{"id":41133,"date":"2018-04-17T13:57:24","date_gmt":"2018-04-17T11:57:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41133"},"modified":"2018-04-17T13:57:24","modified_gmt":"2018-04-17T11:57:24","slug":"tra-globalizzazione-e-protezionismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41133","title":{"rendered":"Tra globalizzazione e protezionismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di MICRO MEGA (Enrico Grazzini)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il pensiero di J. M. Keynes, Susan Strange e Dani Rodrik su interesse nazionale e democrazia<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories6\/john-m-keynes-510.jpg\" alt=\"john m keynes 510\" width=\"300\" height=\"255\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il presidente degli Stati Uniti d&#8217;America Donald Trump sta chiudendo le frontiere del suo paese applicando pesanti dazi alla Cina e a tutto il mondo, e si sta scontrando apertamente con il presidente cinese Xi Jinping che invece \u00e8 diventato il maggiore alfiere del libero commercio internazionale (anche se Xi Jinping si guarda bene dal liberalizzare completamente la moneta e la finanza nel suo paese).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo scontro tra protezionismo e globalismo non si limita certo al conflitto tra Trump e Xi Jinping. Uno scontro analogo, anche se ovviamente non identico, si svolge da tempo in Europa, tra i cosiddetti \u201csovranisti\u201d che non vogliono subordinarsi all&#8217;euro e alla \u201ctecnocrazia\u201d di Bruxelles, e, dall&#8217;altra parte, gli europeisti ad oltranza: questi ultimi sono schierati a favore della maggiore integrazione europea, e quindi a favore della libera circolazione dei capitali (che, insieme alla libera circolazione delle merci e delle persone, \u00e8 il sacro principio fondante di questa Unione Europea). Gli europeisti ad oltranza condannano a priori ogni forma di resistenza nazionale con l&#8217;accusa di populismo e di sciovinismo retrogrado e reazionario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ormai per\u00f2 le forze della destra nazionalista (purtroppo) dilagano: in alcuni stati gi\u00e0 governano, come nell&#8217;est Europa e in Austria, in altri stati i nazionalisti di destra sono diventati la principale forza di opposizione, come in Germania l&#8217;AFD (Alternative f\u00fcr Deutschland) e in Francia il Front National. Il nazionalismo ha attualmente quasi sempre una caratterizzazione di destra estrema e para-fascista. La Gran Bretagna \u00e8 uscita nonostante che laburisti fossero contrari alla Brexit. L&#8217;onda della destra nazionalista avanza ormai in tutta Europa, Italia compresa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In diverse versioni, lo scontro \u00e8 quindi a tutto campo tra globalizzazione e nazionalismo, tra libero commercio e protezionismo. Lo scopo di questo scritto \u00e8 di rispondere ad alcune domande cruciali: le forze progressiste e democratiche, e quelle di sinistra, devono diventare \u201cnazionaliste\u201d o no? Devono difendere e sviluppare o no l&#8217;economia, la cultura e l&#8217;autonomia politica della nazione? E se no, perch\u00e9? E se invece s\u00ec, perch\u00e9, come, e con quali modalit\u00e0 e con quali obiettivi?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per tentare di rispondere a questi quesiti in questo articolo richiamer\u00f2 le teorie e le lezioni di tre autorevolissimi studiosi, che in Italia quasi mai vengono citati in merito a queste questioni: John Maynard Keynes, considerato l&#8217;inventore della macroeconomia; Susan Strange, considerata l&#8217;inventrice dell&#8217;economia politica internazionale. Fino alla sua scomparsa (1998), Strange \u00e8 stata la capofila degli studiosi britannici di relazioni internazionali; purtroppo per\u00f2 \u00e8 sempre stata sottovalutata in Italia, forse perch\u00e9 le sue analisi sul Casino Capitalism, erano tanto precise e anticipatrici quanto insopportabilmente radicali ed \u201cestremiste\u201d per gli studiosi italiani, troppo abituati all&#8217;ambiguit\u00e0 e ai compromessi intellettuali; e Dani Rodrik, docente di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government e alla Harvard University.