{"id":40497,"date":"2018-04-10T10:00:07","date_gmt":"2018-04-10T08:00:07","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40497"},"modified":"2018-04-08T21:18:59","modified_gmt":"2018-04-08T19:18:59","slug":"le-fondamenta-perverse-dellunione-monetaria-europea-uso-e-abuso-della-teoria-economica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=40497","title":{"rendered":"Le fondamenta perverse dell\u2019Unione monetaria europea. Uso e abuso della teoria economica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>di JACQUES SAPIR<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questa <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/notes\/jacques-sapir\/the-emus-twisted-foundations-how-to-use-and-misuse-economic-theory\/1215761781887071\/\">lunga nota<\/a>, Sapir ripercorre le tappe fondamentali della creazione istituzionale europea pi\u00f9 ambiziosa di questi ultimi anni, l\u2019unione monetaria europea, soffermandosi sui numerosi dubbi espressi sin dalle origini da diversi importanti economisti statunitensi, ma anche sulle critiche pi\u00f9 recenti diffusesi in Europa e sulle incoerenze stesse della teoria di Mundell, considerato il \u201cpadre intellettuale\u201d dell\u2019euro. Da questa lunga disamina appare evidente come la teoria economica sia stata strumentalizzata a scopi politici e come molti economisti si siano prestati a distorcere le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessit\u00e0 e la superiorit\u00e0 dell\u2019euro, coprendo i politici con la credibilit\u00e0 della loro reputazione<\/p>\n<p class=\"\" style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/crollo-euro-678x381.jpg\" alt=\"crollo euro 678x381\" width=\"300\" height=\"230\" \/>L\u2019euro \u00e8 la creatura istituzionale pi\u00f9 ambiziosa dell\u2019Europa degli anni recenti (1) (2). E la stessa storia della creazione (e della disintegrazione) di molte aree monetarie comuni \u00e8 stata probabilmente ignorata per giustificare il progetto (3) [2]. Non \u00e8 sicuro che tutte le implicazioni della creazione di una moneta comune siano state comprese chiaramente quando \u00e8 stata presa la decisione di lanciare l\u2019Unione monetaria europea (EMU) e l\u2019euro. Le considerazioni politiche hanno preso il sopravvento sulle considerazioni economiche. L\u2019idea dell\u2019unione monetaria \u00e8 cos\u00ec diventata ostaggio di una fuga in avanti dei cosiddetti \u201ceuropeisti\u201d [3]. In questo processo la teoria economica \u00e8 stata strumentalizzata al fine di raggiungere un obiettivo politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019idea di una moneta comune in s\u00e9 non \u00e8 priva di meriti. Il presidente Vladimir Putin \u00e8 noto per aver provato a promuovere questa idea anche per i paesi appartenenti all\u2019 \u201c<em>Eurasian Union<\/em>\u201d [4]. Ma un progetto del genere necessariamente presuppone una valutazione approfondita della situazione economica di tutti i suoi potenziali membri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di entrare in un percorso di unione monetaria, sarebbe bene capire cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella costruzione dell\u2019Unione monetaria europea. Come minimo \u00e8 stata trascurata la necessit\u00e0 di un\u2019integrazione molto stretta delle politiche di bilancio in ogni paese membro dell\u2019Unione [5]. Che i paesi membri di un\u2019unione monetaria perdano anche la capacit\u00e0 di far fronte a shock esterni \u00e8 cosa nota. Nel caso dell\u2019EMU ci\u00f2 \u00e8 stato drammaticamente dimostrato dalla grande crisi finanziaria del 2007-2009, che ha portato a notevoli turbolenze nell\u2019eurozona. Questo potrebbe dimostrare che un\u2019unione monetaria porta a un debito pi\u00f9 elevato, a un\u2019inflazione di lungo periodo pi\u00f9 elevata e ad un minore benessere [6].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, Robert Mundell potrebbe essere considerato il padre \u201cintellettuale\u201d dell\u2019euro. Fu l\u2019ideatore del trilemma sulla incompatibilit\u00e0 tra perfetta mobilit\u00e0 dei capitali, tasso di cambio fisso e un\u2019autonoma politica monetaria. La validit\u00e0 di questo trilemma merita di essere approfondita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1. Chi crede ancora nell\u2019euro?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le principali critiche contro l\u2019euro sono state mosse molto presto. Ma alcune sono state ripetute anche durante il summit di Davos del 2018, dove l\u2019ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha definito la costruzione della zona euro un \u201c<em>gigantesco errore economico<\/em>\u201d [7]. \u00c8 innegabile che la crisi finanziaria globale iniziata nel 2008 abbia creato notevoli tensioni nell\u2019area dell\u2019euro [8]. Questo shock generalizzato ha innescato diversi problemi in ciascun paese dell\u2019area dell\u2019euro, segnatamente i problemi di Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e persino Francia sono i pi\u00f9 conosciuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vari economisti famosi come Rudiger Dornbush (5) o G\u00e9rard Lafay (6) e Jean-Jacques Rosa (7) hanno avanzato dubbi. Dornbush aveva anche indicato il caso dell\u2019Italia come uno dei paesi che avrebbero sofferto maggiormente dall\u2019adesione all\u2019euro, un parere ora condiviso nei lavori del professor Bagnai (29). Si pu\u00f2 anche citare