{"id":40390,"date":"2018-04-04T10:00:12","date_gmt":"2018-04-04T08:00:12","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40390"},"modified":"2019-04-22T10:48:44","modified_gmt":"2019-04-22T08:48:44","slug":"modernita-godibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40390","title":{"rendered":"Modernit\u00e0 godibile"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE \u00a0E LE COSE (Daniele Balicco)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Esce in questi giorni, per Quodlibet, <\/em><a href=\"https:\/\/www.quodlibet.it\/libro\/9788874628421\">Nietzsche a Wall Street<\/a> <em>di Daniele Balicco, <\/em><em>uno studio in dieci saggi dedicato alla trasformazione del capitalismo contemporaneo e delle sue forme simboliche (mutazione antropologica, surrealismo di massa, verosimiglianza come imposizione di forza sistemica). Il titolo del volume \u00e8 un omaggio, e soprattutto un tradimento intenzionale, ad un famoso testo di Mario Tronti,\u00a0<\/em>Lenin in Inghilterra.<em> Come questo ormai lontano articolo del 1964, anche\u00a0<\/em>Nietzsche a Wall Street<em>\u00a0chiede di pensare in modo radicalmente nuovo sviluppo e conflitto. E lo fa avendo come alleata una forma di conoscenza apparentemente desueta e, proprio per questo, indispensabile: la letteratura. Pubblichiamo un\u2019anticipazione del volume. Ringraziamo l\u2019editore per avercela concessa<\/em>].<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-50921\" src=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cropped-TOLOMEO_MICRO_INCANDESCENZA_BLU___2889-1-1-300x95.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"95\" srcset=\"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cropped-TOLOMEO_MICRO_INCANDESCENZA_BLU___2889-1-1-300x95.jpg 300w, https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cropped-TOLOMEO_MICRO_INCANDESCENZA_BLU___2889-1-1.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli italiani hanno fatto una scoperta che \u00e8 la scoperta<br \/>\ndefinitiva degli esseri umani: hanno scoperto che esiste soltanto una vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Gabriel Garc\u00eda M\u00e1rquez (1987)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 14 settembre del 2012, le tre pagine centrali dei due quotidiani pi\u00f9 venduti in Italia (<em>Corriere della Sera<\/em> e <em>Repubblica<\/em>) furono comprate da Gabriele Centazzo, designer e presidente della Valcucine Spa, per pubblicare un singolare manifesto politico, intitolato: <em>Per un nuovo rinascimento italiano<\/em>. La Valcucine Spa \u00e8 un\u2019azienda con sede a Pordenone. Specializzata nella progettazione di cucine di <em>design<\/em> di alta gamma, fa parte di quel sistema diffuso di piccole e medie imprese (PMI), organizzato in distretti industriali, che costituisce la base produttiva del Made in Italy. Il sottotitolo del manifesto pubblicato da Centazzo recita: <em>creativit\u00e0, bellezza, ricerca e internazionalizzazione possono risollevare le sorti dell\u2019economia e della cultura<\/em>.<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a><span id=\"more-31768\"><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma per quale ragione il presidente di una piccola azienda di cucine decide di parlare alla nazione, pubblicando un ambizioso manifesto politico di tre pagine? La prima ragione \u00e8 semplice. Nel 2012 l\u2019Italia si trovava ancora nel bel mezzo della tempesta finanziaria del debito privato, scoppiata negli Stati Uniti nel 2008 e rimbalzata sul sistema bancario europeo nel 2009. Nel passaggio da una sponda all\u2019altra dell\u2019Atlantico, la crisi per\u00f2 fu prima travestita da crisi del debito pubblico<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> e poi da <em>crisi morale<\/em> dei paesi indebitati: i cosiddetti PIGS. Di fronte ad un paventato pericolo di fallimento dello Stato, il 16 novembre 2011, Mario Monti fu chiamato a guidare un governo tecnico di salvezza nazionale. Poco importa ora capire se l\u2019immagine di un paese sull\u2019orlo del baratro fosse reale ho piuttosto effetto di una precisa manipolazione politica. Quello che importa capire \u00e8 che l\u2019Italia, nonostante fosse stabilmente la seconda potenza manifatturiera europea e la sesta del mondo<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>, per mesi fu continuamente rappresentata e <em>percepita<\/em> come un paese in macerie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Per un nuovo rinascimento italiano<\/em> \u00e8 una risposta a questo generale clima catastrofico. Gabriele Centazzo si rivolge solennemente alla nazione intera (nel manifesto ci si appella perfino al Presidente della Repubblica) perch\u00e9 ha paura che l\u2019Italia fallisca. Nel suo manifesto, che \u00e8 ricco di proposte intelligenti e di buon senso, il problema principale \u00e8 individuato nell\u2019organizzazione dello Stato che va trasformata radicalmente e portata all\u2019altezza della tradizione millenaria di cui l\u2019Italia sarebbe erede. Tradizione, gi\u00e0. Ma quale?