ottenere sviluppo solo se si subordinano agli interessi del capitale multinazionale (praticando il dumping fiscale, sociale, ambientale). Tuttavia tale perdita di autonomia politica coinvolge solo in misura limitata i grandi Stati, cio\u00e8 Stati Uniti, Cina, Russia, Germania (con l\u2019appendice UE). E ci\u00f2 per il semplice motivo che le grandi dimensioni dei mercati interni consentono in una certa misura di attuare politiche espansive autonome accompagnandole con il protezionismo e\/o la svalutazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>3. Se la tesi fondamentale che Lei intende sostenere \u00e8 che il capitale necessita del libero scambio (e della sua legittimazione scientifica), come spiega l\u2019aumento delle misure protezionistiche, tariffarie e non, proprio negli anni della \u201ccrisi\u201d? Un errore teorico? Una resistenza dello Stato al processo di globalizzazione? Una concausa della crisi? O cos\u2019altro?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le imprese multinazionali vogliono il libero scambio perch\u00e9 gli permette di accumulare su scala mondiale. Ma pi\u00f9 che a causa del libero movimento delle merci, che pure \u00e8 importante, la globalizzazione contemporanea \u00e8 esplosa in seguito all\u2019abbattimento delle barriere al libero movimento dei capitali. Gli investimenti diretti esteri sono le cannoniere del moderno imperialismo. Sono ci\u00f2 che consente alle imprese nazionali di diventare multinazionali, e al pesce grosso di un paese di mangiarsi i pesci piccoli di altri paesi. Dopo la crisi scoppiata nel 2008 molti governi hanno cercato di risollevare le sorti delle economie nazionali ricorrendo a vari tipi di misure protezionistiche e svalutazioni competitive. L\u2019intento era di far trainare lo sviluppo dalle esportazioni e di sostituire parte dei beni importati con produzioni nazionali. Questo tipo di politica funziona se la persegue un paese solo e gli altri stanno a guardare. Ma se cos\u00ec fan tutti, si verifica un processo di eterogenesi dei fini che disillude quasi tutti. Se ogni paese riduce la crescita delle importazioni, la crescita della somma delle esportazioni globali diminuisce e quindi quasi tutti vedono ridursi la crescita delle proprie esportazioni, con il risultato che le politiche mercantiliste ottengono l\u2019effetto opposto a quello desiderato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una parziale eccezione a questa regola \u00e8 costituita dal paese pi\u00f9 protezionista del mondo, gli Stati Uniti. Date le grandi dimensioni del mercato interno e la bassa dipendenza dal commercio estero, i governi di questo paese sono riusciti a usare il protezionismo (gi\u00e0 da prima di Trump) per difendere le politiche fiscali e monetarie espansive in forza delle quali sono cresciuti un po\u2019 pi\u00f9 degli altri paesi capitalistici avanzati. Per il mondo nel suo complesso, tuttavia, la crisi si \u00e8 trasformata in un rallentamento di lungo respiro proprio a causa della diffusione delle politiche protezioniste. La lezione che ne traiamo \u00e8 che i \u201cmercati\u201d sono un controllore efficace delle politiche dei governi in quanto sono un regolatore inefficiente dell\u2019accumulazione del capitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo caso hanno generato crisi e rallentamenti della crescita, ma cos\u00ec, senza che nessuno lo avesse programmato, hanno punito le politiche di quasi tutti quei governi che credevano di poter usare il mercantilismo per andare in controtendenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>4. Lei sostiene che gli Stati nazionali siano attori secondari del processo di globalizzazione ancora in fieri. A fronte di ci\u00f2, come rendere compatibile questa tesi con l\u2019evidenza per la quale il debito pubblico in tutti i Paesi OCSE \u00e8 in continuo aumento? Non ritiene che si tratti \u2013 come per Marx \u2013 di un dispositivo essenziale per garantire la riproduzione capitalistica attraverso l\u2019ampliamento dei mercati di sbocco e, al tempo stesso, generare un assetto distributivo vantaggioso per l\u2019\u201daristocrazia finanziaria\u201d? In altri termini: non ritiene che lo Stato nazionale continui a svolgere una funzione essenziale proprio per l\u2019accumulazione?