Milton Friedman (8), che aveva identificato alcuni dei problemi che l\u2019euro avrebbe causato. D\u2019altro canto, altri economisti hanno sottolineato l\u2019importanza della moneta comune (9) (10), pur condividendo alcuni dubbi sul suo futuro (11), e hanno salutato l\u2019euro come un passo molto significativo verso una maggiore integrazione (12) (1) (13) (14) (15) (16). In generale, sembra che siano gli economisti statunitensi ad aver espresso molto pi\u00f9 apertamente i loro dubbi sul successo della moneta unica (17). In una certa misura, ci\u00f2 si potrebbe spiegare con la fragilit\u00e0 delle istituzioni politiche europee viste dall\u2019ottica della storia americana (18), (19), (20), (21), (22), (23). Indubbiamente anche l\u2019inquietudine dovuta all\u2019ingresso di un nuovo concorrente del dollaro americano potrebbe aver giocato un ruolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In Francia, gli avvertimenti sono arrivati ben presto e con forza fin dai primi anni dell\u2019euro. I documenti diffusi all\u2019inizio degli anni 2000 dalla \u201c<em>Caisse des D\u00e9p\u00f4ts et Consignations<\/em>\u201d (24) e poi dagli studi di <em>Natexis-Banques Populaires<\/em> (25) dimostrano che anche gli specialisti finanziari avevano fatto il punto sui limiti e sulle incoerenze strutturali della moneta unica applicata. Un ex consigliere economico presso il Ministero dell\u2019Economia e delle Finanze, Serge Federbusch (26), ha dimostrato che la sopravvalutazione della moneta unica presentava costi intollerabilmente alti. Da allora, identici dubbi sono stati espressi in altri paesi, in particolare in Italia (27), (28), (29) e Germania (30). Fra questi spiccano i lavori di Flassbeck e Lapavitsas (31), e i contributi di Kawalec e Pytlarczyk (32). Alcuni di questi lavori si sono concentrati sulla crisi dell\u2019eurozona (33), o sugli squilibri indotti dall\u2019euro e le loro conseguenze sulle politiche economiche dei paesi dell\u2019eurozona (34), (35).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lord Mervyn King (36), ex governatore della <em>Bank of England<\/em> (dal 2003 al 2013) ha pubblicato nel 2016 un libro determinante sull\u2019euro, cos\u00ec come Joseph Stiglitz (37). Un po\u2019 prima, nel 2014, Paul Krugman (38), nel suo blog, richiamava l\u2019attenzione sulla catastrofe rappresentata dalla moneta unica. Pi\u00f9 recentemente, \u00e8 stato Alberto Bagnai a definire l\u2019euro come il fallimento degli economisti (39). \u00c8 interessante notare che queste critiche provengono da autori alcuni dei quali sono fedeli al quadro teorico del <em>New Monetary Consensus<\/em> (40), mentre altri appartengono a scuole pi\u00f9 eterodosse (41). A questi primi lavori fanno eco degli altri (42), (43), (44), alcuni dei quali editati collettivamente da vari autori e altri pubblicati singolarmente (39), (45).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto importante qui \u00e8 che un autore come King evidenzi in particolare una delle cause della crisi dell\u2019eurozona, l\u2019esistenza di diversi tassi di inflazione nei differenti paesi. Io stesso ho affrontato gli stessi argomenti nel 2012 (46). King ha anche sottolineato la contraddizione tra lo spirito democratico che dovrebbe regnare all\u2019interno dell\u2019Unione europea e la natura tecnocratica del processo decisionale. Quando indica nella sovranit\u00e0 l\u2019elemento che dovr\u00e0 essere sacrificato nel processo, ha, ovviamente, ragione. Anche questo punto \u00e8 stato elaborato in uno dei miei ultimi libri (47). Questa \u00e8 esattamente la stessa diagnosi che si pu\u00f2 trovare nel libro di Joseph E. Stiglitz. Stiglitz \u00e8 anche consapevole del costo politico esorbitante dell\u2019esistenza dell\u2019euro nella sua forma attuale. Egli prevede una crisi, che ritiene sar\u00e0 sia politica che economica, a meno che i paesi dell\u2019eurozona decidano di procedere verso un federalismo a tutti gli effetti o di dissolvere ordinatamente (e pacificamente) la zona euro (37).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La portata dei dubbi espressi sulla capacit\u00e0 dell\u2019euro di sopravvivere e di funzionare in modo efficace \u00e8 ben consolidata. La crisi \u00e8 quindi seria. Tuttavia, l\u2019idea di una moneta comune \u00e8 ancora viva e si sta espandendo anche al di fuori dell\u2019Unione europea, ad esempio in Russia, dove si inizia a prendere in considerazione la creazione di una moneta comune per l\u2019Unione eurasiatica. \u00c8 quindi necessario comprendere la natura delle basi teoriche che hanno portato all\u2019attuale impasse e fare il punto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. Le basi teoriche dell\u2019Euro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi dell\u2019eurozona \u00e8 in gran parte dovuta alle condizioni secondo le quali \u00e8 stata introdotta. Questo \u00e8 uno dei punti su cui concordano sostenitori e oppositori dell\u2019euro (48). Dopo tutto, bisogna riconoscere che l\u2019idea di una moneta unica non \u00e8 in s\u00e9 priva di fondamento. L\u2019euro \u00e8 basato su una teoria, quella delle zone valutarie ottimali. Ma \u00e8 stato necessario modificare il quadro teorico di fronte a crescenti problemi ed incongruenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Robert Mundell avanz\u00f2 per la prima volta l\u2019idea di una moneta comune nel 1961 (49), rispondendo a una visione via via