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rodrik oltre che essere un&#8217;autorit\u00e0 riconosciuta nel campo della finanza e del commercio internazionale, \u00e8, insieme a Joseph Stiglitz e ad altri eminenti studiosi, molto critico sulla globalizzazione, che considera nemica della democrazia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il dilemma da affrontare \u00e8 centrale: infatti, secondo gran parte degli economisti e dei politici, il fronte principale dello scontro politico nel mondo \u2013 dopo che si \u00e8 concluso il conflitto tra capitalismo e comunismo, con il primo vincitore pressoch\u00e9 assoluto \u2013 non sarebbe pi\u00f9 tra destra e sinistra, ma tra globalizzazione e nazionalismo, ovvero tra chiusura nazionale e apertura internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per gli economisti ortodossi, e per quasi tutta la sinistra, essere nazionalisti significa semplicemente essere culturalmente retrogradi e politicamente sciovinisti: il nazionalismo comporterebbe automaticamente l&#8217;approdo a ideologie conservatrici e a politiche reazionarie e parafasciste. A me pare invece che \u2013 anche in base alle lezioni di Keynes, della Strange e di Rodrik \u2013 la questione sia pi\u00f9 complessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Occorre innanzitutto ricordare una realt\u00e0 banale, quasi ovvia, ma spesso dimenticata: nel finanzcapitalismo il capitale passa tutte le frontiere, \u00e8 \u201cinternazionalista\u201d e non ha nazione (almeno cos\u00ec appare), mentre il lavoro, la produzione reale, i conflitti sociali e di classe, e la democrazia rimangono sempre necessariamente ancorati al livello nazionale. In questo senso la classica visione marxista del proletariato come classe spontaneamente internazionale e \u201cal di sopra\u201d degli specifici contesti nazionali, \u00e8 irrealistica e velleitaria. Il terreno delle battaglie democratiche e delle lotte sociali \u00e8 sempre innanzitutto nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anticipo la conclusione delle mie considerazioni affermando che \u2013 seguendo la lezione de tre maestri citati sopra \u2013 le forze progressive dovrebbero denunciare e contrastare le istituzioni della globalizzazione \u2013 tra le quali l&#8217;Unione Europea e la moneta unica in particolare, che sono dichiaratamente nate e si sono sviluppate su presupposti iper-liberisti \u2013 e difendere innanzitutto l&#8217;economia nazionale, il lavoro e la democrazia del proprio Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il finanzcapitalismo e la crisi dell&#8217;eurozona<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per comprendere le idee di Keynes, Strange e Rodrik sulla globalizzazione, il protezionismo e il nazionalismo, \u00e8 necessario un minimo di approfondimento sulla situazione attuale del capitalismo e dell&#8217;Unione Europea. Partiamo da un dato di fatto ampiamente riconosciuto e non contestabile: il capitalismo \u00e8 attualmente caratterizzato dal dominio della finanza speculativa sull&#8217;economia reale ed \u00e8 diventato finanzcapitalismo.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn1\">[1]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il finanzcapitalismo ha origine e si sviluppa con la fine degli accordi di Bretton Woods (1944). Il sistema di Bretton Woods \u00e8 stato progettato dalle grandi potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale (USA e Gran Bretagna) ed era basato sulla fissit\u00e0 dei rapporti di cambio tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all&#8217;oro. Gli accordi sui cambi fissi \u2013 anche se aggiustabili \u2013 erano mirati ad abbattere le barriere commerciali e a incrementare gli scambi internazionali. Il cambio fisso elimina infatti il cosiddetto \u201crischio di cambio\u201d. Parallelamente, a differenza del sistema che lo precedette (il Gold Standard), si stabil\u00ec che la mobilit\u00e0 internazionale dei capitali dovesse essere limitata poich\u00e9 si era consci del grande peso che essa aveva avuto nel determinare la crisi globale negli anni &#8217;30.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con la fine dell&#8217;intesa di Bretton Woods e dell&#8217;equivalenza tra dollaro e oro, annunciata dal famoso discorso del presidente americano Richard Nixon nel 1971, si \u00e8 aperta la strada verso la completa e globale deregolamentazione dei capitali finanziari internazionali e dei cambi delle valute nazionali. Gli storici probabilmente non hanno ancora riconosciuto l&#8217;importanza eccezionale di questo salto di qualit\u00e0: la fine dell&#8217;intesa di Bretton Woods ha avviato un processo di completa mobilit\u00e0 dei capitali e di speculazione sulle monete nazionali che costituisce una svolta radicale nella storia del mondo, paragonabile alla caduta del muro di Berlino e alla fine dell&#8217;Unione Sovietica e del comunismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con la fine dei cambi fissi e l&#8217;introduzione dei cambi flessibili, con la libera circolazione dei capitali &#8211; a cui \u00e8 stato