{"id":41508,"date":"2018-05-01T10:34:14","date_gmt":"2018-05-01T08:34:14","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41508"},"modified":"2018-05-01T10:34:14","modified_gmt":"2018-05-01T08:34:14","slug":"poesia-del-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41508","title":{"rendered":"Poesia del lavoro"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LE PAROLE E LE COSE (di<\/strong> <strong>Fabio Zinelli, Franco Buffoni <\/strong>e <strong>Michela Landi)<\/strong><\/p>\n<p><strong>1. <em>\u00abHow beautiful it is\u2026 (?)\u00bb. Epifanie del lavoro nella poesia italiana di oggi<\/em><\/strong><\/p>\n<p>di<strong> Fabio Zinelli<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo sterrare \u00e8 un lavoro che potrei fare sempre. Per questo lavoro \u00e8 necessario resistenza e costanza alla fatica, \u00e8 necessario lavorare sempre all\u2019aperto e tanto l\u2019odore della terra scavata e quanto i colori della terra nuova mi portano una grande tranquillit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Luigi Di Ruscio, <em>Palmiro<\/em>.<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn1\">[1]<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cominciamo con questo passo di Luigi Di Ruscio (1930-2011), un po\u2019 come omaggio al protagonista di una vita irripetibile che vede il bracciante di Fermo, passato operaio metallurgico in Norvegia, diventare a Oslo anche scrittore e soprattutto poeta. Da un lato c\u2019\u00e8 l\u2019opera di Di Ruscio che, come scrive Massimo Raffaeli, mette in scena il conflitto, tipico della Modernit\u00e0, tra Storia e Natura, in cui, \u00aball\u2019origine della scrittura sta la sensazione di una rovinosa caduta nel mondo\u00bb<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn2\">[2]<\/a>. La sconfitta del poeta, la cui condizione \u00e8 quella di \u00abun individuo escluso e assoggettato\u00bb, \u00e8 dunque pur sempre riscattabile come figura di un mito novecentesco di lungo corso (la Caduta). Quando per\u00f2 per l\u2019uscita dal Moderno pi\u00f9 di un mito \u00e8 rimasto parcheggiato sull\u2019autostrada del Novecento, il poeta ci ha perso forse pi\u00f9 di tutti. Anche all\u2019interno del proprio campo di azione: da aristocratico delle lettere ne \u00e8 diventato (in termini editoriali) il proletario. Perch\u00e9 tocca l\u2019insieme dei punti di vista formulati nelle pagine che seguono riguardo il tema sociale per eccellenza, quello del lavoro, \u00e8 essenziale tenere presente qual \u00e8 oggi la posizione sociale della poesia. I poeti hanno da sempre, e oggi in particolare, un rapporto diretto con la natura precaria dell\u2019oggetto lavoro. Non tutti i ventotto poeti che si leggono nelle pagine seguenti hanno una collocazione \u2018sicura\u2019 nel campo delle professioni culturali\/intellettuali. Alcuni lavorano poi al di fuori queste e talvolta non hanno una qualsiasi situazione di stabilit\u00e0.<span id=\"more-32151\"><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altra parte, se abbiamo citato il passo di Di Ruscio \u00e8 perch\u00e9 illustra una situazione chiave che abbiamo voluto mettere in evidenza nella preparazione di questo numero della rivista. Con una sintassi non levigata, cocciutamente primitivo-francescana (per la funzione strutturante di <em>\u00e8 necessario<\/em>, la prima volta con accordo \u2018sbagliato\u2019 rispetto al sostantivo feminile che segue, per la coordinazione \u2018iperscolastica\u2019<em> tanto<\/em> \u2026 <em>quanto<\/em>)<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn3\">[3]<\/a> il passo pu\u00f2 servire come perorazione in favore dell\u2019aderenza di una frase scritta alla bellezza liberatoria di un gesto reale. Il gesto dello sterratore sorpassa quella che \u00e8 (aristotelicamente) la sua <em>causa finale<\/em>, cio\u00e8 lo scopo e il fine pratico in vista del quale si svolge un\u2019azione produttiva. Il fine dello sterrare di Di Ruscio \u00e8 la felicit\u00e0 propria di chi tale gesto compie nel momento di compierlo. E dato che Di Ruscio \u00e8 \u2018anche\u2019 uno scrittore, il fine ultimo di tale gesto \u00e8 \u2018anche\u2019 la scrittura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la perfezione di un classico ha scritto, aristocraticamente, la stessa cosa W. H. Auden