avanzata da un numero crescente di economisti, ossia che un\u2019economia basata sulla liberalizzazione del commercio e dei capitali non possa pi\u00f9 avere una politica monetaria indipendente in presenza di una perfetta o quasi perfetta mobilit\u00e0 di capitali (50) (51). Una moneta comune ha essenzialmente due vantaggi. Il primo \u00e8 che elimina i costi di transazione e le incertezze sul tasso di cambio nell\u2019area in cui \u00e8 applicata. Va notato, tuttavia, che questi costi e incertezze delle transazioni diventano pi\u00f9 importanti proprio nel caso di un sistema di tassi di cambio fluttuanti sottoposti alla pressione dei mercati finanziari liberalizzati. In una situazione in cui il tasso fosse fissato per determinati periodi, ed i movimenti di capitali a breve termine controllati, tali costi e incertezze sarebbero gi\u00e0 notevolmente ridotti. Un secondo vantaggio \u00e8 che una moneta unica, evitando la concorrenza mediante strumenti monetari, consente di perseguire una politica monetaria comune. Quest\u2019ultima ha il vantaggio di dare coerenza alla politica economica nel suo ambito di applicazione. I due vantaggi sopra menzionati sono tanto pi\u00f9 importanti nel caso di un\u2019area commerciale unica. Ci sarebbe quindi una forte coerenza tra l\u2019integrazione commerciale e l\u2019integrazione monetaria, al punto che la prima finirebbe col determinare la seconda. \u00c8 quindi necessario presentare nella sua totalit\u00e0 questa teoria, che \u00e8 stata ampiamente utilizzata \u2013 a torto o a ragione \u2013 per giustificare l\u2019esistenza dell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mundell, in realt\u00e0, cerc\u00f2 di criticare l\u2019argomentazione di Friedman secondo cui la flessibilit\u00e0 del cambio avrebbe alleviato l\u2019insufficiente flessibilit\u00e0 dei prezzi interni. Va ricordato, tuttavia, che sotto il sistema di Bretton-Woods, le parit\u00e0 erano rigide, con possibili aggiustamenti decisi a livello discrezionale (52). La posizione che Mundell difese nel 1960 (53) era che questo argomento si fonda paradossalmente sull\u2019esistenza di una \u201cillusione monetaria\u201d tra gli agenti economici, esposta nella Teoria Generale di Keynes del 1936 (54). Mundell ha trasposto questo ragionamento all\u2019economia internazionale per descrivere l\u2019idea implicita nell\u2019argomento sviluppato da Milton Friedman (55). In un altro articolo, risalente allo stesso periodo (56), Mundell ha confrontato gli effetti di stimolo sull\u2019occupazione rispettivamente della politica monetaria, della politica fiscale e della politica commerciale \u2013 i dazi \u2013 in regimi di cambio fissi e flessibili. Considerando che questo articolo \u00e8 una sintesi dell\u2019articolo di Mundell del 1963 (57), sembra quasi sorprendente che Mundell concluda che la politica fiscale \u00e8 flessibile. Questo perch\u00e9 la politica fiscale analizzata da Mundell non \u00e8 una politica di bilancio \u201cpura\u201d, come mostra il suo articolo su Kyklos (58), ma una sorta di policy mix con alcuni interventi della Banca Centrale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Va poi notato che nell\u2019articolo in cui Robert Mundell presentava quella che sarebbe diventata la teoria delle zone valutarie ottimali, il suo ragionamento partiva dall\u2019identificazione, come per Friedman, delle tre cause principali delle crisi cicliche di bilancia dei pagamenti: tasso di cambio, rigidit\u00e0 dei prezzi e rigidit\u00e0 dei salari. Tuttavia, il suo obbiettivo era abbandonare la logica conclusione di Friedman, per il quale i tassi di cambio flessibili sarebbero la soluzione. Per controbattere questo ragionamento, Mundell inizia chiedendosi \u201c<em>quale sia l\u2019area appropriata per una zona monetaria<\/em>\u201d (49). Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto elaborare \u201c<em>un concetto di ci\u00f2 che costituisce un\u2019area monetaria ottimale<\/em>\u201c, in grado di far luce sugli esperimenti monetari in corso in quel momento, e bisogna ricordare che questo \u00e8 esattamente il periodo in cui apparvero i primi segni di tensione sui tassi di cambio fissi (all\u2019epoca prevalenti), premessa per uno spostamento verso la flessibilit\u00e0 del cambio, che diventer\u00e0 la regola dei primi anni \u201970. \u00c8 interessante, persino premonitore, notare che egli parlava gi\u00e0 di un\u2019area di valuta unica per i paesi dell\u2019Europa occidentale, che avevano appena concluso l\u2019esperienza della <em>European Payments Union<\/em>. Nell\u2019articolo si sottolinea come in un\u2019area monetaria unica l\u2019offerta di mezzi di pagamento interregionali \u00e8 elastica alla domanda, e se ne deduce il fatto che l\u2019aggiustamento tra paesi nel caso di una zona monetaria o di una pluralit\u00e0 di valute o tra regioni (nel caso di un\u2019unione monetaria) dipende dalla moneta utilizzata [9]. Nei primi anni \u201990 Barry Eichengreen (59) riprese la questione se l\u2019Europa fosse un\u2019area commerciale ottimale, e quindi un\u2019area valutaria ottimale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tuttavia, nel ragionamento di Mundell c\u2019\u00e8 ovviamente un pregiudizio a favore delle aree in cui prevale una valuta comune. Non pu\u00f2 quindi essere accettato come prova inconfutabile di una maggiore efficienza dei sistemi a moneta unica. Inoltre, l\u2019esempio della zona euro mostra