consentito di speculare sulle monete e sulla finanza degli altri Paesi &#8211; si sono aperti mercati sconfinati per la grande finanza, in primis anglo-americana (grazie al \u201cprivilegio esorbitante del dollaro\u201d, la moneta dominante a livello globale) ma anche della grande finanza europea (sfera del marco e del franco, e poi dell&#8217;euro) e giapponese (sfera dello yen). Il capitale finanziario \u00e8 diventato libero di muoversi a livello globale non solo e non tanto per investire a medio e lungo termine sulla produzione reale, ma soprattutto per cercare profitti a breve termine in ogni angolo del pianeta. Questo movimento per\u00f2 genera continuamente gravi crisi valutarie e finanziarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Grazie alla libera circolazione del capitale speculativo, si sono create decine di crisi valutarie, come quella del Messico e dell&#8217;Argentina negli anni \u201870 e \u201880, e poi le crisi del Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1992 e 1993, del Messico nel 1994, delle Tigri del sudest asiatico nel 1997, della Russia (1998), del Brasile (1998-1999), e della Turchia (2001). Il libero movimento di capitali ha esaltato anche le crisi finanziarie e immobiliari, come quella della bolla Internet del 2001, e soprattutto\u00a0 la crisi globale del 2007-8 che, partita con il crollo dei titoli subprime (titoli immobiliari), si \u00e8 propagata rapidamente in Occidente, e particolarmente in Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La nuova finanza non intermedia pi\u00f9 tanto il risparmio indirizzandolo verso gli investimenti produttivi. Il finanzcapitalismo, sfruttando il suo dominio sulla moneta e sul credito, tende invece a un processo rapido di accumulazione soprattutto grazie a rischiose scommesse sui titoli finanziari. Il finanzcapitalismo alimenta incessantemente il debito e sfrutta come un parassita le risorse produttive grazie innanzitutto al suo potere sulla moneta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il finanzcapitalismo ha come obiettivo principale proprio gli stati, dal momento che questi sono i maggiori detentori di ricchezza in ogni singolo paese e sono anche i maggiori debitori. In generale uno stato controlla mediamente circa il 30-50% del PIL, ovvero la parte pi\u00f9 ampia di ricchezza nazionale, e ha debiti per quote assai rilevanti e crescenti del PIL (in Europa gli stati hanno un debito medio pari circa al 90% del Pil complessivo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;obiettivo del nuovo capitalismo non \u00e8 pi\u00f9 tanto il profitto industriale quanto \u2013 grazie al dominio delle monete forti e mediante la servit\u00f9 del debito &#8211; l&#8217;estrazione di valore dai mercati monetari e finanziari, dagli stati indebitati, dai cittadini che pagano le tasse, dal risparmio del ceto medio, dal lavoro, e dallo stesso capitale produttivo. Al conflitto tradizionale caratteristico del secolo scorso, quello tra le classi lavoratrici e gli industriali (i padroni), si sovrappone il nuovo conflitto tra la grande finanza internazionale, sostanzialmente parassitaria, e le economie nazionali, tra speculazione ed economia reale, tra creditori e debitori, tra stati forti e stati indebitati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il neocolonialismo monetario e finanziario contrasta necessariamente la democrazia politica e il compromesso sociale che si erano sviluppati negli stati europei dopo il secondo conflitto mondiale grazie agli accordi di Bretton Woods. Democrazia e diritti sociali diventano un ostacolo, un muro da abbattere per avanzare nella globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le scommesse speculative generano per\u00f2 necessariamente continue crisi, e i cicli finanziari basati sul debito tendono a diventare insostenibili. Quando si verifica la crisi, per salvarsi e rigenerarsi, il sistema finanziario chiede l&#8217;aiuto dello stato, ha bisogno del denaro dei contribuenti e ricorre quindi alla moneta come pubblico. In questo senso produce le condizioni per la sua stessa fine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La causa principale della crisi europea, e in particolare dell&#8217;eurozona, consiste proprio nel fatto che i trattati costitutivi dell&#8217;Unione Europea hanno spianato la strada alla finanza speculativa. Il liberismo \u2013 fondato sulla completa libert\u00e0 di movimento di masse enormi di capitale \u2013 \u00e8 nel DNA di questa Unione Europea nata a Maastricht, ed \u00e8 anche il peccato mortale che la condanna alla strutturale debolezza e alla disunione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il problema