{"id":41203,"date":"2018-04-20T11:30:30","date_gmt":"2018-04-20T09:30:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41203"},"modified":"2018-04-19T13:33:09","modified_gmt":"2018-04-19T11:33:09","slug":"tra-culto-della-tecnologia-e-decrescita-felice-scegliamo-la-lotta-di-classe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41203","title":{"rendered":"Tra culto della tecnologia e decrescita felice, scegliamo la lotta di classe"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b> 1. L\u2019introduzione delle macchine e la disoccupazione<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il progresso tecnologico \u00e8 un fenomeno per sua natura complesso e controverso. Nonostante la vulgata <i>mainstream<\/i> tenda a presentarlo come un fenomeno meramente tecnico, neutrale e quasi salvifico, ha ovvie implicazioni politiche e sociali. Gi\u00e0 alcuni tra i fondatori dell\u2019economia politica si interrogavano sul ruolo che meccanizzazione dei processi produttivi, introduzione delle macchine e possibile sostituzione del lavoro umano avrebbero avuto nel disciplinare ed orientare il conflitto di classe a favore delle classi dominanti. Si pu\u00f2 tracciare infatti una linea ideale che parte da David Ricardo \u2013 il quale notava come l\u2019introduzione delle macchine potesse al contempo \u201crendere esuberante la popolazione e peggiorare le condizioni dei lavoratori\u201d \u2013 ed arriva a Marx, per il quale le macchine possono risultare funzionali al disegno dei capitalisti di comprimere \u201cil prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore\u201d. In questa maniera, ci dice Marx, la sovrappopolazione relativa \u201cforma un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera assoluta come se fosse stato allevato a sue spese\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>2. I movimenti dell\u2019esercito industriale di riserva<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019utilizzo delle macchine, all\u2019interno di un sistema capitalista, \u00e8 d\u2019altro canto uno dei terreni di lotta sui quali il conflitto distributivo prende forma. L\u2019introduzione delle macchine nel processo produttivo rende momentaneamente superflua una parte della popolazione, ingrossando le fila dell\u2019esercito industriale di riserva. Come conseguenza, aumenta la concorrenza all\u2019interno della forza lavoro, con ripercussioni negative sui salari e sulle condizioni lavorative.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tuttavia il processo di creazione di \u2018disoccupazione tecnologica\u2019 (la disoccupazione creata dalla sostituzione di lavoratori con macchine all\u2019interno del processo produttivo) non \u00e8 lineare nel tempo e nello spazio. Se l\u2019espansione dell\u2019esercito di riserva \u00e8 tale da comprimere in maniera rilevante il livello medio dei salari, il capitalista sceglier\u00e0 processi produttivi ad alta intensit\u00e0 di lavoro. Questo d\u00e0 vita ad un processo \u2018a fisarmonica\u2019, caratterizzato da un\u2019alternanza di fasi di espansione e di contrazione dell\u2019esercito industriale di riserva, dettato dal rivoluzionamento dei metodi di produzione e strutturalmente \u201cassoggettato alla sete di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale\u201d, nelle parole di Marx \u2013 che in merito ai cambiamenti dei metodi di produzione fa riferimento ad una sovrappopolazione fluttuante. Il capitalista, infatti, non persegue innovazioni tecniche per un desiderio intrinseco di contribuire al progresso ed all\u2019avanzamento tecnologico della societ\u00e0. Cerca invece, semplicemente, la maniera pi\u00f9 profittevole di produrre. Se, grazie alla creazione di disoccupazione, il lavoratore \u00e8 disposto ad accettare una remunerazione sufficientemente bassa da soddisfare le brame del capitalista, quest\u2019ultimo accetter\u00e0 di buon grado di tornare ad usare relativamente