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oggigiorno la tendenza all\u2019aumento dei debiti pubblici \u00e8 determinata fondamentalmente da due fattori. Il primo \u00e8 che i governi cercano di attrarre investimenti diretti esteri praticando il dumping sociale e fiscale: riducono il costo del lavoro e le tasse delle imprese. Ci\u00f2 porta a una riduzione delle entrate fiscali, solo in parte compensata dall\u2019aumento delle imposte indirette. Sostanzialmente il governo opera per ridistribuire il carico fiscale dalle imprese ai consumatori e dai ricchi ai poveri. Sono politiche al servizio del capitale. I dirigenti politici le fanno non perch\u00e9 sono perversi o stupidi, ma perch\u00e9 sono costretti dal mercato globale: in caso contrario perderebbero investimenti diretti esteri e\/o indurrebbero delocalizzazioni delle produzioni nazionali. Il secondo fattore \u00e8 che i governi non possono ridurre troppo la spesa pubblica o aumentare troppo le tasse indirette perch\u00e9 altrimenti produrrebbero effetti recessivi. In alcuni casi c\u2019\u00e8 un terzo fattore: i governi cercano di salvare le banche e le grandi imprese industriali dai fallimenti causati dalla crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 dire che la crescita dei debiti pubblici produce un vantaggio per \u201cl\u2019aristocrazia finanziaria\u201d? S\u00ec, e in due sensi: da una parte i manager delle grandi banche possono speculare senza grossi rischi perch\u00e9 i governi sono quasi sempre pronti a salvarli, dall\u2019altra i titoli del debito pubblico costituiscono un\u2019enorme massa di \u201ccapitale fittizio\u201d con cui redistribuire reddito dalle tasche dei contribuenti a quelle dei capitalisti e, nei momenti di crisi, per scatenare la speculazione al ribasso con la quale le imprese finanziarie, le banche, gli hedge funds ecc. espropriano i piccoli risparmiatori. E che dire della tesi secondo cui lo Stato nazionale svolge una qualche funzione di sostegno all\u2019accumulazione con la gestione del debito pubblico? In alcuni casi accade che i governi mettono in atto politiche fiscali espansive per sostenere l\u2019accumulazione, e tali politiche fanno aumentare il deficit e il debito pubblico. \u00c8 ci\u00f2 che \u00e8 accaduto in Giappone, dove il rapporto debito\/PIL \u00e8 passato dal 191,8% nel 2008 al 250,4% nel 2016; negli Usa, dove \u00e8 passato dal 62,5% al 106,1%; in Cina dove \u00e8 passato dal 27% al 46,2%. Tuttavia gli effetti che queste politiche hanno avuto sulla crescita del PIL nazionale sono stati deboli e quelli che hanno avuto sulla crescita del PIL globale sono stati irrilevanti. Cinquant\u2019anni fa una politica del genere negli Stati Uniti avrebbe determinato un boom della crescita globale. Oggi nessuno dei tre paesi riesce pi\u00f9 a svolgere da solo la funzione di motore dell\u2019accumulazione globale, e non ci riescono neanche tutti e tre insieme finch\u00e9 la Germania continua a remare contro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>5. Lei parla a proposito della teoria economica dominante (cosiddetto neoliberismo) di \u201cdisciplina ideologica\u201d e di \u201cmercati delle coscienze\u201d. Considera quindi che tale disciplina non sia scienza (neppure nell\u2019accezione di scienza sociale), ma che sia unicamente la legittimazione accademica degli interessi delle classi dominanti? Ovvero, Lei non ritiene che vi sia la possibilit\u00e0, anche remota, di avere una visione scientifica del mondo economico contemporaneo?