{"id":40270,"date":"2018-03-31T08:00:24","date_gmt":"2018-03-31T06:00:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40270"},"modified":"2018-03-31T08:46:12","modified_gmt":"2018-03-31T06:46:12","slug":"le-teorie-sbagliate-della-classe-disagiata-una-critica-economica-al-libro-di-raffaele-alberto-ventura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40270","title":{"rendered":"Le teorie (sbagliate) della classe disagiata: una critica economica al libro di Raffaele Alberto Ventura"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE (Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-img\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-ideapark-big-thumb size-ideapark-big-thumb wp-post-image\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-1140x641.jpg\" sizes=\"(max-width: 1140px) 100vw, 1140px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-1140x641.jpg 1140w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-300x169.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-768x432.jpg 768w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-1024x576.jpg 1024w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV-390x219.jpg 390w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/DJbGvzgW4AAomqV.jpg 1200w\" alt=\"\" width=\"1140\" height=\"641\" \/><\/div>\n<div class=\"post-content\">\n<div class=\"post-entry\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.minimumfax.com\/shop\/product\/teoria-della-classe-disagiata-2006\"><em>Teoria della classe disagiata<\/em><\/a> di Raffaele Alberto Ventura \u00e8 stato uno dei saggi pi\u00f9 discussi del 2017. La teoria del libro, in breve, \u00e8 la seguente: un\u2019intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare \u2013 o nella peggiore delle ipotesi mantenere \u2013 la propria posizione nella piramide sociale, oggi deve fare i conti col fatto che quella vita che gli era stata promessa \u00abnon esiste\u00bb. <strong>Per troppo tempo quella generazione, come le precedenti, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilit\u00e0, accumulando cos\u00ec un debito pubblico impressionante. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ma adesso i nodi sono venuti al pettine:<\/strong> i creditori bussano alla porta, costringendoci a fare i conti con l\u2019insostenibilit\u00e0 di un modello di crescita \u201cdrogato\u201d (in quanto, appunto, debito-centrico) e col fatto che le \u00a0\u00abcontraddizioni strutturali del sistema capitalista\u00bb \u2013 tra cui Ventura annovera la finanziarizzazione dell\u2019economia, la robotizzazione, la domanda stagnante, il debito pregresso e persino la caduta tendenziale del saggio di profitto \u2013 rendono vana qualunque speranza di uscire dalla crisi attuale con le ricette \u201ckeynesiane\u201d del passato. Ai \u201cproletari cognitivi\u201d di oggi (cui si rivolge <em>in primis<\/em> il libro di Ventura), dunque, non resta che rassegnarsi al proprio declassamento: disoccupazione, semi-occupazione, precariato, lavoro povero, ecc. sono l\u2019inevitabile prezzo da pagare per aver ostentato troppo a lungo \u00abuna ricchezza che non abbiamo\u00bb. Il senso del libro \u00e8 tutto racchiuso nella sua chiosa kafkiana: \u00abc\u2019\u00e8 molta speranza, ma nessuna per noi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lettura \u00e8 indubbiamente affascinante, soprattutto per le numerose citazioni letterarie \u2013 Kafka, Goldoni, Shakespeare, Moli\u00e8re, Goldoni, Cechov e molti altri \u2013 che Ventura porta a sostegno della propria tesi. Come recita la quarta di copertina, l\u2019obiettivo del testo di Ventura \u00e8 <strong>leggere l\u2019economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia<\/strong>. L\u2019intuizione \u00e8 per certi versi geniale: se accettiamo che la grande letteratura \u00e8 tale anche perch\u00e9 ci offre degli strumenti senza tempo per leggere la realt\u00e0, tanto nelle sue declinazioni psicologiche e spirituali quanto in quelle sociali e politiche, perch\u00e9 non usare la letteratura anche per leggere l\u2019economia? Questi \u201cesperimenti\u201d interdisciplinari, per\u00f2, si espongono sempre a un rischio: quello di usare la letteratura per confermare <em>ex