che \u00e8 piuttosto in una zona di una moneta comune che prevalgono politiche economiche restrittive, proprio a causa dell\u2019impossibilit\u00e0 per il tasso di cambio di gestire gli squilibri tra paesi. D\u2019altra parte, i paesi che hanno mantenuto le proprie valute hanno una maggiore facilit\u00e0 nell\u2019attuazione di politiche economiche orientate alla piena occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda parte dell\u2019articolo (49), intitolata \u201c<em>Valute nazionali e tassi di cambio flessibili<\/em>\u201c, \u00e8 la parte pi\u00f9 conosciuta dell\u2019articolo di Mundell. Andrebbe notato, tuttavia, che questo ragionamento non tiene conto della possibilit\u00e0 per lo Stato interessato di attuare una politica di compensazione tra due regioni, anche se dovesse essere finanziata in parte dalla sua Banca Centrale o dalla politica fiscale. Questo esempio verr\u00e0 ripreso molto tempo dopo da Daniel Cohen (60) per dimostrare che la controparte di un sistema di moneta unica \u00e8 precisamente un sistema di trasferimenti fiscali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3. Il trilemma di Mundell<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La tradizionale presentazione del triangolo di incompatibilit\u00e0 della politica economica stabilisce un trilemma tra la perfetta mobilit\u00e0 del capitale, il fatto di avere un tasso di cambio fisso e una politica monetaria autonoma. La giustificazione che generalmente viene data, come nell\u2019articolo di Robert Mundell del 1963 (57), \u00e8 che quando il capitale \u00e8 perfettamente mobile, si crea un mercato mondiale dei capitali nel quale si fissa un tasso d\u2019interesse mondiale. Questo tasso \u00e8 imposto a tutti i paesi e, se un paese se ne discosta verso l\u2019alto o verso il basso, si trover\u00e0 a subire flussi di capitali che squilibreranno la bilancia dei pagamenti. Tuttavia, una rilettura dei primi articoli di Robert Mundell rende possibile proporre alternative all\u2019interpretazione ortodossa della sua teoria. Seguendo uno degli articoli di Mundell del 1961 (56), si pu\u00f2 sostenere che l\u2019euro \u00e8 fuori dalla zona di equilibrio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In particolare, se si abbandona il rigoroso equilibrio della bilancia dei pagamenti, come \u00e8 avvenuto in molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, le possibilit\u00e0 di azione della banca centrale sono asimmetriche. La capacit\u00e0 di una banca centrale di difendere la propria valuta contro un attacco speculativo, vale a dire un\u2019ondata di vendite della sua valuta sul mercato dei cambi, dipende in teoria dalle sue riserve valutarie, come dimostrato da numerosi lavori (61), (62). In realt\u00e0, a partire dalle crisi valutarie degli anni \u201990, la capacit\u00e0 degli speculatori di utilizzare leve finanziarie molto elevate \u00e8 un ostacolo per le banche centrali che vogliono evitare di accumulare ingenti riserve valutarie. \u00c8 il caso oggi della Cina o della Russia (63). Ma c\u2019\u00e8 anche un altro modo. Una Banca Centrale la cui moneta \u00e8 sotto attacco speculativo pu\u00f2 sempre aumentare i suoi tassi di interesse al fine di attrarre capitali, fornendo cos\u00ec ulteriore sostegno al suo tasso di cambio. Tuttavia, nella maggior parte dei casi questo metodo \u00e8 inefficiente o richiede un aumento del tasso ufficiale tale che l\u2019impatto sull\u2019economia del paese pu\u00f2 essere disastroso. In effetti, gli investitori di capitali non saranno propensi ad precipitarsi ad acquistare se prevedono un crollo del tasso di cambio e potrebbero addirittura considerare l\u2019aumento dei tassi di interesse come un segnale premonitore (64), (65).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Due anni dopo, anche R. McKinnon diede il suo contributo a questa costruzione teorica (66). Nel suo articolo, spiega che pi\u00f9 un\u2019economia \u00e8 aperta verso l\u2019esterno pi\u00f9 si riduce l\u2019importanza del tasso di cambio. L\u2019interesse ad un aggiustamento tramite il tasso di cambio \u00e8 basso. Peter Kennen sostenne poi (67) che quando l\u2019economia di un paese \u00e8 diversificata, questa diversificazione riduce la portata di ci\u00f2 che gli economisti chiamano \u201cshock esogeni\u201d, consentendo al paese di essere collegato ad altri paesi con un tasso di cambio fisso. Da questo lavoro si potrebbe dedurre che un paese pu\u00f2 avere interesse a collegarsi agli altri con una moneta comune, a condizione che capitale e lavoro siano perfettamente flessibili (come mostra Mundell), il commercio internazionale significativo (McKinnon) e che la sua economia sia largamente diversificata ( Kennen). Si \u00e8 quindi sviluppata l\u2019idea che il commercio internazionale riguardasse essenzialmente la qualit\u00e0 del prodotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri economisti hanno sostenuto che i paesi avrebbero tratto benefici economici significativi da una moneta unica. Questa avrebbe dovuto generare un fortissimo aumento dei flussi commerciali tra i paesi della zona monetaria cos\u00ec costituita, e dunque un conseguente aumento della produzione, come Andrew K. Rose stava cercando di dimostrare (68), (69). I suoi lavori hanno dato l\u2019avvio a tutta una letteratura estremamente favorevole alle unioni monetarie. Le valute nazionali venivano descritte come \u201costacoli\u201d al commercio