{"id":41611,"date":"2018-05-04T12:22:45","date_gmt":"2018-05-04T10:22:45","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41611"},"modified":"2018-05-04T12:22:45","modified_gmt":"2018-05-04T10:22:45","slug":"la-crisi-degli-imperi-e-la-nazione-democratica-una-storia-centenaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41611","title":{"rendered":"La crisi degli imperi e la nazione democratica. Una storia centenaria"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SENSO COMUNE (Jacopo Miceli)<\/strong><\/p>\n<div class=\"post-img\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-ideapark-big-thumb size-ideapark-big-thumb wp-post-image\" src=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-1140x938.jpg\" sizes=\"(max-width: 1140px) 100vw, 1140px\" srcset=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-1140x938.jpg 1140w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-300x247.jpg 300w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-768x632.jpg 768w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-1024x843.jpg 1024w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare-390x321.jpg 390w, http:\/\/www.senso-comune.it\/wp-content\/uploads\/2018\/05\/Carlo-Stragliati-Milano-1868-1925-Episodio-delle-Cinque-Giornate-Milano-Museo-del-Risorgimento-Particolare.jpg 1580w\" alt=\"\" width=\"1140\" height=\"938\" \/><\/div>\n<div class=\"post-content\">\n<div class=\"post-entry\">\n<div class=\"bottom \">\n<div class=\"row\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>A mezzogiorno, nella piana di Valmy, la nebbia inizia a diradarsi. Le truppe francesi, asserragliate sotto a un mulino e cannoneggiate dal fuoco furioso dell\u2019artiglieria prussiana, intravvedono per la prima volta le colonne del duca di Brunswick.<\/strong> Gli uomini, per due terzi volontari inesperti della guerra, si stringono gli uni agli altri nelle trincee, mentre la pi\u00f9 temibile fanteria dell\u2019epoca marcia inesorabile contro di loro. \u00abViva la nazione!\u00bb. Il generale francese Kellerman, al galoppo davanti ai soldati, con il cappello piumato issato sulla punta della spada, incita i suoi e ordina di non aspettare il nemico, ma di corrervi incontro baionetta in canna. I francesi si animano e, gridando all\u2019unisono \u00abViva la nazione!\u00bb, vanno all\u2019assalto dei prussiani, che, colti di sorpresa, arretrano senza nemmeno ingaggiare battaglia. Goethe, inedito reporter di guerra al seguito del duca di Weimar, annota sul suo taccuino: \u00abDa questo luogo e da questo giorno comincia una nuova era nella storia del mondo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fu infatti a mezzogiorno di quel 20 settembre 1792 che nacque simbolicamente l\u2019idea moderna di \u201cnazione\u201d.<\/strong> Se prima la nazione si identificava con i sovrani, che reggevano assolutisticamente le sorti di sudditi spesso interscambiabili fra di loro, vista l\u2019estrema mobilit\u00e0 dei confini, ridisegnati da guerre e politiche matrimoniali, ora la nazione combaciava con il popolo, che con la Rivoluzione francese aveva acquisito una propria soggettivit\u00e0 politica. Fin da subito, dunque, il concetto di \u201cnazione\u201d si intrecci\u00f2 con i primi esperimenti democratici di autogoverno all\u2019interno di un territorio definito e tendenzialmente omogeneo, lo \u201cStato nazionale\u201d appunto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante lo Stato nazionale sia una formazione relativamente recente (ha poco pi\u00f9 di due secoli) e nonostante si sia dimostrato un successo a livello planetario (infatti il numero di Stati-nazione \u00e8 in costante crescita: erano una sessantina un secolo fa, ora sono quasi 200), da pi\u00f9 parti, tanto a destra quanto a sinistra dello spettro politico, <strong>viene sprezzantemente additato come un modello superato, poich\u00e9 sarebbe inadatto a sostenere le sfide della nostra epoca<\/strong>. Solo uno Stato sovranazionale, nella fattispecie l\u2019Unione Europea, avrebbe le carte in regola per reggere il confronto nella grande partita contro gli altri attori globali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Curiosamente, le stesse accuse di arretratezza erano rivolte, a inizio Novecento, a un\u2019entit\u00e0 territoriale che sarebbe oggi paradossalmente elogiata, per la sua estensione geografica e la sua dimensione multietnica, come un esempio di competitivit\u00e0 da replicare: l\u2019Austria-Ungheria.