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nelle discipline sociali la scienza non va mai scissa dall\u2019ideologia. La comprensione e la spiegazione della realt\u00e0 sociale \u00e8 sempre una interpretazione e questa tende a esprimere un \u201cpunto di vista\u201d. Alcuni punti di vista consentono di capire certe cose meglio di altri. Per Marx \u00e8 il punto di vista operaio che gli permette di capire quello che Smith e Ricardo non avevano potuto capire partendo da un punto di vista borghese. Ci\u00f2 non toglie che i due economisti liberali inglesi siano stati dei grandi scienziati. Marx stesso gli tribut\u00f2 quasi il tributo di un allievo. Keynes era imbevuto di ideologia liberale, e ha iniziato un rivoluzione scientifica che ci ha fatto capire alcune cose che gli economisti marxisti non erano riusciti a capire bene prima di lui. Perfino un cane morto come von Hayek, padre dell\u2019ultraliberismo contemporaneo, ha acquisito una conoscenza (la funzione informativa dei mercati) da cui i marxisti possono trarre lumi. Ovviamente l\u2019ideologia svolge un ruolo importante nei processi di costruzione dell\u2019egemonia politica e di disciplinamento delle forze sociali. Ed \u00e8 anche vero che spesso tale egemonia \u00e8 costruita su delle falsificazioni della realt\u00e0, delle vere proprie menzogne teoretiche. Solitamente queste menzogne passano per la dimostrazione di teoremi che sono formalmente rigorosi, ma che sono basati su assiomi irrealistici o assurdi. Siccome gli assiomi non possono essere dimostrati, alla fine tutto si riduce a un atto di fede. Oggi ad esempio molti credono che una forte espansione dell\u2019offerta di moneta causa inflazione. Pochi sanno che la teoria monetarista ha dimostrato questa proposizione sotto le ipotesi che ci sia sempre piena occupazione e concorrenza perfetta, due ipotesi ridicole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In sintesi, le proposizioni avanzate nelle scienze sociali sono sempre impregnate di ideologia e quasi sempre mescolano verit\u00e0 e menzogna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche le teorie critiche funzionano cos\u00ec. Basti pensare a quante castronerie vengono scritte ancora oggi da certi marxisti pi\u00f9 o meno ortodossi sulla teoria del valore-lavoro, per dirne una. Ci\u00f2 implica che siamo incapaci di costruire una comprensione scientifica della realt\u00e0? No. L\u2019economia \u00e8 una scienza che riesce a stabilire conoscenze effettive, pur attraverso visioni di parte. E le conoscenze acquisite entro un certo paradigma ideologico possono poi essere rielaborate e usate anche da scienziati che adottano paradigmi alternativi. Marx l\u2019aveva fatto con le teorie di Smith e Ricardo. Noi possiamo farlo con le teorie di Keynes, Schumpeter, Stiglitz, Ostrom e altri. Dobbiamo per\u00f2 essere sempre molto cauti nell\u2019avanzare proposizioni esplicative, sempre consapevoli che la nostra visione \u00e8 influenzata in modo determinane dal punto di vista, e sempre pronti a modificare le nostre opinioni sulla base dell\u2019esperienza e della critica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>6. Nel testo Lei dedica una lunga e articolata riflessione alla povert\u00e0 (misurata in termini relativi e\/o assoluti; contestualizzata nel tempo storico nonch\u00e9 nello spazio geopolitico; non immediatamente coincidente con la classe operaia), che mette in luce la complessit\u00e0 di tale concetto. Tuttavia, mi pare che poi, soprattutto nel finale, attribuisca al processo di globalizzazione una sorta di propriet\u00e0 di semplificazione del rapporto diseguale fra le classi, tale per cui si prospetterebbe in tendenza una radicalizzazione della contraddizione capitale\/lavoro; una radicale dicotomia ricchezza\/povert\u00e0; una generale proletarizzazione delle classi subalterne sia del Centro che della Periferia e che, a suo dire, implicherebbe una incontenibile carica sovversiva da parte di queste ultime, in grado addirittura di rovesciare <\/b> <b>lo stato di cose presente. <\/b> <b>Non Le sembra da una parte riduttivo e dall\u2019altra utopistico affidare le sorti del sistema-mondo alla lotta di classe cos\u00ec configurata?