pi\u00f9 lavoratori e meno macchine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Con riferimento alla composizione organica del capitale, si pu\u00f2 quindi dire che per Marx i cambiamenti nei metodi di produzione non seguono un\u2019unica direzione. Questo perch\u00e9 la trasformazione dei metodi di produzione \u00e8 \u201crivoluzionaria\u201d, dettata dalla concorrenza stessa tra i capitalisti. \u00c8 utile ribadire per\u00f2 che tale rivoluzione dei metodi di produzione non \u00e8 caotica, bens\u00ec \u00e8 assoggettata alla legge fondamentale di funzionamento di un sistema capitalista, che ha per ragione d\u2019essere l\u2019ottenimento di un tasso di profitto quanto pi\u00f9 alto possibile. L\u2019intento dei capitalisti \u00e8 quello di comprimere il pi\u00f9 possibile il costo del lavoro e dunque i salari, i cui movimenti \u201csono esclusivamente regolati dall\u2019espansione e dalla contrazione dell\u2019esercito industriale di riserva\u201d (Marx). Una volta che i salari vengono spinti sufficientemente al ribasso, grazie anche all\u2019introduzione delle macchine, per i capitalisti potrebbe diventare pi\u00f9 conveniente impiegare un numero maggiore di lavoratori. Si assiste dunque ad una alternanza di fasi di espansione e di contrazione dell\u2019esercito industriale di riserva, dettata dal rivoluzionamento dei metodi di produzione. Una alternanza che tuttavia va distinta da un andamento (anti)ciclico della disoccupazione, che tender\u00e0 ad aumentare in periodi di crisi ed a diminuire in fasi di sostenuta crescita della domanda aggregata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>3. Divisione internazionale del lavoro<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il processo di creazione di disoccupazione tecnologica ha anche una dimensione spaziale e si interseca con la divisione internazionale del lavoro, che da un lato vede deindustrializzazione e terziarizzazione dei paesi pi\u00f9 ricchi, ma dall\u2019altro vede un incremento dell\u2019occupazione nella manifattura e nell\u2019industria nei paesi in via di sviluppo, dove salari vergognosamente bassi rendono il lavoratore umano molto pi\u00f9 conveniente del robot o della macchina che dovrebbero sostituirlo. Senza andare troppo lontani, il caso di alcuni paesi dell\u2019Est Europa \u00e8 paradigmatico: il costo orario del lavoro in Bulgaria \u00e8 pari 3,93\u20ac, in Ucraina 2,49\u20ac, in Moldavia 1,45\u20ac. Allargando il nostro orizzonte, in Costarica \u00e8 pari a 3,98\u20ac, in Ecuador 2,78\u20ac, in Argentina 0,65\u20ac e in Malesia 0,0162\u20ac (fonte: ILOSTAT).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa fase avanzata del capitalismo, come dicevamo, trova una delle sue fondamenta nella divisione internazionale del lavoro. \u201cNon che cosa si fa, ma come e con quali mezzi di lavoro la si fa, distingue le epoche economiche\u201d, sottolinea giustamente Marx. Per questo osserviamo una crescita esponenziale del terziario nei paesi pi\u00f9 sviluppati, parallelamente ad una crescita notevole dell\u2019industria nei paesi in cui il salario \u00e8 una miseria. E nonostante percepiamo nei nostri paesi una crescente disoccupazione, abbinata ad una costante precarizzazione dei rapporti di lavoro, il numero di lavoratori nel mondo \u00e8 cresciuto sensibilmente, dai 2,25 miliardi del 1991 ai 3,27 miliardi del 2017. Nello stesso arco temporale, nonostante la marcata flessione della produzione indotta dalla crisi economica iniziata nel 2007, la quota di occupati sulla popolazione \u00e8 solo marginalmente diminuita, passando dal 60,7% del 2000 al 58,5% del 2017, in aperta contraddizione con la tesi di una presunta tendenza alla scomparsa del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In ogni caso, quello che \u00e8 importante sottolineare \u00e8 come il progresso tecnologico sviluppato dal capitalismo serva a suddividere la produzione in operazioni elementari, tali