nelle sue <em>Horae Canonicae<\/em> (1949-55): \u00abYou need not see what someone is doing \/ to know if it is his vocation, \/\/ you have only to watch his eyes: \/ a cook mixing a sauce, a surgeon \/\/ making a primary incision, \/ a clerk completing a bill of lading, \/\/ wear the same rapt expression, \/ forgetting themselves in a function. \/\/ How beautiful it is, \/ that eye-on-the-object look\u00bb (<em>Sext<\/em>). <em>How beautiful it is<\/em> \u2026 Auden celebra un elogio dell\u2019attenzione. L\u2019occhio che aderisce all\u2019oggetto trasformato dal proprio lavoro parla di una seriet\u00e0 che \u00e8 data come un valore immutabile ma che si trova a brillare nel buio di un mondo in cui non esistono pi\u00f9 le \u2018ore canoniche\u2019 che misuravano il tempo cristiano nell\u2019operosit\u00e0 delle citt\u00e0 medievali prima che \u2013 lo ha ricordato Jacques Le Goff \u2013 l\u2019invenzione dell\u2019orologio contribuisse alla nascita del tempo del capitalismo e al sistema di cronometraggio della fabbrica fordista. Il comunista Di Ruscio e il \u2018conservatore\u2019 Auden descrivono gesti che prevedono la possibilit\u00e0 di una realizzazione del s\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono gesti \u2018etici\u2019, corrispondenti cio\u00e8 a un valore ben radicato in un sistema di valori storicamente dato (e parliamo qui di valori di lunghissima durata). Anche le poesie che seguono tentano di comporre una riflessione etica. Anzi, la loro forza, leggendole come un insieme, \u00e8 di non sottrarsi alla considerazione dei limiti e delle possibilit\u00e0 di realizzazione del bene individuale e del bene comune. Ma, in parte perch\u00e9 la situazione delle professioni \u00e8 assai degradata coinvolgendo e a volte avvicinando chi svolge i mestieri pi\u00f9 \u2018umili\u2019 (pi\u00f9 esattamente: quelli per cui il diritto di compensazione dovrebbe essere pi\u00f9 alto) e chi si trova nel precariato anche dopo una lunga formazione all\u2019esercizio di una professione \u2018intellettuale\u2019, in parte perch\u00e9 tra le funzioni storiche della poesia c\u2019\u00e8 quella di testimoniare del bisogno e della sete di giustizia, succede che in alcuni testi \u00e8 chiara la tensione ad uscire dall\u2019atmosfera argomentativa dell\u2019etica per richiamarsi, senza mediazioni, ai fondamenti stessi della vita morale, alle condizioni non negoziabili del bene, alle uscite verticali della lotta e dell\u2019utopia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Invitando un certo numero di poeti di generazioni diverse e di ispirazione anche lontana a confrontarsi con la riflessione proposta in questo numero di <em>Semicerchio<\/em>, la regola numero uno era di non servirsi di metafore prese al mondo del lavoro per parlare frontalmente della propria scrittura, ma di parlare invece del lavoro di per se stesso. Insomma, si trattava di occuparsi dello <em>sterrare<\/em> di Di Ruscio e non del <em>digging<\/em> di Seamus Heaney con la pur memorabile descrizione dello scrivere come uno scavare con la penna (ad imitazione del gesto del padre curvo a scavare in giardino con la zappa e sancendo cos\u00ec una sorta di patto tra i mestieri e le generazioni). Naturalmente, siccome perfino lo <em>sterrare<\/em> di Di Ruscio \u00e8, davanti ai nostri occhi, prima di tutto un gesto scritto, \u00e8 normale che passino per le fessure dei testi molti riferimenti alla scrittura. La penna \u00e8 stata veramente un attrezzo da lavoro, e tanto di pi\u00f9 lo \u00e8 il computer oggi, attrezzo e insieme \u2018luogo\u2019 di lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(\u2026)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se c\u2019\u00e8 invece una cosa che emerge con una certa coerenza dai testi proposti \u00e8 che \u2018lavoro\u2019 e poesia (al di l\u00e0 del fatto che poesia \u00e8 \u2018fabbricare\u2019 con le parole) sono due mondi avvicinabili attraverso la condivisione di un numero importante di lemmi comuni. In entrambi contano infatti campi di azione e di riflessione quali lo studio e la gestione delle emozioni, la conoscenza del corpo umano (nella sua forma di corpo-energia lavoro e dunque anche di corpo che conosce, che soffre), e ancora, il rapporto tra gli altri e il soggetto, la dialettica tra dono e