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 riduttivo come lo sono tutte le astrazioni teoriche. Con le astrazioni si perdono i dettagli, ma si va al nocciolo delle questioni. Ora, io credo che la globalizzazione contemporanea abbia determinato i seguenti processi sociali: 1) un aumento della povert\u00e0 relativa in tutto il mondo e di quella assoluta in molti paesi avanzati; 2) un aumento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e delle ricchezze; 3) una tendenza alla riduzione della quota salari sul reddito nazionale; 4) un impoverimento dei ceti medi con proletarizzazione della piccola borghesia. Il nocciolo di questi fenomeni \u00e8 colto dalla tesi secondo cui \u00e8 in atto un processo di polarizzazione sociale, con una ristretta classe di capitalisti che si arricchisce sempre pi\u00f9 e una classe proletaria che si espande sempre pi\u00f9 e sempre pi\u00f9 si omogeneizza globalmente. Si omogeneizza con un processo di tendenziale impoverimento relativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sembra che la legge marxiana dell\u2019impoverimento crescente si stia realizzando con la globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 utopistico pensare che \u00e8 nelle classi oggi perdenti che dobbiamo riporre le nostre speranze? Che solo una rivoluzione proletaria globale (ovviamente articolata in tempi e modi diversi nei diversi ambiti nazionali) pu\u00f2 innescare un processo capace di rovesciare la globalizzazione dello sfruttamento capitalistico in una globalizzazione socialista della libert\u00e0? Certamente s\u00ec, se guardiamo allo stato attuale della mobilitazione politica delle classi subalterne. Ma non si dimentichi che le grandi insurrezioni internazionali spesso si verificano all\u2019improvviso, quando nessuno se le aspetta. Nel 1916 non veniva considerata utopistica le teoria leniniana della trasformazione della guerra in rivoluzione? E nel 1966, quando si teorizzava la fine della classe operaia, chi avrebbe scommesso su esplosioni come il 68 e l\u2019autunno caldo?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>7. A proposito dell\u2019Unione Monetaria Europea, nel libro si fa riferimento a uno \u201cschema Germania\u201d basato sul combinato di politiche fiscali restrittive e politiche monetarie restrittive. Cosa pensa della svolta della BCE in merito all\u2019adozione di politiche monetarie non convenzionali, quali sono state le sue motivazioni e quali le possibili conseguenze? Inoltre, non ritiene che, come ha osservato George Soros, in fondo la Germania trarrebbe molti benefici dalla implosione dell\u2019Unione, se non altro per la sua capacit\u00e0 di accrescere le proprie <\/b> <b>esportazioni anche al di fuori dell\u2019eurozona?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Victrix causa deis placuit<\/i>. Gli dei hanno voluto aiutare il vincitore. Proprio quando in Eurolandia stava per esplodere una crisi che avrebbe portato al suo disfacimento, gli dei hanno ispirato Mario Draghi. Questi ha capito cosa si doveva fare per salvare l\u2019UEM e l\u2019ha fatto. Ha messo in atto politiche monetarie espansive con cui: 1) ha abbassato i tassi d\u2019interesse; 2) ha ridotto drasticamente gli spread; 3) ha rifornito le banche di liquidit\u00e0; 4) ha tagliato l\u2019onere del servizio dei debiti pubblici: 5) ha monetizzato parte dei debiti pubblici; 6) ha determinato una svalutazione dell\u2019euro. In sostanza ha creato le condizioni per uscire da quella crisi e avviare la ripresa attualmente in corso. La ripresa tuttavia \u00e8 ancora modesta perch\u00e9 le politiche fiscali europee, condizionate da quelle tedesche, non sono sufficientemente espansive. Se il governo tedesco facesse una politica fiscale fortemente espansiva riuscirebbe a svolgere la funzione di motore dell\u2019accumulazione globale (insieme a Usa e Cina) e a spingere l\u2019economia mondiale verso una sostenuta ripresa. Ma non lo fa. Perch\u00e9? Perch\u00e9 la <i>Bundesverband der Deutschen Industrie<\/i> ritiene che una moderata crescita trainata da un enorme surplus commerciale \u00e8 sufficiente per sostenere l\u2019accumulazione del capitale senza scatenare tensioni nei rapporti di forza tra le classi, cio\u00e8 senza rafforzare la classe operaia con l\u2019avvicinamento alla piena occupazione. Cos\u00ec gli aumenti salariali sono tenuti sotto controllo e, insieme a una rilevante crescita della produttivit\u00e0, sono usati per sostenere uno strisciante deprezzamento reale che serve a mantenere la competitivit\u00e0 dell\u2019industria tedesca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo tipo di politica, mentre alimenta una sorta di imperialismo neomercantilista tedesco in Europa, serve anche