internazionale (70). L\u2019integrazione monetaria avrebbe portato ad un forte aumento della produzione e del commercio potenziali (71), (72). Se queste teorie fossero state convalidate dalla realt\u00e0, l\u2019Unione Monetaria Europea avrebbe creato le condizioni per il successo dell\u2019\u201dArea valutaria ottimale\u201d, in base ad un impulso apparentemente endogeno (73), (74). A ci\u00f2 si deve aggiungere l\u2019idea che l\u2019unione monetaria e finanziaria avrebbe ridotto i rischi delle turbolenze economiche (75), (76). Qui si parla della cosiddetta condivisione del rischio, che \u00e8 diventata oggi uno degli argomenti usati dai difensori dell\u2019euro (77). Questi argomenti vengono regolarmente usati per sostenere che l\u2019Euro stia funzionando come una sorta di \u201cprotezione\u201d. Tutto ci\u00f2 converge verso la necessit\u00e0 di adottare una moneta unica. Ma la teoria delle zone valutarie ottimali del 1961 non rappresenta l\u2019ultima parola di Mundell. E ci\u00f2 introduce possibili dissonanze, che sono state rafforzate da studi empirici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4. Dissonanze teoriche e fattuali<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La difesa quasi incondizionata dei tassi di cambio fissi e dell\u2019unificazione monetaria ha portato a definire Robert Mundell come \u201c<em>il padre intellettuale dell\u2019euro<\/em>\u201d (78). Ma in effetti, Mundell sembra avere una doppia personalit\u00e0. Da una parte si dedica allo studio della teoria delle aree monetarie ottimali che sar\u00e0 la base del modello Mundell-Fleming. Dall\u2019altra \u00e8 il co-fondatore, con Arthur Laffer, dell\u2019economia dell\u2019offerta (<em>supply-side economics<\/em>). Ci\u00f2 non significa che non ci sia incomunicabilit\u00e0 n\u00e9 contaminazioni tra il primo e il secondo Mundell. Si possono quindi identificare diverse fasi intellettuali di Mundell. All\u2019inizio, Mundell potrebbe essere definito un \u201ckeynesiano\u201d, ma nel senso della sintesi di Samuelson. Ci\u00f2 comunque prima che venisse fortemente influenzato dalle tesi vicine ai monetaristi. McKinnon, un autore che ha lavorato su Mundell, ha identificato diverse fasi del pensiero di Mundell (79). McKinnon ha quindi identificato due periodi significativi, chiamandoli Mundell I e \u200b\u200bMundell II. Questa identificazione \u00e8 relativa al modo in cui Mundell giustifica il suo sostegno ai tassi di cambio fissi e alle unioni monetarie. Mentre il primo Mundell cerca di trovare un modo per riaggiustare il tasso di cambio, il secondo Mundell parte dall\u2019idea che le fluttuazioni del tasso di cambio siano per loro natura destabilizzanti, addirittura irrimediabili. \u00c8 facile dunque intuire perch\u00e9 lo si consideri il padre intellettuale dell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma McKinnon non \u00e8 stato l\u2019unico a segnalare le differenze nel pensiero di Mundell. L\u2019analisi di Obsfeld sull\u2019evoluzione intellettuale di Mundell ci permette anche di datare il momento in cui Mundell ha smesso di essere keynesiano (almeno nel senso della sintesi di Samuelson) (80). Questo punto di svolta si situa intorno al 1969. Anche il contributo di Robert Lucas \u00e8 stato decisivo nella rifondazione delle basi della teoria macroeconomica e nella perdita di credibilit\u00e0 delle idee keynesiane. Il momento importante fu la pubblicazione nel 1972 di un modello di risoluzione macroeconometrica del problema della neutralit\u00e0 della moneta in una situazione di equilibrio delle aspettative razionali (81). Ci\u00f2 risulta dalle particolari opinioni di Mundell sul regime dei tassi di cambio, il target di inflazione e il ruolo della politica fiscale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Notiamo, quindi, una seconda dissonanza. Il trattato di Lisbona, che mira a suggellare l\u2019istituzione del \u201cmercato unico\u201d, pone al centro la concorrenza, definita \u201clibera e non distorta\u201d, come principio fondatore (82). Stranamente, per\u00f2, la moneta unica ha proprio la funzione di eliminare la concorrenza tra i mezzi monetari. Stabilisce un monopolio. Quest\u2019ultimo pu\u00f2 essere certamente necessario, e la teoria del <em>Free Banking<\/em> o competizione tra le valute costituire un\u2019involuzione profonda. Tuttavia, anche ammettendo che il monopolio possa essere necessario, \u00e8 possibile porre onestamente la concorrenza come principio base? Qui tocchiamo una delle contraddizioni del cosiddetto discorso europeista. Non sar\u00e0 l\u2019unica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Istituire un monopolio di strumenti e politiche monetarie ha implicazioni specifiche. Poich\u00e9 diventa unica, la politica monetaria non pu\u00f2 pi\u00f9 tener conto della diversit\u00e0 delle situazioni sociali ed economiche nella sua area di applicazione. Seguendo il ragionamento iniziale di Mundell, sarebbe effettivamente necessario avere una perfetta mobilit\u00e0 del lavoro all\u2019interno dell\u2019area interessata per far fronte agli shock economici. Questo significa che non ci pu\u00f2 essere una moneta unica se non in aree economicamente e socialmente omogenee? La risposta \u00e8 negativa, perch\u00e9 la moneta non \u00e8 fortunatamente l\u2019unica istituzione economica n\u00e9 l\u2019unico strumento disponibile. A far da contraltare a una moneta unica deve essere la solidariet\u00e0 