{"id":41650,"date":"2018-05-05T11:30:07","date_gmt":"2018-05-05T09:30:07","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41650"},"modified":"2018-05-05T04:46:53","modified_gmt":"2018-05-05T02:46:53","slug":"lideale-europeo-di-mobilita-del-lavoro-e-una-guerra-tra-poveri-su-scala-europea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41650","title":{"rendered":"L\u2019ideale europeo di mobilit\u00e0 del lavoro \u00e8 una guerra tra poveri su scala europea"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-371 alignleft\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2018\/04\/erasmus.jpg?w=700\" alt=\"erasmus\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019ultimo <a href=\"http:\/\/ec.europa.eu\/eurostat\/documents\/2995521\/8768233\/3-27032018-AP-EN.pdf\/3a8861db-939c-4790-a3bc-8837bbbac15c\">studio dell\u2019Eurostat sulla mobilit\u00e0 del lavoro<\/a> in Europa lancia l\u2019allarme: nonostante la fame generata dalla crisi e le umiliazioni inflitte da disoccupazione e precariet\u00e0, i senza lavoro italiani sono restii ad abbandonare il loro Paese per trovare un\u2019occupazione all\u2019estero. Solo 7 disoccupati su 100 si dicono disponibili a lasciare l\u2019Italia per cercare lavoro in un altro paese europeo. Il dato preoccupa le istituzioni comunitarie per un motivo preciso: l\u2019Europa che hanno in mente \u00e8 un enorme mercato, ed il lavoro deve comportarsi come tutte le altre merci, spostandosi l\u00ec dove ne emerge il bisogno. Se il disoccupato resta nel suo Paese quel meccanismo si inceppa: i suoi affetti, la sua cultura, il suo radicamento sociale, le sue scelte di vita sono ostacoli al libero dispiegarsi delle forze di mercato, un sintomo \u2013 gravissimo \u2013 di inefficienza del sistema. Le merci, \u00e8 noto, seguono una sola regola: vanno dove il prezzo \u00e8 pi\u00f9 alto, e secondo le istituzioni europee quella stessa regola dovrebbe governare anche la vita della popolazione europea, forza lavoro destinata a spostarsi da un Paese all\u2019altro a seconda delle oscillazioni del mercato. Un disoccupato non sarebbe altro che una merce abbandonata in magazzino, destinata a spostarsi ovunque possa trovare un mercato di sbocco. Pertanto, questo il messaggio implicito nei dati pubblicati dall\u2019Eurostat, i disoccupati italiani devono imparare a rispettare la ferrea legge del mercato, sradicandosi dal proprio Paese alla ricerca di un\u2019occupazione in giro per il continente. In questo modo, essi contribuirebbero a realizzare quella \u201ctrinit\u00e0 perfetta\u201d di diverse libert\u00e0 di movimento che sono alla base del progetto europeo: quella delle merci, quella dei capitali e quella delle persone.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Proveremo ad argomentare che questo ideale europeo di mobilit\u00e0 del lavoro, \u00a0poggia su una premessa assolutamente discutibile e prefigura uno spregiudicato disegno politico: si presume \u2013 come fosse un fatto di natura e non un\u2019opinabile scelta politica \u2013 un preciso modello di sviluppo fondato su una persistente disoccupazione di massa, e si progetta uno stato permanente di guerra tra poveri, con i disoccupati di tutta Europa indotti a trasferirsi nelle regioni economicamente pi\u00f9 sviluppate in modo da fare concorrenza agli occupati e contenere, in questo modo, il costo del lavoro per le imprese. Al di l\u00e0 della retorica sull\u2019Europa come terra senza confini e sulle \u201cinfinite\u201d possibilit\u00e0 che si aprono ai giovani disposti a viaggiare (retorica sublimata nell\u2019esaltazione della cosiddetta \u201cgenerazione Erasmus\u201d), quello della mobilit\u00e0 dei lavoratori non \u00e8 altro che un meccanismo di difesa dei profitti. Perch\u00e9 questo quadro emerga in tutta la sua chiarezza, occorre fare un passo indietro ed illustrare alcune nozioni economiche utili a smascherare l\u2019operazione politica che si cela dietro alle fredde statistiche dell\u2019Eurostat.