{"id":41131,"date":"2018-04-17T13:54:08","date_gmt":"2018-04-17T11:54:08","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41131"},"modified":"2018-04-17T13:54:08","modified_gmt":"2018-04-17T11:54:08","slug":"realismo-capitalista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41131","title":{"rendered":"Realismo capitalista"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di MEGACHIP (Valerio Mattioli)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pi\u00f9 che un manifesto teorico, &#8220;Realismo capitalista&#8221; \u00e8 un pamphlet. Uno straordinario, puntuale saggio di trasversalit\u00e0, di capacit\u00e0 comunicativa, di partecipazione emotiva e di lettura degli immaginari dominanti<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/cine.jpg\" alt=\"cine\" width=\"300\" height=\"238\" \/><\/p>\n<p class=\"\" style=\"text-align: justify\">\u00c8 difficile rendere il senso di smarrimento che la mattina del 14 gennaio 2017 segu\u00ec alla notizia del suicidio di Mark Fisher, avvenuto il giorno prima all\u2019et\u00e0 di quarantotto anni. Non si trattava soltanto del sincero ma un po\u2019 rituale cordoglio per la perdita di un intellettuale prematuramente scomparso, n\u00e9 dello sgomento nei confronti di un gesto troppo grande e troppo definitivo per poter essere elaborato persino da chi Fisher lo conosceva bene; piuttosto la sensazione fu quella di un improvviso vuoto assieme politico, culturale e soprattutto esistenziale, che di colpo parve accomunare tanti di coloro che si erano imbattuti nei suoi scritti, nelle sue analisi, finanche nelle sue provocazioni. Fuor di retorica, Mark Fisher \u00e8 stato davvero una presenza importante per (credo di poter dire) chiunque ne abbia incrociato il percorso, anche solo in via periferica e occasionale: negli ultimi anni era diventato qualcosa di simile a una specie di guida morale, o se non altro di riferimento fraterno a cui guardare con un misto di affetto, complicit\u00e0 e implicito timore reverenziale. Anche perch\u00e9, nonostante fosse un intellettuale indipendente perennemente ai margini della cultura ufficiale, Fisher aveva parlato a tanti: lo smarrimento non si abbatt\u00e9 soltanto sui circuiti della filosofia politica e di quel pianeta ambiguo che nel mondo anglofono va sotto il nome di <em>cultural theory<\/em>, ma invest\u00ec anche una quantit\u00e0 attonita di musicisti, di artisti, di scrittori, di lettori di cose di cinema e di appassionati di quell\u2019altra faccenda enigmatica che siamo soliti chiamare \u00abcultura pop\u00bb.<\/p>\n<p class=\"\" style=\"text-align: justify\">Mark Fisher era nato nel 1968 ed era dapprima emerso come giovane protagonista di una stagione al tempo stesso mitologica e reietta, che nell\u2019Inghilterra della seconda met\u00e0 degli anni Novanta prov\u00f2 a far slittare il tecno-utopismo della nascente cultura cyber in territori pi\u00f9 problematici quando non direttamente ignoti. Tutto nacque all\u2019universit\u00e0 di Warwick, dove nel 1995 la filosofa cyberfemminista Sadie Plant aveva fondato una sorta di gruppo di ricerca non ufficiale chiamato Cybernetic Culture Research Unit, o per farla breve CCRU. Di l\u00ec a breve, a subentrare alla Plant alla guida della CCRU sarebbe stato Nick Land, personalit\u00e0 visionaria e controversa il cui pensiero ebbe un effetto profondissimo sugli affiliati a quella che, pi\u00f9 passava il tempo, pi\u00f9 sembrava prendere le forme di una cospirazione tanto indigesta ai piani alti dell\u2019accademia quanto influente sui futuri sviluppi del cosiddetto \u00abdibattito filosofico-speculativo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In effetti, da semplice gruppo di ricerca interessato alle implicazioni filosofiche e politiche della Rete, la CCRU si trasform\u00f2 con Land in un inclassificabile esperimento in cui far convivere Gilles Deleuze e musica techno, Lovecraft e teorie del caos, William Gibson e biologia molecolare, esoterismo \u00abnero\u00bb e numerologia sotto