fiscale e di bilancio, il che significa che le risorse possano essere trasferite in regioni che sarebbero indebitamente penalizzate da uno shock asimmetrico. Ci\u00f2 che rende il monopolio monetario sostenibile in un\u2019economia eterogenea \u00e8 una politica fiscale attiva. Ci\u00f2 \u00e8 particolarmente chiaro nel caso di paesi con strutture federali. La quota di spesa federale deve superare il 50% affinch\u00e9 il sistema funzioni. Se questa zona economica comprende paesi diversi, la perdita dello strumento monetario deve essere compensata dal mantenimento di una forte autonomia fiscale, che consenta al governo di sovvenzionare i settori economici colpiti dalla crisi invece di sostenerli tramite la svalutazione (60). Nel caso dell\u2019euro, vi \u00e8 quindi una nuova incoerenza. L\u2019introduzione della moneta unica non \u00e8 stata preceduta da un dibattito sulla possibilit\u00e0 di istituire un bilancio federale, quanto meno in funzione dei paesi interessati. Con la moneta unica, lo strumento della svalutazione \u00e8 stato sottratto ai paesi, ma senza fornire un sostituto. Da questo punto di vista, come riconosce Alexander Swoboda, si pu\u00f2 trovare nel primo Mundell, il sostenitore della moneta unica, forti argomentazioni contro l\u2019euro cos\u00ec come \u00e8 stato attuato (83).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni dei sostenitori dell\u2019euro hanno quindi riesumato la tesi dell\u2019inefficienza delle politiche monetarie. La metafora usata da Kydland e Prescott (84) \u00e8 quella di Ulisse incatenato all\u2019albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene senza soccombere. A queste condizioni, l\u2019euro diventa accettabile (i paesi non perdono nulla abbandonando una politica monetaria che non ha pi\u00f9 alcun oggetto) e persino vantaggioso, perch\u00e9 stabilir\u00e0 le sue regole indipendentemente dalle politiche degli Stati interessati. Ma, come ha dimostrato Gregory Mankyw (85) (86), l\u2019esperienza della Banca centrale americana contraddice decisamente questa visione. Gli errori nella concezione dell\u2019unione economica e monetaria si fondano anche su una dottrina economica francese, l\u2019essenzialismo monetario. Non \u00e8 un caso che alti funzionari francesi abbiano svolto un ruolo importante nella progettazione dell\u2019euro. Nella sua forma pi\u00f9 completa, questa dottrina \u00e8 ben rappresentata dalle opere di Michel Aglietta e Andr\u00e9 Orl\u00e9an (87), (88), (89). La moneta \u00e8 considerata non solo un\u2019istituzione importante delle economie capitaliste, il che \u00e8 fondamentalmente corretto, ma quella centrale, cosa molto pi\u00f9 discutibile [10]. Da qui il termine \u201cessenzialismo monetario\u201d, coniato per descrivere questa particolare prospettiva. Tuttavia, l\u2019essenzialismo monetario implica una serie di ipotesi altamente discutibili, sia dal punto di vista della teoria del comportamento individuale (e della teoria delle preferenze individuali) sia da un punto di vista antropologico [11].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Robert Mundell, tuttavia, pu\u00f2 essere considerato un precursore di questo essenzialismo, in quanto sottolinea la convergenza dei fattori reali ottenuti dall\u2019unificazione monetaria (83). Questa posizione \u00e8 coerente con quella del summenzionato \u201csecondo Mundell\u201d. Qui si ritrova l\u2019idea che la moneta ha le virt\u00f9 teleologiche che in seguito le verranno attribuite da Aglietta e Orl\u00e9an. Infatti, nell\u2019ottica della difesa del principio di una moneta unica, Mundell inizi\u00f2 a rimettere in discussione gli elementi teorici del \u201cprimo Mundell\u201d contenuti nel suo precedente articolo (93). In particolare, a partire dagli anni \u201970 asserisce che gli agenti reagiscono solo ai cambiamenti nella loro ricchezza \u201creale\u201d, non agli importi nominali del loro reddito o ricchezza. Stiamo gradualmente assistendo a una mobilitazione delle tesi monetariste. Tuttavia, queste ultime implicano anche importanti assunti sul tipo di agente umano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella polemica sulla moneta comune, ci siamo progressivamente mossi da un approccio analitico che ha cercato di valutare gli elementi positivi e negativi verso una posizione, ormai puramente propagandistica, di giustificazione dell\u2019euro, anche a costo di incongruenze argomentative palesi e abbandonando ogni metodologia scientifica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5. La vendetta della realt\u00e0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 2004 in poi, \u00e8 diventato chiaro anche ai pi\u00f9 strenui difensori dell\u2019euro che la realt\u00e0 non si \u00e8 piegata ai loro desideri. Aglietta (94) ha riconosciuto che, se i mercati del debito sono unificati, le aree che continuano a mantenere, anche lontanamente, un contatto con l\u2019economia reale, come gli scambi, rimangono segnate dalla \u201c<em>forte resistenza delle segmentazioni a livello nazionale<\/em>\u201c. Il passaggio all\u2019euro non ha portato all\u2019unificazione dei prezzi tra i paesi dell\u2019area, come era stato previsto dagli studi citati all\u2019inizio di questo articolo. C\u2019\u00e8 quindi chiaramente una resistenza del mondo reale a quella unificazione semplificatrice a cui la moneta avrebbe dovuto portare. Aglietta \u00e8 costretto a riconoscere che i principali vantaggi attesi con l\u2019introduzione dell\u2019euro non si sono ancora materializzati. Teoricamente l\u2019euro avrebbe dovuto aumentare la crescita e proteggere l\u2019Europa dalle turbolenze economiche esterne. Tuttavia, e per ammissione di uno dei sostenitori dell\u2019euro, non \u00e8 stato cos\u00ec [12].