cooperazione. Sia in \u2018lavoro\u2019 che in \u2018poesia\u2019 \u00e8 poi centrale il ruolo del linguaggio. Ci\u00f2 avviene naturalmente, per la complessit\u00e0 delle reti di codici che questo \u00e8 chiamato a reggere. Ma soprattutto avviene per la capacit\u00e0 che ha la lingua di creare potere, per il suo essere in bilico tra la sua infinita capacit\u00e0 generatrice e la tentazione o il sogno dell\u2019esercizio di un potere assoluto<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn4\">[4]<\/a>. La poesia stessa, del resto, ha servito e pu\u00f2 sempre passare a servire il potere. Qui, nei testi che proponiamo, poesia sta invece per una soglia di compensazione, aiuta a vedere chiaro in una zona conflittuale della realt\u00e0. Promette di dare le parole per pensarla quando anche noi rischiamo, nonostante tanta immersione nel reale, di trovarci come gli studenti di cui parla Pusterla che \u00abnon hanno detto le cose che volevano dire\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>POETI INCLUSI NELL\u2019ANTOLOGIA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mariano Baino, Elisa Biagini, Vito M. Bonito, Alessandro Broggi, Alessandra Carnaroli, Alessandro De Francesco, Franco Buffoni, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2. <em>Epifanie del lavoro nel Lazio<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di<strong> Franco Buffoni<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1993 \u2013 quando ancora vigeva il vecchio ordinamento accademico \u2013 mi ritrovai inaspettatamente vincitore di un concorso a cattedre di prima fascia. L\u2019universit\u00e0 alla quale venni destinato d\u2019ufficio fu quella di Cassino. Per alcuni anni \u2013 fino al 1999, quando finalmente si liber\u00f2 la mia casa a Roma \u2013 mantenni la residenza a Gallarate in provincia di Varese. L\u2019alberghetto dove scendevo a Cassino era piccolo, a buon mercato, vicino alla stazione. A un paio di chilometri sorgeva la palestra trasformata in aula per le lezioni (oltre 300 studenti) non dotata di microfono. Per sopravvivere \u2013 dopo inutili richieste all\u2019\u201deconomato\u201d \u2013 acquistai un impianto con cassa altoparlante e con quello potei svolgere bene il mio lavoro: gli studenti erano gentili, rispettosi, desiderosi di apprendere. L\u2019unico problema era che non potevo lasciare il marchingegno in palestra dopo le lezioni e l\u2019albergo era troppo lontano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Accanto alla palestra, si affacciava \u2013 sulla provinciale ad ampio scorrimento \u2013 un ristorante-pizzeria dal nome esotico. Cominciai a frequentarlo e feci amicizia col proprietario \u2013 Marco \u2013 il quale, oltre ad ospitare il mio impianto microfonico, cominci\u00f2 a raccontarmi la sua vita. Aveva cominciato a lavorare a 15 anni come cameriere e adesso a 27, neopadre di due gemelli, si era finalmente deciso a dare gli esami di maturit\u00e0 come privatista all\u2019istituto tecnico alberghiero. Ma aveva cos\u00ec poco tempo per studiare e soprattutto non conosceva nessuno in grado di aiutarlo, di spiegargli le cose, coi verbi francesi, le frasi idiomatiche inglesi, e diritto e storia\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Marco mi piaceva. Molto. E adoravo vederlo lavorare. Da come preparava l\u2019impasto per le pizze \u2013 valutando il diverso tasso di umidit\u00e0, di giorno in giorno \u2013 a come rapidamente riusciva a sistemare interi torpedoni di turisti reduci dalla visita all\u2019abazia. Era indebitato fino al collo, perch\u00e9 il locale lo stava rilevando dal vecchio proprietario, al quale era tenuto a corrispondere una cospicua cifra mensile. Dunque doveva risparmiare sul personale, teneva solo un cuoco e un cameriere, al resto pensava lui, sempre lui, con incredibili balzi e scivolate da un capo all\u2019altro del locale. E con un\u2019energia inesauribile. Era nei suoi \u201cgenerous days\u201d Marco, allora \u2013 per dirla con Stephen Spender.