gli interessi di tutto il capitale europeo: imponendo una bassa crescita del PIL a tutta l\u2019Unione, contribuisce a mantenere basso il costo del lavoro. Si capisce che n\u00e9 la FCA n\u00e9 la Daimler hanno interesse a una rottura della UE. A ragionare invece in termini di classi operaie nazionali, quali avrebbero interesse a una rottura? Certamente le classi operaie dell\u2019Italia, della Francia, della Spagna, della Grecia ecc. Ma il capitale tedesco che interesse avrebbe? Assolutamente nessuno. Dentro l\u2019UE gode di un Marco sottovalutato (tale \u00e8 l\u2019Euro) che aiuta ad alimentare il surplus commerciale tedesco. Se l\u2019UE si disgregasse, il Marco si rivaluterebbe e la Germania perderebbe competitivit\u00e0 in Europa e nel mondo. Se le autorit\u00e0 monetarie tedesche operassero per impedire una rivalutazione del Marco, quelle americane, italiane, francesi e spagnole potrebbero operare per una svalutazione delle loro monete. Penso che le classi subalterne del Sud Europa abbiano oggi un interesse di fondo alla rottura dell\u2019UE e che le forze di sinistra dovrebbero lottare per l\u2019Italexit, la Frexit, la Spexit ecc. L\u2019Unione Europea \u00e8 il risultato di una vittoria del capitale nella lotta di classe continentale e, allo stesso tempo, \u00e8 un potente strumento per la continuazione di questa lotta. Dunque, battersi per la disgregazione dell\u2019Unione deve essere visto come parte di una strategia di riscossa del proletariato mirante a una rivoluzione proletaria, se non mondiale, almeno europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>8. Lei argomenta, nel libro, che l\u2019obiettivo della Cina (peraltro dichiarato) sarebbe quello di sostituire il dollaro, come strumento di riserva internazionale, con una valuta emessa dal FMI e basata su un mix di monete nel quale il peso dello Yuan sarebbe relativamente elevato. Considera questa prospettiva realistica? Pi\u00f9 in generale, ritiene che l\u2019egemonia USA sia oggi seriamente messa in discussione da un \u201cnuovo imperialismo\u201d cinese? Saremmo di fronte a uno scenario interimperialistico o a qualcosa di totalmente inedito? In che misura tutto ci\u00f2 confermerebbe la sua lettura dell\u2019imperialismo globale?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Al momento la proposta cinese non sembra realistica. Gli Stati Uniti lotteranno fino all\u2019ultimo sangue per mantenere il Dollar Standard e per evitare la de-dollarizzazione degli scambi internazionali. L\u2019unica seria minaccia proviene dall\u2019Euro. Attualmente circa il 64% delle riserve ufficiali mondiali sono in Dollari, il 19% in Euro, l\u20191% in Yuan. Se la moneta europea, che attualmente si sta rivalutando rispetto al Dollaro, si dovesse stabilizzare e se anche la ripresa della crescita nell\u2019UE si stabilizzasse, la percentuale dell\u2019Euro aumenterebbe e quella del Dollaro diminuirebbe, e si potrebbe andare verso un Dollar-Euro Standard. Se invece scoppiasse un\u2019altra crisi in America e\/o in Europa, allora la proposta cinese potrebbe tornare ad essere credibile. Potrebbero prospettarsi anche altre possibilit\u00e0, ad esempio un ritorno al gold exchange standard, che sarebbe gradito ai paesi produttori di petrolio e forse alla stessa Cina (che ha recentemente accumulato enormi riserve auree). Ma \u00e8 presto per fare previsioni in questa materia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019egemonia globale americana \u00e8 oggi ancora forte nel campo della ricerca tecnologica e ovviamente in campo militare, mentre il PIL americano (18.569 miliardi di Dollari a dicembre 2916) resta il primo al mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Cina sta facendo passi da gigante in tutti e tre i campi, ma ancora non ha superato gli Stati Uniti (a quella data il suo PIL era pari a 11.119 miliardi di dollari). Viviamo in un periodo di acutizzazione di contrasti vetero-interimperiali, anche per colpa delle politiche mercantiliste messe in atto dopo la crisi. L\u2019affermazione dell\u2019imperialismo globale delle multinazionali non ha portato al superamento dei conflitti tra grandi Stati. Persiste un forte residuo delle