dell&#8217;eurozona \u00e8 che non ha gli anticorpi istituzionali per contrastare la crisi che genera. Le politiche di austerit\u00e0 imposte dalla miopia tedesca frenano l&#8217;economia e generano deflazione e disoccupazione. Questo aumenta la fragilit\u00e0 finanziaria e i debiti della periferia dell&#8217;eurozona. Il punto debole \u00e8 che la Banca Centrale Europea che emette la moneta unica, a differenza delle altre banche centrali, della FED americana e della Banca Centrale giapponese, per statuto non pu\u00f2 coprire (ovvero monetizzare, stampando moneta) i debiti di stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cos\u00ec gli stati dell&#8217;eurozona si devono indebitare sui mercati finanziari in euro, cio\u00e8 in una moneta straniera \u2013 ovvero in una moneta che non possono controllare \u2013 come aziende private qualsiasi. E subiscono il ricatto e lo sfruttamento della speculazione finanziaria. A causa di questo sistema perverso il rischio di fallimento di uno stato \u00e8 sempre presente. La crisi del sistema \u00e8 insita nella sua stessa struttura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;eurozona si tiene assieme solo perch\u00e9 nessuno sa bene come uscirne. Le elezioni italiane, che, se mai riusciranno a dare un governo al Paese, certamente non lo daranno pro-UE, potrebbero diventare l&#8217;occasione del crollo totale del sogno\/incubo sovranazionale e della moneta unica europea. Per uscire dal tunnel della crisi, occorrerebbe allora nazionalizzare il debito pubblico \u2013 senza affidarlo completamente agli umori dei mercati finanziari \u2013 e rilanciare l&#8217;economia reale \u2013 grazie per esempio alla cosiddetta moneta fiscale<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn2\">[2]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Keynes e l&#8217;elogio del \u201cprotezionismo\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Keynes si \u00e8 sempre schierato contro la liberalizzazione dei movimenti di capitale, cio\u00e8 contro quella che spesso chiamava semplicemente \u201cfuga dei capitali\u201d. Per lui non era ammissibile che il risparmio maturato in un paese vada a beneficiare altri paesi solo perch\u00e9 il capitale \u00e8 ingordo e cerca di ottenere ovunque elevati rendimenti a breve termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per il grande economista britannico il libero movimento dei capitali avrebbe portato a scompensi e a crisi valutarie, e a un tendenziale (anche se irraggiungibile) e dannoso livellamento dei tassi di interesse a scapito dell&#8217;autonomia monetaria delle singole nazioni. Infatti quando i capitali sono liberi di muoversi, prendono a prestito nei paesi a basso tasso di interesse e impiegano le risorse ottenute nei paesi dove il tasso di interesse \u00e8 maggiore, in modo da guadagnare sul differenziale (arbitraggio, o carry trade). Questi movimenti influenzano ovviamente i tassi di cambio delle valute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo contesto le banche centrali e i governi sono costretti ad aggiustare i tassi di interesse a livello nazionale in base ai movimenti del capitale speculativo internazionale.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn3\">[3]<\/a> Per un governo diventa praticamente impossibile attuare una politica monetaria valida per l&#8217;economia nazionale. Per Keynes quindi \u00e8 preferibile che i governi e gli accordi internazionali contrastino il libero movimento dei capitali e che i tassi di interesse siano fissati autonomamente in base alle esigenze nazionali, in modo cio\u00e8 che l&#8217;economia cresca e produca la piena occupazione senza tensioni inflazionistiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cos\u00ec scriveva il maggiore economista del secolo scorso cercando di convincere i suoi connazionali che il dogma del libero commercio era sbagliato e che occorreva innanzitutto promuovere una politica nazionale autonoma (traduzione e sottolineature mie)<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn4\">[4]<\/a>:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>E&#8217; pi\u00f9 facile sviluppare una politica nazionale maggiormente efficace se un fenomeno noto come &#8220;fuga di capitali&#8221; pu\u00f2 essere completamente evitato. All&#8217;interno di un paese il divorzio tra propriet\u00e0 e responsabilit\u00e0 del management diventa un fattore grave di rischio quando, in un&#8217;impresa in compropriet\u00e0, la propriet\u00e0 \u00e8 divisa tra innumerevoli entit\u00e0 che magari oggi acquistano una fetta di capitale e poi domani lo rivendono senza avere la minima conoscenza dell&#8217;impresa stessa e senza essere assolutamente responsabili verso quello su cui hanno temporaneamente investito. Quando poi lo stesso principio \u2013 cio\u00e8 quello per cui \u201csono irresponsabile nei confronti di quello che possiedo, e coloro che gestiscono la mia propriet\u00e0 sono irresponsabili verso di me\u201d &#8211; viene applicato a livello internazionale, esso diventa assolutamente intollerabile, soprattutto in tempi di stress economico.