MDMA, scrittura automatica e performance art inacidita. In Italia, la cosa pi\u00f9 simile all\u2019immaginario platealmente tossico-apocalittico del giro di Warwick resta con tutta probabilit\u00e0 <em>Torazine<\/em>, la rivista romana che negli stessi anni azzard\u00f2 un indigesto connubio tra cultura rave, pensiero radicale e allucinazioni postumane; ma se <em>Torazine<\/em> rest\u00f2 sempre orgogliosamente al di fuori del dibattito accademico vero e proprio (nonostante i ripetuti e non sempre riusciti tentativi di assorbimento \u00abdall\u2019alto\u00bb), in seno alla CCRU prese forma una generazione di pensatori e attivisti culturali la cui influenza si \u00e8 fatta negli anni incredibilmente pervasiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oltre a Mark Fisher, la CCRU contava tra i suoi ranghi o semplici fiancheggiatori figure come: il filosofo Ray Brassier, a torto o a ragione considerato uno dei quattro \u00abfondatori\u00bb del realismo speculativo assieme ai colleghi Graham Harman, Quentin Meillassoux e Iain Hamilton Grant (quest\u2019ultimo proveniente anche lui da Warwick); l\u2019artista e teorico Kodwo Eshun, a cui si deve un classico della critica afrofuturista come <em>More Brilliant than the Sun<\/em>, uscito originariamente nel 1998; il romanziere Hari Kunzru, da noi pubblicato da Einaudi; le teorica dei media italiana Luciana Parisi; il musicista, dj e produttore Steve Goodman, meglio noto come Kode9 e fondatore dell\u2019etichetta discografica Hyperdub; e il filosofo ed editore Robin Mackay, che attraverso il marchio Urbanomic ha contribuito in maniera fondamentale a preservare e diffondere le originarie intuizioni del giro Warwick. Alla CCRU, faranno a vario titolo riferimento anche personaggi come Reza Negarestani, Matthew Fuller, Anna Greenspan, il collettivo 0rphan Drift: quando nel 2003 la CCRU cessa ufficialmente le attivit\u00e0, per l\u2019accademia si \u00e8 trattato di null\u2019altro che un fastidioso scherzo durato troppo a lungo, ma intanto erano stati piantati i semi di un discorso che si svilupper\u00e0 compiutamente soltanto un decennio dopo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per tutto il corso della sua esistenza, la CCRU adott\u00f2 un atteggiamento apertamente provocatorio nei confronti della \u00abvecchia\u00bb sinistra marxista, a cui veniva rimproverato l\u2019attaccamento nostalgico ai feticci di un passato impetuosamente spazzato via dalla rivoluzione digitale. Di questa polemica Fisher fu una delle voci inizialmente pi\u00f9 iconoclaste, anche se col tempo i suoi toni tenderanno ad ammorbidirsi; ma dall\u2019esperienza per molti versi totalizzante della CCRU, Fisher ricav\u00f2 innanzitutto quel senso di eccitamento per il futuro, per l\u2019inaspettato, per il potenziale dirompente di quanto ancora <em>non \u00e8<\/em>, che fu in effetti una delle qualit\u00e0 di tutta la cultura cyber anni Novanta, persino quella apparentemente pi\u00f9 distopica e nichilista (due aggettivi che alla CCRU venivano rivolti con una certa frequenza).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Epitome massima di questo inappellabile e a suo modo tirannico <em>future shock<\/em> era per Fisher la musica che negli anni Novanta trasform\u00f2 l\u2019underground dance inglese in un concentrato senza precedenti di desiderio macchinico\/postumano; in particolare nel suono jungle e drum &amp; bass \u2013 coi suoi ritmi spezzati, i suoi BPM tachicardici e i suoi campioni presi da film di fantascienza come <em>Predator \u2013<\/em> Fisher individuava le tracce di un futuro capace di operare gi\u00e0 nel presente fino al punto di modificarlo: per usare il vocabolario della CCRU, era la pi\u00f9 classica delle <em>iperstizioni<\/em>, un concetto che Fisher non abbandoner\u00e0 mai anche e soprattutto quando di questo futuro verranno meno le tracce.