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei ritagli di tempo studiava e io lo aiutavo a studiare su un tavolo della pizzeria, in qualche momento pi\u00f9 quieto del pomeriggio, prima che cominciasse la bagarre serale e notturna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I nostri orari coincidevano poco. Marco al mattino era a casa a dormire, quando io con le sue chiavi entravo a prendere il microfono. I due corsi che tenevo contemporaneamente in modo intensivo \u2013 fino a sei ore al giorno di lezioni frontali, alle quali si aggiungevano i seminari e le ripetizioni a lui \u2013 mi stremavano; alle 8 di sera io volevo cenare e poi non ne potevo pi\u00f9 di riguadagnare il mio alberghetto per andare a dormire. Proprio quando per Marco inziava l\u2019attivit\u00e0 pi\u00f9 intensa che si protraeva fino alle 3, le 4 del mattino. E senza il giorno di riposo: non poteva permetterselo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Feci di tutto perch\u00e9 Marco si affezionasse a me. La sua preparazione migliorava, mi era grato; nei momenti in cui si concentrava per ricordare qualche nozione particolarmente complessa mi stringeva la mano. Un giorno intrecci\u00f2 le sue dita alle mie. Ma c\u2019era sempre qualcuno che andava o veniva tra i tavoli della pizzeria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Convenimmo che se volevamo restare qualche momento da soli, ma proprio da soli, non poteva essere che alla chiusura del locale, quando Marco tirava gi\u00f9 la saracinesca. Ma le quattro del mattino per me erano un orario proibitivo. A meno che non avessi anticipato\u2026 il risveglio. I nostri orari di lavoro potevano lambirsi solo all\u2019incontrario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la freddezza dell\u2019innamorato che vuole perseguire l\u2019obiettivo, anticipai alle 18.30 l\u2019orario della cena, preparata per me da Marco in pizzeria. Alle 20 era gi\u00e0 in albergo a dormire. Alle 3 e 1\/2 la sveglia, la passeggiata nella notte, il cappuccino preparato da lui \u2013 che tranquillo si beveva un Montenegro. E finalmente eravamo soli con la claire abbassata. Ero poi gi\u00e0 l\u00ec per le mie lezioni del mattino \u2013 anticipate dalle nove alle otto \u2013 e avevo anche il tempo di prepararle con calma nelle albe della pizzeria, dopo che Marco se n\u2019era tornato in famiglia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pendolare settimanalmente con la Lombardia era per me molto scomodo, cos\u00ec da marzo a giugno, durante il periodo semestrale di insegnamento intensivo, restai talvolta <em>in loco<\/em> anche durante i fine settimana. Quando il lavoro per Marco aumentava. Ma io facevo escursioni. Molte di ambito archeologico. Prendevo alle 5.45 il primo treno per Napoli, passavo la giornata a Cuma, a Pompei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 vicina a Cassino, mi appassionai alla storia di Fregell\u00e6. Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregell\u00e6 restavano e restano solo le rovine nei pressi della moderna Ceprano. Rovine sulle quali era stato consumato il rito della <em>devotio<\/em>, la consacrazione \u2013 con tremende formule di esecrazione \u2013 del suolo della citt\u00e0 distrutta alle divinit\u00e0 degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregell\u00e6 condivise con Cartagine e Corinto. Mi incuriosiva in particolare il fatto che la forsennata ribellione dei fregellani fosse scaturita dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La mia seconda epifania lavorativa in terra ciociara avvenne un sabato pomeriggio, dopo aver visitato gli scavi di Fregell\u00e6. Quella mattina avevo visto al lavoro una dozzina di operai: sbancavano un terreno gi\u00e0 esaminato in precedenza dagli archeologi, compiendo un lavoro di mera manovalanza. Su di loro, comunque, vigilava costantemente un giovane ricercatore, che di quegli scavatori mi spieg\u00f2 la provenienza. Erano magrebini che avevano appena terminato la stagione per la raccolta dei pomodori a Villa Literno. Attraverso la mediazione di un conoscente del \u201cprofessore\u201d erano stati arruolati per quel lavoro urgente a giornata; poi sarebbero spariti: la loro presenza, mi fece capire con un sorrisetto complice il giovane studioso, la dovevo considerare fantasmatica, erano proprio solo di passaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al ritorno, salii sul treno per Cassino alla stazione di Isoletta, dopo aver riattraversato un ampio tratto di campagna. Lungo i binari della ferrovia vidi i magrebini svanire all\u2019orizzonte. Erano la traduzione in realt\u00e0 di una splendida poesia di Wilde sui mietitori abbronzati che si stagliano nella luce del tramonto (<em>Les Silhouettes<\/em>). Cominciai a riflettere sulla presenza proprio a Fregell\u00e6 di quei lavoratori immigrati clandestini: sar\u00e0 stato per il ritmo lento del treno, l\u2019associazione di idee in quel momento fuorusc\u00ec in versi:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Fregell\u00e6 come Cartagine distrutta<br \/>\nFurtivi orsetti bruni oggi scavate<br \/>\nPer pochi resti di colonne<br \/>\nE frammenti di vetro.