{"id":41159,"date":"2018-04-19T09:00:10","date_gmt":"2018-04-19T07:00:10","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41159"},"modified":"2018-04-18T14:57:01","modified_gmt":"2018-04-18T12:57:01","slug":"lunione-europea-non-puo-essere-democratizzata","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41159","title":{"rendered":"L\u2019Unione europea non pu\u00f2 essere democratizzata"},"content":{"rendered":"<p><strong>di MICRO MEGA (Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<div class=\"detail-articles\" style=\"text-align: justify;\">\n<div id=\"info_related\"><\/div>\n<div class=\"imgleft\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2018\/04\/union_europea_bandiera_rotta.jpg\" alt=\"\" width=\"510\" height=\"NaN\" \/><\/div>\n<p><em>di <strong>Thomas Fazi<\/strong> e <strong>William Mitchell<\/strong> <\/em><\/p>\n<p><strong>L\u2019integrazione neoliberale dell\u2019Europa <\/strong><\/p>\n<p>Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si \u00e8 volto al peggio non \u00e8 compito facile. \u00c8 una difficolt\u00e0 dovuta al fatto che gli aspetti pi\u00f9 nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. Per semplicit\u00e0, comunque, possiamo fissare il momento di svolta dell\u2019Europa verso il neoliberismo intorno alla met\u00e0 degli anni \u201870, quando il regime cosiddetto \u201ckeynesiano\u201d, adottato in occidente dopo la seconda guerra mondiale, entr\u00f2 in una crisi conclamata.<\/p>\n<p>Non solo, in quegli anni, la pressione salariale, i costi crescenti e l\u2019aumento della competizione internazionale avevano causato una riduzione dei profitti, provocando l\u2019ira dei capitalisti; a un livello pi\u00f9 profondo, il regime di pieno impiego minacciava di costituire le fondamenta per un superamento del capitalismo stesso: una classe lavoratrice sempre pi\u00f9 militante aveva iniziato a fare fronte con i movimenti della controcultura dei tardi anni \u201860, chiedendo una democratizzazione radicale dell\u2019economia e della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Come l\u2019economista polacco Micha\u0142 Kalecki aveva anticipato trent\u2019anni prima, il pieno impiego non era divenuto solamente una minaccia economica per la classe dominante, ma anche e soprattutto una minaccia politica. Durante gli anni \u201870 e \u201880 questo fu motivo di grande preoccupazione per le <em>\u00e9lites occidentali<\/em>, come \u00e8 confermato da svariati documenti pubblicati all\u2019epoca. Il noto rapporto della Commissione Trilaterale, <em>La crisi della democrazia<\/em>, datato 1975, sosteneva \u2013 dal punto di vista dell\u2019<em>establishment <\/em>\u2013 che la situazione richiedeva una risposta multilivello, mirata non solo a ridurre il potere contrattuale del lavoro, ma anche a promuovere un \u00abpi\u00f9 alto grado di moderazione nella democrazia\u00bb e un maggiore disimpegno (o \u201cnon impegno\u201d) politico della societ\u00e0 civile rispetto a quanto il sistema faceva, da raggiungere attraverso la diffusione dell\u2019\u00abapatia\u00bb.<\/p>\n<p>Il secondo obiettivo \u2013 che la Commissione Trilaterale giudicava come una \u00abprecondizione fondamentale\u00bb per raggiungere il primo obiettivo, ossia la transizione a un nuovo ordine economico (il neoliberismo) \u2013 \u00e8 stato ottenuto, prima di tutto, mediante una graduale depoliticizzazione della politica economica. Ci\u00f2 significava svuotare le sovranit\u00e0 nazionali e sottrarre la politica macroeconomica al controllo democratico-parlamentare \u2013 per esempio, rendendo le banche centrali formalmente indipendenti dai governi \u2013 isolando, in tal modo, la transizione neoliberale dalla contestazione popolare. \u201cLegandosi le proprie mani\u201d, i governi sono stati in grado di ridurre i costi politici della transizione neoliberale \u2013 che chiaramente comportava politiche impopolari \u2013 addossandone la responsabilit\u00e0 ad accordi, trattati internazionali e istituzioni multilaterali. Tali politiche furono quindi presentate come l\u2019inevitabile risultato della nuova e dura realt\u00e0 della globalizzazione, piuttosto che come la conseguenza di esplicite scelte politiche.