<\/strong> Pur essendo ancora vivace sia dal punto di vista culturale che economico, l\u2019Impero asburgico era giudicato un anacronismo inconcepibile per il ventesimo secolo. Secondo le classi dirigenti di Francia e Gran Bretagna, sarebbero stati gli Stati nazionali, pi\u00f9 vitali e giovani, a ereditare il mondo, e fu proprio la scarsa considerazione con cui erano tenute in conto le ragioni dell\u2019Austria-Ungheria, ormai data da molti per spacciata, uno dei motivi che provoc\u00f2 un irrigidimento nelle posizioni dei due blocchi di alleanze prima della guerra.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019Impero asburgico, organizzato intorno a un articolato dualismo fra austriaci e ungheresi, entrambi politicamente predominanti sulle altre nazionalit\u00e0, soprattutto i primi, convivevano cechi, slovacchi, croati, sloveni, polacchi, bosniaci, ruteni, serbi, rumeni e italiani. La vita legislativa del parlamento di Vienna, in cui le divisioni fra i deputati \u2013 non diversamente dall\u2019attuale europarlamento \u2013 correvano sia per nazionalit\u00e0 sia per ideologia politica, era piuttosto convulsa, <strong>al punto che le sue sessioni divennero un\u2019attrazione turistica.<\/strong> \u00c8 indicativo che, nel momento in cui l\u2019Austria dichiar\u00f2 guerra alla Serbia, nel luglio 1914, i lavori del parlamento fossero sospesi da mesi a causa dell\u2019ostruzionismo dei rappresentanti cechi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019argomento preferito dai sostenitori dell\u2019unit\u00e0 imperiale era che il mercato comune asburgico garantiva a tutte le nazionalit\u00e0 vantaggi economici incomparabilmente maggiori rispetto alla prospettiva che ciascuna di esse fosse rinchiusa in uno Stato a s\u00e9.<\/strong> Senza il cappello della monarchia austriaca a proteggerli \u2013 si diceva poi -, i cechi, gli ungheresi o i croati sarebbero caduti vittime dell\u2019espansionismo germanico o russo. La tesi, speculare a quella propagandata oggi da svariati commentatori e tecnici pro-Ue, resse finch\u00e9 un evento esterno, la guerra, non fece precipitare l\u2019Impero nel vortice delle proprie contraddizioni: le minoranze etniche che abitavano al fronte, sospettate di tradimento, vennero deportate all\u2019interno, e numerosi leader politici locali furono incarcerati. A nulla valsero gli ultimi, disperati tentativi del nuovo imperatore Carlo I di trasformare l\u2019Impero in una federazione di Stati: fu proprio l\u2019elemento tedesco-austriaco a opporre resistenza, per timore di dover rinunciare ai privilegi economici e politici garantiti dall\u2019assetto istituzionale prebellico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fu dunque una crisi a far scivolare quel velo di ipocrisia che occultava la mancanza di democrazia con i progressi in campo economico, sociale e culturale.<\/strong> Gli Imperi centrali e anche quello russo, mastodontiche e posticce costruzioni multietniche, apparvero per quel che erano: degli strascichi moribondi di un passato reazionario. Ad essi si oppose il principio di autodeterminazione dei popoli, che, seppur applicato con amplissimi margini di discrezionalit\u00e0, rivel\u00f2 col tempo, soprattutto durante il processo di decolonizzazione, tutta la sua forza progressista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Da Valmy e dalla Rivoluzione francese nel Settecento fino alle lotte per una Palestina e un Kurdistan liberi oggi, lo Stato nazionale ha rappresentato l\u2019unico scenario possibile per lo sviluppo della democrazia.<\/strong> Anche la narrazione patriottica non sarebbe naturalmente stata possibile senza l\u2019innesto di una mitologia e di un certo grado di artificialit\u00e0: basti pensare che solo il 2,5% della popolazione della nostra penisola parlava un italiano standard al momento dell\u2019unificazione. Eppure non si pu\u00f2 negare una comunanza quantomeno sentimentale fra i cittadini dello Stato-nazione.