<br \/>\nNulla di intatto perverr\u00e0 a chi vi manda,<br \/>\nUn patto scellerato col traditore Quinto<br \/>\nCondann\u00f2 a devozione la citt\u00e0.<br \/>\nCome Cartagine,<br \/>\nDonde venite voi<br \/>\nScavatori clandestini<br \/>\nQui ad alternare Literno pomodori.<br \/>\nE non fu per diritto negato di cittadinanza<br \/>\nChe i fregellani insorsero<br \/>\nE Roma vendic\u00f2 l\u2019insulto?<br \/>\nIl permesso di soggiorno domandate<br \/>\nE scavate, scavate\u2026<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine potei entrare nella mia casa al centro di Roma. Marco intanto si era diplomato, aveva pagato i suoi debiti, assunto diversi camerieri (per lo pi\u00f9 extracomunitari), cresciuto bene i suoi figli. E ogni tanto si godeva persino il giorno di chiusura con la famiglia sulle spiagge di Serapo e di santo Janni o sui campi da sci del Parco d\u2019Abruzzo. Io mi fermavo molto pi\u00f9 raramente a dormire a Cassino, potendo pendolare su Roma. Qualche volta passando ancora a cena da lui, ma senza fermarmi oltre la chiusura. Erano finiti i suoi giorni copiosi, i giorni della forza abbondante. E forse anche i miei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A Roma mi parve subito di vivere in una costante epifania erotico-lavorativa, caratterizzata dal graduale ma irreversibile spostamento della mia attenzione dall\u2019Italia (e dall\u2019\u201ditalianit\u00e0\u201d archetipica) verso l\u2019altra sponda del Mediterraneo. In pratica mi accorsi di vivere costantemente in bilico tra due opposti termini di riferimento socio-geografico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">a) l\u2019idealizzazione del Mediterraneo antico<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">b) la moderna alienit\u00e0 del migrante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019idealizzazione del Mediterraneo antico mi induceva a riconoscere \u2013 in molti visi e atteggiamenti \u2013 usi e costumi naturalmente \u201cintatti\u201d; e a tratti persino a sperare che la terribile, ineludibile sentenza demografica (per ogni bambino che nasce su questa sponda del Mediterraneo, ne nascono sedici sull\u2019altra) sarebbe stata in grado di fare prevalere di nuovo anche da noi l\u2019archetipo del sesso innocente, contro la nostra \u2013 ormai acquisita e consapevole, ghettizzante, mercificata e dunque assassina \u2013 esibizione del corpo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli a lungo protrattisi lavori di sistemazione dell\u2019Ara Pacis, che per anni potei contemplare dalle finestre di casa, per esempio, non mi ispirarono alcuna riflessione sul tema del lavoro, ma i lavori in s\u00e9 \u2013 avendo messo a soqquadro l\u2019intera zona compresa tra l\u2019ultima parte di via di Ripetta e Piazza Augusto Imperatore \u2013 riuscirono a produrre \u2013 schermate da quegli edifici fascisti \u2013 imprevedibili \u201cinfiltrazioni\u201d vitali e dunque epifaniche, permettendomi di realizzare una quasi perfetta coincidenza tra isobare del lavoro e isobare dell\u2019eros:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da troppo tempo chiusa per lavori<br \/>\nE\u2019 un parcheggio abusivo<br \/>\nPiazza Augusto imperatore<br \/>\nAttorno al mausoleo.<br \/>\nTre gli egiziani che reggono il business<br \/>\nPi\u00f9 un aiuto, un giovane nipote<br \/>\nNabil Al\u00ec, di turno a mezzanotte.<br \/>\nPerch\u00e9 gli raccontassi le parole italiane<br \/>\nSorrideva, era una festa solo se passavo<br \/>\nDi birra o di gelato, di accendino. Mi aspettava<br \/>\nRipassando il condizionale<br \/>\nScritto in matita su un taccuino.<br \/>\nUna sera le macchine dei vigili<br \/>\nRuppero l\u2019incanto, gli zii arrestati<br \/>\nE per lui girare al largo.