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In economia si usa distinguere essenzialmente tra due tipologie di disoccupazione, quella involontaria e quella frizionale. La disoccupazione involontaria \u00e8 quella che tutti abbiamo in mente, e rappresenta la disoccupazione di chi cerca un lavoro, ma non riesce a trovarlo, pur essendo disposto ad accettare il salario vigente sul mercato. Se invece un individuo si ritrova disoccupato per il tempo appena necessario a passare da un\u2019occupazione ad un\u2019altra (magari ha cambiato citt\u00e0 di residenza, o ha scelto lui stesso di abbandonare il vecchio lavoro per uno nuovo), dunque solo temporaneamente, allora si imputa quella particolare forma di disoccupazione alle frizioni del mercato del lavoro, ovvero ad un fisiologico ritardo nella determinazione dell\u2019equilibrio tra domanda e offerta: ci vuole del tempo \u2013 ricerca, colloqui, periodi di prova \u2013 perch\u00e9 il lavoratore trovi la sua giusta collocazione sul mercato del lavoro, cos\u00ec come ci vuole del tempo perch\u00e9 un consumatore scelga, sullo scaffale del supermercato, il particolare modello di prodotto che pi\u00f9 lo aggrada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa distinzione riveste una fondamentale importanza per l\u2019interpretazione dei fenomeni economici, perch\u00e9 la disoccupazione involontaria pu\u00f2 essere combattuta mentre quella frizionale deve essere accettata come una caratteristica strutturale, e dunque ineliminabile, del sistema. La disoccupazione involontaria \u00e8 il frutto dell\u2019assenza di domanda di beni e servizi: se non ci sono sufficienti consumi, investimenti e spesa pubblica, non ci sar\u00e0 un livello di produzione tale da occupare tutta la popolazione che vorrebbe lavorare. Questo tipo di disoccupazione pu\u00f2 essere combattuto stimolando consumi ed investimenti, attraverso una redistribuzione delle risorse dai profitti ai salari (perch\u00e9 i lavoratori hanno una maggiore propensione al consumo dei capitalisti), l\u2019aumento della spesa pubblica e la riduzione delle tasse (senza contestuali riduzioni della spesa pubblica). La disoccupazione frizionale \u00e8 invece il frutto delle imperfezioni del mercato, e costituisce quindi una forma di disoccupazione che si pu\u00f2 pensare di limare ma non di eliminare: vi sar\u00e0 sempre bisogno di un certo lasso di tempo per far incontrare un lavoratore dotato di particolari qualifiche con un\u2019azienda in cerca di quelle specifiche caratteristiche in quel dato momento e in quel preciso luogo. Non a caso, la teoria economica dominante parla a tal proposito di disoccupazione \u2018naturale\u2019, come se non si trattasse di un fenomeno storico-sociale ma di un inevitabile dato di natura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La distinzione appena illustrata tra disoccupazione involontaria e frizionale serve a chiarire meglio il punto di vista delle istituzioni europee: l\u2019idea che i disoccupati italiani debbano trasferirsi in altri paesi europei per trovare lavoro presuppone che in quei paesi vi sia tutto il lavoro che non c\u2019\u00e8 in Italia, ovvero presuppone che tutta la disoccupazione europea sia mera disoccupazione frizionale. Quei 19 milioni di disoccupati registrati alla fine del 2017 nell\u2019Unione Europea si troverebbero semplicemente nel paese sbagliato al momento sbagliato: basterebbe fare le valigie ed espatriare per trovare nel mercato unico del lavoro europeo infinite opportunit\u00e0 di lavoro. Proviamo ad immaginare il viaggio dei 2,9 milioni di disoccupati italiani in giro per l\u2019Europa in cerca di fortuna. Pi\u00f9 che un lavoro, troverebbero la stessa