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Infatti \u00e8 proprio quando hanno fatto appello alla solidariet\u00e0 nazionale che i partiti progressisti sono riusciti a mobilitare in misura maggiore le masse.<\/strong> Tre esempi. Il primo: negli anni \u201930 e \u201840, mentre in Europa il fascismo dilaga, i socialdemocratici svedesi ricorrono a una retorica patriottica e di unit\u00e0 nazionale e stravincono le elezioni, rimanendo al governo per quasi mezzo secolo.\u00a0Il secondo: mentre ancora infuria la Seconda guerra mondiale, il liberale William Beveridge stila i piani, che da lui prenderanno il nome, per l\u2019implementazione di un welfare universalistico in Gran Bretagna e li difender\u00e0 non agitando feticci ideologici, ma richiamandone il carattere tipicamente britannico.\u00a0Il terzo: negli anni \u201830 il presidente statunitense Roosevelt giustifica l\u2019aumento della tassazione nei confronti dei pi\u00f9 ricchi appellandosi all\u2019americanismo e rafforza cos\u00ec la coesione nazionale attorno al New Deal.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019idea che il superamento dello Stato nazionale sia associato a un inevitabile progresso e sia addirittura il presupposto essenziale per una pace fra i popoli \u00e8 quindi smentita dalla Storia.<\/strong> Il progetto di unificazione politica del continente europeo \u00e8 anzi una secolare e pericolosa fissazione che, dalla caduta dell\u2019Impero Romano, ha ossessionato le menti di Carlo Magno prima, di Napoleone poi e infine di Hitler.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nonostante se ne siano tutti dimenticati, l\u2019abolizione dei confini \u00e8 infatti sempre piaciuta al cosmopolitismo di destra e alle classi privilegiate pi\u00f9 che all\u2019internazionalismo di sinistra.<\/strong> Ne \u00e8 la prova la tenace resistenza di molti partiti comunisti al processo di integrazione europeo, visto come il cavallo di Troia per politiche ultraliberiste, o lo scetticismo di un leader laburista come Tony Benn, mentore di Jeremy Corbyn, verso l\u2019adesione della Gran Bretagna alla Cee.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La ragione di questa ostilit\u00e0 \u00e8 molto semplice: le frontiere degli Stati nazionali, lungi dal rappresentare un aggressivo filo spinato fra i popoli, hanno per decenni permesso alle classi popolari di aumentare il loro potere contrattuale nei confronti delle \u00e9lite industriali e finanziarie del proprio Paese,<\/strong> costringendo queste ultime a necessari compromessi, come la concessione di diritti sul lavoro o l\u2019ottenimento di uno stretto rapporto tra Stato e banca centrale. Frantumate molte delle facolt\u00e0 dello Stato nazionale e spalancate le porte delle frontiere, le classi popolari si sono quindi ritrovate indifese al tavolo delle trattative con la grande finanza e le corporation, ora paradossalmente unite in una solida internazionale liberista, e sono state costrette a rinunciare ai diritti conquistati in precedenza. Non \u00e8 insomma un caso che il processo di globalizzazione, con il conseguente indebolimento dello Stato nazionale, sia stato accompagnato da un progressivo svilimento della democrazia.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non permettiamo agli inconsapevoli nostalgici dell\u2019Austria-Ungheria di mettere a rischio la pace, la prosperit\u00e0 e la democrazia in Europa.<\/p>\n<div class=\"bottom \">\n<div class=\"row\" style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.senso-comune.it\/jacopo-di-miceli\/la-crisi-degli-imperi-e-la-nazione-democratica-una-storia-centenaria\/\">http:\/\/www.senso-comune.it\/jacopo-di-miceli\/la-crisi-degli-imperi-e-la-nazione-democratica-una-storia-centenaria\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SENSO COMUNE (Jacopo Miceli) A mezzogiorno, nella piana di Valmy, la nebbia inizia a diradarsi. 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