da non richiedere manodopera qualificata. Nel momento in cui adempie a questo compito, il progresso tecnico rende possibile un grado di divisione internazionale del lavoro \u2013 che si estrinseca attraverso delocalizzazioni selvagge della produzione \u2013 che consente di sfruttare in maniera sempre pi\u00f9 estensiva i bassi salari dei paesi meno sviluppati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo contesto, la terziarizzazione dei paesi occidentali \u00e8 principalmente il risultato della divisione internazionale del lavoro. Alla luce di ci\u00f2, non troviamo invece del tutto convincente una chiave di lettura che interpreta queste dinamiche nelle strutture produttive in termini di progresso tecnico in senso stretto, ossia di sostituzione dell\u2019uomo con la macchina. Secondo questa linea di ragionamento, in alcune fasi della produzione \u2013 quelle a monte: progettazione, ingegnerizzazione, scrittura software; quelle a valle: stoccaggio, packaging, distribuzione, vendita, manutenzione, pubblicit\u00e0 \u2013 l\u2019uomo semplicemente non \u00e8 sostituibile da una macchina. Questo spiegherebbe perch\u00e9 l\u2019occupazione nei paesi pi\u00f9 ricchi tenda a concentrarsi in queste branche del terziario. Troviamo che questa chiave interpretativa possa essere in un certo senso arricchita ed integrata: nelle fasi a monte \u00e8 richiesto un insieme di conoscenze e di infrastrutture di difficile reperibilit\u00e0 nei paesi pi\u00f9 poveri. Da qui la divisione internazionale del lavoro. Le fasi a valle, invece, hanno necessit\u00e0 di prossimit\u00e0 geografica con il mercato di destinazione del prodotto. Inoltre, non \u00e8 possibile sopprimere la forza lavoro in quanto fisicamente necessaria. Ci sar\u00e0 sempre qualcuno che deve distribuire, vendere e occuparsi della comunicazione e della pubblicit\u00e0. \u00c8 al riguardo interessante notare come il capitale, nella sua ricerca continuata del profitto, riesca ad effettuare una sorta di divisione internazionale del lavoro anche dentro i confini di un singolo Paese, come ci racconta l\u2019altissima concentrazione di lavoratori migranti, sfruttati e sottopagati, in determinati segmenti del processo produttivo come la logistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come dicevamo, il progresso tecnico non \u00e8 ovviamente uno spettatore passivo nel processo di divisione internazionale del lavoro. In un <i>report<\/i> del 1996 la <i>World Trade Organization <\/i>(WTO) poneva l\u2019attenzione sul crescente ruolo degli investimenti diretti esteri. L\u2019Organizzazione enfatizzava la capacit\u00e0 di questo tipo di investimenti di creare ricchezza e sviluppo per i Paesi pi\u00f9 poveri in quanto rappresentano un modo per attirare capitali e tecnologia. Gli investimenti diretti esteri rappresentano infatti l\u2019anello di congiunzione tra la divisione internazionale del lavoro e il progresso tecnico, rendendo possibile la diffusione della tecnologia pi\u00f9 avanzata anche nei Paesi meno sviluppati. Infatti l\u2019esternalizzazione, o delocalizzazione, di una fase del processo produttivo avviene solamente quando \u00e8 possibile usufruire delle condizioni tecniche pi\u00f9 vantaggiose. \u00c8 necessario dunque portare i Paesi meno sviluppati sulla frontiera tecnologica, almeno per quanto riguarda alcune fasi del processo produttivo. Di questo onere se ne fa carico in parte il progresso tecnico, il quale ha il compito di ridurre la conoscenza del processo produttivo richiesta alla forza lavoro \u2013 in questo modo \u00e8 possibile impiegare le masse di lavoratori non qualificati dei paesi pi\u00f9 poveri \u2013 e introducendo, via via, metodi di produzione sempre pi\u00f9 indiretti, isolati uno dall\u2019altro, e che quindi possono essere svolti in diverse zone del mondo. Frammentando il processo produttivo in comparti sempre pi\u00f9 piccoli, i lavoratori sono sollevati dall\u2019obbligo