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che \u00e8 interessante notare \u00e8 che Gabriele Centazzo si sente personalmente investito di questa responsabilit\u00e0 politica in quanto <em>designer<\/em> e in quanto presidente di una azienda di cucine di alta gamma. In altre parole, in quanto attore protagonista di quella \u00abcomunit\u00e0 immaginata\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> d\u2019esportazione che \u00e8 il <em>Made in Italy<\/em>. Non a caso il suo manifesto si richiama, fin dal titolo, al Rinascimento: \u00e8 questo, infatti, il simbolo pi\u00f9 potente dell\u2019identit\u00e0 italiana e della sua contraddizione profonda. Che \u00e8 quella di una tradizione culturale che non riesce ad identificarsi con la storia moderna del suo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Facciamo ora un salto di 64 anni. Nell\u2019autunno del 1948, alla Casa Italiana della <em>Columbia University <\/em>di New York, il suo ex direttore, Giuseppe Prezzolini, tiene un ciclo di lezioni intitolato: <em>The Legacy of Italy<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><strong>[5]<\/strong><\/a><\/em>. Di nuovo ci troviamo dopo una catastrofe, ma questa volta reale: l\u2019Italia \u00e8 appena uscita dalla Seconda guerra mondiale ed \u00e8 letteralmente in macerie. Prezzolini da anni ormai vive negli Usa ed ha imparato ad osservare il proprio Paese da lontano. Per lui, che \u00e8 sempre stato un esagitato interventista (fondatore della <em>Voce<\/em>, nel 1918 \u00e8 fra gli <em>arditi <\/em>nella battaglia del Monte Grappa e del Piave), la catastrofe della seconda guerra mondiale \u00e8 solo un ulteriore conferma del fallimento del progetto risorgimentale. Fra nazione italiana e civilt\u00e0 italiana si \u00e8 aperto ormai un abisso. Per ripartire bisogna ritornare \u2013 ancora una volta \u2013 al Rinascimento. Da quel mondo, da quei secoli, da quelle citt\u00e0 deriverebbe, infatti, la strana identit\u00e0 culturale dell\u2019Italia che \u00e8 un paese incapace di pensarsi in forma nazionale, non solo perch\u00e9 il progetto risorgimentale di creare una nazione italiana moderna \u00e8 andato storto, ma anche perch\u00e9 il Rinascimento con la sua cultura tecnico\/umanistica precede tanto l\u2019invenzione moderna della divisione del sapere, quanto l\u2019organizzazione del potere in forma statuale. Una tradizione, dunque, nello stesso tempo <em>locale<\/em> e <em>universale<\/em>; <em>ma non nazionale<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019arco di tempo che separa questo ciclo di lezioni di Giuseppe Prezzolini dal manifesto di Gabriele Centazzo, l\u2019Italia si \u00e8 trasformata radicalmente. Eppure, il conflitto di fondo che struttura la sua identit\u00e0 nazionale (e che oppone, sicuramente con una semplificazione impropria, ma che \u00e8 sedimentata nel senso comune, rinascimento a risorgimento<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>) non solo non si \u00e8 risolto, ma si \u00e8 addirittura acuito. Nel secondo dopoguerra, il progetto risorgimentale \u00e8 stato fatto proprio solo dal Partito Comunista che si \u00e8 sempre autorappresentato come l\u2019unico vero continuatore di questa tradizione nazionale. Mentre \u00e8 nel <em>boom economico<\/em> degli anni sessanta, e soprattutto nel successo internazionale del <em>Made in Italy<\/em>, che va invece cercata la riattivazione del mito del rinascimento<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>, come et\u00e0 di cui l\u2019elegantissima manifattura italiana sarebbe legittima erede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E se il progetto comunista di completare il Risorgimento si inabisser\u00e0, dopo il varo della <em>Costituzione<\/em>, nelle sabbie mobili della guerra fredda mondiale, il graduale rilancio della tradizione rinascimentale nel mercato avr\u00e0 invece un tale successo da riconfigurare l\u2019immagine stessa dell\u2019Italia all\u2019estero e poi, di rimbalzo, anche all\u2019interno dei confini nazionali. In qualche modo, la domanda crescente di beni italiani \u2013 nell\u2019immediato dopoguerra soprattutto ad opera di compratori altoborghesi statunitensi \u2013 avr\u00e0 sul medio periodo lo stesso effetto che ebbe, alla fine del XVI secolo, l\u2019istituzionalizzazione del <em>Grand Tour<\/em> laico da parte di Elisabetta I: la creazione di un\u2019Italia ideale. Questa volta per\u00f2 non come una semplice, per quanto impressionante, somma aritmetica di rovine, di bellezza naturale e di opere d\u2019arte del passato da contemplare; ma come una <em>qualit\u00e0 generica<\/em> <em>comune<\/em> incorporata in alcuni oggetti di consumo. La differenza \u00e8 decisiva. \u00c8 la progettazione e la lavorazione di un abito, di un mobile, di una macchina, di un cibo ad essere ora <em>percepite <\/em>come emanazione diretta di una tradizione; ma \u00e8 vero anche il contrario: perch\u00e9 \u00e8 soprattutto la richiesta di questi oggetti, e il loro <em>godimento<\/em> quotidiano, che permette di vivere come se questa tradizione continuasse nel presente<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">III.