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019interesse per la nuova musica elettronica e dance, specie nelle sue varianti pi\u00f9 <em>hardcore<\/em>, era comune a tutto il giro di Warwick, e in effetti \u00e8 difficile immaginare la CCRU senza ricorrere al tipico immaginario post-cyberpunk che per tutti i Novanta si svilupp\u00f2 negli ambienti della cultura rave e dell\u2019underground techno. Ma per Fisher l\u2019attenzione serrata nei confronti della cultura pop si condiva anche di un ulteriore, duplice significato: da una parte, sapeva bene che linguaggi come la musica e il cinema \u00abdi consumo\u00bb sono spie di un pi\u00f9 generico clima cultural-valoriale, e che in particolare la musica funzionava (per dirla con Jacques Attali) come agente predittivo di cambiamenti pi\u00f9 ampi; dall\u2019altra, per Fisher la cultura pop assumeva anche un\u2019importantissima funzione formativa: di origini modeste, amava spesso ricordare che da adolescente si era formato leggendo pi\u00f9 il <em>New Musical Express<\/em> che i saggi di filosofia, e tanti dei suoi interventi proseguiranno su quella strada \u2013 inaugurata nel Regno Unito da figure come Paul Morley, Ian Penman e Jon Savage \u2013 capace di mescolare analisi della cultura di consumo e riflessione teorico-politica, conoscenza dei linguaggi dell\u2019underground e critica che in altri tempi avremmo chiamato \u00abmilitante\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel 2003, parallelamente alla fine dell\u2019esperienza CCRU, Fisher inaugura quindi un blog chiamato K-Punk, che diventer\u00e0 in fretta nodo centrale per un intero network di critici e teorici, molti dei quali orbitanti proprio attorno all\u2019ambiente musicale: tra questi, vale la pena citare quantomeno Matthew Ingram\/Woebot (che poi di Fisher diventer\u00e0 uno stretto collaboratore), il gi\u00e0 affermato Simon Reynolds (che dalle teorizzazioni di Fisher prender\u00e0 ampiamente spunto per i suoi lavori degli anni Duemila) e, in ambito extramusicale, il giovane Owen Hatherley, poi diventato noto principalmente per i suoi scritti di urbanistica e architettura. \u00c8 su K-Punk che Fisher comincia ad avvertire, man mano che i Duemila si dipanano tra guerra al terrore e New Labour imperante, i sintomi di una lenta e inesorabile <em>scomparsa del futuro<\/em>, parallela al ritorno \u00abfantasmatico\u00bb di un passato che proprio nel futuro aveva sperato e investito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La cosa diventa particolarmente avvertibile in quello che per Fisher rimane il campo d\u2019indagine privilegiato, ovvero la solita e sempre bistrattata cultura pop. Piuttosto prevedibilmente, \u00e8 in due musicisti di area elettronica che Fisher individua la manifestazione poeticamente pi\u00f9 compiuta di questo slittamento di prospettiva: il progetto The Caretaker, firmato dall\u2019ex prankster parasituazionista Leyland Kirby; e soprattutto Burial, il misterioso produttore dubstep lanciato nel 2006 proprio da un altro ex affiliato della CCRU come Steve Goodman\/Kode9 (che evidentemente non per caso, nello stesso anno pubblicava un album in collaborazione col sodale Spaceape intitolato <em>Memories of the Future<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La musica di Burial, o pi\u00f9 che altro quello che questa musica evoca, avr\u00e0 su Fisher un impatto altrettanto profondo che i vecchi classici jungle negli anni della CCRU. Anche perch\u00e9 del primigenio suono jungle, Burial \u00e8 un erede diretto; il dubstep di Burial arriva in effetti come ultimo atto di quello che Simon Reynolds ha chiamato <em>hardcore continuum<\/em>: una specie di lento percorso evolutivo che caratterizza i sotterranei techno e dance inglesi (o pi\u00f9 segnatamente londinesi) dall\u2019inizio degli anni Novanta in poi, e che per quasi un quindicennio aveva incessantemente spostato in avanti il confine del possibile, continuamente riterritorializzando continenti altri. In Burial questo continuum si tinge di sfumature crepuscolari, evanescenti; in breve, pare interrompersi per ritornare sui suoi passi sotto forma di rievocazione onirica-inconscia. Per