disperazione da cui fuggono in tanti altri disoccupati come loro: 3,9 milioni di disoccupati in Spagna, 2,8 milioni di disoccupati in Francia, 1,6 milioni di disoccupati in Germania e cos\u00ec via, in un tragico <em>tour<\/em> che ben descrive l\u2019ideale europeo di mobilit\u00e0 del lavoro. Perch\u00e9 la favola del disoccupato errante abbia un lieto fine, \u00e8 bene sottolinearlo, ci sarebbe bisogno di un\u2019impresa che lo stia aspettando con un lavoro da qualche altra parte d\u2019Europa. Ma \u00e8 davvero curioso che quella impresa debba aspettare proprio lui: un\u2019impresa spagnola avrebbe 3,9 milioni di pretendenti nel suo territorio, una francese 2,8 milioni, una tedesca 1,6 milioni. Possibile che, tra tutti questi milioni di disoccupati, nessuno abbia le caratteristiche giuste per occupare quel posto di lavoro, e che dunque vi sia bisogno di maggiore mobilit\u00e0 dei disoccupati europei per far incontrare domanda e offerta di lavoro? Possibile, in altre parole, che tutta la disoccupazione europea \u2013 oggi 19 milioni di persone in cerca di lavoro \u2013 sia un banale problema di corretta allocazione delle \u2018risorse umane\u2019?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si tratta, \u00e8 del tutto evidente, di una visione delirante del funzionamento dell\u2019economia che non ha alcun appiglio nella realt\u00e0, ma che viene ostinatamente sostenuta solo per nascondere la vera \u2013 inconfessabile \u2013 funzione svolta dalla mobilit\u00e0 del lavoro all\u2019interno del modello di sviluppo europeo: il motore di una guerra tra poveri che \u00e8 la migliore difesa dei profitti costruita sulla disperazione della disoccupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Europa del <a href=\"https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/03\/29\/il-debito-pubblico-e-crescita-aboliamo-il-pareggio-di-bilancio\/\">pareggio di bilancio<\/a> \u00e8 disegnata in modo tale da rendere strutturalmente impossibile il perseguimento della piena occupazione: rinunciando per legge alla spesa pubblica in disavanzo e allo strumento del debito pubblico, si rinuncia agli strumenti storicamente usati per combattere la disoccupazione. Nel progetto europeo la disoccupazione \u00e8 la norma, mentre l\u2019opportunit\u00e0 di garantire la piena occupazione sparisce dall\u2019orizzonte programmatico di qualsiasi governo: per questo l\u2019Europa non si pone neppure il problema di come creare lavoro in Italia, ma si pone invece il problema di come spostare i disoccupati italiani fuori dal loro Paese. Si ritiene che il disoccupato debba partire, dando per scontato che lo Stato non si preoccuper\u00e0 mai di creare il lavoro l\u00ec dove non c\u2019\u00e8, non agir\u00e0 mai per combattere povert\u00e0 e sottosviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma l\u2019enfasi posta sulla mobilit\u00e0 del lavoro dalle istituzioni europee ci dice qualcosa di pi\u00f9. Nel disegno europeo i disoccupati dovrebbero spostarsi verso le aree maggiormente sviluppate: i disperati devono sportarsi l\u00ec dove non c\u2019\u00e8 abbastanza disperazione, non certo per risollevarsi, dato che nessun paese persegue la piena occupazione in Europa, ma al contrario per frenare le dinamiche salariali e la diffusione dello sviluppo economico. Infatti le masse di disoccupati in movimento \u2013 che l\u2019Eurostat vorrebbe vedere ma ancora non registra \u2013 agirebbero come una forza che spinge al ribasso i salari nelle aree pi\u00f9 sviluppate, dove quei disoccupati fanno concorrenza agli occupati da una condizione di svantaggio: perch\u00e9 senza lavoro, perch\u00e9 stranieri, perch\u00e9 sradicati, perch\u00e9 ultimi. L\u2019ideale europeo di mobilit\u00e0 del lavoro calza perfettamente con la categoria analitica inventata da Marx di \u201cesercito industriale