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La creazione di un\u2019Italia ideale, immaginaria, ma incarnata in un\u2019esperienza sensibile. \u00c8 questa, in fondo, la matrice che accomuna due fenomeni storici, per molti altri aspetti assai diversi, come il <em>Grand Tour<\/em> e il <em>Made in Italy<\/em>. Pensarli insieme pu\u00f2 essere interessante perch\u00e9 permette di isolare una qualit\u00e0 specifica della nostra identit\u00e0 culturale altrimenti poco visibile. Si \u00e8 detto che a differenze di altre tradizioni europee, la nostra cultura si identifica a fatica con la storia moderna del suo Stato<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. Per moltissime ragioni che qui non \u00e8 possibile discutere. Almeno un fattore per\u00f2 va considerato perch\u00e9 sta all\u2019origine del nostro modo specifico di essere moderni. L\u2019Italia come idea di nazione \u00e8 sicuramente un\u2019invenzione umanistica<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a> e, nello stesso tempo, un\u2019invenzione straniera<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. Quest\u2019ultimo aspetto, in particolare, ha giocato \u2013 e continua a giocare \u2013 un ruolo suppletivo. Perch\u00e9 forzatamente riconduce ad unit\u00e0 \u2013 non senza proiezioni o deformazioni distorcenti \u2013 un territorio oltremodo differenziato e policentrico. Quello che in fondo sto cercando di sostenere \u00e8 che l\u2019Italia, come entit\u00e0 ideale, ha avuto, e continua ad avere, una vita indipendente dalla storia moderna del suo farsi Stato. Una vita indipendente ben al di l\u00e0 dei suoi confini territoriali. Anche perch\u00e9 agita da un terzo soggetto che non pu\u00f2 essere sottovalutato e che complica ulteriormente il nostro modo di essere moderni. Mi riferisco al ruolo che la diaspora italiana ha giocato come soggetto attivo di questa costruzione simbolica parallela<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pu\u00f2 essere interessante a questo punto porsi una serie di domande. Che tipo di contiguit\u00e0 si pu\u00f2 stabilire fra l\u2019enigmatica realt\u00e0 simbolica che chiamiamo Italia \u2013 e che si presenta nel mondo soprattutto in una forma <em>godibilmente <\/em>fisica, materiale e sensibile \u2013 e la storia moderna del suo Stato? In che modo queste due realt\u00e0 si influenzano tuttora reciprocamente? E soprattutto: non \u00e8 forse arrivato il momento di riconoscere nella sovrapposizione di questi quattro elementi (Italia ideale umanistica, Italia immaginaria straniera, diaspora mondiale e storia dello Stato) il nostro modo specifico di essere moderni, piuttosto che continuare a pensarsi esclusivamente come un frutto tardivo e mal riuscito di un unico modello di modernit\u00e0 europea a dominante franco-anglosassone?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Studiare il rapporto fra l\u2019Italia contemporanea e il <em>Made in Italy<\/em> pu\u00f2 essere un buon punto di partenza per testare l\u2019insieme di questi problemi. Per almeno due ragioni. Vediamo la prima. Da almeno tre decenni, il nostro Paese \u00e8 sprofondato in una crisi radicale che potremmo quasi definire, usando la terminologia di Ernesto De Martino, come una vera e propria \u00abcrisi della presenza\u00bb. Una crisi cio\u00e8 che non colpisce solo alcuni aspetti della nostra societ\u00e0 (l\u2019economia, il governo dello Stato, la cultura, l\u2019istruzione di massa, l\u2019ambiente, il riconoscimento internazionale), ma le forme elementari che regolano il senso di appartenenza di una popolazione ad un territorio; e alla sua storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sintomo pi\u00f9 evidente di questa onnipresente autoaggressione simbolica \u00e8 riscontrabile in un doppio movimento conoscitivo, sempre pi\u00f9 comune nella rappresentazione che giornali, media, cinema, letteratura e <em>pamphlet<\/em> vari danno del nostro paese. Da un lato, una feroce attitudine auto-demolitoria, al limite dell\u2019auto-razzismo; dall\u2019altro, un\u2019esterofilia sempre pi\u00f9 cieca. Se questo tipo di descrizione \u00e8 anche solo parzialmente verosimile, risulta evidente che fra differenziate percezioni internazionali dell\u2019Italia, immagine auto-percepita e realt\u00e0 sociale ed economica effettiva si aprono ampi spazi di non coincidenza e di contestazione, che sarebbe quanto mai utile approfondire<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>. Studiare il <em>Made in Italy<\/em> pu\u00f2 servire a ristabilire un principio di realt\u00e0 storico. Di fronte alla monotona celebrazione di uno sconfortante <em>cupio dissolvi<\/em>, andrebbe ricordato quanto meno che l\u2019Italia \u00e8 la seconda potenza manifatturiera d\u2019Europa, la sesta del mondo. E qualcosa vorr\u00e0 pur dire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda ragione riguarda invece il <em>Made in Italy<\/em> come creazione di un\u2019Italia ideale, ma incarnata in un\u2019esperienza sensibile. In questi ultimi quarant\u2019anni, infatti, l\u2019immagine internazionale dell\u2019Italia si \u00e8 progressivamente condensata in alcuni settori produttivi d\u2019esportazione (moda, design, cibo, cinema) per poi ricomporsi in una totalit\u00e0 nuova. Una totalit\u00e0 che a sua volta proietta, ma ora con un movimento contrario, dal contesto globale verso l\u2019Italia, un\u2019identit\u00e0 simbolica <em>distintiva<\/em>, che solo parzialmente coincide con la storia nazionale del Paese. \u00c8 ormai abbastanza evidente, infatti, che la forza simbolica della cultura italiana contemporanea non \u00e8 pi\u00f9 solo legata all\u2019immenso patrimonio artistico o alla bellezza naturale del nostro Paese, quanto al modo con cui questo stratificato deposito simbolico \u00e8 stato fatto interagire con uno stile di vita moderno e desiderabile. Se l\u2019ipotesi \u00e8 plausibile, di che tipo di modernit\u00e0 pu\u00f2 essere mai espressione questa nuova Italia immaginaria, globalmente incarnata in un sistema di oggetti di consumo e di rappresentazioni estetiche di massa?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tesi che vorrei sostenere \u00e8 radicale. Negli ultimi quarant\u2019anni, l\u2019Italia del <em>Made in Italy<\/em> \u00e8 riuscita ad imporre con forza, nel mercato internazionale, un\u2019immagine di S\u00e9 come <em>modernit\u00e0 godibile<\/em>. Un\u2019immagine che \u00e8 nello stesso tempo <em>agita<\/em> e <em>subita<\/em>, per un verso risposta ad una domanda del mercato internazionale (all\u2019inizio, soprattutto statunitense), per un altro capacit\u00e0 autonoma di usare stereotipi, o eredit\u00e0 culturali soverchianti, a proprio vantaggio. Questa paradossale modernit\u00e0 imperfetta, che si autorappresenta come neo-artigianale, elegante ed edonista; che punta tutte le sue carte sui piaceri della vita, sull\u2019intelligenza del corpo, sull\u2019essere umano come misura senziente e proporzione armonica; che non si oppone al passato, ma semmai lo continua perfezionandolo; insomma, <em>questa paradossale modernit\u00e0 antimoderna<\/em> \u00e8 riuscita negli ultimi decenni non solo a resistere alla colonizzazione anglo-americana e al suo stile di vita, ma ad affermarsi quasi come una sorta di contro-egemonia culturale<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. Nella competizione capitalistica mondiale, il nostro Paese \u00e8 riuscito infatti ad esprimere, quasi <em>naturaliter <\/em>perch\u00e9 senza alcuna reale pianificazione, un\u2019idea di modernit\u00e0 alternativa, tanto alla standardizzazione consumistica statunitense, quanto all\u2019idea di modernit\u00e0 come severa razionalizzazione e governo della vita di massa, propria delle due precedenti potenze coloniali: l\u2019Inghilterra e la Francia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nello studio del <em>Made in Italy<\/em> potremo dunque trovare alcuni indizi sulla forma <em>distintiva <\/em>che ha assunto, nel mercato mondiale, il nostro modo di essere moderni. Nello stesso tempo, per\u00f2, potremo anche trovare alcune ragioni inattese del suo oggettivo disconoscimento all\u2019interno dei confini nazionali. Ci sono pochi dubbi, infatti, che questa modernissima e seducente duplicazione simbolica dell\u2019Italia radicalmente confligga con l\u2019auto-percezione che buona parte della nostra cultura, soprattutto umanistica, ha della propria modernit\u00e0 come fallimento istituzionale e catastrofe antropologica. Auto-percezione che ha ragioni storiche, politiche, sociali di lungo periodo; e ben motivate<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn7\" name=\"_ftnref7\">[7]<\/a>. Ma che riesce ormai con grandi difficolt\u00e0 a decifrare la totalit\u00e0 culturale del nostro paese; a riconoscerne, oltre ai disastri, la potenza simbolica, e quindi a capire attraverso quali passaggi storici, spesso caotici od impropri, quanto a noi oggi appare solo come un modello nazionale di <em>modernit\u00e0 mancata<\/em> si sia trasformato, in pochi decenni, in un modello internazionale di <em>modernit\u00e0 godibile<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per iniziare a mettere a fuoco l\u2019intensit\u00e0 di questa distorsione, basta riportare alcuni dati. Se consultiamo, per esempio, l\u2019<em>Indice dell\u2019Export dei principali distretti industriali italiani<\/em> curato da Marco Fortis e Monica Carminati per la Fondazione Edison<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>, nonostante sei anni di pesante crisi economica l\u2019Italia resta la seconda potenza manifatturiera d\u2019Europa, la sesta del mondo. Sono dati decisamente sorprendenti, soprattutto perch\u00e9 smontano l\u2019auto-rappresentazione dell\u2019Italia contemporanea a cui siamo abituati, vale a dire come un paese in pieno declino economico e culturale<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>. Come ogni altra ricerca statistica, l\u2019interpretazione dei dati aggregati \u00e8, naturalmente, discutibile. Tuttavia, \u00e8 interessante partire da questa lettura, proprio per mostrare come esistano ampi spazi di non coincidenza fra auto-percezione e realt\u00e0.