<\/p>\n<p>In Europa occidentale, questa lotta per smobilitare i movimenti popolari \u00e8 stata portata alle sue pi\u00f9 estreme conseguenze. Nel 1971, a seguito del collasso del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, la maggior parte dei Paesi europei continu\u00f2 a sperimentare varie forme di accordi valutari. Ci\u00f2 condusse, infine, alla creazione dello SME (Sistema monetario europeo), che, in sostanza, ancorava tutte le valute partecipanti al marco tedesco e, di conseguenza, alle posizioni \u201canti-keynesiane\u201d e anti-inflazionistiche della Bundesbank. La strategia ebbe successo nel promuovere una maggiore coesione del tasso di cambio, ma l\u2019aggiustamento ricadde interamente sulle spalle dei Paesi con alta inflazione e valuta pi\u00f9 debole. Le loro valute si apprezzarono in termini reali e trasmisero un impulso disinflazionistico a tutto lo SME. Questa \u201cdisinflazione competitiva\u201d port\u00f2 alla bassa crescita e alta disoccupazione che caratterizz\u00f2 l\u2019economia europea negli anni \u201880, generando deficit strutturali delle partite correnti in Paesi come Italia e Francia.<\/p>\n<p>La decisione delle nazioni con valuta pi\u00f9 debole di partecipare allo SME condusse le stesse a una perdita di competitivit\u00e0 e di quote di esportazione, mentre benefici\u00f2 in modo enorme le nazioni con valuta forte (in particolare la Germania). Dal punto di vista delle prime, sembrerebbe trattarsi di una decisione in larga misura autolesionista. Tuttavia, una simile decisione non pu\u00f2 essere compresa ragionando esclusivamente in termini di interesse nazionale, ma dovrebbe essere vista come il modo in cui una parte della comunit\u00e0 nazionale \u00e8 stata in grado di imporre vincoli a un\u2019altra, <a href=\"https:\/\/books.google.it\/books?id=xkp8AgAAQBAJ&amp;pg=PA16&amp;lpg=PA16&amp;dq=Heartfield,+%E2%80%98European+Union:+a+process+without+a+subject%E2%80%99&amp;source=bl&amp;ots=TtOQ9FzcPr&amp;sig=biULpVDqqCm5uKb2VpyqtsT9bT4&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ved=0ahUKEwjpxqHQ-5DZAhUCsKQKHUmPCVEQ6AEILjAB#v=onepage&amp;q=heartfield&amp;f=false\">come ha notato James Heartfield<\/a>. Fu, in sostanza, la reazione al conflitto distributivo degli anni \u201870, quando il capitale europeo si rivolse allo Stato per disciplinare la classe lavoratrice e le sue organizzazioni, con l\u2019intento \u2013 prima di tutto \u2013 di ristabilire la redditivit\u00e0 del capitale attraverso la compressione dei salari. In tal senso, la logica della \u201cdisinflazione competitiva\u201d intrinseca allo SME consent\u00ec ai politici nazionali, adesso \u201cprivati\u201d dello strumento della svalutazione competitiva, di presentare la compressione dei salari e l\u2019austerit\u00e0 fiscale come i soli mezzi attraverso i quali fosse possibile recuperare la competitivit\u00e0 dei rispettivi Paesi.<\/p>\n<p>Il prisma della depoliticizzazione, una volontaria e cosciente limitazione delle prerogative sovrane degli Stati da parte delle stesse <em>\u00e9lites<\/em> nazionali, ci permette di comprendere tutte le fasi successive del processo di integrazione europea. Un passo decisivo in tal senso fu compiuto nel 1986, con l\u2019Atto unico europeo, che abol\u00ec i controlli di capitale in tutta la CEE. Quei controlli erano stati l\u2019unico strumento che aveva garantito un minimo di stabilit\u00e0 valutaria in Europa fino a quel momento, ma ci\u00f2 fu ignorato dal rapporto Delors del 1989, che funse da modello per il Trattato di Maastricht del 1992. Questo trattato (formalmente Trattato dell\u2019Unione europea o TUE) stabil\u00ec un calendario ufficiale per la creazione di un\u2019unione monetaria europea. La maggior parte degli Stati partecipanti acconsent\u00ec ad adottare l\u2019euro come propria valuta ufficiale e a trasferire il controllo della politica monetaria dalle rispettive banche centrali alla Banca centrale europea (BCE) entro il 1999. La Germania insistette anche perch\u00e9 l\u2019unico obiettivo della BCE fosse tenere bassa l\u2019inflazione: il primo, se non l\u2019unico, criterio della BCE doveva essere assicurare la stabilit\u00e0 dei prezzi. Inoltre, gli articoli 123-135 della versione aggiornata del Trattato di Maastricht, il Trattato sul funzionamento dell\u2019Unione europea (TFUE), proibirono in modo chiaro alla BCE di finanziare i deficit pubblici.