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Qualcuno pu\u00f2 anche fare il calcolo che sul piano finanziario sia vantaggioso che i miei risparmi siano investiti in qualunque parte del globo abitabile e che mostri la maggiore efficienza marginale del capitale, o che il tasso di interesse pi\u00f9 elevato. Ma sta maturando l&#8217;esperienza che la distanza tra propriet\u00e0 e management \u00e8 un male nei rapporti tra gli uomini, ed \u00e8 assai probabile, anzi \u00e8 certo, che nel lungo periodo crei tensioni e contrasti che porteranno ad azzerare il ritorno finanziario.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Perci\u00f2 simpatizzo con coloro che puntano a minimizzare piuttosto che a massimizzare i legami economici tra le nazioni.<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Le idee, le conoscenze, l&#8217;arte, l&#8217;ospitalit\u00e0, i viaggi &#8211; queste sono le cose che dovrebbero avere una natura internazionale. Ma lasciate che le merci siano invece prodotte principalmente a livello nazionale quando sia ragionevolmente possibile e conveniente; e, soprattutto, la finanza deve essere principalmente nazionale&#8230; <\/em><\/strong><em>sono incline alla convinzione che, dopo la transizione, una maggiore misura dell&#8217;autosufficienza nazionale e dell&#8217;isolamento economico tra i paesi che esistessero nel 1914, pu\u00f2 tendere a servire la causa della pace, piuttosto che diversamente. In ogni caso l&#8217;et\u00e0 dell&#8217;internazionalismo economico non ha avuto particolarmente successo nell&#8217;evitare la guerra\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>In un mondo razionale \u00e8 necessario un notevole grado di specializzazione internazionale in tutti i casi in cui questa \u00e8 dettata da ampie differenze di clima, risorse naturali, di abitudini naturali, livello di cultura e densit\u00e0 di popolazione. Ma <strong>su una gamma sempre pi\u00f9 ampia di prodotti industriali, e forse anche di prodotti agricoli, dubito che il costo economico dell&#8217;autosufficienza nazionale sia abbastanza grande per superare gli altri vantaggi di portare progressivamente il produttore e il consumatore nell&#8217;ambito della stessa organizzazione nazionale, economica e finanziaria.<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>L&#8217;internazionalismo economico che abbraccia la libera circolazione del capitale, dei fondi attivi e dei beni negoziati pu\u00f2 condannare questo paese <\/em>(Keynes si riferiva alla sua Gran Bretagna, ndr) <em>per una generazione a raggiungere un livello molto inferiore di prosperit\u00e0 materiale di potrebbe essere raggiunto con un sistema diverso\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche in base a queste sue idee \u00e8 stato costruito il compromesso di Bretton Woods che imponeva severe restrizioni al movimento internazionale dei capitali e un regime di cambi fissi (ma eventualmente aggiustabili nel caso che un paese registrasse crisi gravi della bilancia dei pagamenti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel secondo dopoguerra, grazie alla regolamentazione del movimento dei capitali, e grazie al fatto che gli stati europei hanno potuto proteggersi dalle importazioni di merci americane, l&#8217;economia europea \u201cprotezionista\u201d \u00e8 riuscita a decollare nonostante le rovine della guerra. Bretton Woods ha assicurato alti livelli di benessere nei paesi sviluppati, almeno fino agli anni &#8217;70. Poi \u00e8 seguita l&#8217;ondata liberista portata dalle politiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Susan Strange: stato e finanza speculativa<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Susan Strange ha il merito di avere innovato radicalmente l&#8217;analisi delle relazioni internazionali unificando lo studio dell&#8217;economia e della politica interazionale, che prima erano quasi sempre esaminate separatamente. In pratica ha \u201cinventato\u201d una nuova disciplina: l\u2019\u201ceconomia politica\u201d delle relazioni internazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Strange fin dagli anni &#8217;80-90 ha detto praticamente tutto l&#8217;essenziale sul caos della finanza deregolamentata &#8211; diventata praticamente un gioco