<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella maggior parte della letteratura scientifica<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>, il <em>Made in Italy<\/em> viene identificato come produzione di \u00abquattro A\u00bb: alimentazione, abbigliamento, arredamento ed automazione. Dei quattro, l\u2019ultimo termine \u00e8 quello meno noto (pochi sanno che la meccanica <em>high-tech<\/em> \u00e8 una nelle punte di diamante del nostro sistema produttivo); mentre moda, design e agroalimentare sono sicuramente i settori pi\u00f9 importanti, quanto meno per la configurazione simbolica di questa sorta di \u00abcomunit\u00e0 immaginata\u00bb da esportazione che il <em>Made in Italy<\/em> ha progressivamente costruito. Come \u00e8 evidente, la produzione italiana contemporanea \u00e8 riuscita ad esprimere una contro-egemonia culturale colonizzando anzitutto le forme elementari della vita quotidiana: mangiare, vestirsi, abitare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E cos\u00ec, ennesima conferma di una tendenza dominante, mentre il Politecnico di Milano vuole bandire la nostra lingua dall\u2019insegnamento universitario, l\u2019italiano \u00e8 diventato, in questo ultimo decennio una delle lingue pi\u00f9 studiate al mondo<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a> e moltissime parole italiane hanno sostituito termini inglesi o francesi nel linguaggio internazionale del cibo, della moda e del design.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E se negli anni Ottanta il marchio della modernit\u00e0 raggiunta erano le catene di <em>fast-food <\/em>americani che aprivano filiali nelle piazze principali delle nostre citt\u00e0, oggi dopo la ristrutturazione della Stazione Centrale di Milano il ristorante MacDonald\u2019s si \u00e8 ritrovato nascosto nell\u2019ammezzato mentre lo spazio di ristorazione principale al livello dei binari \u00e8 un grande e raffinato buffet che offre cibo a chilometro zero, \u00abacqua del sindaco\u00bb e prodotti alimentari di origine controllata: un risultato che mostra la ricaduta a livello di massa dei princ\u00ecpi del movimento <em>Slow Food<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se il primo passo per provare a descrivere una possibile genealogia del <em>Made in Italy<\/em> \u00e8 la ricognizione della sua realt\u00e0 produttiva<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>, il secondo \u00e8 quello di analizzarne la stratificata storia simbolica. Come si \u00e8 visto, l\u2019idea di modernit\u00e0 che il <em>Made in Italy<\/em> esporta in tutto il mondo entra prepotentemente in conflitto con la percezione che la cultura umanistica italiana, pi\u00f9 tradizionale, ha del nostro paese e della sua modernit\u00e0. Per quale ragione? La prima, e forse pi\u00f9 immediata, riguarda la forma istituzionale imperfetta del nostro Stato e il suo malfunzionamento<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>. Anche il manifesto di Gabriele Centazzo, non a caso, parte da qui. Cionondimeno, le radici dell\u2019egemonia di un\u2019interpretazione <em>unilaterale<\/em> della nostra modernit\u00e0 come \u00absviluppo senza progresso\u00bb<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a> vanno ricercate altrove; probabilmente nella sconfitta politica dei grandi movimenti di contestazione di massa del ventennio \u201960-\u201970. L\u2019interprete pi\u00f9 noto di questa lettura \u00e8 Pier Paolo Pasolini, la cui fortuna postuma, a partire soprattutto dagli anni Ottanta, ne \u00e8 insieme contro-prova e meccanismo di persuasione permanente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E tuttavia, questa sorta di modernit\u00e0 inemendabile, di cui il nostro Paese sarebbe espressione e insieme vittima, \u00e8 riuscita a trasformare l\u2019Italia, a partire proprio dagli anni Ottanta, nella quinta potenza economica del pianeta. Da una parte, dunque, si stabilizza nel senso comune una rappresentazione oltremodo critica delle capacit\u00e0 di governo e di sviluppo del Paese; dall\u2019altra diventa sempre pi\u00f9 forte il nostro posizionamento all\u2019interno del mercato internazionale. Se ai dati oggettivi legati al PIL si somma il fatto che quella associata al successo dei prodotti venduti in questi anni \u00e8 una certa immagine dell\u2019Italia \u2013 e stiamo ovviamente gi\u00e0 parlando di <em>Made in Italy<\/em>, che tutt\u2019ora resta, dopo Coca-Cola e Visa, il terzo brand pi\u00f9 noto al mondo<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a> \u2013 ci troviamo di fronte a quella che in psicanalisi, con un termine tecnico, si chiamerebbe <em>scissione<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Studiare il \u00abMade in Italy\u00bb significa dunque