<br \/>\nMa forse sarei passato<br \/>\nE allora un grido flebile<br \/>\nRuppe il silenzio dei vigili presenti<br \/>\n\u201cSono qui\u2026 sono qui\u201d, proveniente dal basso,<br \/>\nDue carboni accesi nel buio i suoi occhi<br \/>\nDal cuore di Augusto.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altro canto, quelle situazioni di semi-clandestinit\u00e0 lavorativa, foriere di palese solidariet\u00e0 tra i soggetti interessati, e anche di grande seriet\u00e0 espletativa, al punto da potere costituire \u201ctesta di ponte\u201d per la chiamata di altri parenti \u2013 di altre \u201cbocche da sfamare\u201d \u2013 le avevo gi\u00e0 conosciute nella mia adolescenza lombarda. Provenivano solo da altre terre di emigrazione i soggetti agenti, e io \u2013 a quell\u2019epoca \u2013 ero troppo immaturo e assorbito da me stesso per poterle pienamente comprendere. Ma ora ero in grado di ricordare e di ricostruire\u2026<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo sanno loro<br \/>\nCome si fa a sbarcare il lunario<br \/>\nA fine millennio,<br \/>\nLo sanno bene da come si accoccolano<br \/>\nAi piedi del portale pronti coi piccioni.<br \/>\nPer il turista singolo hanno invece<br \/>\nItinerari di seduzioni variabili<br \/>\nA seconda delle ore,<br \/>\nE a mano a mano che gli anni passano<br \/>\nSi specializzano in mestierolini<br \/>\nSempre pi\u00f9 in disparte ma essenziali<br \/>\nCome ripulire pedali dare pasta<br \/>\nAgli animali richiamare distrarre.<br \/>\nSono un\u2019organizzazione avviata a trapassare confini<br \/>\n(Saltrio \u2013 Svizzera \u2013 ottobre \u2013 anni quaranta<br \/>\nSentieri di spalloni per ebrei)<br \/>\nUna preziosa macchina da vita.<\/p>\n<\/blockquote>\n<div style=\"text-align: justify;\">\n<p>Quanto alla moderna alienit\u00e0 del migrante, al mio ormai acquisito convincimento che tutto congiuri affinch\u00e9 \u201cloro\u201d desiderino ci\u00f2 che \u201cnoi\u201d abbiamo e dunque diventino \u201ccome noi\u201d, mi limito a descrivere un sintomo: il bere.<\/p>\n<p>Si sa che tradizionalmente, per un \u201ccristiano\u201d, ubriacarsi dopo il lavoro era considerato peccato (pur se veniale), mentre oggi \u2013 al pi\u00f9 \u2013 la riprovazione sociale insiste sul dato igienico-sanitario, fino a imporre maggiore severit\u00e0 nei confronti \u2013 per esempio \u2013 del consumo di bevande alcoliche durante le pause di lavoro. In un immigrato di cultura islamica, cedere al bere dovrebbe causare <em>in primis<\/em> un profondo senso di vergogna. Riflettevo su questo una mattina della scorsa estate a Campo de\u2019 Fiori, assistendo agli atti preparatori al \u201clavoro\u201d da parte di un figlio di immigrati, un \u201cseconda generazione\u201d giunto in ritardo al suo posto. Mi sorpresi a domandarmi in che cosa il suo comportamento differisse da quello di un coetaneo italiano, c\u00f2lto nella medesima situazione.<\/p>\n<p>Ormai osservo e basta, riuscendo talvolta a carpire ai nuovi venuti in via degli Astalli ancora un attimo, un gesto fugace di coincidenza tra eros e lavoro\u2026<\/p>\n<blockquote><p>Gli occhi solo scuri e spaventati<br \/>\nI capelli tranciata una criniera,<br \/>\nUsciva dalla sede della Caritas<br \/>\nIn una mattina di gelo.<br \/>\nGli omeri leggermente sporgenti<br \/>\nDa un cappotto con la martingala<br \/>\nCorpo estraneo, scafandro, in libert\u00e0<br \/>\nSolo mani sporgenti screpolate<br \/>\nDa sguattero timido.<\/p><\/blockquote>\n<p>Ma senza pi\u00f9 alcuna illusione \u201cwhitmaniana\u201d: \u201cGuardate! Nelle mie poesie continuamente sbarcano nuovi immigrati \/ Oh, camerado, avvicinati! Tu e io solamente e noi due soli! \/ Oh mano nella mano \u00e8 un piacere che fa rinascere! \/ Ecco un altro che mi desidera e mi ama!\u201d.