vecchie ambizioni geopolitiche, e una sorta di (limitata) autonomia del politico che spinge le classi dirigenti americane, tedesche, cinesi e russe a guerreggiare (per interposto Stato) in modo pi\u00f9 o meno permanente. Ma anche qui si verifica una sorta di eterogenesi dei fini che fa s\u00ec che le classi politiche, spesso senza volerlo, lavorino per gli interessi del grande capitale multinazionale. Ad esempio, se gli Stati Uniti riuscissero ad asfaltare la Corea del Nord, potrebbero vantare un successo imperiale americano contro uno \u201cStato canaglia\u201d e otterrebbero un rafforzamento del loro controllo dell\u2019estremo oriente. Ma alla fine tutto il capitale multinazionale (anche quello giapponese, quello russo e quello europeo) si avvantaggerebbe dell\u2019apertura del nuovo mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><b>9. Infine, sul piano teorico, Lei come considera la proposta di Wray e di altri esponenti della Modern Monetay Theory di accrescere l\u2019occupazione, fino ad arrivare al pieno impiego, permettendo allo Stato di svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza, attraverso la completa monetizzazione della spesa pubblica?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La <i>Modern Monetay Theory<\/i> non \u00e9 altro che la vecchia teoria monetaria post-keynesiana trasformata in programma politico. Politiche monetarie espansive accompagnate da politiche fiscali espansive, se adottate in un paese abbastanza grande (come gli USA) possono riuscire a rilanciare la piena occupazione e lo sviluppo economico nazionale, se adottate anche da altri grandi paesi possono rilanciare lo sviluppo su scala mondiale. Se i principali governi del G8 decidessero di avviare una\u00a0politica di forte espansione della spesa pubblica e dell\u2019offerta di moneta, il tasso di crescita del PIL globale potrebbe fare un salto senza precedenti. Il grande capitale multinazionale potrebbe anche gradire un tale cambiamento di regime d\u2019accumulazione se fosse accompagnato da un patto sociale capace di moderare le rivendicazioni operaie. Il problema \u00e8 proprio questo. Con un\u2019economia globale che si avviasse verso la piena occupazione, i lavoratori non sarebbero pi\u00f9 tenuti a freno dalla paura di perdere il posto di lavoro. E le lotte sociali potrebbero ripartire, stavolta su scala globale.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/estero\/11937-ernesto-screpanti-a-partire-da-l-imperialismo-globale-e-la-grande-crisi.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/estero\/11937-ernesto-screpanti-a-partire-da-l-imperialismo-globale-e-la-grande-crisi.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE Premessa Presentiamo all\u2019attenzione dei lettori di Materialismo storico un\u2019intervista a Ernesto Screpanti a proposito del suo libro L\u2019imperialismo globale e la grande crisi (1). L\u2019autore ci offre una ricostruzione assai chiara, documentata ed esaustiva dell\u2019ormai classico concetto marxista di imperialismo, rilevandone al contempo l\u2019evoluzione sia nell\u2019ambito della storia mondiale contemporanea che in quello della teoria economico-politica. Screpanti sostiene che oggi sia finalmente visibile a occhio nudo, anche sul piano meramente empirico,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":85,"featured_media":37140,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/12\/sinistra-vita-star-trek-grande-rosso.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-atf","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40253"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/85"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=40253"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40253\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":40254,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40253\/revisions\/40254"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37140"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=40253"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=40253"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=40253"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}