post<\/em> le proprie idee su un certo tema, in questo caso l\u2019economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo \u00e8 precisamente l\u2019errore in cui incappa Ventura. Tutta la sua analisi, infatti, \u00e8 viziata da una serie di errori, incomprensioni e malintesi di fondo sui meccanismi dell\u2019economia che portano l\u2019autore a interpretare in maniera errata sia certi fenomeni storici (per esempio la crisi del keynesismo) che la crisi attuale. Sostanzialmente, come detto, Ventura ritiene che la crisi attuale sia il risultato \u2013 inevitabile \u2013 di alcune \u201ccontraddizioni storiche del capitalismo\u201d, e che dunque la condizione disagiata che oggi vivono milioni di persone in occidente e in particolar modo in Italia sia una condizione storicamente determinata \u2013 e quindi, appunto, inevitabile \u2013, contro il quale ha poco senso protestare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I problemi di questa analisi sono molteplici. Innanzitutto si tratta di <strong>una visione profondamente a(nti)-politica<\/strong>: l\u2019idea che, anche all\u2019interno del mondo capitalista (non \u00e8 chiaro se Ventura ritiene possibile un\u2019organizzazione post-capitalista della societ\u00e0), stante le \u201ccondizioni storiche\u201d attuali, possano esistere diverse forme di societ\u00e0, diversi modelli di produzione e di consumo, diversi rapporti tra classi, ecc. \u2013 in breve che possa esistere una <em>politica<\/em> diversa \u2013 \u00e8 semplicemente inconcepibile. Siamo sostanzialmente di fronte ad una forma di <strong>iper determinismo storico<\/strong> che finisce inevitabilmente per giustificare lo stato di cose esistenti: le cose sono quello che sono e non possono essere altrimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono numerose le obiezioni che si possono muovere a tale visione. La prima \u00e8 che essa non \u00e8 per nulla nuova. In qualunque epoca storica sono esistiti i Ventura di turno \u2013 tanto a destra quanto a sinistra \u2013 che hanno descritto (e spesso cercato di giustificare) le condizioni esistenti in quel dato momento storico come le uniche possibili e\/o il risultato di implacabili \u201cleggi storiche\u201d. Basti pensare agli anni trenta della grande depressione: anche allora non mancarono gli economisti e i commentatori \u2013 molti dei quali sono anche citati nel libro di Ventura (la teoria della \u201cstagnazione secolare\u201d pi\u00f9 volte citata da Ventura viene elaborata proprio in quegli anni) \u2013 che lessero quella crisi negli stessi termini in cui Ventura legge quella di oggi: la grande depressione, a seconda dei punti di vista, era descritta (a sinistra) come la conseguenza delle contraddizioni insanabili del capitalismo, risolvibili solo tramite una rivoluzione, o (a destra) come il giusto pegno da pagare per gli eccessi del passato. Parlando della crisi attuale, Ventura fa una sorta di crasi tra le due posizioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In linea con le suddette analisi, negli anni trenta (come oggi) <strong>l\u2019austerit\u00e0 venne vista da molti come l\u2019unico rimedio possibile;<\/strong> \u00e8 questa, infatti, la strada che seguiranno in quegli anni diverse economie europee (Germania <em>in primis<\/em>), con <a href=\"http:\/\/www.nber.org\/papers\/w24106\">le conseguenze drammatiche che conosciamo<\/a>. Per fortuna, per\u00f2, non tutti caddero in questa trappola: economisti come Micha\u0142 Kalecki e John Maynard Keynes e politici come Franklin Delano Roosevelt dimostrarono, nella teoria e nella prassi, che un\u2019altra risposta alla crisi era possibile. Come dichiar\u00f2 Roosevelt alla <em>convention<\/em> democratica del 2 luglio 1932: \u00abI nostri leader repubblicani ci parlano di leggi economiche \u2013 sacre, inviolabili, immutabili \u2013 che causano situazioni di panico che nessuno pu\u00f2 prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. <em>Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani<\/em>\u00bb. Roosevelt, col suo <em>New Deal<\/em>, dimostr\u00f2 che era possibile una via d\u2019uscita \u201cprogressiva\u201d dalla crisi, basata sull\u2019intervento statale tanto come