<\/p>\n<p><strong>3. Macchine e affetti: sul canto di lavoro <\/strong><\/p>\n<p>di <strong>Michela Landi<\/strong><\/p>\n<p>A un\u2019identit\u00e0 sonora individuale, condensatrice di energie acustiche e di movimento, si affiancherebbe, secondo gli psicologi della musica, un\u2019identit\u00e0 sonora universale, di carattere binario, riconoscibile nel ritmo biologico: alternanza di sistole e diastole, di inspirazione ed espirazione. Tale identit\u00e0, di tipo gestaltico (ovvero capace di tradurre universali biologici in universali psichici) si riconosce nella voce della madre che accompagna con il ritmo della ninna-nanna il movimento oscillatorio del neonato. Studi psicoanalitici mostrano come l\u2019attivit\u00e0 in eco con cui la madre si rivolge al bambino istituisca una \u00absincronia interazionale\u00bb che attiva i cosiddetti \u00abaffetti di vitalit\u00e0\u00bb. L\u2019affettivit\u00e0 primaria costituisce il presupposto per l\u2019organizzazione delle sequenze comportamentali dell\u2019uomo adulto secondo lo schema tripartito: segmentazione-ripetizione-variazione. L\u2019individuazione di unit\u00e0 pulsive e la loro ripetizione variata produce infatti, nel ricettore sano, adattamento e arricchimento: progressione, intreccio, avanzamento, crescita.<\/p>\n<p>Nella sequenza: segmentazione-ripetizione-variazione si riconosce tanto il principio formale del canto quanto quello del lavoro. Se esistono, secondo alcune teorie neuroscientifiche, due tipi di memoria: una processuale (che si lega, riattivando schemi appresi, alla modalit\u00e0 di esecuzione dell\u2019azione, e che ci consente di reiterare attivit\u00e0 motorie a mezzo di uno schema interiorizzato senza l\u2019intervento di una rappresentazione simbolica o linguistica), e una semantica (che rielabora in forme linguistiche, secondo lo stesso schema, aspetti emotivi relativi all\u2019occasione dell\u2019esecuzione), il canto di lavoro \u00e8 l\u2019esempio pi\u00f9 rappresentativo dell\u2019interazione tra memoria semantica e memoria processuale: esso costituisce, rispetto all\u2019esperienza prima, un\u2019esperienza di secondo grado attraverso cui vengono ridestinati ad un\u2019azione efficace gli affetti di vitalit\u00e0. Si ovvia, cos\u00ec, a quel \u00abvuoto di destinazione\u00bb di cui parla Freud in <em>Inibizione, sintomo e angoscia.<\/em><\/p>\n<p>Il canto di lavoro, caratteristico delle societ\u00e0 cosiddette organiche, conosce, con l\u2019avvento della divisione del lavoro (che presuppone una formalizzazione dell\u2019azione in termini di efficacia, ovvero una identificazione tra forma e funzione), una progressiva marginalizzazione, sino a ridursi a evento estemporaneo di rimemorazione, se non addirittura ad evento folklorico. Le energie pulsionali del corpo scendono, nella societ\u00e0 industriale, a compromesso con le leggi processuali \u2013 puramente formali \u2013 della produzione, sino a espellere dal luogo della produzione stessa il canto e i suoi affetti di vitalit\u00e0. L\u2019azione ritmica, divenuta traumatica in quanto associata al rumore e alla ripetitivit\u00e0 della macchina, somiglia a quella coazione a ripetere attraverso cui una societ\u00e0, soggetto collettivo, sperimenta il vuoto di destinazione di cui si \u00e8 detto. A tale vuoto, tuttavia, essa pone rimedio attraverso una valorizzazione e poi un\u2019introiezione dell\u2019operare formale e dei suoi strumenti in un mero atto volontaristico e autoaffettivo: la trasformazione dell\u2019oggetto esterno \u00e8 sublimata nella pura coscienza del lavoro-per-s\u00e9. Attestando il compimento del processo di razionalizzazione dell\u2019atto produttivo gi\u00e0 individuato da Weber, Val\u00e9ry ripropone, in chiave autoreferenziale, il compromesso tra amore e lavoro gi\u00e0 formulato da Agostino:<\/p>\n<p>Je t\u2019aime, mon Travail, quand tu es v\u00e9ritablement le mien. Toi seul, en somme, es vraiment moi. [\u2026] Je me poss\u00e8de si tu me poss\u00e8des, je suis le ma\u00eetre si je suis ton esclave et ton instrument<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn1\">[5]<\/a>.<\/p>\n<p>Il processo di acquisizione dell\u2019autonomia del soggetto nell\u2019arte come nella vita sembra essersi compiuto con l\u2019identificazione tra il lavoro e la vita stessa: abolito il canto come sua istanza prestestuale e consolatoria, il lavoro in quanto puro venire a coscienza delle cose, \u00e8, in s\u00e9, dolore e rimedio. Coronamento di un\u2019emancipazione conquistata a prezzo dell\u2019autoaffettivit\u00e0 \u00e8 il proclama di Bataille, che far\u00e0 proprio il luciferino: \u00abnon serviam\u00bb. Abbandonata la fiducia nel progresso e la speranza messianica della redenzione, la vita trova compimento nel farsi, essa stessa, forma attraverso l\u2019identit\u00e0 etica tra esistenza e lavoro. Come scrisse Luk\u00e1cs in <em>L\u2019anima e le forme<\/em>, la forma \u00ab\u00e8 un superamento del sentimentalismo, in essa non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 anelito n\u00e9 solitudine: diventare forma \u00e8 la grande aspirazione di tutte le cose\u00bb<a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftn2\">[6]<\/a>.