iniziare a confrontarsi con un\u2019idea di modernit\u00e0 italiana alternativa a quella dominante, soprattutto all\u2019interno degli studi umanistici pi\u00f9 tradizionali. Come abbiamo ormai gi\u00e0 pi\u00f9 volte ripetuto, la nostra tesi di fondo sostiene che, proprio in questi ultimi quarant\u2019anni, l\u2019Italia, nonostante enormi problemi politici e sociali al suo interno, sia stato un paese capace di esprimere una sorta di contro-egemonia culturale all\u2019interno del mercato internazionale dominato dagli Stati Uniti d\u2019America; e il suo punto di forza \u00e8 stata la difesa un\u2019idea di modernit\u00e0 come <em>godibilit\u00e0 <\/em>del presente. La forza simbolica di questa contro-egemonia \u00e8 per altro dimostrata dal fatto che il brand <em>Made in Italy<\/em> ha progressivamente perso la propria connotazione d\u2019origine, per conquistare un significato generico: nel mercato internazionale il <em>Made in Italy<\/em>, pi\u00f9 che un marchio di provenienza geografica \u00e8 diventato un marchio di <em>garanzia simbolica<\/em>, vale a dire un sinonimo di prodotti belli e di alta qualit\u00e0, destinati ad un mercato di massa, <em>ma<\/em> non standardizzato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">VII.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma per quale ragione, proprio a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni Settanta e poi soprattutto negli anni Ottanta, la cultura italiana \u00e8 riuscita ad esportare quest\u2019idea di <em>modernit\u00e0 godibile<\/em>, alternativa tanto alla standardizzazione americana, quanto agli austeri modelli anglo-francesi di modernit\u00e0 come razionalizzazione? Forse una risposta possibile la possiamo trovare generalizzando con cautela un\u2019ipotesi del teorico americano F\u00adredric Jameson secondo cui \u00abla produzione di una forma estetica o narrativa dev\u2019essere vista come un atto in s\u00e9 ideologico, la cui funzione \u00e8 di inventare <em>soluzioni<\/em> immaginarie o formali a contraddizioni sociali insolubili\u00bb.<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>Teniamola per ora solo come un\u2019ipotesi di lettura: \u00e8 possibile leggere la forza simbolica con cui il <em>Made in Italy<\/em> si \u00e8 imposto a livello internazionale come una <em>soluzione<\/em> estetica all\u2019insolubile contraddizione sociale degli anni Sessanta e Settanta italiani? Il piacevole \u00abnazionalismo soft<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a> condensato nei prodotti <em>Made in Italy<\/em> pu\u00f2 essere letto come compensazione simbolica della tragica sconfitta politica del \u00ablungo \u201968 italiano\u00bb e della sua idea di modernit\u00e0? Non \u00e8 forse arrivato il momento di scardinare l\u2019interpretazione teorica pi\u00f9 tradizionale che semplicemente oppone alla politicizzazione di massa degli anni Sessanta e Settanta i terribili anni Ottanta come anni di catastrofe antropologica, di riflusso nel privato, anni di semplice gestazione del ventennio berlusconiano?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se si riuscir\u00e0 a tenere insieme un\u2019analisi capace di approfondire un\u2019interpretazione estetica della creazione di <em>forme<\/em> quanto un\u2019analisi economica e sociale della produzione industriale, si potr\u00e0 forse tratteggiare un profilo della nostra modernit\u00e0 meno distruttivo, riconoscendo continuit\u00e0 e sovrapposizioni, laddove \u00e8 prevalso pi\u00f9 che un\u2019attitudine conoscitiva, un vero e proprio meccanismo di difesa culturale. Comprensibile, se vissuto a ridosso di quegli anni; ma non pi\u00f9 assecondabile se osservato in un\u2019prospettiva di comprensione storica.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Sui problemi istituzionali della nostra forma Stato, si veda: Sabino Cassese, <em>Governare gli italiani. Storia dello Stato<\/em>, Il Mulino, Bologna 2014.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>Giulio Bollati, <em>L\u2019invenzione dell\u2019Italia moderna. Leopardi, Manzoni e altre imprese ideali prima dell\u2019Unit\u00e0<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino 2014<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Cesare De Seta, <em>L\u2019Italia nello specchio del Grand Tour<\/em>, Rizzoli, Milano 2014<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi, Emilio Franzina, (a cura di), <em>Storia dell\u2019emigrazione italiana<\/em>. <em>Partenze e Arrivi<\/em>, Donzelli, Roma 2009; Teresa Fiore, <em>Pre-occupied Spaces. Remapping Italy\u2019s Transnational Migrations and Colonial Legacies<\/em>, Fordham University Press, New York 2017<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Fra i pochi esempi di saggistica opposti a questo forma enigmatica di autoaggressione, si veda: Claudio Giunta, <em>Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo<\/em>, Il Mulino, Bologna 2013.