volano di stimolo economico quanto come strumento di democratizzazione dell\u2019economia nonch\u00e9 di regolamentazione e limitazione della \u00ablibert\u00e0 dello speculatore, del manipolatore, del finanziere\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/sbilanciamoci.info\/rileggere-roosevelt-linerzia-della-crisi\/\">Con il <em>New Deal<\/em><\/a>, \u00abil contrasto alla disoccupazione di massa e alla miseria sociale, la regolazione dei salari e degli orari di lavoro, il sostegno del reddito in agricoltura, i diritti e i poteri dell\u2019organizzazione sindacale a livello aziendale e settoriale, la protezione sanitaria e previdenziale pubblica rientravano a pieno titolo nei parametri essenziali della politica economica del governo, al pari degli investimenti nelle infrastrutture materiali e culturali, della funzione regolata e allargata del credito, del disciplinamento della finanza, della politica monetaria e commerciale\u00bb. <strong>Qual \u00e8 la grande lezione del <em>New Deal<\/em>?<\/strong> Che la maggior parte delle crisi nel capitalismo ha origini finanziarie \u2013 la dinamica classica \u00e8 quella di una bolla speculativa che a un certo punto scoppia, privando l\u2019economia di una delle sue risorse principali: la moneta \u2013 e dunque pu\u00f2 essere risolta, anche abbastanza rapidamente, attraverso la mobilitazione di risorse finanziarie pubbliche, per loro natura inesauribili (su questo punto torner\u00f2 pi\u00f9 avanti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli anni trenta, insomma, due regioni con modelli economici relativamente omogenei e colpite dalla medesima crisi \u2013 Europa e Stati Uniti \u2013 hanno risposto alla grande depressione secondo modalit\u00e0 radicalmente diverse e con esiti diametralmente opposti: l\u2019Europa con l\u2019austerit\u00e0 (che <a href=\"http:\/\/www.nber.org\/papers\/w24106\">contribuir\u00e0 all\u2019ascesa dei totalitarismi<\/a>), gli Stati Uniti con la democrazia economica. Eppure i due continenti non vivevano entrambi le medesime \u201ccontraddizione storiche del capitalismo\u201d? La storia degli anni trenta dimostra chiaramente che, al netto di certe condizioni date, \u00e8 sempre la politica a determinare il corso della storia; di predeterminato c\u2019\u00e8 ben poco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi ci troviamo in <strong>una situazione molto simile a quella degli anni trenta<\/strong>: lo scoppio di una bolla finanziaria (molto simile a quella del \u201929) ha provocato una crisi dell\u2019economia reale a cui \u2013 esattamente come negli trenta \u2013 si \u00e8 scelto di rispondere in maniera prociclica: cio\u00e8 con l\u2019austerit\u00e0. Ma oggi come ieri questo \u00e8 <strong>il risultato di scelte politiche precise<\/strong> (il fatto che alcune di queste scelte, come quella di aderire all\u2019unione monetaria, anticipino la crisi finanziaria non cambia la natura delle cose). E lo dimostrano, banalmente, le enormi divergenze che esistono anche all\u2019interno del mondo cosiddetto sviluppato: vi sono paesi dove, al netto di problemi sociali non trascurabili (lavoro povero e di scarsa qualit\u00e0, scarsa mobilit\u00e0 sociale, ecc.), la disoccupazione \u00e8 estremamente bassa (basti pensare al Giappone, all\u2019Australia, agli stessi Stati Uniti, ma anche \u2013 per quello che riguarda l\u2019Europa \u2013 alla Germania, alla Repubblica Ceca, al Regno Unito, all\u2019Olanda, ecc.) e paesi con tassi di disoccupazione che si possono tranquillamente definire \u201cdi massa\u201d (la Grecia, ovviamente, dove il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 21%, il pi\u00f9 alto da sessant\u2019anni a questa parte; ma anche la Spagna (17%), l\u2019Italia (11%), la Francia (9%), ecc.).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-1629 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1.jpg\" sizes=\"(max-width: 701px) 100vw, 701px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1.jpg 878w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1-300x187.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1-768x478.jpg 768w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura1-390x243.