d&#8217;azzardo -, e sui pesanti condizionamenti che il sistema finanziario, le grandi multinazionali e le istituzioni sovranazionali esercitano sulle istituzioni statali nazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La tesi fondamentale della Strange \u00e8 che gli stati non sono pi\u00f9 l&#8217;unico attore delle relazioni internazionali, e che le istituzioni statali sono sempre pi\u00f9 soggette a condizionamenti, pressioni e influenze di diversi attori, soprattutto da parte della finanza, delle imprese multinazionali e dei detentori delle tecnologie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gi\u00e0 nel 1996 Susan Strange aveva indicato come conseguenza dei cambiamenti globali<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>un intensificarsi della separazione delle imprese dai governi dei loro paesi di origine. Le imprese americane, britanniche, persino giapponesi che individuino nuovi mercati nei quali esiste una domanda in crescita, scoprono anche che per loro \u00e8 necessario prestare maggiore attenzione ai desideri dell\u2019autorit\u00e0, centrale o locale, statale o non statale, che governa questi mercati<\/em>\u201d. <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn5\">[5]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Strange ha compreso le potenzialit\u00e0 distruttive della finanza creativa basata sui cosiddetti prodotti derivati, individuando nella fine di Bretton Woods, nella fine del sistema dei cambi fissi, nella possibilit\u00e0 di speculare sulle monete, e nell&#8217;internazionalizzazione dei movimenti di capitale l&#8217;origine del caos speculativo. Le sue analisi sono profetiche: \u201c&#8221;<em>Il sistema finanziario occidentale<\/em>&#8221; scrisse nel 1986, &#8220;<em>sta rapidamente diventando n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che un grande casin\u00f2 &#8230;. Questo non pu\u00f2 che avere gravi conseguenze<\/em> &#8220;. <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn6\">[6]<\/a> Per Strange l&#8217;instabilit\u00e0 finanziaria era diventata &#8220;<em>la questione principale della politica internazionale e dell&#8217;economia<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;economista britannica attribuisce il declino del potere statale alla diffusa erosione della fiducia del pubblico nella sua capacit\u00e0 di leadership: le persone sono inclini a vedere il potere come corrotto o impotente nell&#8217;affrontare problemi come l&#8217;insicurezza, la disoccupazione e i servizi pubblici in declino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il divario tra la politica in declino e l&#8217;autorit\u00e0 pubblica da una parte e, dall&#8217;altra parte, una societ\u00e0 civile insufficientemente sviluppata, \u00e8 riempito da una sfera nascosta di potere, che include non solo la criminalit\u00e0 organizzata ma anche servizi di intelligence, banche per il riciclaggio del denaro sporco, il commercio di armi, i cartelli della droga e le organizzazioni terroristiche. Questo mondo opaco e segreto penetra nel governo e sviluppa relazioni simbiotiche con il big business e la finanza. Questo ambiente simbiotico mina la trasparenza e la responsabilit\u00e0 pubblica e diminuisce ulteriormente la fiducia del pubblico nelle istituzioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Strange non aveva per\u00f2 troppa fiducia neppure nelle istituzioni sovranazionali che cercano di governare i conflitti e i mercati globali. Strange mostr\u00f2 che tutte le strutture sovranazionali nate dai governi (come il FMI, la Banca Mondiale, l&#8217;ONU) non sono mai realmente al di sopra delle nazioni, ma sono in realt\u00e0 lo schermo dell&#8217;egemonia degli stati pi\u00f9 forti. L&#8217;ONU per esempio \u00e8 dominata dalle potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, da Usa, Russia e Cina, Gran Bretagna e Francia, mentre la UE \u00e8 egemonizzata dalla Germania in alleanza con la Francia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Strange spiega che<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>L\u2019organizzazione internazionale \u00e8 soprattutto un mezzo a disposizione del governo nazionale, uno strumento per conseguire l\u2019interesse nazionale con altri mezzi\u2026 Troppo spesso un regime \u00e8 raffigurato solo quale mera conseguenza di un processo di armonizzazione, mediante il quale i governi hanno coordinato i loro interessi comuni. L\u2019elemento costituito dal potere viene sminuito. Tuttavia, molti regimi internazionali non sono stati tanto il risultato di un\u2019unit\u00e0 di intenti fra eguali, quanto il risultato finale della strategia espressa da uno Stato dominante o, a volte, da un ristretto gruppo di Stati dominanti\u2026<\/em>\u201d. <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn7\">[7]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Strange era anche molto critica verso il processo di integrazione monetaria che si stava compiendo in Europa, e ne previse la crisi.