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A met\u00e0 degli anni \u201990, George Akerlof e i ricercatori della <em>Brookings Institution<\/em> avevano mostrato la persistenza della \u201cillusione nominale\u201d tanto criticata negli scritti monetaristi (95), (96). Ci\u00f2 li port\u00f2 a dimostrare che un qualche livello di inflazione fosse necessario per lo sviluppo economico. \u00c8 passato per\u00f2 in secondo piano il fatto che abbiano basato la loro rottura con il monetarismo su un\u2019analisi dei comportamenti individuali molto pi\u00f9 realistica di quella dei modelli tradizionali (97). Le tradizionali teorie sulle preferenze basate sul comportamento individuale sono crollate sotto l\u2019influenza dei ricercatori di psicologia sperimentale [13]. Ci\u00f2 ha provocato un\u2019inversione completa dei risultati che erano stati dati per scontati dagli anni \u201960 (98), (99), (100). In effetti, la psicologia sperimentale conferma le tesi keynesiane iniziali (101), sia rispetto alla controrivoluzione monetarista, che rispetto ai tentativi di ridurre Keynes a una semplice variazione della struttura classica dell\u2019equilibrio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019importanza delle rigidit\u00e0 risultanti dal settore reale e dalle istituzioni, che riflette l\u2019individualit\u00e0 della traiettoria sociale e storica di ciascun paese, riguadagna quindi la sua importanza (102), (103). Queste opere convergono poi con quelle di Akerlof (97) e dei suoi colleghi nel mostrare, ad esempio, i pericoli di un\u2019inflazione troppo bassa (104). Modelli pi\u00f9 recenti, detti modelli di \u201c<em>sticky information<\/em>\u201c, tentano di rappresentare un mondo economico in cui gli attori si comportano in modo pi\u00f9 realistico di quelli dei modelli tradizionali (105), (106). Un contributo essenziale di questi modelli \u00e8 mostrare che gli shock monetari sono a lungo termine, che le politiche monetarie hanno effetti duraturi e non transitori sul livello di attivit\u00e0. Confermano che il tipo di risposta di un\u2019economia alla politica monetaria dipende dalle sue strutture e istituzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui si rivela di particolare rilevanza uno studio sulle dinamiche dell\u2019inflazione nei paesi della zona euro (107). Il lavoro di Christian Conrad e Menelaos Karanasos dimostra due effetti essenziali. Innanzitutto, non esiste una singola dinamica dell\u2019inflazione, e secondariamente l\u2019inflazione non sempre influisce negativamente sulla crescita economica, a differenza di quanto sostengono i monetaristi (108). Esistono dinamiche differenziate e in alcuni casi l\u2019inflazione sembra un elemento necessario per la crescita. La moneta \u00e8 uno specchio, o anche una lente d\u2019ingrandimento, delle dinamiche del mondo reale. Questo risultato \u00e8 perfettamente coerente con quello dei modelli \u201c<em>sticky information<\/em>\u201d (106). L\u2019individualit\u00e0 dei sistemi economici e sociali, a sua volta il prodotto delle storie nazionali in cui questi sistemi sono incorporati, \u00e8 un fattore essenziale in qualsiasi approccio alla politica monetaria. Queste inversioni nel campo della scienza economica espongono la fragilit\u00e0 delle ipotesi avanzate dal \u201csecondo Mundell\u201d, e la conseguente fragilit\u00e0 dell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la critica all\u2019euro \u00e8 anche radicata nella critica degli effetti positivi di un\u2019unione monetaria. L\u2019entit\u00e0 del rischio causato dall\u2019unione di economie estremamente diverse \u00e8 stata evidente fin dall\u2019inizio (109). Ricordiamo qui il lavoro di A. K. Rose, che spiega come l\u2019UEM dovrebbe essere di grande beneficio per le economie dei paesi interessati. Questo lavoro \u00e8 ora messo in dubbio (110). Ulteriori ricerche, basate su database pi\u00f9 completi e rigorosi, hanno notevolmente ridotto l\u2019entit\u00e0 degli effetti positivi dell\u2019unione monetaria (111), (112). Il lavoro iniziale di Rose et al. \u00e8 stato fortemente criticato a causa del metodo econometrico utilizzato (113), (114). Una critica ancora pi\u00f9 radicale \u00e8 che questi modelli non hanno tenuto conto della persistenza del commercio internazionale (115). Inoltre, questi modelli non hanno tenuto conto di fattori endogeni per lo sviluppo del commercio, fattori che non sono influenzati dall\u2019esistenza \u2013 o non esistenza \u2013 di un\u2019unione monetaria. Questo porta a un\u2019altra domanda: l\u2019abbandono della flessibilit\u00e0 dei tassi di cambio (all\u2019interno dell\u2019UEM) \u00e8 stata una buona scelta? Anche qui gli avvertimenti sono stati numerosi (116), (117), (118).