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"701\" height=\"437\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E lo stesso vale per la disoccupazione tra i laureati, una categoria a cui Ventura dedica ampio spazio nel libro: anche qua si va da 20% della Grecia, all\u20198% dell\u2019Italia, al 2% della Germania e della Norvegia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-1630 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2.jpg\" sizes=\"(max-width: 694px) 100vw, 694px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2.jpg 960w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2-300x214.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2-768x547.jpg 768w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura2-390x278.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"694\" height=\"495\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi paesi non fanno forse parte dello stesso mondo capitalistico? Non vivono forse le stesse \u201ccontraddizioni insanabili\u201d? E allora come si spiegano queste divergenze? O dovremmo credere che tali contraddizioni strutturali riguardano solo certi paesi, tra cui il nostro? In tal caso, Ventura sarebbe in buona compagnia: gli economisti della Commissione europea la pensano esattamente cos\u00ec, tanto che hanno inventato un parametro \u2013 quella della disoccupazione strutturale o naturale \u2013 secondo cui in qualunque paese in un dato momento esiste un tasso di disoccupazione \u201cnaturale\u201d che dipende proprio dalle condizioni \u201cstrutturali\u201d di quel paese, che per loro natura non sono modificabili per mezzo di un diverso orientamento delle politiche economiche (il caso vuole che il tasso di disoccupazione naturale sia sempre molto vicino a quello della disoccupazione effettiva; per una critica teorica di questa impostazione si veda <a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2014\/10\/29\/limbroglio-della-disoccupazione-di-equilibrio\/\">qui<\/a>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quel che riguarda l\u2019Italia, la posizione di Ventura \u00e8 quella condivisa \u2013 ahinoi \u2013 da ampi strati della popolazione: la crisi profondissima in cui versa il nostro paese non dipende dal regime economico-istituzionale vigente, dall\u2019appartenenza dell\u2019Italia all\u2019unione monetaria europea, dalle politiche fiscali ed economiche perseguite in questi anni, ecc., \u2013 insomma, non dipende dalla politica e dunque non pu\u00f2 essere risolta da quest\u2019ultima, per esempio attraverso l\u2019adozione di un regime economico-istituzionale diverso da quello vigente \u2013 ma dipende (i) da limiti immanenti, \u201cstrutturali\u201d, forse addirittura antropologici, che per loro stessa natura non offrono soluzione, nonch\u00e9 (ii) dai peccati che abbiamo commesso in passato, <em>in primis<\/em>l\u2019accumulo di un enorme debito pubblico, causato dall\u2019aver vissuto per lunghi anni \u201cal di sopra delle nostre possibilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Analizziamo il primo punto: se veramente i problemi dell\u2019Italia affondassero le loro radici nella struttura stessa della nostra economia (se non addirittura della nostra psiche), allora non si capisce, per\u00f2, come l\u2019Italia abbia potuto godere di una stagione di straordinario sviluppo durato fino alla fine degli anni ottanta. Fino a quel momento e per oltre trent\u2019anni, l\u2019Italia \u00e8 stato uno dei paesi che cresceva pi\u00f9 rapidamente in Europa. Poi, a partire dai primi anni novanta, quel trend non solo si arresta improvvisamente, ma addirittura conosce una drammatica inversione di tendenza che dura fino ai giorni nostri. I seguenti due grafici sono illuminanti: il primo mostra l\u2019andamento della produzione industriale italiana relativo alla produzione industriale tedesca, mentre il secondo mostra il PIL italiano pro capite relativo agli altri paesi sviluppati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura3.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-1631 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura3.jpg\" sizes=\"(max-width: 667px) 100vw, 667px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura3.jpg 600w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura3-300x225.