<\/p>\n<div><\/div>\n<hr align=\"left\" size=\"1\" width=\"33%\" \/>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref1\">[1]<\/a> Luigi Di Ruscio, <em>Palmiro<\/em>, ediesse, Roma, 2011 [Ancona, 1986], p. 179.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref2\">[2]<\/a> Ibid., p. 9.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref3\">[3]<\/a> Andrea Cortellessa parla di una \u00ab<em>madornale instabilit\u00e0 morfologica e sintattica<\/em>\u00bb nell\u2019<em>Introduzione<\/em> a Luigi Di Ruscio, <em>Cristi polverizzati<\/em>, Firenze, 2009, p. vii.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref4\">[4]<\/a> Si veda su questo : P. Bourdieu, <em>Ce que parler veut dire: l\u2019\u00e9conomie des \u00e9changes linguistiques<\/em>, Paris, 1982, e D. Linhart, <em>Domination<\/em>, in <em>Dictionnaire du travail<\/em>, sous la direction de A. Bevort, A. Jobert, M. Lallement, A. Mias, Paris, 2012, pp. 196-202, in part. pp. 196-198.<\/p>\n<hr align=\"left\" size=\"1\" width=\"33%\" \/>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref1\">[5]<\/a> Id., <em>Travail<\/em>, M\u00e9lange, ivi, p. 1731. Questo testo fu pubblicato per la prima volta, nel 1939, per i tipi dell\u2019Automobile-Club de France.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=32151#_ftnref2\">[6]<\/a> \u00abNei tipi puri lavoro e vita coincidono o, pi\u00f9 precisamente, nella loro vita vale \u2013 \u00e8 da tener in conto \u2013 soltanto ci\u00f2 che pu\u00f2 aver riferimento con il lavoro. La vita \u00e8 nulla, l\u2019opera \u00e8 tutto, la vita \u00e8 casualit\u00e0, l\u2019opera \u00e8 necessit\u00e0\u00bb. G. Luk\u00e1cs, <em>L\u2019anima e le forme<\/em>, Milano, Sugar, 1976, pp. 42 e 157-158.<\/p>\n<p><img data-attachment-id=\"13811\" data-permalink=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=13811\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?fit=1102%2C350\" data-orig-size=\"1102,350\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}\" data-image-title=\"cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg\" data-image-description=\"&lt;p data-wpview-marker=\" \/>https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?resize=620%2C197<\/p>\n<p>&#8221; data-medium-file=&#8221;https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?fit=300%2C95&#8243; data-large-file=&#8221;https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?fit=620%2C197&#8243; class=&#8221;aligncenter size-full wp-image-13811&#8243; src=&#8221;https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?resize=620%2C197&#8243; alt=&#8221;cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg&#8221; width=&#8221;620&#8243; height=&#8221;197&#8243; srcset=&#8221;https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?w=1102 1102w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?resize=300%2C95 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg?resize=1024%2C325 1024w&#8221; sizes=&#8221;(max-width: 620px) 100vw, 620px&#8221; style=&#8221;margin: 20px auto; padding: 0px; border: 0px; font-family: inherit; font-size: inherit; font-style: inherit; font-variant-caps: inherit; font-weight: inherit; font-stretch: inherit; line-height: inherit; vertical-align: baseline; display: block; max-width: 100%; height: auto;&#8221;&gt;<\/p><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\">http:\/\/www.leparoleelecose.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (di Fabio Zinelli, Franco Buffoni e Michela Landi) 1. \u00abHow beautiful it is\u2026 (?)\u00bb. Epifanie del lavoro nella poesia italiana di oggi di Fabio Zinelli Questo sterrare \u00e8 un lavoro che potrei fare sempre. Per questo lavoro \u00e8 necessario resistenza e costanza alla fatica, \u00e8 necessario lavorare sempre all\u2019aperto e tanto l\u2019odore della terra scavata e quanto i colori della terra nuova mi portano una grande tranquillit\u00e0. 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