di possedere una profonda conoscenza sull\u2019intero processo produttivo poich\u00e9 devono concentrarsi esclusivamente su poche e ripetitive azioni. Questa parcellizzazione della produzione si ripercuote anche all\u2019interno dei confini nazionali, danneggiando i lavoratori. Quest\u2019ultimi, infatti, perdono forza contrattuale sia a causa della concorrenza dei lavoratori dei Paesi pi\u00f9 poveri sia perch\u00e9 subiscono una dequalificazione professionale in seguito alla frammentazione del processo produttivo, diventando pi\u00f9 facilmente sostituibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La divisione internazionale del lavoro, attraverso il processo di liberalizzazione del commercio internazionale e la libert\u00e0 di movimento dei capitali, riproduce su scala globale quel movimento \u2018a fisarmonica\u2019 dell\u2019esercito industriale di riserva. Anzich\u00e9 essere confinata ad alcune sfere della produzione all\u2019interno di confini nazionali, questa oscillazione della sovrappopolazione deve essere analizzata a livello mondiale, come se vi fosse un unico, immenso e sconfinato esercito industriale di riserva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>4. Conclusioni<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alla luce di queste considerazioni, si deve quindi concludere che il progresso tecnico vada avversato e considerato inerentemente nemico delle classi lavoratrici? La risposta non pu\u00f2 ovviamente essere cos\u00ec semplice. Una societ\u00e0 capitalista senza progresso tecnico sarebbe una societ\u00e0 ugualmente ingiusta e sarebbe senza dubbio pi\u00f9 povera. La disoccupazione tecnologica sarebbe sostituita da disoccupazione strutturale, ma le condizioni delle classi subalterne non sarebbero certamente migliori. \u00c8 innegabile che il progresso tecnico abbia portato benefici anche ai lavoratori. Questi benefici sono stati assolutamente insufficienti, insoddisfacenti e certamente infinitesimali rispetto ai benefici di cui si sono appropriati i capitalisti. In una societ\u00e0 capitalistica, il progresso tecnico \u00e8 uno degli strumenti attraverso cui la classe dominante si arricchisce pi\u00f9 rapidamente, sfruttando in misura pi\u00f9 intensa i lavoratori. In questo mondo il progresso tecnico \u00e8 sempre assoggettato, come abbiamo detto precedentemente, \u201calla sete di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale\u201d. La questione da porre, allora, \u00e8 ancora una volta la stessa di sempre: ci\u00f2 che rileva \u00e8 chi si appropria dei benefici del progresso tecnico e chi ne decide gli indirizzi. Andando pi\u00f9 a monte, chi detiene i mezzi di produzione e chi controlla il processo produttivo. Durante i cosiddetti \u201ctrenta gloriosi\u201d (gli anni del secondo dopoguerra) il progresso tecnico, guidato principalmente dal settore pubblico, ha convissuto con politiche keynesiane volte al perseguimento della piena occupazione. La coscienza di classe, il grado di coesione dei lavoratori ed una conflittualit\u00e0 diffusa hanno fatto s\u00ec che l\u2019aumento della produttivit\u00e0 del lavoro premiasse anche i lavoratori, sia in termini di remunerazione salariale che di condizioni lavorative, tra cui la riduzione dell\u2019orario lavorativo. Approfondire queste contraddizioni diventa allora di primaria importanza, per rompere un\u2019impossibile alternativa tra una societ\u00e0 iper-tecnologizzata e popolata da lavoratori sfruttati ed atomizzati ed una societ\u00e0 pauperista della decrescita felice.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/04\/13\/tra-culto-della-tecnologia-e-decrescita-felice-scegliamo-la-lotta-di-classe\/\">https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/04\/13\/tra-culto-della-tecnologia-e-decrescita-felice-scegliamo-la-lotta-di-classe\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA 1. 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