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura3-390x293.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"667\" height=\"500\" \/><\/a><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\" aria-hidden=\"true\">\n<div class=\"aSI\">\n<div id=\":163\" class=\"aSJ\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura4.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-1632 alignnone\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura4.jpg\" sizes=\"(max-width: 657px) 100vw, 657px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura4.jpg 537w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura4-300x220.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura4-390x285.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"657\" height=\"481\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cosa \u00e8 successo tra l\u2019inizio e la met\u00e0 degli anni novanta? Sono emersi improvvise \u201ccontraddizioni strutturali\u201d nella nostra economia? Siamo diventati d\u2019un colpo tutti corrotti e scansafatiche? O in quegli anni sono state prese delle precise decisioni politiche che potrebbero \u2013 forse \u2013 spiegare la curiosa parabola dell\u2019economia italiana? Sar\u00e0 una coincidenza \u2013 anche se dubito che Ventura, da materialista storico quale \u00e8, creda alle coincidenze \u2013 ma quelli sono gli anni in cui inizia il percorso di convergenza del nostro paese verso i criteri di Maastricht, che ha implicato non solo il fissaggio del tasso di cambio e una stretta fiscale estremamente violenta (che dura fino ai giorni nostri), ma anche \u2013 e soprattutto \u2013 un programma di \u201criforme\u201d che ha investito praticamente ogni aspetto dell\u2019economia italiana, che fino a quel momento si era caratterizzata per la pervasivit\u00e0 del controllo e dell\u2019intervento pubblico, trasfigurandone radicalmente la natura, in un processo non dissimile dalle \u201cterapie shock\u201d imposte dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale ai paesi in via di sviluppo nel corso degli anni ottanta e novanta. Tra le misure adottate per \u201ceuropeizzare\u201d e \u201cmodernizzare\u201d l\u2019Italia ricordiamo la liberalizzazione di molti settori, lo smantellamento e privatizzazione di buona parte dell\u2019apparato industriale e di pianificazione pubblico, la deregolamentazione del mercato del lavoro, la compressione salariale, ecc.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gi\u00e0 immagino la risposta di Ventura: \u00abVa bene, anche ammettendo che queste misure abbiano avuto un qualche impatto negativo sull\u2019economia italiana, esse erano comunque necessarie per risolvere gli eccessi di spesa dei decenni precedenti, di cui ora paghiamo le spese nella forma di un colossale debito pubblico\u00bb. Tale interpretazione dei fatti \u2013 anch\u2019essa molto diffusa purtroppo \u2013 non trova per\u00f2 alcun riscontro nella realt\u00e0. Come si pu\u00f2 vedere nel grafico n. 5, nel corso di tutti gli anni settanta \u2013 ossia negli anni in cui abbiamo fatto ampiamente ricorso alla spesa in deficit \u2013 il nostro rapporto debito\/PIL \u00e8 rimasto relativamente stabile intorno al 50-60%, grazie soprattutto alla parziale <a href=\"https:\/\/www.ibs.it\/1981-divorzio-fra-tesoro-banca-ebook-daniele-della-bona\/e\/9788898891016\">monetizzazione del deficit pubblico<\/a> e al calmieramento dei tassi di interesse da parte della Banca d\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura5.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-1633 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura5.jpg\" sizes=\"(max-width: 621px) 100vw, 621px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura5.jpg 542w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura5-300x229.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura5-390x297.