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn8\">[8]<\/a> Per lei una moneta unica &#8211; con un unico tasso di interesse, un unico tasso di cambio, e una unica politica di regolazione della massa monetaria e del credito bancario \u2013 non era adatta per paesi tra loro diversissimi. Ancora una volta previde perfettamente i fattori della futura crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Dani Rodrik<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dani Rodrik \u00e8 noto per essere assai critico sulle questioni della globalizzazione e dell&#8217;ideologia del libero mercato. Ha enunciato un ormai famoso &#8220;teorema di impossibilit\u00e0&#8221; che recita cos\u00ec (traduzione mia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>la democrazia, la sovranit\u00e0 nazionale e l&#8217;integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili tra loro: si possono combinare due di questi tre elementi, ma non possiamo mai disporre di tutti e tre loro contemporaneamente e per intero<\/em>\u201d.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn9\">[9]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Spiega Rodrik:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>Una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione che i commercianti e i finanzieri affrontano nei loro rapporti transfrontalieri. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione. Generano il rischio sovrano, creano discontinuit\u00e0 normative alle frontiere, impediscono la regolamentazione globale e la supervisione degli intermediari finanziari internazionali e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rodrik continua a spiegare il suo teorema:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>Un&#8217;altra opzione \u00e8 mantenere lo stato nazionale legandolo alle esigenze dell&#8217;economia internazionale. Questo stato per\u00f2 perseguirebbe l&#8217;integrazione economica internazionale a scapito degli altri obiettivi interni. Il crollo dell&#8217;esperimento di convertibilit\u00e0 argentino degli anni &#8217;90 fornisce l&#8217;esempio contemporaneo della intrinseca incompatibilit\u00e0 con la democrazia di questa soluzione<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>Infine <\/em>\u201cspiega Rodrik\u201d <em>possiamo dimensionare le nostre ambizioni in relazione a quanta integrazione economica internazionale possiamo (o dovremmo) raggiungere. In conclusione \u00e8 preferibile optare per una versione ristretta della globalizzazione, come quella realizzata dal regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una liberalizzazione degli scambi limitata). Sfortunatamente Bretton Woods \u00e8 diventato vittima del proprio successo. Abbiamo dimenticato il compromesso incorporato in quel sistema e quale era la fonte della sua fortuna\u201d<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>Qualsiasi riforma del sistema economico internazionale deve affrontare questo trilemma<\/em> \u201cconclude Rodrik\u201d<em> Se vogliamo una maggiore globalizzazione, dobbiamo rinunciare alla democrazia o alla sovranit\u00e0 nazionale. Fingere di poter avere contemporaneamente tutti e tre le cose ci lascia in una instabile terra di nessuno<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo Rodrik, la globalizzazione espande le opportunit\u00e0 di sviluppo economico grazie all&#8217;incremento del commercio internazionale. Ma la globalizzazione comporta anche gravi conseguenze distributive, con alcuni gruppi sociali che soffrono condizioni peggiorative. Chiusure di fabbriche, dislocazione di posti di lavoro e offshoring sono il rovescio della medaglia dei vantaggi del libero commercio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per gestire positivamente la globalizzazione molti chiedono istituzioni in grado di esercitare una guida democratica dei processi internazionali. Ma, secondo Rodrik una democrazia globale per l&#8217;economia mondiale \u00e8 velleitaria e praticamente impossibile; inoltre \u00e8 difficile azzerare gli Stati nazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qual \u00e8 allora la strada giusta?