di riserva\u201d: una massa di disperati lasciata fuori dalle fabbriche, oggi da ciascun paese europeo, per ricattare chi lavora con la minaccia del licenziamento. Questo esercito \u00e8 l\u2019arma principale in mano alla classe dominante per disciplinare i lavoratori, ma \u00e8 un\u2019arma che si inceppa se quella massa di disperati non si sposta rapidamente l\u00ec dove il capitale ne ha bisogno, l\u00ec dove i salari crescono di pi\u00f9, l\u00ec dove i lavoratori alzano la testa e dunque l\u00ec dove appare necessario per il profitto imporre il ricatto della disoccupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Possiamo ora cogliere la natura politica del dato pubblicato dall\u2019Eurostat: i disoccupati italiani non sono ancora pienamente arruolati nell\u2019esercito industriale di riserva europeo. L\u2019obiettivo delle istituzioni europee \u00e8 quello di costringerli, con la povert\u00e0 e la precariet\u00e0 diffusa, ad abbandonare ogni radicamento e a trasferirsi verso i paesi centrali d\u2019Europa, dove sarebbero disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro peggiori di quelle dei lavoratori tedeschi, olandesi o francesi, contribuendo cos\u00ec all\u2019indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori nel cuore del capitalismo europeo \u2013 l\u00ec dove si macinano profitti. Pensare di opporsi a questo disegno combattendo la mobilit\u00e0 del lavoro in s\u00e9, cio\u00e8 arginando i flussi migratori intraeuropei e internazionali, significa <a href=\"https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/02\/24\/contro-la-chiusura-delle-frontiere-difendiamo-salari-e-diritti-insieme-agli-immigrati\/\">alimentare in forma diversa la stessa identica guerra tra poveri<\/a>, perch\u00e9 i flussi migratori derivano dalla disoccupazione di massa e non si arrestano fino a che essa persiste: l\u2019unico risultato di pi\u00f9 stringenti vincoli all\u2019immigrazione \u00e8 il peggioramento della condizione di vita dei migranti, elemento che rafforza il ruolo dell\u2019esercito industriale di riserva, uno strumento quest\u2019ultimo che \u00e8 tanto pi\u00f9 efficace nell\u2019indebolire i lavoratori quanto pi\u00f9 disperati sono gli uomini che vi si arruolano. Peggiorare la condizioni dei migranti significa scavare un solco ancora pi\u00f9 profondo tra loro e gli occupati a cui sono costretti a fare concorrenza: significa perfezionare anzich\u00e9 combattere il meccanismo che usa la disoccupazione come un\u2019arma contro gli occupati. Il problema dei lavoratori europei non \u00e8 l\u2019immigrazione in s\u00e9, ma il contesto politico entro cui quell\u2019immigrazione viene usata come un\u2019arma per difendere i profitti, ed \u00e8 quel contesto politico che va combattuto. Per opporsi alla guerra tra poveri fomentata dalle istituzioni europee occorre dunque rafforzare la lotta di classe, che unisce i lavoratori \u2013 immigrati e non \u2013 in difesa dei diritti e delle condizioni di tutti, e rimettere al centro della progettualit\u00e0 politica l\u2019obiettivo della piena occupazione, bandito dall\u2019architettura istituzionale dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/04\/27\/lideale-europeo-di-mobilita-del-lavoro-e-una-guerra-tra-poveri-su-scala-europea\/\">https:\/\/coniarerivolta.wordpress.com\/2018\/04\/27\/lideale-europeo-di-mobilita-del-lavoro-e-una-guerra-tra-poveri-su-scala-europea\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA L\u2019ultimo studio dell\u2019Eurostat sulla mobilit\u00e0 del lavoro in Europa lancia l\u2019allarme: nonostante la fame generata dalla crisi e le umiliazioni inflitte da disoccupazione e precariet\u00e0, i senza lavoro italiani sono restii ad abbandonare il loro Paese per trovare un\u2019occupazione all\u2019estero. 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