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Per un primo confronto fra distribuzione statunitense e nuova contro-egemonia italiana, si veda: Victoria De Grazia, <em>Slow Food riconduce alla ragione la Fast Life<\/em>, in Ead, <em>Irresistible Empire. America\u2019s Advance through Twentieth-Century Europe<\/em>, Harvard University Press, Cambridge (MA) 2005 (tr. it. di Andrea Mazza e Luca Lamberti, <em>L\u2019impero irresistibile. La societ\u00e0 dei consumi americana alla conquista del mondo<\/em>, Torino, Einaudi 2006, pp. 448-517).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> Per una ricostruzione storica dell\u2019Italia contemporanea orientata sul concetto di modernit\u00e0 mancata, si veda: Guido Crainz, <em>Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta<\/em>, Donzelli, Roma 2005; Id, <em>Il paese reale, Dall\u2019assassinio di Moro all\u2019Italia di oggi<\/em>, Donzelli, Roma 2013; Id, <em>Diario di un naufragio. Italia 2003-2013<\/em>, Donzelli, Roma 2013.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Marco Fortis, Monica Carminati, <em>Indice dell\u2019Export dei principali distretti industriali italiani<\/em> cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Questo non significa che l\u2019Italia contemporanea non abbia gravi problemi economici, ben inteso; problemi di crescita anzitutto, per altro, per lo pi\u00f9 derivanti dallo smantellamento della grande industria italiana ad inizio anni \u201890 (su questo si veda l\u2019ormai classico: Luciano Gallino, <em>La scomparsa dell\u2019Italia industriale<\/em>, Torino, Einaudi 2006); ciononostante, il quadro economico generale, per lo meno per come \u00e8 descritto dagli studi della Fondazione Edison, non solo non \u00e8 drammatico, ma racconta un paese tutt\u2019altro che stagnante e in piena trasformazione. Il problema semmai riguarda la crisi della domanda interna (drammaticamente acuita durante il governo Monti) e l\u2019assenza di una politica industriale capace di invertirne il crollo; su questo vedi: Luciano Gallino, <em>La lotta di classe dopo la lotta di classe<\/em>, Laterza, Roma 2012; Riccardo Bellofiore, <em>La crisi globale <\/em>cit.; Marcello De Cecco, <em>Ma cos\u2019\u00e8 questa crisi <\/em>cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> Siamo ben consapevoli del fatto che dietro il successo del brand <em>Made in Italy<\/em> ci siano molte luci, cos\u00ec come molte ombre; basterebbe leggere anche solo il reportage di Giuseppe Ciulla, <em>Ai confini dell\u2019Impero. 5000 km nell\u2019Europa dei diritti negati (<\/em>Jaca Book, Milano 2011), per rendersi conto dell\u2019enorme responsabilit\u00e0 europea (<em>in primis<\/em> tedesca e francese e poi italiana) nell\u2019aver creato, con l\u2019annessione dei paesi dell\u2019Europa dell\u2019Est, una colonia interna di sfruttamento selvaggio per le varie economie forti del continente, <em>Made in Italy<\/em> compreso. Le ombre, insomma, non appartengono solo alle produzioni nostrane, ma andrebbero studiate in parallelo all\u2019interno del sempre pi\u00f9 folle meccanismo di competizione infra-europeo e internazionale. Sullo scenario politico economico europeo, all\u2019interno del quale va studiato il <em>Made in Italy<\/em>, si veda anzitutto: Augusto Graziani, <em>Lo sviluppo dell\u2019economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea<\/em>, Bollati Boringhieri, Torino 2000.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> Per una prima introduzione generale al <em>Made in Italy<\/em> come cultura industriale e costruzione simbolica, si vedano: Giannino Malossi, <em>Volare. The Icon of Italy in Global Pop Culture<\/em>, The Monacelli Press, New York 1999; Ampelio Bucci, Vanni Codeluppi, Mauro Ferraresi (a cura di), <em>Il Made in Italy. Natura, settori e problemi<\/em>, Carocci, Roma 2007; Guido Maria Razzano (a cura di), <em>Unicit\u00e0 d\u2019Italia. Made in Italy e identit\u00e0 nazionale<\/em>, Marsilio, Padova 2011; Daniele Balicco (a cura di), <em>Made in Italy e cultura. Indagine sull\u2019identit\u00e0 italiana contemporanea<\/em>, Palumbo, Palermo 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> Secondo i dati diffusi dal Ministero degli Affari Esteri, l\u2019italiano oscilla tra il quarto e il quinto posto tra le seconde lingue pi\u00f9 studiate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> Per una prima introduzione si veda: Francesco Garibaldo, <em>Il made in Italy come organizzazione industriale<\/em> in Balicco (a cura di), <em>Made in Italy e cultura <\/em>cit., pp. 27-36.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> Sui problemi istituzionali della nostra forma Stato, si veda: Sabino Cassese, <em>Lo stato introvabile. Modernit\u00e0 e arretratezza delle istituzioni italiane<\/em>, Donzelli, Roma 1998; Id, <em>L\u2019Italia: una societ\u00e0 senza stato?<\/em>, Il Mulino, Bologna 2011.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> Pier Paolo Pasolini, <em>Il genocidio <\/em>[1974], in Id., <em>Saggi sulla politica e sulla societ\u00e0<\/em>, a cura di Walter Siti, Silvia De Laude, Mondadori, Milano 1999, p. 514.