Fisher, che nei Novanta era rimasto abbagliato dalla prometeica tensione al futuro della cultura rave e di jungle e drum &amp; bass, la progressiva ritirata di questi suoni verso lande solcate dalla malinconica nostalgia verso un \u00abfuturo che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u00bb \u00e8 molto pi\u00f9 che il segno di quella <em>Retromania<\/em> che Reynolds attribuir\u00e0 perlopi\u00f9 a internet e alla perenne inclinazione del pop per il revival; \u00e8 semmai il sintomo di una impasse che ancora Fisher riassume prendendo a prestito da Derrida un termine come <em>hauntology<\/em>, a sua volta indicante (nell\u2019interpretazione di Fisher) quella \u00abnostalgia per un futuro perduto\u00bb che caratterizza i Duemila anche ben al di fuori del ristretto recinto pop. Detta altrimenti: per Fisher, l\u2019immaginario anni Duemila \u00e8 letteralmente abitato da fantasmi, sia di stili passati (la Retromania), sia di ipotesi politiche e ideologiche relegate al dominio del non-pi\u00f9-possibile (le alternative al capitalismo messe a tacere dalla retorica neoliberale del <em>There Is No Alternative<\/em>), ed \u00e8 semmai dalle seconde che discendono i primi. Da qui, prendono forma le riflessioni che lo porteranno al suo primo e pi\u00f9 importante libro: <em><a title=\"Realismo capitalista\" href=\"https:\/\/not.neroeditions.com\/mark-fisher-realismo-capitalista\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Realismo capitalista<\/a><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pi\u00f9 che un manifesto teorico, <em>Realismo capitalista<\/em> \u00e8 un pamphlet (indirizzato a quella stessa sinistra che ai tempi della CCRU era stata bersaglio di non pochi strali), un ripensamento (su quali forme un\u2019ipotetica nuova sinistra possa assumere se davvero vuole tornare a \u00abinventare il futuro\u00bb, per dirla coi suoi allievi Nick Srnicek e Alex Williams) e infine uno straordinario, puntuale saggio di trasversalit\u00e0, di capacit\u00e0 comunicativa, di partecipazione emotiva e di lettura degli immaginari dominanti. La tesi \u00e8 semplice: il <em>There Is No Alternative<\/em> al capitalismo pronosticato dalla Thatcher \u00e8 stato infine introiettato non solo dalle forze politiche che pure a suo tempo occupavano il campo avverso a quello del consevatorismo neoliberale, ma dallo stesso inconscio collettivo; il risultato \u00e8 che \u00ab\u00e8 pi\u00f9 facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo\u00bb, con ricadute drammatiche sia nel campo sociale che in quello psichico. Da qui, discende un\u2019analisi succinta ma penetrante di come questo \u00abrealismo capitalista\u00bb si rifletta in ambiti apparentemente tra loro diversissimi come la sempiterna cultura pop (soprattutto il cinema, che nel corso degli anni \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 uno dei perni dell\u2019analisi di Fisher), la malattia mentale (che Fisher conosceva bene sin dall\u2019adolescenza), la burocrazia, il sistema scolastico, la catastrofe ambientale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Realismo capitalista <\/em>esce nel 2009 per Zero Books, una piccola casa editrice nata nel 2007 e fondata tra gli altri dallo scrittore Tariq Goddard. Per molti versi, Zero \u00e8 un esito e un proseguimento di quel network che nella prima met\u00e0 degli anni Duemila si era formato attorno allo stesso K-Punk; Fisher ne diventa in effetti editor, contribuendo a trasformare Zero in uno dei principali e pi\u00f9 riconoscibili marchi della new wave del pensiero radicale inglese. Negli anni, per Zero usciranno titoli importanti firmati Graham Harman, Laurie Penny, Eugene Thacker, Owen Hatherley, David Stubbs, che spaziano dalla filosofia alla musica, dalla <em>black metal theory <\/em>alla politica, dal femminismo alle arti; ma \u00e8 proprio <em>Realismo capitalista <\/em>il libro che di Zero diventa il titolo-manifesto (nonch\u00e9 il suo bestseller, se pu\u00f2 interessare), al punto che l\u2019intera casa editrice finir\u00e0 col tempo per essere sempre pi\u00f9 identificata con Mark Fisher, nonch\u00e9 con l\u2019eredit\u00e0 che Fisher si portava dietro sin dai tempi della CCRU.