<\/p>\n<p>Col senno di poi, lo scopo appare chiaro: estendere la logica del mercato alle finanze pubbliche degli Stati, generando cos\u00ec un effetto disciplinare. Abbiamo visto gli effetti nefasti di ci\u00f2 in seguito alla crisi finanziaria del 2007-2009. Jean-Claude Trichet, ex presidente della BCE, <a href=\"https:\/\/www.adamtooze.com\/2017\/11\/07\/notes-global-condition-bond-vigilantes-central-bankers-crisis-2008-2017\/#_ftnref51\">non ha fatto mistero<\/a> del fatto che il rifiuto della banca centrale di sostenere i mercati dei titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria era finalizzato a costringere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci.<\/p>\n<p>Il trattato di Maastricht stabiliva, inoltre, limiti rigorosi in termini di deficit e debito\/PIL per gli Stati membri, che sono stati successivamente ristretti. Ci\u00f2, in sostanza, priv\u00f2 i Paesi della loro autonomia fiscale senza trasferire questo potere di spesa a un\u2019autorit\u00e0 superiore. Come ha scritto Heartfield, la costruzione dell\u2019unione monetaria fu \u00abun processo di depoliticizzazione di un asse centrale dell\u2019amministrazione economica e fiscale: la moneta\u00bb. In questo senso, l\u2019istituzione dell\u2019euro pu\u00f2 essere considerato il punto finale della decennale guerra delle <em>\u00e9lites<\/em> europee alla sovranit\u00e0 e alla democrazia. <a href=\"https:\/\/www.lrb.co.uk\/v14\/n19\/wynne-godley\/maastricht-and-all-that\">Come scrisse<\/a> il grande economista britannico Wynne Godley nel 1992, \u00abil potere di emettere la propria moneta, di disporre della propria banca centrale, \u00e8 ci\u00f2 che, pi\u00f9 di tutto, definisce l\u2019indipendenza nazionale\u00bb. Pertanto, adottando l\u2019euro, gli Stati membri hanno effettivamente acquisito lo status di autorit\u00e0 locali o colonie.<\/p>\n<p><strong>La questione centrale dei trattati europei <\/strong><\/p>\n<p>La portata dei trattati europei, tuttavia, va ben oltre la politica fiscale e monetaria. Su di essi, infatti, si fonda tutta la struttura giuridica della politica economica dell\u2019Unione europea (che \u00e8 rimasta sostanzialmente immutata negli anni). I principi guida dell\u2019UE sono chiaramente indicati nel capitolo sulla politica economica, in cui si afferma che l\u2019UE e i suoi Stati membri devono condurre \u00abuna politica economica in conformit\u00e0 al principio di un\u2019economia di mercato aperta e in libera concorrenza\u00bb e ispirata ai seguenti principi: \u00abprezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie solide e una bilancia dei pagamenti sostenibile\u00bb. Altri articoli rilevanti del TFUE includono:<\/p>\n<p>&#8211; L\u2019articolo 81, che proibisce ogni intervento dei governi in materia economica \u00abche possa pregiudicare il commercio tra Stati membri\u00bb;<\/p>\n<p>&#8211; L\u2019articolo 121, che conferisce al Consiglio europeo e alla Commissione europea \u2013 entrambi organismi non eletti \u2013 il diritto di \u00abformulare \u2026 gli indirizzi di massima delle politiche economiche degli Stati membri e dell\u2019Unione\u00bb;<\/p>\n<p>&#8211; L\u2019articolo 126, che regola le misure disciplinari da adottare in caso di deficit eccessivo;<\/p>\n<p>&#8211; L\u2019articolo 151, che stabilisce che la politica sociale e riguardante il lavoro dell\u2019UE terr\u00e0 conto della necessit\u00e0 di \u00abmantenere la competitivit\u00e0 dell\u2019economia dell\u2019Unione\u00bb;<\/p>\n<p>&#8211; L\u2019articolo 107, che vieta gli aiuti di Stato alle industrie nazionali strategiche.<\/p>\n<p>Di fatto, i trattati hanno incorporato il neoliberismo nel tessuto stesso dell\u2019Unione Europea, mettendo al bando le politiche \u201ckeynesiane\u201d che erano state comuni nei decenni precedenti. Essi impediscono la svalutazione della moneta e l\u2019acquisto diretto da parte della banca centrale del debito pubblico (per quei paesi che hanno adottato l\u2019euro). Impediscono politiche di gestione della domanda o l\u2019uso strategico degli appalti pubblici e impongono severe restrizioni alla previdenza sociale e alla creazione di occupazione attraverso la spesa pubblica. In breve, i trattati hanno gettato le basi per una reingegnerizzazione su larga scala delle economie e delle societ\u00e0 europee.