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00ab<em>Io non ho dubbi: la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull\u2019iperglobalizzazione <\/em>\u201cspiega Rodrik\u201d<em> Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con le esigenze dell\u2019economia globale, \u00e8 quest\u2019ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi pi\u00f9 solide per l\u2019economia mondiale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione. Occorre sviluppare uno strato sottile di regole internazionali che lascino ampio spazio di manovra ai Governi nazionali; questa sarebbe una globalizzazione migliore, un sistema che pu\u00f2 risolvere i mali della globalizzazione senza intaccarne i grandi benefici economici\u201d<\/em>. <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn10\">[10]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non ci serve una globalizzazione estrema e incontrollata, ma una globalizzazione intelligente, riassume Rodrik con uno slogan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per Rodrik<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>occorre ribilanciare l&#8217;eccessiva focalizzazione sulla governance globale per concentrarsi invece sul governo nazionale. Le nostre elite intellettuali e politiche credono che i nostri problemi globali siano originati dalla mancanza di accordi globali, e che abbiamo bisogno di pi\u00f9 accordi globali. Ma la maggior parte dei nostri problemi economici deriva dai problemi nella governance locale e nazionale. Se le economie nazionali fossero gestite correttamente, potrebbero generare piena occupazione, potrebbero generare soddisfacenti intese sociali e buoni risultati distributivi; e potrebbero anche generare un&#8217;economia mondiale aperta e sana.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Questo problema \u00e8 importante, specialmente in relazione alla sinistra cosmopolita e progressista, perch\u00e9 tendiamo ad essere imbarazzati quando parliamo di interesse nazionale. Penso che dovremmo capire che l&#8217;interesse nazionale \u00e8 in realt\u00e0 complementare all&#8217;interesse globale, e che il problema ora non \u00e8 che non siamo sufficientemente orientati alla globalizzazione, ma che non siamo sufficientemente inclini a perseguire l&#8217;interesse nazionale in un senso ampio e inclusivo. Potrebbe sembrare un po &#8216;paradossale, ma \u00e8 un dato di fatto<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rodrik ha espresso le sue convinzioni anche sulla Unione Europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<em>Prima ho creduto che la UE potesse essere l&#8217;unica forza dell&#8217;economia mondiale in grado di combinare con successo l&#8217;iperglobalizzazione (il mercato unico) con la democrazia, grazie alla creazione di un demos e un sistema politico europeo. Ma ora devo ammettere che ho sbagliato in questa visione (ma forse era solo una speranza). Il modo in cui la Germania, e Angela Merkel in particolare, hanno reagito di fronte alla crisi in Grecia e in altri paesi indebitati ha sepolto ogni possibilit\u00e0 di un&#8217;Europa democratica<\/em>\u201d.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/tra-globalizzazione-e-protezionismo-il-pensiero-di-j-m-keynes-susan-strange-e-dani-rodrik-su-interesse-nazionale-e-democrazia\/#_ftn11\">[11]<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong>https:\/\/www.sinistrainrete.info\/neoliberismo\/12103-enrico-grazzini-tra-globalizzazione-e-protezionismo.html<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICRO MEGA (Enrico Grazzini) Il pensiero di J. M. Keynes, Susan Strange e Dani Rodrik su interesse nazionale e democrazia Il presidente degli Stati Uniti d&#8217;America Donald Trump sta chiudendo le frontiere del suo paese applicando pesanti dazi alla Cina e a tutto il mondo, e si sta scontrando apertamente con il presidente cinese Xi Jinping che invece \u00e8 diventato il maggiore alfiere del libero commercio internazionale (anche se Xi Jinping si guarda bene&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":85,"featured_media":37585,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/micromega-320x320.gif","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-aHr","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/41133"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/85"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=41133"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/41133\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":41134,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/41133\/revisions\/41134"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37585"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=41133"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=41133"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=41133"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}