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In effetti, le reazioni a <em>Realismo capitalista<\/em> sono buone praticamente sin da subito: il libro esce a ridosso della crisi del 2008, che nonostante le speranze di molti non aveva scalzato in alcun modo l\u2019idea che \u00abnon c\u2019\u00e8 alternativa\u00bb, e la lettura di Fisher sembra a quel punto fornire assieme un\u2019analisi critica e una consolazione. Ma \u00e8 solo col tempo che <em>Realismo capitalista<\/em> diventa a tutti gli effetti un classico, nonch\u00e9 uno dei saggi pi\u00f9 citati (se non altro a partire dal titolo) da scrittori, artisti e intellettuali appartenenti a quella generazione per la quale, come proprio Fisher ricorda nel libro, \u00abil capitalismo semplicemente occupa tutto l\u2019orizzonte del pensabile\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Parte dell\u2019impatto di <em>Realismo capitalista<\/em> possiamo ricavarlo dai commiati apparsi un po\u2019 ovunque nei giorni immediatamente successivi alla morte del suo autore: sulla <em>Los Angeles Review of Books<\/em>, Dan Hassler-Forest ricorda di essersi imbattuto nel libro \u00abnel momento in cui pi\u00f9 ne avevo bisogno. Finalmente, eccomi dinanzi a un testo capace di dimostrare che nel XXI secolo la teoria culturale poteva ancora giocare una funzione vitale, e lo faceva in una maniera incisiva, accessibile, stimolante, un\u2019assoluta gioia da leggere\u00bb. Sul <em>Guardian<\/em>, Simon Reynolds ne parla come di una \u00abpietra miliare\u00bb e arriva a definire Fisher un \u00abJohn Berger post-rave\u00bb. Su <em>Jacobin<\/em>, Alex Niven riesuma una lettera scritta di getto dopo la lettura del libro, che per\u00f2 mai ebbe il coraggio di spedire all\u2019autore: \u00abHo letto <em>Realismo capitalista <\/em>la scorsa settimana e mi sono sentito come se fossi tornato a respirare dopo aver passato troppo tempo sott\u2019acqua. Vorrei ringraziarti dal profondo del mio cuore per aver espresso in maniera tanto eloquente praticamente tutto quanto c\u2019era da dire, e per avermi ridato speranza proprio quando ero ormai prossimo alla disperazione\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sono reazioni che dicono non solo dell\u2019importanza che <em>Realismo capitalista<\/em> ha rivestito nelle vite di tante persone, ma del legame emotivo che si venne spontaneamente a creare tra lettori e autore, tra una generazione condannata a emergere in piena \u00abfine della storia\u00bb e uno scrittore a quel punto gi\u00e0 ultraquarantenne che aveva passato la giovinezza a teorizzare apocalittiche visioni techno-lovecraftiane, e che adesso riannodava i fili di un futuro mai arrivato per ribadire che ehi, un\u2019alternativa <em>c\u2019\u00e8<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In Italia, nonostante gli sforzi di un piccola schiera di sostenitori (tra questi cito almeno Mike Watson, Francesca Coin, Beatrice Ferrara, Matteo Pasquinelli, lo stesso Bifo, che negli ultimi anni fu per Fisher un riferimento importante), il lavoro di Mark Fisher \u00e8 rimasto per molto tempo sostanzialmente sconosciuto ai pi\u00f9, relegato semmai a una piccola cerchia di appassionati di musica e di lettori di riviste come <em>The Wire<\/em>. Con NERO lo incontrammo un\u2019unica volta nella primavera del 2014, poche settimane prima dell\u2019uscita del libro che di <em>Realismo capitalista<\/em> era una sorta di malinconico compendio, <em>Ghosts of My Life<\/em>. Di nuovo, in quell\u2019occasione a tornare furono le preoccupazioni di Fisher per una cultura che faticava a rimpadronirsi del concetto di futuro, che a sei anni dalla crisi del 2008 sembrava ancora impantanata in quel <em>There Is No Alternative <\/em>capace di prodursi in null\u2019altro che revival, <em>pastiche<\/em> e poco eccitanti <em>upgrades<\/em>. Certo, qualcosa sembrava si stesse muovendo, qui e l\u00e0 pareva di captare dei vaghi segnali, o almeno cos\u00ec piaceva pensare a noi che eravamo andati a intervistarlo a margine di un incontro alla John Cabot University di Roma; Fisher annu\u00ec, ci concesse il dono dell\u2019entusiasmo, ma alla fine ammise: \u00abPer\u00f2 vuoi mettere con quando uscirono le prime tracce jungle? Le ascoltavi e pensavi: da dove arriva questa roba?