<\/p>\n<p>Le implicazioni giuridiche di questi trattati \u2013 che sono spesso oscurate da considerazioni sociali ed economiche \u2013 meritano una seria attenzione. Questo perch\u00e9, nonostante la Francia e l\u2019Olanda abbiano votato contro una costituzione europea nel 2005, <a href=\"https:\/\/www.transform-network.net\/en\/publications\/issue\/thinking-europe-as-a-commons\/\">\u00abin definitiva, i trattati stabiliscono un ordine costituzionale per l\u2019UE\u00bb<\/a>. Si tratta di un ordine costituzionale molto particolare, dovuto alla sua natura sovranazionale (e quindi intrinsecamente non democratica). Infatti, a differenza delle costituzioni nazionali, tale ordine non pu\u00f2 essere modificato democraticamente dai cittadini: pu\u00f2 soltanto essere emendato all\u2019unanimit\u00e0 nel contesto di un nuovo accordo internazionale \u2013 che, in termini pratici, significa che non \u00e8 modificabile. L\u2019unica cosa che i singoli Stati possono fare \u00e8 ripudiare l\u2019intera struttura. Come ha affermato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, all\u2019inizio del mandato di SYRIZA, \u00abnon pu\u00f2 esserci alcuna scelta democratica contro i trattati europei\u00bb.<\/p>\n<p>Inoltre, a differenza di altre costituzioni e quadri giuridici, che generalmente sono tesi a definire la relazione tra le varie istituzioni di uno Stato e i diritti fondamentali dei cittadini, la \u201ccostituzione europea\u201d di fatto <a href=\"https:\/\/www.transform-network.net\/en\/publications\/issue\/thinking-europe-as-a-commons\/\">\u00abstabilisce una specifica filosofia economica (o ideologia) sulla quale poi basa \u2013 o meglio \u201ccostituzionalizza\u201d \u2013 regolamenti dettagliati che vincolano la sua politica economica\u00bb<\/a><em>.<\/em> Lo fa anche ancorando norme e regolamenti all\u2019interno delle costituzioni nazionali, svuotandole progressivamente dall\u2019interno. Ci\u00f2 conferisce poteri immensi alla Corte di giustizia europea, che ha l\u2019ultima parola sulle controversie legali tra governi nazionali e istituzioni UE. Non sorprende che Alec Stone Sweet, un esperto di diritto internazionale, <a href=\"http:\/\/digitalcommons.law.yale.edu\/cgi\/viewcontent.cgi?article=1079&amp;context=fss_papers\">l\u2019abbia definito<\/a> un \u00abcolpo di Stato giuridico\u00bb.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni il costituzionalismo autoritario dell\u2019Unione europea ha assunto contorni ancora pi\u00f9 anti-democratici, contrari persino alla democrazia formale, portando alcuni osservatori <a href=\"http:\/\/www.paecon.net\/PAEReview\/issue62\/Elsner62.pdf\">a suggerire<\/a> che l\u2019UE \u00abpotrebbe facilmente diventare un prototipo [di governance] post-democratica e persino una struttura di governo pre-dittatoriale contro la sovranit\u00e0 nazionale e le democrazie\u00bb. Lo abbiamo visto in Grecia nel 2015, quando la BCE ha tagliato la liquidit\u00e0 di emergenza alle banche greche per mettere in riga il governo di SYRIZA e costringerlo ad accettare il terzo memorandum di salvataggio.<\/p>\n<p>Per concludere, qualsiasi convinzione che la UE possa essere \u201cdemocratizzata\u201d e riformata in una direzione progressista \u00e8 una pia illusione. Questo non solo necessiterebbe che emerga <em>simultaneamente<\/em> un impossibile allineamento di movimenti\/governi di sinistra a livello internazionale; a un livello pi\u00f9 fondamentale, un sistema creato con l\u2019obiettivo specifico di limitare la democrazia non pu\u00f2 essere democratizzato. Pu\u00f2 essere soltanto rifiutato<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/unione-europea-non-puo-essere-democratizzata\/\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/unione-europea-non-puo-essere-democratizzata\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICRO MEGA (Thomas Fazi) di Thomas Fazi e William Mitchell L\u2019integrazione neoliberale dell\u2019Europa Stabilire il momento in cui il processo di integrazione europea si \u00e8 volto al peggio non \u00e8 compito facile. \u00c8 una difficolt\u00e0 dovuta al fatto che gli aspetti pi\u00f9 nefasti (da una prospettiva progressista) di questo processo sono il risultato di decisioni apparentemente non nefaste prese nei decenni precedenti. 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