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"621\" height=\"473\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A partire dai primi anni ottanta, poi, il debito esplode. Come mai? In quegli anni abbiamo cominciato a fare spesa clientelare e a elargire pensioni a pioggia come se non ci fosse un domani? Ancora una volta mi tocca smentire Ventura: le ragioni dell\u2019esplosione del debito pubblico italiano negli anni ottanta non sono da ricercare in un improvviso aumento della spesa pubblica \u2013 che anzi \u00e8 rimasta in linea con la media europea per tutto il periodo \u2013 ma piuttosto nella decisione di far aumentare vertiginosamente i tassi di interesse (funzionale alla partecipazione dell\u2019Italia al Sistema monetario europea (SME), su cui non mi soffermer\u00f2 per ragioni di spazio), in primis attraverso il \u201cdivorzio\u201d tra Banca d\u2019Italia e Tesoro del 1981, che ha formalizzato il divieto per la banca centrale di intervenire sul mercato dei titoli sovrani per calmierare i tassi di interesse. Per smentire definitivamente l\u2019idea dell\u2019Italia \u201cspendacciona\u201d che dovrebbe fare ammenda per \u201cgli eccessi del passato\u201d, poi, basti sapere che lo Stato italiano \u00e8 uno dei pochi paesi al mondo che registra un avanzo primario \u2013 sarebbe a dire che le entrate (le tasse) sono superiori alla spesa pubblica \u2013 da quasi trent\u2019anni, senza che questo abbia inciso sul rapporto debito\/PIL, che anzi negli ultimi anni \u00e8 tornato a crescere, soprattutto a causa della caduta del PIL (a sua volta imputabile alle politiche di austerit\u00e0).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-1634 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6.jpg\" sizes=\"(max-width: 707px) 100vw, 707px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6.jpg 954w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6-300x124.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6-768x316.jpg 768w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/Ventura6-390x161.jpg 390w\" alt=\"\" width=\"707\" height=\"291\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOK \u2013 direbbe probabilmente Ventura \u2013 ma \u2018sto debito, a prescindere da come si \u00e8 accumulato, \u00e8 comunque un problema, no?\u00bb. Per sostenere tale tesi, Ventura traccia una suggestiva analogia tra l\u2019Italia schiacciata dal debito e Antonio, il mercante di Venezia che nell\u2019omonima commedia di Shakespeare fa da garante al suo amico Bassanio per un prestito chiesto da quest\u2019ultimo all\u2019usuraio Shylock. L\u2019usuraio, come \u00e8 noto, pone una condizione estremamente punitiva: in caso di mancata riscossione del debito, egli avr\u00e0 il diritto di asportare una libbra di carne dal corpo del mercante. Secondo Ventura, l\u2019Italia nel 2011, si \u00e8 trovata nelle stesse condizioni in cui si ritrover\u00e0 inaspettatamente Antonio: \u00abi creditori hanno iniziato a dubitare che fossimo in grado \u2026 di restituire il debito\u00bb e dunque sono venuti a reclamare la loro libbra di carne, doverosamente offerta loro da Mario Monti (\u00e8 la <em>dura lex<\/em> del mercato, baby). Il paragone \u00e8 molto suggestivo, come detto; peccato che sia del tutto infondato da un punto di vista economico. Ventura, infatti, commette uno degli errori pi\u00f9 comuni quando si parla di debito pubblico: quello di paragonare le finanze di uno Stato a quelle di un privato cittadino (il mercante di Venezia), di una famiglia o di un\u2019impresa. Peccato che le due realt\u00e0 non potrebbero essere pi\u00f9 diverse: in quanto privati cittadini, siamo fin troppo consapevoli del fatto che per rimborsare un debito siamo costretti a intaccare le nostre entrate, ridurre le nostre uscite o entrambe le cose (insomma a \u201cfare austerit\u00e0\u201d); che in caso di debito eccessivo possiamo diventare insolventi (\u201cfare default\u201d); e che in qualunque momento possiamo letteralmente \u201cfinire i soldi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi \u201cvincoli\u201d, per\u00f2, in linea generale, non si applicano a uno Stato; o meglio, non si applicano a uno Stato dotato di sovranit\u00e0 monetaria (diverso \u00e8 il caso di un paese appartenente all\u2019eurozona, come vedremo).