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E per\u00f2, proprio la sua insistenza \u2013 sempre cos\u00ec <em>sentita<\/em> e per certi versi pervasa da un certo disarmante&#8230; <em>candore<\/em> \u2013 ad abbandonare nostalgismi di sorta, a recuperare il brivido del <em>future shock<\/em>, a tornare a ipotizzare alternative aliene e irriducibili al realismo capitalista imperante, ha sul serio esercitato un impatto incalcolabile sul mondo delle arti e del pensiero \u00abradicale\u00bb (o comunque lo vogliate chiamare) degli ultimi anni. Robin Mackay di Urbanomic, il suo vecchio compagno dei tempi di Warwick, ha parlato di una \u00abfunzione Fisher\u00bb che forse ancora dobbiamo comprendere nella sua complessit\u00e0, ma che siamo comunque chiamati ad attivare e a implementare secondo le tipiche traiettorie \u00abiperstizionali\u00bb care a Fisher sin dal periodo CCRU. Gli ultimi progetti in cui Fisher si stava dedicando (gli scritti su quello che chiamava <em>Acid Communism<\/em>, la riflessione sul tema dello \u00abstraniante\u00bb e del \u00abbizzarro\u00bb al centro del suo ultimo libro, <em>The Weird and the Eerie<\/em>, uscito postumo per Repeater, l\u2019editore che dell\u2019originario Zero Books \u00e8 l\u2019erede ufficiale) promettevano come al solito sviluppi interessanti, per non dire cruciali. Quando a NERO nacque l\u2019idea della collana che state leggendo, <em>Realismo capitalista<\/em> fu il primo libro a cui pensammo. Eravamo anzi nel pieno di una riunione redazionale quando, attorno all\u2019ora di pranzo di sabato 14 gennaio, ci arriv\u00f2 la notizia del suicidio di Fisher. Anche nel nostro caso, \u00e8 difficile rendere a parole il senso di incredulit\u00e0 e&#8230; be\u2019, di autentico <em>dolore<\/em> che ci colse in quell\u2019occasione, senza scadere nella retorica del commiato di circostanza. Io per certo, so di essere tornato quel pomeriggio a casa, di aver messo sul piatto <em>Untrue<\/em> di Burial, e di aver silenziosamente salutato Fisher con quella che di Burial \u00e8 la mia traccia preferita, \u00abRaver\u00bb. \u00c8 un rituale che ho replicato per giorni, mentre come tutti assistevo sorpreso (e anche commosso) all\u2019immane quantit\u00e0 di saluti, omaggi, ricordi, che nelle settimane successive alla morte di Fisher si sono moltiplicati. Pubblicare per la prima volta in italiano quello che \u00e8 il suo testo chiave, \u00e8 insomma nel nostro piccolo un primo, piccolo tentativo di attivare quella \u00abfunzione Fisher\u00bb che, come ancora Mackay ricorda, \u00abnon si riduce soltanto a quei contributi intellettuali che possiamo valorizzare, espandere e portare avanti in futuro. Vuol dire anche cosa possiamo imparare adesso su cosa significa tenere a noi stessi e agli altri\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/cultura\/12112-valerio-mattioli-realismo-capitalista.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/cultura\/12112-valerio-mattioli-realismo-capitalista.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MEGACHIP (Valerio Mattioli) Pi\u00f9 che un manifesto teorico, &#8220;Realismo capitalista&#8221; \u00e8 un pamphlet. Uno straordinario, puntuale saggio di trasversalit\u00e0, di capacit\u00e0 comunicativa, di partecipazione emotiva e di lettura degli immaginari dominanti \u00c8 difficile rendere il senso di smarrimento che la mattina del 14 gennaio 2017 segu\u00ec alla notizia del suicidio di Mark Fisher, avvenuto il giorno prima all\u2019et\u00e0 di quarantotto anni. 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