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a> Secondo un\u2019indagine della KPMG Italia pubblicata nel 2011, <em>Made in Italy<\/em> \u00e8 il terzo brand pi\u00f9 ricercato al mondo sul motore di ricerca google: KPMG Advisory, <em>Going Global. Internazionalizzazione ed evoluzione dei modelli di business. Un\u2019opportunit\u00e0 per le aziende italiane<\/em>, p. 29, disponibile all\u2019indirizzo https:\/\/www.kpmg.com\/IT\/it\/IssuesAndInsights\/ArticlesPublications\/Documents\/Going-Global.pdf.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a> Jameson, <em>Political Unconscious <\/em>cit., p.86<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a> Peppino Ortoleva, <em>La comunicazione del Made in Italy<\/em> in Tonino Paris (a cura di), <em>Made in Italy. Il design degli italiani<\/em>, Designpress, Roma 2005, p. 47.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Gabriele Centazzo, <em>Per un nuovo rinascimento italiano. Creativit\u00e0, bellezza, ricerca e internazionalizzazione possono risollevare le sorti dell\u2019economia e della cultura<\/em>, \u00abCorriere della Sera\u00bb, 14 settembre 2012; \u00abRepubblica\u00bb, 14 settembre 2012.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Marcello De Cecco, <em>Ma cos\u2019\u00e8 questa crisi. L\u2019Italia, l\u2019Europa e la seconda globalizzazione<\/em>, Donzelli, Roma 2013; Riccardo Bellofiore, <em>La crisi globale, l\u2019Europa, l\u2019euro e la sinistra<\/em>, Asterios, Trieste 2012; David Marsh, <em>The Euro. The Battle for the New Global Currency<\/em>, Yale University Press, New Haven 2011; Alberto Bagnai, <em>Il tramonto dell\u2019Euro. Come e perch\u00e9 la fine della moneta unica salverebbe benessere e democrazia in Europa<\/em>, Imprimatur, Roma 2012; Antonin Cohen, <em>De Vichy \u00e0 la communaut\u00e9 europ\u00e9enne<\/em>, Puf, Paris 2012; Vladimiro Giacch\u00e9, <em>Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato<\/em>, Imprimatur, Roma 2012.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a>Marco Fortis, Monica Carminati, <em>Indice dell\u2019Export dei principali distretti industriali italiani<\/em>, Approfondimenti statistici, Fondazione Edison, Quaderno 136, gennaio 2014<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Benedict Anderson, <em>Imagined Communities. R<\/em><em>eflections on the origin and spread of nationalism<\/em>, Verso, London 1983 (tr. it. di Marco Vignale, <em>Comunit\u00e0 immaginate. Origine e fortuna dei nazionalismi<\/em>, Manifestolibri, Roma 1996)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>Giuseppe Prezzolini, <em>The Legacy of Italy<\/em>, Vanni, New York 1948 (tr. it. di Emma Dutti, <em>L\u2019Italia finisce: ecco quello che resta<\/em>, Vallecchi, Firenze 1958)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Giulio Bollati, <em>L\u2019Italiano<\/em>, Einaudi, Torino 1972<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> Carlo Marco Belfanti, <em>Rinascimento e Made in Italy. L\u2019invenzione di un\u2019identit\u00e0 culturale per l\u2019industria della moda<\/em> in Daniele Balicco (a cura di), <em>Made in Italy e cultura. Indagine sull\u2019identit\u00e0 italiana contemporanea<\/em>, Palumbo, Palermo 2016, pp. 71-85<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Carnevali, <em>Le apparenze sociali<\/em> cit.; Coccia, <em>Il bene nelle cose<\/em> cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fonte:<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#more-31768\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=31768#more-31768<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE \u00a0E LE COSE (Daniele Balicco) Esce in questi giorni, per Quodlibet, Nietzsche a Wall Street di Daniele Balicco, uno studio in dieci saggi dedicato alla trasformazione del capitalismo contemporaneo e delle sue forme simboliche (mutazione antropologica, surrealismo di massa, verosimiglianza come imposizione di forza sistemica). Il titolo del volume \u00e8 un omaggio, e soprattutto un tradimento intenzionale, ad un famoso testo di Mario Tronti,\u00a0Lenin in Inghilterra. Come questo ormai lontano articolo del&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":77,"featured_media":34550,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2017\/09\/Unknown-6.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-avs","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40390"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/77"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=40390"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40390\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":50922,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/40390\/revisions\/50922"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/34550"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=40390"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=40390"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=40390"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}