<strong>Laddove un paese disponga di una banca centrale disposta a garantire il debito pubblico emesso nella valuta nazionale, infatti, quest\u2019ultimo non rappresenta mai un problema \u2013 n\u00e9 il paese sar\u00e0 mai soggetto al rischio di default \u2013 poich\u00e9 la banca centrale pu\u00f2 sempre intervenire per sopperire a una eventuale carenza di acquirenti privati o per rimborsare i titoli in scadenza, esattamente come faceva la Banca d\u2019Italia prima del divorzio del 1981. L\u2019ha ammesso persino la BCE<\/strong> in un suo <a href=\"https:\/\/www.ecb.europa.eu\/pub\/pdf\/scpwps\/ecb.wp.2072.en.pdf\">recente report<\/a>: \u00abIn uno Stato che dispone della propria moneta fiat, l\u2019autorit\u00e0 monetaria e quella fiscale sono in grado di garantire che il debito pubblico denominato nella propria valuta nazionale non sia soggetto al rischio di default, nella misura in cui i titoli emessi dal governo sono sempre monetabilizzabili in modo equivalente\u00bb. Da ci\u00f2 ne consegue che <em>i soldi non sono una risorsa scarsa<\/em>: la banca centrale, infatti, ha il potere di creare moneta in quantit\u00e0 illimitata e pu\u00f2 impiegare tale potere per finanziare la spesa in deficit di uno Stato. L\u2019unico vincolo reale \u00e8 quello dell\u2019inflazione, che a sua volta dipende dalla disponibilit\u00e0 di risorse reali (per intenderci: una volta impiegati tutti i fattori produttivi, se si continua a fare spesa in deficit, si avr\u00e0 inflazione).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Purtroppo quello della scarsit\u00e0 della moneta \u00e8 un mito duro a morire, anche in ambienti eterodossi e soprattutto tra i pensatori di matrice marxista (come Ventura). Non \u00e8 un caso: uno dei principali responsabili di questo malinteso, a sinistra, \u00e8 proprio un economista marxista, James O\u2019Connor, che difatti Ventura cita profusamente nel suo libro. Nel 1972 O\u2019Connor pubblic\u00f2 un celebre libro, <em>La crisi fiscale dello stato<\/em>, la cui argomentazione principale era a grandi linee la seguente: poich\u00e9 la capacit\u00e0 dello Stato di sostenere la domanda attraverso la spesa pubblica dipende dalla sua capacit\u00e0 di tassare il surplus dei capitalisti, la compressione dei profitti causata dalle contraddizioni emerse in seno al modello keynesiano tra la fine degli anni sessanta e l\u2019inizio degli anni settanta (incapacit\u00e0 di risolvere il conflitto distributivo capitale-lavoro, inflazione importata a causa dello shock petrolifero, crescente competizione internazionale, ecc.) voleva dire che lo Stato non era pi\u00f9 in grado di svolgere questa funziona regolatrice. Certo, gli Stati potevano sempre ricorrere al debito pubblico, ma questo avrebbe semplicemente posticipato il problema perch\u00e9 \u2013 scrive Ventura \u2013 \u00abdebito significa interessi, interessi significano ulteriore spesa pubblica, spesa pubblica significa aumento del prelievo fiscale\u00bb, tornando cos\u00ec al punto di partenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come detto, per\u00f2, tutta l\u2019analisi di O\u2019Connor era viziata da una visione errata della natura della moneta, a sua volta derivante da una mancata comprensione delle implicazioni di fondo di ci\u00f2 che era avvenuto l\u2019anno precedente alla pubblicazione del libro, nel 1971: la fine del regime di cambi fissi di Bretton Woods. Questo evento di portata storica aveva inaugurato il passaggio da un regime monetario in cui la quantit\u00e0 di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantit\u00e0 di riserve auree possedute dallo Stato in questione, a un regime monetario cosiddetto \u201cfiat\u201d (dal latino \u00abcos\u00ec sia\u00bb) \u2013 tuttora in vigore \u2013 in cui le valute non sono pi\u00f9 coperte da riserve di altri materiali (come l\u2019oro) e dunque non hanno pi\u00f9 un limite teorico di emissione. Insomma, se il ragionamento di O\u2019Connor \u2013 tutto basato sulla nozione della scarsit\u00e0 della moneta \u2013 poteva avere un senso fino al 1971, lo stesso non poteva dirsi nel mondo post-\u201971 (una critica pi\u00f9 approfondita alle teorie di O\u2019Connor \u00e8 contenuta nel mio libro <a href=\"https:\/\/www.plutobooks.com\/9780745337326\/reclaiming-the-state\"><em>Reclaiming the State<\/em><\/a>). Ma il danno ormai era fatto, tanto che a distanza di quasi mezzo secolo dalla pubblicazione del