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto ci\u00f2 ha portato a una profonda messa in discussione dei risultati. Mettendo a frutto la ricerca sul commercio internazionale e sui modelli di \u201cgravit\u00e0\u201d (119), (120), 121), Harry Kelejian e i suoi colleghi (122) hanno rielaborato le varie stime degli effetti di un\u2019unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri. I risultati sono devastanti. Si stima che l\u2019impatto dell\u2019Unione economica e monetaria sia un aumento degli scambi dal 4,7% al 6,3%, molto lontano dalle stime pi\u00f9 pessimistiche del precedente lavoro, che stimava questi effetti al 20%, per non parlare del lavoro iniziale di Rose che li colloca tra il 200% e il 300%. In 10 anni c\u2019\u00e8 stata una riduzione da 10 a 1 (dal 200% al 20%), seguita da un\u2019ulteriore riduzione che ha ancora ridimensionato questi effetti del 20%, a una media del 5% (un fattore di 4 a 1) [14 ]. Gli effetti positivi di un\u2019unione monetaria sono stati quindi ampiamente sovrastimati, ovviamente per ragioni politiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019euro, cos\u00ec come \u00e8 stato concepito e attuato, sembra essere un arcaismo intellettuale e teorico. I costi della moneta comune, che erano noti gi\u00e0 prima dell\u2019introduzione dell\u2019euro (123), (124), (125), (126), hanno ampiamente superato i benefici. In qualche misura si pu\u00f2 anzi affermare che abbia portato alla profonda recessione che ha colpito alcuni paesi dell\u2019UEM dal 2010 al 2015. Una moneta comune si pu\u00f2 quindi concepire solo a condizione che riesca a compensare i suoi effetti su economie eterogenee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6. Conclusioni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Euro \u00e8 stato assimilato, non senza motivo, al <em>Gold Standard<\/em> e specificamente al \u201c<em>Golden Bloc<\/em>\u201d dei primi anni \u201930 (127), la cui pericolosit\u00e0 e il cui ruolo nella diffusione della Grande Depressione sono ben noti. L\u2019impossibilit\u00e0 per i paesi dell\u2019Unione economica e monetaria di ricorrere a svalutazioni (o rivalutazioni) delle loro valute \u00e8 ora un grosso problema. Inoltre, la sottovalutazione del tasso di cambio reale tedesco (REER) a causa dell\u2019euro \u00e8 ormai confermata dall\u2019<em>External Sector Report<\/em> pubblicato dall\u2019FMI (128), (129). L\u2019euro \u00e8 quindi un problema non solo per i paesi dell\u2019eurozona, ma anche per l\u2019intera economia mondiale, ed \u00e8 cos\u00ec da molti anni (130). Il problema di un possibile smantellamento dell\u2019UEM \u00e8 sul tavolo. In realt\u00e0, l\u2019UEM (e l\u2019euro) potrebbe ben seguire il percorso di un gran numero di altre unioni monetarie del XIX e XX secolo (131), (132), (133). In qualche modo ci\u00f2 era stato anticipato da un fautore dell\u2019unione monetaria, Andrew K. Rose (134), nonch\u00e9 da un autore che nutriva opinioni pi\u00f9 critiche (135). Questo ci rimanda a un problema descritto per primo da J.M. Meade, la necessit\u00e0 di riequilibrare la bilancia dei pagamenti in una zona di libero scambio (136). Si pu\u00f2 quindi capire perch\u00e9 i leader dell\u2019Unione eurasiatica, e in particolare Vladimir Putin, siano estremamente cauti in questo campo, nonostante riconoscano vantaggi abbastanza significativi nella creazione di un\u2019unione monetaria. Pertanto, nell\u2019attuale situazione economica, la creazione di un\u2019unione monetaria all\u2019interno dell\u2019Unione eurasiatica, o addirittura l\u2019introduzione di una moneta unica nello spazio eurasiatico \u00e8 abbastanza improbabile. Sembra che sia necessario un enorme livello di convergenza economica e istituzionale per ottenere buoni risultati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il crollo dell\u2019UEM sar\u00e0 il risultato della sua fragilit\u00e0 e instabilit\u00e0 economica, oppure questo collasso deriver\u00e0 dal malcontento politico? Questo \u00e8 ancora da vedere. L\u2019aspetto territoriale di ciascuna valuta deve essere compreso chiaramente (137). Di fatto, questo rientra nel concetto di sostenibilit\u00e0 (138). Creare un\u2019unione monetaria \u00e8 una cosa, renderla sostenibile \u00e8 un\u2019altra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma questi eventi stanno anche mettendo in luce la responsabilit\u00e0 della teoria economica, e pi\u00f9 specificamente l\u2019uso e l\u2019abuso di questa teoria, strumentalizzata per scopi politici. Questo problema non pu\u00f2 pi\u00f9 essere mascherato, ed evidenzia una confusione tra l\u2019atteggiamento analitico, normativo e politico di alcuni economisti. Da questo punto di vista, l\u2019euro rappresenta un evidente fallimento per gli economisti, sia perch\u00e9 hanno distorto le loro teorie per dimostrare a tutti i costi la necessit\u00e0 e la superiorit\u00e0 dell\u2019euro, sia perch\u00e9 hanno lasciato che i politici lo facessero, coprendoli e dando loro credibilit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/12034-jacques-sapir-le-fondamenta-perverse-dell-unione-monetaria-europea.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/12034-jacques-sapir-le-fondamenta-perverse-dell-unione-monetaria-europea.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACQUES SAPIR In questa lunga nota, Sapir ripercorre le tappe fondamentali della creazione istituzionale europea pi\u00f9 ambiziosa di questi ultimi anni, l\u2019unione monetaria europea, soffermandosi sui numerosi dubbi espressi sin dalle origini da diversi importanti economisti statunitensi, ma anche sulle critiche pi\u00f9 recenti diffusesi in Europa e sulle incoerenze stesse della teoria di Mundell, considerato il \u201cpadre intellettuale\u201d dell\u2019euro. 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