libro di O\u2019Connor, c\u2019\u00e8 ancora chi si rif\u00e0 a quell\u2019analisi \u2013 gi\u00e0 fallace al tempo \u2013 per spiegare la crisi attuale e la presunta impossibilit\u00e0 di perseguire politiche espansive nel contesto attuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella misura in cui tali limiti esistono oggi \u2013 particolarmente in Europa \u2013, essi sono di natura prettamente politica, non tecnica o finanziaria. Con l\u2019adesione all\u2019euro e l\u2019istituzione della Banca centrale europea (BCE), infatti, abbiamo rinunciato a una delle pi\u00f9 importanti prerogative di uno Stato sovrano \u2013 la possibilit\u00e0 di emettere moneta \u2013, acquisendo cos\u00ec \u00ablo status di ente locale o di colonia\u00bb, come <a href=\"https:\/\/www.lrb.co.uk\/v14\/n19\/wynne-godley\/maastricht-and-all-that\">avvert\u00ec<\/a> il celebre economista britannico Wynne Godley nel 1992. E dunque, a<strong> differenza di uno Stato \u201cnormale\u201d, siamo perennemente soggetti al rischio di default o comunque alla \u201cbuona volont\u00e0\u201d della BCE.<\/strong> La \u201ccrisi del debito\u201d del 2011 va letta unicamente in quest\u2019ottica: lungi dall\u2019essere la conseguenza di un debito eccessivo o della perdita di credibilit\u00e0 dell\u2019Italia, come sostiene Ventura (come gi\u00e0 detto, la \u201cfiducia dei mercati\u201d non ha alcun impatto sulla capacit\u00e0 di uno Stato sovrano di far fronte al debito emesso nella propria valuta, per il semplice fatto che uno Stato non dipende dai mercati per le proprie capacit\u00e0 di finanziamento), essa \u00e8 esclusivamente imputabile all\u2019assenza di una garanzia sui debiti pubblici da parte della BCE, cui Draghi ha parzialmente rimediato nel 2012. Come ha scritto Adam Tooze, direttore dell\u2019European Institute alla Columbia University, in <a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2017\/11\/18\/note-sulla-condizione-globale-dei-bond-vigilantes-dei-banchieri-centrali-e-della-crisi-2008-2017\/\">un magistrale articolo sul tema<\/a>, \u00abil ruolo dei mercati obbligazionari in rapporto alla BCE \u2026 non era tanto quello di un vigilante che colpisce a ruota libera, quanto quello di gruppi paramilitari che vengono autorizzati al pestaggio sotto lo sguardo della polizia \u2026 al fine di forzare i governi dell\u2019eurozona a riequilibrare i loro bilanci\u00bb. Insomma, pi\u00f9 <em>Garage Olimpo<\/em> che <em>Il Mercante di Venezia<\/em>!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ci sono molti altri temi trattati da Ventura che meriterebbero di essere approfonditi: il futuro del lavoro, la robotizzazione, la finanziarizzazione dell\u2019economia, l\u2019inflazione, la bilancia commerciale, ecc. In questa sede, per\u00f2, ho preferito limitarmi a quelli che ritengo essere gli errori macroeconomici pi\u00f9, ahem, macroscopici compiuti dall\u2019autore, ossia quelli riferiti alla moneta e al debito.<\/strong> Per concludere: il libro di Ventura \u00e8 un\u2019ottima lettura che offre delle riflessioni molti stimolanti e in parte condivisibili sui limiti della cultura, le falle del nostro sistema educativo, l\u2019autopercezione dei \u201cproletari cognitivi\u201d, ecc. Purtroppo, per\u00f2, se si parla di processi storico-economici, la letteratura non pu\u00f2 sostituire una salda conoscenza dei meccanismi economici. Il rischio di confondere la <em>fiction<\/em> con la realt\u00e0, altrimenti, \u00e8 sempre dietro l\u2019angolo.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/thomas-fazi\/critica-libro-ventura\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/thomas-fazi\/critica-libro-ventura\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Thomas Fazi) Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura \u00e8 stato uno dei saggi pi\u00f9 discussi del 2017. La teoria del libro, in breve, \u00e8 la seguente: un\u2019intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare \u2013 o nella peggiore delle ipotesi mantenere \u2013 la propria posizione nella piramide sociale, oggi deve fare i conti col fatto che quella vita che gli era stata promessa \u00abnon esiste\u00bb. 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